GALVANIST – Non soli, solamente noi stessi

Pubblicato il 12/07/2026 da

Con “The Silence Between Stars”, i Galvanist firmano un disco che rimescola i confini del black e del doom metal per trasformarsi in un’esperienza immersiva, sospesa tra contemplazione, spiritualità e ricerca interiore. Come abbiamo sottolineato nella nostra recensione, il quintetto del Montana costruisce un linguaggio musicale personale, in cui la violenza sonora convive con una rara sensibilità atmosferica, dando vita a un disco capace di evocare paesaggi sconfinati tanto quanto abissi interiori.
Dietro questa proposta si cela però una visione artistica ben più ampia della semplice contaminazione stilistica: “The Silence Between Stars” è il frutto di un percorso collettivo che affonda le proprie radici nell’animismo, nell’esoterismo occidentale e in una concezione della musica come strumento di esplorazione del rapporto tra l’essere umano, la natura e ciò che si colloca oltre il mondo percepibile. Un approccio che emerge con forza tanto nei testi quanto nelle scelte compositive e produttive, sempre guidate dalla volontà di preservare autenticità e libertà espressiva.
Abbiamo raggiunto la band per approfondire il significato del nuovo album, il legame con gli sconfinati paesaggi del Montana, il loro ruolo nel collettivo Naós Khrúseos Oneiros (cosa che li accomuna in parte agli Amenra) con grande spazio alle influenze filosofiche e artistiche. Ne è nata una lunga conversazione ricca di spunti, capace di far luce su un lavoro che pare ancora più profondo di quello che sembra.

CIAO E BENVENUTI SU METALITALIA. COME VI SENTITE ORA CHE ” SILENCE BETWEEN STARS” È FINALMENTE USCITO? CHE TIPO DI RISCONTRO AVETE RICEVUTO FINORA?
– Ciao, e grazie di cuore per averci ospitato: è un vero onore.
Per un artista è spesso difficile sottrarsi alla crudeltà – autoimposta – del proprio lavoro, che richiede un continuo processo di distruzione del passato per poter evolvere e migliorare. Vedere però questo disco prendere vita e assistere al modo in cui ha risuonato nella nostra comunità ci ha confermato di aver raggiunto il nostro obiettivo: erigere un monumento capace di fondere le nostre esperienze individuali, così diverse tra loro, in qualcosa di alchemicamente coeso e completo.
L’accoglienza straordinariamente positiva ricevuta ci ha permesso di vivere questo momento con maggiore consapevolezza, di assaporarlo davvero e di poter dire, senza esitazioni, di essere soddisfatti del risultato. Anche la recensione pubblicata sul vostro sito ha contribuito a questa sensazione e ve ne siamo sinceramente grati.

“THE SILENCE BETWEEN STARS” È UN TITOLO ESTREMAMENTE EVOCATIVO. QUAL È IL SIGNIFICATO DI QUESTA ESPRESSIONE E IN CHE MODO RACCHIUDE L’ESSENZA DEL DISCO?
– Probabilmente ogni membro del collettivo darebbe una risposta diversa. Nel suo insieme, il concetto di ‘silenzio’ rappresenta l’energia pura della potenzialità che esiste nella relazione tra gli esseri. Ma, osservando più da vicino ogni singola parola, il significato si fa ancora più sfaccettato.
Per alcuni di noi il riferimento va al lavoro di Gordon White sulla magia animista, alle relazioni tra le entità, tra le persone e i luoghi.
Per altri, invece, il pensiero corre a Maurice Blanchot e alla sua riflessione sull’annientamento dell’oggetto – e quindi, sul piano interpersonale, dell’individuo – attraverso il linguaggio.
In entrambi i casi, e questo rappresenta il cuore dell’album, celebriamo quello spazio liminale che esiste tra noi: tra il mondo osservabile e quello reale, e tutto ciò che possiamo apprendere dal dialogo continuo tra questi opposti, destinati a contraddirsi, annientarsi e ricomporsi senza fine. È proprio il percorso attraverso questi spazi di confine che desideriamo onorare.

