FORMALIST – Nessuna luce, nessuna speranza

Pubblicato il 04/06/2018 da

Prendete i membri di tre band di culto come Forgotten Tomb, Malasangre e Viscera///, aggiungete alla già ottima somma delle parti il totale disinteresse per qualunque etichetta che può essere applicata al genere suonato, e avrete un’idea iniziale della proposta dei Formalist. Un ‘supergruppo’ tra mille virgolette, come afferma lo stesso Ferdinando Marchisio, da noi raggiunto assieme al compagno di viaggio Michele Basso, che con l’esordio “No One Will Shine Anymore” ha mostrato la capacità di fondere sludge marcio e morboso con influenze industrial ed estreme con grande capacità. E con il solo desiderio di esprimersi in libertà come elemento distintivo.

LA PRIMA DOMANDA È LA PIÙ SCONTATA: COM’È NATO IL PROGETTO FORMALIST?
Ferdinando Marchisio: – I Formalist nascono nel 2014 dalla volontà di Nicola e Riccardo di formare una nuova band qualche tempo dopo la fine dei Malasangre, il loro precedente progetto, a cui si aggiunge subito Michele alla chitarra, che precedentemente aveva già collaborato con loro in veste di vocalist sull’ultimo album del gruppo. Poco dopo, dovendo reclutare un cantante/frontman, mi chiedono di far parte del gruppo siccome c’era già un rapporto d’amicizia e collaborazione da molti anni su diversi livelli tra tutti i membri coinvolti. L’idea di base è stata di formare una band che mantenesse tutte le nostre principali influenze, cercando al tempo stesso di inserire elementi diversi dalle nostre band madri e che restasse stimolante per tutti i membri coinvolti.

E QUALE SIGNIFICATO È RACCHIUSO DIETRO IL VOSTRO MONICKER?
Michele Basso: – Formalist deriva dal movimento cinematografico russo chiamato appunto formalismo, i cui fondatori  furono Ėjzenštejn e Vertov. Ciò che ci ha influenzato nella scelta è l’approccio crudo e realista del genere nei confronti della realtà; per i formalisti il cinema era un veicolo per esprimere la verità socialista nella sua forma più pura e incontaminata, lontana dai filtri e dall’edulcorazione hollywoodiana. Noi utilizziamo questa stessa ottica per raccontare contenuti che non credo ci sia bisogno di ribadire.

IL SOUND CHE AVETE SCELTO VERTE SUL LATO PIÙ MORBOSO E AL TEMPO STESSO PIÙ IPNOTICO DELLO SLUDGE; IN SEDE DI RECENSIONE ABBIAMO PARLATO DI INDIZI SONORI CHE RIMANDANO TANTO AGLI EYEHATEGOD, QUANTO AGLI ISIS: VI RITROVATE? O QUALI SONO I RIFERIMENTI CHE AVEVATE IN MENTE?
Ferdinando Marchisio: – Sicuramente le band citate rientrano tra le nostre influenze, così come i Khanate, i Burning Witch, I Corrupted, i Grief ad esempio o le band primigenie di certo sludge/doom; allo stesso tempo abbiamo anche un background legato all’ambient/industrial, al drone e a certo post che è meno evidente nei brani ma comunque presente. Essendo comunque estimatori del genere da tempi non sospetti l’idea di base era di realizzare qualcosa che non fosse del tutto allineabile con il corrente revival doom o con lo stoner  o con le band di derivazione Electric Wizard per intenderci, volevamo qualcosa maggiormente legato a certe nostre radici estreme e che risultasse privo di compromessi o suoni maggiormente standardizzati e ormai assimilati dall’audience dell’ultim’ora.  

COSA VI HA SPINTI, PENSO IN PARTICOLARE A FERDINANDO, A SPERIMENTARE IN UN AMBITO MUSICALE PIUTTOSTO DISTANTE DALLE VOSTRE BAND DI ORIGINE?
Ferdinando Marchisio: – A dire il vero con Forgotten Tomb è da almeno una decina d’anni che abbiamo incorporato elementi sludge più o meno prominenti a seconda dei dischi, mentre il doom c’è sempre stato; i Malasangre, specialmente nell’ultimo periodo, non erano troppo distanti da Formalist anche se ulteriormente dilatati e più monolitici, mentre dai Viscera/// abbiamo ereditato alcuni elementi delle loro derive post nonché il gusto melodico piuttosto peculiare delle chitarre di Michele. In tutti e 3 i casi comunque penso che non ci sia mai stata la volontà di incorporare per forza influenze dalle band madri quanto di mettere l’esperienza al servizio di un qualcosa di nuovo che ci rappresentasse come un’unità, cosa che è risultata piuttosto facile in quanto a livello di direzione ci son sempre stati pochissimi dubbi fin dalle prime prove. Inoltre tutti gli elementi della band scrivono riff, melodie e contribuiscono al songwriting, quindi è un autentico lavoro di gruppo che magari parte dall’idea di un singolo e poi viene sviluppato in direzioni a volte sorprendenti anche per noi stessi. Direi quindi che innanzitutto è una band nata per pura passione per uno stile musicale, per amicizia e per esprimere qualcosa che magari con le altre nostre band, per un motivo o per l’altro, non poteva essere espresso in una maniera così stilisticamente senza compromessi. Inoltre con questa band posso finalmente solo essere cantante e frontman, senza altri strumenti da suonare, mentre Michele ad esempio è a sua volta contento di dover solo suonare la chitarra senza dover cantare.

