GRAVEYARD – Finalmente la Pace

Pubblicato il 30/05/2018 da

Protagonisti di uno split rinnegato nel giro di quattro mesi, una volta consumato l’allontanamento del batterista Axel Sjöberg, i rocker svedesi Graveyard hanno ripreso regolarmente la loro attività, culminata in un tour europeo autunnale e nella successiva registrazione del quinto disco, “Peace”. Alfieri di un hard rock pesantemente compromesso con il blues, i quattro rifuggono qualsiasi contaminazione moderna, andando in profondità nel recuperare suggestioni degli anni ’60 e ’70. Non hanno paura di rinunciare, a volte, a uscire del tutto dall’alveo hard rock, languendo brillantemente nel blues, nel soul e in sospiranti ballate cantautorali. Imprescindibile anche l’influenza dei Led Zeppelin, di cui sono tra i più credibili emuli quando la visceralità del rock prende possesso della loro musica. Una band, insomma, che fa del trasporto e dell’emotività di gusto vintage una ragion d’essere. Abbiamo fatto il punto della situazione con il bassista e seconda voce Truls Mörck, che non nasconde la sua soddisfazione per aver proseguito l’avventura dei Graveyard dopo i mesi di incertezza e le diatribe interne del 2016.

VOLEVO SAPERE INNANZITUTTO QUALI SONO STATE LE RAGIONI CHE VI HANNO PORTATO PRIMA ALLO SPLIT E QUINDI, DOPO SOLI QUATTRO MESI, ALLA DECISIONE DI RIPRENDERE L’ATTIVITÀ DELLA BAND.
– Il nostro precedente batterista era scontento da tempo. I rapporti interni si erano un po’ logorati, i molti mesi trascorsi in tour avevano rotto l’equilibrio interno, lui non ne poteva più e a un certo punto ha deciso di lasciare il gruppo. È stato un duro colpo, lui era un membro fondatore, suonava con il nostro cantante già prima di fondare i Graveyard. In quel momento non ci siamo sentiti di proseguire, anche noi eravamo abbastanza logorati dall’intensa attività degli ultimi anni. Ci siamo separati con l’idea di vedere cosa sarebbe successo una volta che le nostre strade si fossero divise per qualche tempo. Era un po’ un esperimento, per capire le nostre reazioni. Dopo un paio di mesi dall’annuncio dello scioglimento ci siamo incontrati e abbiamo affrontato la situazione, per decidere se dare un seguito a quanto avevamo fatto in passato oppure chiudere definitivamente il capitolo Graveyard. Ci siamo accorti che ci mancava il suonare assieme, che avevamo fame di nuova musica e c’era la volontà di ripartire. La cosa più importante a quel punto era trovare un nuovo batterista, qualcuno che fosse non solo bravo a suonare ma si integrasse bene con noi dal lato umano. Si è unito a noi Oskar, un nostro caro amico, e già dalle prime prove ci siamo accorti che il suo innesto funzionava; dopo tanto tempo abbiamo risentito il piacere, il vero divertimento di suonare tutti assieme. Così abbiamo ricominciato con i concerti e siamo arrivati alla registrazione del nuovo album.

PRIMA DI REGISTRARE “PEACE”, AVETE INTRAPRESO UN TOUR EUROPEO. QUALI SONO STATE LE VOSTRE SENSAZIONI DURANTE IL TOUR E QUANTO VI HA AIUTATO NEL TROVARE ISPIRAZIONE PER IL NUOVO ALBUM?
– