FROM ASHES TO NEW – Voglia di vincere

Pubblicato il 27/05/2026 da

Che il nu metal sia ormai tornato di moda è sempre più evidente, tra fenomeni social virali e concerti sold-out nelle arene dei grandi nomi degli anni Novanta, ma dieci anni fa non erano così tanti i nuovi gruppi a portare il testimone del genere più amato/odiato dell’era Y2K. Tra questi, c’erano sicuramente i From Ashes To New, formazione della Pennsylvania battezzata ai tempi del debutto “Day One” come una band clone dei Linkin Park e successivamente evolutasi album dopo album, fino all’ultimo “Reflections”, in cui il sound si è fatto al tempo stesso più heavy e riflessivo, a partire dal titolo.
Il fatto che questo quinto lavoro possa rappresentare il disco della svolta è evidente nelle parole del frontman Matt Brandyberry – mastermind ed anima rap del quintetto alla stregua di Mike Shinoda nei Linkin Park, mentre nel gioco degli specchi l’altro cantante Danny Case è l’equivalente di Chester Bennington – e non è un caso l’uscita del nuovo disco coincida con il primo tour europeo di sempre, se pur in formato ridotto, con una manciata di date nel vecchio continente.
Fortuna vuole che la prima tappa sia proprio nel Belpaese, ed è quindi con piacere che abbiamo colto l’invito ad incontrare i due cantanti nella sede milanese della loro etichetta alla viglia dello show ai Magazzini Generali. Ai nostri microfoni per una lunga chiacchierata il loquace Matt, a voi il resoconto di quanto raccontato.

From Ashes To New – Magazzini Generali – 07 aprile 2026 – foto Riccardo Plata

SIETE STATI UNA VOLTA SOLA IN EUROPA DIECI ANNI FA PER UN FESTIVAL, QUINDI E’ DAVVERO UNA BELLA SORPRESA VEDERVI QUI: COME MAI SIETE PARTITI PROPRIO DA MILANO?
– Ci hanno proposto l’Italia come una delle possibili tappe, uno dei paesi in cui saremmo potuti venire, e io non ci ho pensato due volte a dire di sì, anche perchè una parte delle mie origini è italiana, quindi volevo vedere da dove è venuto un pezzo della mia famiglia.
Ora speriamo di fare bene questo mini-tour e poi tornare per qualcosa di molto più grande, ad esempio tornando in Europa la prossima estate, magari per qualche festival.

“REFLECTIONS” SUONA PIU’ HEAVY E MENO NU METAL RISPETTO AL PASSATO…
– Confermo, per noi l’evoluzione è fondamentale. Non siamo ancora una band così affermata al punto da potersi permettere d’innestare il pilota automatico e andare avanti per inerzia. Dobbiamo continuare a muoverci per stare al passo, ma non possiamo nemmeno perderci in questo processo: dobbiamo restare fedeli a ciò che siamo, pur evolvendo alcuni elementi.
In più, prendiamo ispirazione da ciò che amiamo. Per esempio, tra le band di nuova generazione, io sono un enorme fan degli Architects, per me sono una grande fonte d’ispirazione sul fronte ‘heavy’.
Infine molto del down-tuning delle chitarre, dei suoni più dark del nuovo disco, si sposa bene anche con il concept dei nostri testi. Un’altra cosa che ho notato è che abbiamo sempre fatto musica emotivamente molto profonda, ma non sempre musicalmente così heavy.

UN PO’ COME “HEAVY” DEI LINKIN PARK, CHE ERA PESANTE A LIVELLO EMOTIVO MA NON MUSICALE…
– Esatto. È stata quindi una scelta consapevole: prendere il ‘peso emotivo’ ed unirlo ad un sound più robusto, vedere come rendere il tutto più heavy a trecentosessanta gradi.

SENTI CHE “REFLECTIONS” SARA’ IL VOSTRO DISCO DELLA SVOLTA?
– Lo è già prima ancora di uscire. “Day One” è stato un grande disco e l’album che ci fatto conoscere al grande pubblico, ma poi tante cose sono cambiate, ci siamo in parte reinventati.
“Blackout”, nel complesso, è stato finora il nostro album di maggiore successo. E questo nuovo lavoro, prima ancora dell’uscita, ha già raddoppiato solo con i pre-ordini le vendite fisiche rispetto alla prima settimana di “Blackout”. Stiamo vedendo molti nuovi fan, quindi nel complesso sì, sono decisamente ottimista.

QUAL E’ IL TUO BENCHMARK NELLA SCENA MUSICALE ATTUALE?
– Direi i Bad Omens ora come ora. Hanno dimostrato come sia possibile passare da praticamente sconosciuti a qualcosa di enorme in un attimo. E per gli altri musicisti come noi è un grande stimolo, anche perchè Noah (cantante dei Bad Omens, ndr) non è nemmeno presente sui social. Non stanno costruendo il progetto su una presenza social: lo stanno costruendo sulla musica che hanno creato, ed è bello sapere che la musica è ancora al centro di tutto.
Band come gli Ice Nine Kills o i Bring Me The Horizon ci hanno messo molto più tempo per arrivare dove sono, così come i Falling In Reverse: non è che non avessero avuto successo prima, suonavano in ottimi club, ma non al livello che hanno oggi. E Ronnie Radke (il cantante dei Faling In Reverse, ndr) ha fatto un lavoro pazzesco nel combinare ottima musica con la sua dirompente personalità, che resta la sua prima leva di marketing. Indipendentemente da come lo si giudichi, bene o male, quello è marketing virale.

RONNIE E’ UN PO’ IL FRED DURST, CANTANTE DEI LIMP BIZKIT, DEGLI ANNI VENTI..
– Esattamente, ma è molto più estremo di Fred Durst. I tempi sono cambiati rispetto a vent’anni fa: se dovessi scommettere, direi che prende molta ispirazione per il suo personaggio da Eminem, dalla sua capacità di essere polarizzante fregandosene di tutto e di tutti.

E POI C’E’ CHI E’ DIVENTATO VIRALE SU TIKTOK, DAGLI SLEEP TOKEN AGLI SLEEP THEORY FINO AI SEMPREVERDI DEFTONES: AVETE ANCHE VOI AVUTO RITORNI DA QUESTO CANALE?
– No, ammetto che non seguo tantissimo questo fenomeno, anche se conosco ovviamente le storie di successo come quelle che hai citato.
Lo stile dei Deftones, ad esempio, è tornato di moda, e loro sono i ‘padri putativi’ del cosiddetto ‘baddiecore’: ha funzionato alla grande per loro, stupendo lo stesso Chino Moreno, ed è stimolante sapere che nonostante tu sia in giro da così tanto tempo puoi vedere di nuovo un’esplosione di successo di questa portata.
Gli Sleep Theory pure sono ottimi amici e la voce di Cullen è qualcosa di veramente incredibile: potrebbe cantarti l’alfabeto e tutti penserebbero comunque sia qualcosa di fantastico.

TORNANDO AL DISCO, QUALI SONO LE RIFLESSIONI DEL TITOLO? 
– È una sorta di purgatorio mentale. Non è esattamente un concept album, dato che le canzoni sono uscite un po’ alla volta, ma riascoltandole ci siamo resi conto che molte giravano intorno allo stesso tema. Si tratta di riflettere sulla propria vita, sugli alti e bassi, come dovremmo fare tutti.
E’ una delle mie attività preferite, sedermi e dire: “Lì sono stato uno stronzo, ok, ora lo capisco”, oppure “Quello è stato un gran bel momento per me e non l’ho riconosciuto, dovrei pensarci più spesso”. Molte canzoni del disco parlano proprio di questo: riconoscere chi siamo, come siamo arrivati dove siamo e come vogliamo arrivare dove vogliamo andare.