PROVENITE DA UN CONTESTO GEOGRAFICO PIUTTOSTO INSOLITO PER UNA BAND DAL VOSTRO APPROCCIO MUSICALE. PUR RICHIAMANDO CHIARAMENTE IL SUONO DI FORMAZIONI AMERICANE COME NEUROSIS, I PRIMI MASTODON O I MINSK, QUANTO HANNO INFLUITO I PAESAGGI DEL MONTANA, CON IL LORO SENSO DI IMMENSITÀ, SULLA SCRITTURA E SULL’ATMOSFERA DI UN DISCO RADICATO NEL DOOM E NEL BLACK METAL, DUE GENERI SOLITAMENTE ASSOCIATI A SENSAZIONI DI FREDDO E CLAUSTROFOBIA?
– Molti di noi sono cresciuti in contesti rurali, in luoghi caratterizzati da grandi distanze e da una marcata assenza di presenza umana. Ma l’assenza dell’uomo non equivale all’assenza di intelligenza.
Abbiamo sempre percepito l’immensità quasi opprimente di questi paesaggi e la possibilità di sperimentare quello spazio liminale di cui parlavamo prima come elementi che ci influenzano in modi che, a volte, nemmeno comprendiamo del tutto. Speriamo semplicemente che quel paesaggio possa esprimersi attraverso di noi senza alcun filtro.
Quella voce nata dall’isolamento rispetto all’antropocentrismo, quell’intelligenza non umana che abita questi luoghi e i momenti di contemplazione che un ambiente simile rende possibili rappresentano un peso che pochi generi riescono a sostenere sul piano metafisico, emotivo e sonoro. Il black metal e il doom, invece, riescono a farsene carico con una profondità nella quale ci siamo sempre riconosciuti, ed è per questo che emergono in modo così naturale nella nostra scrittura.

LUNGO TUTTO IL DISCO SI AVVERTE UNA CONTINUA TENSIONE TRA PASSAGGI ATMOSFERICI E MOMENTI DI GRANDE IMPATTO EMOTIVO, UN ASPETTO CHE È DIVENTATO ORMAI UNA DELLE CIFRE DISTINTIVE DEL VOSTRO SUONO. ERA UN CONTRASTO CHE AVEVATE PIANIFICATO FIN DALL’INIZIO DEL PROCESSO CREATIVO?
– Raramente affrontiamo la scrittura con obiettivi prestabiliti. Cerchiamo piuttosto di rifiutare una mentalità orientata esclusivamente al risultato e alla produttività. Quel tipo di approccio, basato sulla separazione tra soggetto e oggetto e sull’ossessione per il traguardo finale, porta inevitabilmente a rifiutare il presente, e per noi non favorisce l’accesso a quelle esperienze interiori estatiche che desideriamo coltivare.
Naturalmente ci sono state riflessioni su ciò che avevamo imparato dal nostro debutto, “Connection”. Durante la composizione, però, ci siamo accorti di stare scoprendo qualcosa di nuovo sia su noi stessi come entità collettiva sia sul modo in cui ciascuno di noi si relaziona agli altri.
Ci auguriamo che questo dialogo sia finito nel disco in modo autentico, così come si è sviluppato durante il processo creativo. In questo modo le nostre singole voci si sono progressivamente fuse, trasformandosi in qualcosa di più grande e significativo della semplice somma delle loro parti.

LE VOSTRE COMPOSIZIONI SEMBRANO SFUGGIRE A QUALSIASI CONFINE DI GENERE. QUANTO È IMPORTANTE PER I GALVANIST PRESERVARE QUESTA LIBERTÀ ARTISTICA E QUALI SONO STATE LE INFLUENZE PRINCIPALI CHE HANNO CONTRIBUITO A PLASMARE IL SUONO DI “THE SILENCE BETWEEN STARS”?
– Preservare la capacità di essere autentici è una sfida costante, che la vita mette continuamente alla prova. Rinunciare alla nostra libertà artistica per inseguire qualsiasi forma di approvazione o legittimazione significherebbe condannarci ai recessi più oscuri del purgatorio.
Come artisti, crediamo sia fondamentale consegnare la nostra opera al mondo come una madre affida il proprio figlio alla vita, o come un autore accetta la propria ‘morte’ una volta terminato il libro. Solo così la sua verità può incontrare quella degli altri e completarsi, oppure le sue menzogne possono essere smascherate, rifiutate e trasformate in un’occasione di apprendimento.
L’assenza di rigidi confini stilistici nella nostra musica è, a nostro avviso, una conseguenza naturale del modo in cui ogni brano prende forma. Ci piace lasciare che siano le canzoni stesse a insegnarci quale struttura e quale linguaggio espressivo desiderino assumere.
Anche i nostri ascolti sono estremamente vari e le influenze rispecchiano spesso i gusti dei singoli membri. Se dovessimo indicare un nome condiviso da tutti, sarebbe sicuramente Akhlys. A livello individuale, invece, ritroviamo punti di riferimento come Enslaved, Deathspell Omega, Mizmor, Blut Aus Nord e Celtic Frost.
Siamo rimasti piacevolmente sorpresi anche dai paragoni con gli Ulcerate, un’altra realtà straordinaria e intransigente verso cui nutriamo un profondo rispetto.