“NO ONE WILL SHINE ANYMORE”: IL TITOLO È PIUTTOSTO ESPLICITO, E FA PENSARE A UN SOTTOTESTO NICHILISTA CHE, IN PARTICOLARE, HA SEMPRE INFORMATO I FORGOTTEN TOMB. LE LINEE VOCALI SONO UNO DEI PUNTI DI FORZA DEL LAVORO: MORBOSE, TRAGICHE, DIVENTANO IN TUTTI E TRE GLI EPISODI QUASI UN MANTRA AGGHIACCIANTE; SEMBRA QUASI CHE VOGLIATE (RIUSCENDOCI BENISSIMO) TRASCINARE L’ASCOLTATORE IN UN GORGO DI DOLORE. VOLETE PARLARCI DEI VOSTRI TESTI?
Ferdinando Marchisio: – Ti ringrazio per i complimenti. Rispetto a come scrivo nei Forgotten Tomb, qui ho lasciato che i testi fossero una sorta di flusso di coscienza, slegati da particolari regole ritmiche, assonanze, rime o quant’altro, nonché da un tema portante preciso; sono testi un po’ ‘cinematografici’, nel senso che sono più un raccolta di immagini e sensazioni che non seguono necessariamente un comune denominatore. Posso dire però che a seconda dei brani alcuni dei temi ricorrenti sono la povertà, la sovversione della società civile e delle istituzioni, le situazioni di degrado, la disfatta del genere umano, la distruzione della società dell’immagine, tutto legato ovviamente dal fil rouge della negatività e dell’alienazione che regna sopra all’intera atmosfera del disco. In questo senso, anche a livello vocale, da parte mia ho voluto dare un’impronta molto punk/crust al disco che desse un taglio più trasversale all’immaginario della band, rispetto ad esempio ad una band doom/death che magari usa il growl e parla di temi diversi. Nel disco c’è una sorta di sottotesto sociale nonostante sia spesso mascherato attraverso astrazioni e metafore. Ho anche sperimentato cose come lo spoken word all’inizio di “Foul” che rimanda pienamente a certa scena industrial. Il titolo del disco è tratto proprio da una delle frasi finali di questo brano, perché l’intera band ha decretato rappresentasse bene il messaggio del disco e di quello che contiene. 

PARLANDO INVECE DELLA COPERTINA DELL’ALBUM, ANCH’ESSA CI PARE AVERE DEI RIMANDI ALL’ESTETICA DELLO SLUDGE PRIMEVO DI NEW ORLEANS. COME L’AVETE SCELTA E CHI SONO LE PERSONE RAFFIGURATE?
Ferdinando Marchisio: – Mi sono occupato della copertina e della grafica in generale. L’idea di base è stata di avere un artwork senza logo e in questo caso una foto è sempre la scelta più d’impatto, specialmente se si ha a disposizione materiale come quella particolare foto che raffigura Brenda Ann Spencer e il suo complice scortati fuori dal tribunale dalla Polizia. La ragazza si è resa responsabile del primo massacro scolastico dell’era moderna in America, sparando contro una scuola elementare senza nessun motivo in particolare. Al di là di essere da sempre piuttosto interessato alle storie criminose, ho trovato che la foto, oltre ad essere oggettivamente molto bella, racchiudesse in qualche modo alcuni dei temi cardine del disco e che il personaggio in sé e le sue azioni, del tutto prive di senso, fossero una rappresentazione di puro nichilismo e di quel punto di rottura in cui i labili equilibri delle periferie cittadine e delle società marginali si spezzano. La copertina è una mera rappresentazione di come un singolo tassello impazzito può sovvertire in pochi minuti una situazione di normalità, è una metafora dell’alienazione suburbana.