QUAL E’ IL SACRIFICO PIU’ GRANDE CHE HAI FATTO FINORA?
– Il più grande sacrificio è la band, dato che questo impegno porta via tempo alla mia famiglia e ai miei due figli.
Quello grande, per la verità, ormai è cresciuto: è quasi maggiorenne, suona la batteria ed è veramente un bravo ragazzo, molto più di quanto fossi io alla sua età; probabilmente avendolo avuto da giovane ha visto com’ero a vent’anni ed ha pensato “non voglio essere così”.
La piccola invece ha solo due anni, e questo rende il sacrificio ancora più grande: l’idea che possa non riconoscermi quando torno da un tour è la mia più grande paura. Ho iniziato ad andare in tour tredici anni fa, quando mio figlio aveva cinque anni, e non voglio che succeda la stessa cosa ora.
Voglio arrivare a un punto in cui dettare i ritmi della mia vita: quando e per quanto stare in tour, e il resto del tempo essere a casa. È questo che mi motiva: costruire una vita per la mia famiglia in cui posso essere presente. È la mia massima aspirazione, ed è allo stesso tempo il mio sacrificio più grande.

QUAL E’ IL MIGLIOR CONSIGLIO CHE HAI RICEVUTO, E DA CHI?
– Da Arejay, batterista degli Halestorm, anche se all’epoca ci conoscevamo da poco. Mi disse “Quando il tuo successo sta crescendo, ricordati di trattare tutte le persone come vorresti essere trattato quando subirai un calo di popolarità”. E’ un consiglio saggio, e il caso degli Sleep Theory è un buon esempio: abbiamo fatto diversi concerti insieme ed a volte è capitato suonassimo prima noi, ma oggi sarebbe sicuramente il contrario.
Più che ricevere consigli puntuali, per me è stato fondamentale andare in tour con band come Shinedown, Five Finger Death Punch, Breaking Benjamin, Three Days Grace. Osservare come si comportano sul palco e fuori dal palco è una vera masterclass.
Magari non ti dicono nulla direttamente, ma li guardi e impari sul campo. Sono stato davvero fortunato a poter osservare da vicino alcuni dei migliori interpreti in assoluto.

IN EFFETTI MOLTE DI QUESTE BAND LE HO CONOSCIUTE PERSONALMENTE E CONFERMO SONO SEMPRE GENTILISSIME, IL CONTRARIO DELLO STEREOTIPO DELLA ROCKSTAR MALEDETTA. MA ESISTONO ANCORA PERSONAGGI COME AXL ROSE?
– Sì, sono tutte persone incredibili, ed è per questo che le loro carriere durano così a lungo. Hanno longevità perché non sono solo grandi sul palco, sono grandi anche fuori, come esseri umani.
Per il resto posso confermarti esistono ancora artisti che sono dei veri stronzi. Alcuni sono talmente grandi che probabilmente non ne pagheranno mai davvero il prezzo: possono permettersi di comportarsi come vogliono. Altri, invece, hanno avuto delle conseguenze: la loro carriera è andata in picchiata anche per il modo in cui trattavano tutti… è il karma.

IMMAGINO NELLA TUA RUBRICA CI SIANO DIVERSI AMICI CELEBRI…
– Beh, Jacoby Shaddix (cantante dei Papa Roach, ndr) è sicuramente uno di questi: ci siamo conosciuti una decina d’anni fa, in uno dei primi tour, e da allora non ha mai smesso di aiutarci e di darmi supporto. Allo stesso modo i ragazzi degli Hollywood Undead sono ormai tutti nostri amici: hanno scommesso su di noi nel 2015, nel nostro primo tour, e sono contento di vedere che stanno crescendo anche qui in Europa.

NON E’ SEMPRE FACILE SFONDARE NEL VECCHIO CONTINENTE PER LE BAND AMERICANE…
– Quando ci proponevano tour in Europa, chiedevo: “È tutto organizzato come si deve?”. Questa volta lo è, e anche se mi hanno detto “Potresti perdere soldi”, ho risposto: “Dobbiamo andare. È un investimento di lungo periodo”.
Per me è soprattutto una questione di rispetto verso i fan: vedo la frustrazione sui social, la gente che commenta “Ancora niente date in Europa…”. Non voglio che smettano di sperare: questo mini-tour è un primo passo per tornare poi in modo più grande, e anche se quella di stasera è la venue più piccola suoneremo come se di fronte avessimo migliaia di persone.
In America succede spesso che la gente venga ai meet & greet e ci dica “Vi ho visti quando eravamo in venti sotto il palco”, anche ora suoniamo in posti più grandi. Non vedo l’ora di vedere la stessa cosa qui!

