GLOSON – Una spaccatura insanabile

Pubblicato il 28/05/2022 da

Passato finora un po’ in sordina, poco incline a entrare nelle discussioni social, a essere commentato dagli appassionati di settore, “The Rift” dei Gloson è un album post-metal come se ne sentono pochi. Da un certo punto di vista, è una pubblicazione ‘vecchia scuola’: duro, scorbutico, pesante, aggressivo, ricorda i primi tempi di Isis, The Ocean, Cult Of Luna, quando l’impianto hardcore e il metal estremo sembravano ancora avere la meglio sulle derive atmosferiche e la melodia. Dall’altro lato, “The Rift” è anche un disco che guarda avanti, giocando con i cambi di atmosfera, l’elettronica, le pause e le aggressioni, ponendosi su un piano ben superiore ai tanti Cult Of Luna-wannabe presenti nel settore, grazie a una ruvidezza radicalmente metal che non molti esponenti del settore posseggono. Siamo andati a sentire cosa hanno da dirci questi musicisti svedesi, per capire da quale parte provenga tutta l’oscurità che la loro proposta trasmette.

IL NUOVO ALBUM SI INTITOLA “THE RIFT”, CONCETTO ESPLICITAMENTE RICHIAMATO IN COPERTINA. COSA HA CAUSATO QUESTA ‘SPACCATURA’ E CHE TIPO DI SPACCATURA, DIVISIONE, IL SOGGETTO IN COPERTINA DEVE SOPPORTARE?
– Per me questo è un album molto esistenziale. Riprende argomenti come ‘l’inconscio collettivo’ introdotto dallo psichiatra Carl Jung ,che svela emozioni e impulsi ereditati, qualcosa che dovrebbe renderci più uguali tra di noi negli obiettivi e desideri come specie umana. Ma “The Rift” è come un processo continuo che divide l’umanità in tanti pezzi, attraverso ideologia, religione e confini. Al giorno d’oggi stiamo andando a tutto gas in una direzione pericolosa, e non stiamo facendo nulla per frenarci.

“THE RIFT” È UN ALBUM MOLTO PESANTE E CUPO, CHE RICORDA LA PRIMA STAGIONE DEL POST-METAL, CON GRANDE PESANTEZZA, SUONO DENSO, OPPRESSIONE, FORTE IMPRONTA SLUDGE E INFLUSSI DEATH METAL. COME DEFINIRESTI IL VOSTRO SOUND E COME È CAMBIATO RISPETTO AL DEBUTTO?
– Siamo stati sicuramente molto esigenti riguardo al suono di questo nuovo album. Quando abbiamo prodotto “Grimen”, miravamo ad avere un tono di chitarra più basso e sludge in cui la chitarra e il basso fossero modellati insieme in un’unica entità. In “The Rift” l’intenzione era quella di ottenere un album diciamo di ‘rock classico’ per quanto riguarda gli strumenti, ognuno doveva avere il proprio ruolo. Il basso in questo caso fa il suo lavoro, più distaccato dal resto, e le chitarre sono più centrali nel mix, come dovrebbe essere. Questo nuovo equilibrio ci ha aperto molto spazio per giocare con l’elettronica e l’ambient in un modo diverso dal passato. Ulf degli Hoborec Studios (colui che ha registrato l’album) ha davvero spinto il nostro sound nella giusta direzione.

PROCEDENDO DALLA PRIMA CANZONE ALL’ULTIMA, POSSIAMO PERCEPIRE UN’ADDIZIONE COSTANTE DI ATMOSFERE SEMPRE PIÙ SOFISTICATE, SUONI FANTASCIENTIFICI, VOCI PULITE, PROGRESSIONI COMPLESSE. COME SPIEGHERESTI IL PERCORSO NARRATIVO DELL’ALBUM, QUESTO INSERIMENTO DI NUOVE IDEE E SUGGESTIONI DA UNA TRACCIA ALLA SUCCESSIVA?
– Il percorso narrativo che volevamo condurre ci era abbastanza chiaro quando abbiamo scritto l’album. Oggi è più un enigma. In sostanza, parlando dei testi, quando le parole sono scritte in questo modo, di solito è abbastanza chiaro quale sia la direzione. Dato che siamo stati tutti coinvolti nei testi, stavamo esplorando quali siano le basi dell’errore umano, gli impulsi primordiali di distruzione e quella che alla fine potrebbe essere una soluzione ad esso: è qui che entra in gioco la fantascienza. Ma più le provavamo, più mi rendevo conto che le canzoni contenevano più di quello. Mi sono venuti in mente concetti di dolore e perdita e all’inizio mi sono spaventato. È interessante il modo in cui le emozioni inconsce vengono messe in quello che fai, come si nascondano, solo per riapparire anni dopo.

CINQUE ANNI SEPARANO “GRIMEN” DA “THE RIFT”. COME AVETE TRASCORSO QUESTO TEMPO, C’È QUALCOSA DI PARTICOLARMENTE SIGNIFICATIVO CHE VI HA TOCCATO E ISPIRATO PER LA REALIZZAZIONE DI QUESTO SECONDO ALBUM?
– Cinque anni sembrano lunghi ma alla fine penso che sia un tempo necessario da far trascorrere tra due grandi progetti. Abbiamo realizzato anche un EP nel frattempo, che è stato pubblicato nel 2019. Mi annoio facilmente delle band che pubblicano album ogni anno o giù di lì, di solito è lo stesso album che esce più e più volte con solo poche settimane e non propone davvero niente di nuovo.