NEL CORSO DELL’ALBUM SI PERCEPISCE UN FORTE SENSO DELLO SPAZIO E DELLA PROFONDITÀ, ACCOMPAGNATO DALLA RICERCA DI ARRANGIAMENTI DENSI E RICCHI DI STRATIFICAZIONI. COME AVETE AFFRONTATO LA FASE DI REGISTRAZIONE E PRODUZIONE PER TRASMETTERE IDEE COME DISTANZA, SILENZIO E ISOLAMENTO, ABBRACCIANDO AL TEMPO STESSO UN APPROCCIO PIÙ ‘MASSIMALISTA’ IN ALCUNE SEZIONI DEL DISCO?
– È raro che il nostro collettivo metta in evidenza il contributo di un singolo membro durante un’intervista, ma in questo caso dobbiamo rendere omaggio al nostro bassista Kevin George (Executioner213), la cui abilità, competenza e dedizione hanno reso possibile un risultato sonoro di questo livello.
Abbiamo registrato internamente tutto, a eccezione della batteria, proprio per limitare al minimo le interferenze derivanti da opinioni esterne o da ambienti estranei al nostro processo creativo.
Dal punto di vista della produzione, la sfida principale è stata creare spazio per ogni elemento. Gli arrangiamenti sono naturalmente molto densi, ma volevamo che l’atmosfera avesse una presenza autonoma, non che si limitasse a fare da sfondo alle esecuzioni. È stata una continua ricerca di equilibrio affinché ogni dettaglio potesse respirare senza compromettere il peso e l’intensità emotiva dei brani.
Uno degli aspetti più gratificanti è stato il fatto che gran parte del disco si fonda su performance autentiche. In un’epoca in cui le produzioni moderne tendono sempre più verso un approccio chirurgico e fortemente programmato, abbiamo scelto deliberatamente di preservare il carattere, la dinamica e perfino le imperfezioni che emergono quando i musicisti condividono realmente lo stesso spazio creativo.
È stato un percorso più complesso proprio per questo motivo, ma crediamo che abbia donato al disco una vita propria.

I TESTI SEMBRANO MUOVERSI CONTINUAMENTE TRA INTROSPEZIONE PERSONALE E RIFLESSIONE COSMICA. QUALI RIFERIMENTI LETTERARI, FILOSOFICI O ARTISTICI HANNO ISPIRATO LA SCRITTURA DEI BRANI?
– Ogni canzone si è manifestata secondo uno schema molto particolare, del quale non ci siamo nemmeno resi conto finché non abbiamo selezionato il materiale definitivo per l’album.
A un certo punto, uno dei membri del collettivo più sensibili dal punto di vista spirituale ha riconosciuto che ogni brano, sia musicalmente sia dal punto di vista lirico, corrispondeva a uno dei quattro elementi dell’esoterismo occidentale: “Atrophy” – Terra, “Dreich” – Acqua, “Hauntology” – Fuoco e “Spiorad” – Aria.
Il nostro intento è sempre quello di colmare la distanza tra il mondo osservabile e quello reale, dissolvendo l’identità individuale come mezzo per rendere omaggio a realtà che esistono oltre la dimensione corporea. Ogni canzone rappresenta, a suo modo, un richiamo a questa memoria.
Con “Atrophy” abbiamo trovato un senso di appartenenza e incarnazione, con “Dreich” abbiamo rivolto lo sguardo alle onde emotive che avevamo soffocato dentro di noi, con “Hauntology” abbiamo dato voce alla rabbia nei confronti del veleno della modernità, infine, con “Spiorad”, abbiamo percepito il bagliore della guida e il respiro proveniente dal mondo degli spiriti.
L’intero disco è profondamente debitore nei confronti di Gordon White, recentemente scomparso e maestro di uno dei nostri membri. Il suo lavoro di ricerca era dedicato soprattutto al recupero delle tradizioni magiche e sapienziali per il mondo contemporaneo, con particolare attenzione alla riconnessione con le loro radici animiste di origine paleolitica.
Una frase dell’album che esprime bene questo senso di interconnessione tra tutti i fenomeni recita:
“Non siamo soli… Non siamo altro che noi stessi…”.