FA TUTTO PARTE DI UN PROCESSO DI APPRENDIMENTO, GIUSTO?
– Quando ho lanciato i From Ashes to New, dissi alla mia ragazza, che oggi è mia moglie, che sarebbe stato il mio ultimo tentativo. Avevo già suonato in altre band, ed era la mia ‘last call’. Le promisi che non avrei fatto altro al di fuori di questo.
Lei era serena, ma io avevo le idee molto chiare: ho preso tutto ciò che non aveva funzionato con le band precedenti e ho deciso di non ripeterlo. È il mio approccio continuo: dopo ogni fase mi chiedo “cosa ho fatto male?” e mi assicuro di non ricreare lo stesso errore.
Credo sia lo stesso approccio utilizzato dai President, per fare un esempio recente di successo.

QUEST’ANNO “DAY ONE”, IL VOSTRO PRIMO DISCO, COMPIE DIECI ANNI: AVETE QUALCHE CELEBRAZIONE IN PROGRAMMA?
– In realtà no, ora che me lo dici mi hai fatto ricordare che il compleanno è proprio questo mese: me lo ricordo soltanto perchè è uscito il 20 Aprile, che negli Stati Uniti è il giorno mondiale della Cannabis (4/20 leggendo la data nel formato americano, ndr), una festa che da giovane ero solito celebrare (risate, ndr). Ad ogni modo credo che guardare al passato non ci aiuterebbe a crescere, quindi non faccio troppo caso a queste cose.

GESTITE VOI IL VOSTRO MERCH?
– Cerco di tenere tutto ad un livello più locale, tramite persone che conosciamo e di cui ci fidiamo, e negli ultimi anni ognuno di noi si occupa di un aspetto specifico della band. Lance (Dowdle, chitarrista, ndr) ad esempio si occupa di tutto il merchandising a partire dall’artwork, anche perchè è ormai cintura nera di Photoshop.
Allo stesso modo non abbiamo un social media manager ma gestiamo tutto in autonomia, mentre per i concerti ci appoggiamo ad un’agenzia di booking, anche se come dicevo teniamo d’occhio anche le richieste dei fan online.

From Ashes To New – Magazzini Generali – 07 aprile 2026 – foto Riccardo Plata

ESISTE DAVVERO LA “AMISH MAFIA”?
– Da dove vengo io (Lancaster, in Pennsylvania, ndr) siamo effettivamente circondati dagli amish, ad esempio hanno costruito la mia casa e sono gestiti dagli amish molti dei posti dove compriamo il cibo, ma per il resto sono tutte invenzioni della televisione.

GIOCHI ANCORA AI VIDEOGAME?
– In realtà ormai non ho più tempo, ma i miei preferiti restano “Battlefield” e “Metal Gear Solid”. Il primo in particolare mi piace per il suo approccio più strategico, rispetto ad esempio a “Call Of Duty” che è più uno sparatutto in stile Nascar, in cui giri e spari.

STREAMING O RADIO?
– Sono importanti entrambe oggigiorno, anche se a livello personale ascolto molto più la radio e sono legato più a questo canale, dato che tutti i gruppi con cui sono cresciuto avevano delle hit che passavano in radio.
Lo streaming certamente è importante per le nuove generazioni, ma il problema dello streaming oltre all’aspetto finanziario e la presenza dell’AI: qualche tempo fa mi hanno fatto vedere una lista delle ‘AI Bands’ su Spotify ed avevano milioni di stream e ascoltatori mensili, verosmilmente perchè il pubblico non è in grado di distinguere da band vere, mentre per passare in radio devi esistere nella vita reale e ‘metterci la faccia’.

LA CANZONE DI CUI SEI PIU’ FIERO?
– E’ difficile scegliere, ma se devo farlo direi “My Fight”, la canzone da cui tutto questo ha avuto inizio.

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