AVETE LAVORATO SU “THE RIFT” PER DUE ANNI: AL TERMINE DI QUESTO PERCORSO, QUALI SONO LE SENSAZIONI PIÙ IMPORTANTI CHE AVETE PROVATO? C’È SOLO MOLTA SODDISFAZIONE PER IL LAVORO SVOLTO, O C’È ANCHE QUALCOS’ALTRO, ANCHE QUALCHE PREOCCUPAZIONE SU COME IL DISCO POTREBBE ESSERE APPROCCIATO DAL PUBBLICO?
– Siamo molto felici che “The Rift” sia finalmente disponibile. Ovviamente pensiamo che sia di gran lunga il disco migliore prodotto da noi finora. Per quanto riguarda ciò che la gente ne pensa, non è affatto un problema. Se le persone comprassero i nostri album solo per bruciarli in un mucchio di cenere, sarei perfettamente d’accordo. Ovviamente è sempre divertente leggere una buona recensione, ma quelle davvero negative sono quasi altrettanto divertenti.

NEL GRUPPO, OGNUNO DI VOI QUATTRO COLLABORA ALLO STESSO LIVELLO PER LA SCRITTURA DELLE CANZONI, OPPURE C’È UN SINGOLO CHE DELINEA LE STRUTTURE BASILARI E LA DIREZIONE DEL SUONO E GLI ALTRI COLLABORANO FINO AL RISULTATO FINALE?
– Siamo una band molto democratica durante l’intero processo. La cosa che mi piace di più è che vediamo aspetti nelle idee l’uno dell’altro che ognuno di noi, come singolo individuo, non riesce a cogliere allo stesso modo. Penso che almeno quattro tracce di “The Rift” siano state scritte grazie all’approfondimento reciproco delle idee che ognuno di noi ha portato. Senza questo scambio di impressioni così fitto, non riusciremmo a comporre così bene la nostra musica.

PERCHÈ È COSÌ IMPORTANTE PER VOI LA FIGURA MITOLOGICA DELLO STIGE, RAPPRESENTATA NELLA T-SHIRT REALIZZATA PER L’USCITA DI “THE RIFT”?
– Ci è parsa un’ottima sintesi dell’intero concept del disco. Delinea il modo in cui distruggiamo noi stessi e gli altri. Come ci dividiamo tra di noi, come specie umana, invece di cercare di raggiungere dei risultati cooperando tutti assieme, cosa che sarebbe molto più intelligente del dividerci in tante fazioni, l’una contro l’altra.

VIENE ABBASTANZA NATURALE PROPORRE UN PARAGONE TRA I GLOSON E UN NOME COME CULT OF LUNA: PENSI CHE VI SIANO SOLIDI LEGAMI TRA DI VOI E QUESTA FAMOSA BAND, O È SOLO UNA SUGGESTIONE DATA DAL GENERE DI APPARTENENZA E DALLA MEDESIMA NAZIONALITÀ?
– Penso che sia un paragone pigro e anche un po’ sciocco. Naturalmente ci sono elementi di somiglianza tra gli uni e gli altri, ma sono una minoranza rispetto a tutte le sfaccettature stilistiche di Gloson e Cult Of Luna. Non abbiamo mai provato a reinventare la ruota, ma non abbiamo mai detto che avremmo dovuto suonare in questo modo o in quello. I generi mi annoiano a morte, finiscono per diventare un marchio e non si riesce più scrollarseli di dosso.

SUL VOSTRO SITO LEGGO CHE LA BAND È NATA PER “CREARE MUSICA OSCURA, DOVE FILTRA UN PICCOLO BARLUME DI SPERANZA”. QUESTA VISIONE RAPPRESENTA ANCORA OGGI LA PRINCIPALE LINEA GUIDA DI QUELLO CHE SUONATE? DA DOVE PROVIENE TUTTA QUESTA OSCURITÀ, E DOVE POSSIAMO CERCARE INVECE IL BARLUME DI SPERANZA?
– Quella era una prima bozza di ciò che volevamo fare e di ciò che abbiamo fatto dal 2012, quando i Gloson hanno iniziato a lavorare assieme. Chissà cosa ci riserverà il futuro? Forse suoneremo più come i Depeche Mode, o forse no? Non lo sappiamo ancora.

CHE SIGNIFICATO SI ATTRIBUISCE ALLA PAROLA GLOSON? PERCHÉ AVETE DATO QUESTO NOME AL GRUPPO?
– Deriva dal folclore svedese. Si dice che Gloson fosse un mostruoso cinghiale con luminosi occhi rossi che infestava le foreste meridionali della Svezia. È una parola breve e singola, che esprime qualcosa di strano e potente. In qualche modo rappresenta la nostra musica.

COME VI STATE PREPARANDO PER PORTARE LA POTENZA DI “THE RIFT” IN GIRO PER L’EUROPA? COSA AVETE IN PROGRAMMA PER I PROSSIMI MESI?
– A parte il concerto all’Inferno Festival di Oslo ad aprile non abbiamo programmi dettagliati (l’intervista si è svolta a fine marzo, ndR). Ma cercheremo di suonare il più spesso possibile e di sperimentare un po’ con il nuovo materiale.

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