DOVE SI COLLOCANO I GALVANIST ALL’INTERNO DEL PIÙ AMPIO UNIVERSO DI NAÓS KHRÚSEOS ONEIROS?
– Il nostro collettivo, N∴K∴O∴ (Naós Khrúseos Oneiros), riunisce diversi progetti musicali con i quali condividiamo un legame sia pratico sia spirituale.
I Galvanist rappresentano la Mano Sinistra dell’N∴K∴O∴: il percorso lunare dedicato all’esplorazione dell’ombra, dei regni del sogno e dell’oltretomba.

DURANTE LA REALIZZAZIONE DELL’ALBUM AVETE DOVUTO AFFRONTARE PARTICOLARI DIFFICOLTÀ, SIA DAL PUNTO DI VISTA COMPOSITIVO SIA NEL RAGGIUNGERE QUEL NOTEVOLE SENSO DI FLUIDITÀ E NARRAZIONE MUSICALE CHE, A MIO AVVISO, RAPPRESENTA UNO DEI MAGGIORI PUNTI DI FORZA DEL DISCO?
– La creazione di questo album è stata sorprendentemente priva di attriti, cosa che sembra accadere ogni volta che riusciamo a inserirci nella corrente giusta.
Ogni elemento ha trovato il proprio posto in modo del tutto naturale. Avevamo la sensazione che fosse il progetto Galvanist stesso, come entità autonoma, a esprimersi attraverso di noi, quasi fossimo semplicemente un canale. Per aver vissuto un’esperienza del genere non possiamo che essere profondamente grati.

L’ALBUM È STATO INIZIALMENTE AUTOPRODOTTO, PRIMA DI APPRODARE AD ATMF, UN’ETICHETTA NOTA PER SOSTENERE ARTISTI CHE FANNO DELLA LIBERTÀ CREATIVA UN VALORE FONDAMENTALE. QUANTO È STATO IMPORTANTE TROVARE UNA REALTÀ IN GRADO DI COMPRENDERE E ABBRACCIARE LA VOSTRA VISIONE ARTISTICA?
– È stato fondamentale.
A essere sinceri, se il processo creativo è stato privo di ostacoli, la ricerca di un partner con cui pubblicare il disco è stata invece lunga e faticosa. A un certo punto avevamo addirittura rinunciato all’idea di trovare qualcuno con cui condividere questo percorso.
Poi, proprio quando ormai non ce lo aspettavamo più, è arrivato il contatto da parte di ATMF.
Sono stati straordinari. Ci hanno guidato con grande disponibilità all’interno di un settore dell’industria musicale che fino a quel momento non conoscevamo, offrendoci un vero e proprio percorso di crescita. Non potremmo essere più riconoscenti.

SE DOVESTE DESCRIVERE “THE SILENCE BETWEEN STARS” ATTRAVERSO UN’UNICA IMMAGINE, UN PAESAGGIO O UNA SCENA CINEMATOGRAFICA, QUALE SCEGLIERESTE E PERCHÉ?
– Inviteremmo chi ascolta il disco a ricordare “Stalker” (il capolavoro di Tarkovskij del 1979, ndr), in particolare la sequenza in cui i protagonisti raggiungono la Zona a bordo del carrello ferroviario.
È il momento in cui il colore torna gradualmente sullo schermo e, parallelamente, l’oppressione del rumore industriale e della modernità svanisce.

GUARDANDO OLTRE “THE SILENCE BETWEEN STARS”, QUALE DIREZIONE IMMAGINATE PER IL FUTURO DEI GALVANIST?
– Siamo rimasti sinceramente sorpresi dall’accoglienza riservata al nostro lavoro. Tutto questo apre davanti a noi possibilità entusiasmanti, al punto che nemmeno noi sappiamo con precisione dove ci condurranno.
Per il futuro vogliamo continuare a espandere il nostro mondo interiore, coltivarne la saggezza e condividere ciò che impariamo attraverso la gioia della comunità.
Perché l’ignoto richiede un impero che non appartenga a nessuno.

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