HO LETTO ONLINE CHE RICCARDO, COME NEI MALASANGRE, SI OCCUPA ANCHE DELL’ELETTRONICA: SPUNTANO IN EFFETTI QUA E LÀ PASSAGGI MOLTO CUPI, CHE ACCRESCONO IL SENSO DI SOFFOCAMENTO COMPLESSIVO, MA È ANCHE UNA SCELTA CURIOSA IN UN GENERE “DIRETTO” COME QUELLO DA VOI PROPOSTO. COME MAI LA DECISIONE DI QUESTI INSERTI?
Ferdinando Marchisio: – Sia io che Riccardo fin dagli anni ’90 siamo appassionati della scena industrial, power-electronics, ambient e simili, e anche Michele da parecchi anni segue il genere. Tutti a livello underground negli anni abbiamo realizzato side-projects ed esibizioni con vari progetti del genere. Inoltre siamo anche fans di cose della sfera industrial più tipicamente “suonate” come Godflesh, Einsturzende Neubauten, Laibach e via dicendo; ci è venuta quindi l’idea di incorporare alcune di queste influenze nel sound, anche se per il momento sono perlopiù evidenti solo in alcuni passaggi di “Foul”, dove lo spoken-word iniziale rimanda al power-electronics, o in alcune transizioni dei brani, tipicamente death-industrial/ambient. Vedremo se in futuro questi elementi assumeranno più spazio, ma di certo li manterremo in quanto aumentano la sensazione di oscurità e straniamento.

QUALCUNO VI DEFINISCE GIÀ COME UNA ‘SUPERBAND’. È POSSIBILE RAGIONARE IN QUESTI TERMINI RESTANDO LEGATI ALLA ‘NATURALE’ NICCHIA UNDERGROUND CHE VI VEDE DA ANNI COME PROTAGONISTI?
Ferdinando Marchisio: – Mah, credo sia più un modo che alcuni usano per definire una band formata da elementi di altre band che magari hanno già un certo nome in determinati ambienti. La cosa può anche farmi piacere ma al tempo stesso penso che nel caso di Formalist si parli di un progetto talmente underground che non so che risonanza mediatica possa avere nel lungo termine. Abbiamo formato questa band principalmente per piacere personale per cui vedremo cosa succederà. Abbiamo tutti molti impegni sia personali che con le altre band, per cui valuteremo le eventuali opportunità nel caso arrivino. 

E QUAL È IL VOSTRO PUNTO DI VISTA SULLA SCENA ESTREMA ITALIANA?
Ferdinando Marchisio: – Personalmente nessuno in quanto non penso esista una scena, intesa come un insieme di band che hanno un genere e una linea comune, e comunque non mi interessa come magari avrebbe potuto interessarmi quand’ero più giovane, detto senza snobismi di sorta. In generale penso ci sia sovraffollamento come in qualunque altra scena, con cose buone e altre meno.

QUESTO ALBUM È USCITO IN CONTEMPORANEA IN DIVERSI PAESI EUROPEI GRAZIE AL LAVORO CONGIUNTO DI TRE ETICHETTE (TOTEN SCHWAN RECORDS, THIRD I REX E WOOAAARGH). COM’È NATA QUESTA COLLABORAZIONE TRA LORO E SOPRATTUTTO CON VOI?
Michele Basso: – Questa cordata di etichette aveva collaborato e sta tuttora collaborando con i Viscera/// da diverso tempo. Diciamo che una volta che “No One Will Shine Anymore” era terminato e stavamo iniziando a muoverci a tal proposito il progetto è saltato fuori chiacchierando con i rispettivi referenti, Marco, Roberto e Cris, e in poco tempo abbiamo raggiunto l’accordo. Il solito ‘da cosa nasce cosa’.  

HO USATO DUE VOLTE L’ESPRESSIONE ‘PROGETTO’, MA MI PARE DI CAPIRE CHE SI POSSANO CONSIDERARE I FORMALIST COME UNA BAND A TUTTI GLI EFFETTI: CHE COSA CI RISERVA IL FUTURO? AVETE IN PROGRAMMA ESIBIZIONI DAL VIVO? AVETE NUOVE REGISTRAZIONI GIÀ IN CORSO?
Ferdinando Marchisio: –
Impegni permettendo, valuteremo la possibilità di fare alcune esibizioni live in contesti adeguati. Abbiamo iniziato da un po’ a comporre del nuovo materiale dato che il disco in realtà per noi è ormai vecchio di un paio d’anni. Vedremo se il futuro riserverà opportunità interessanti.

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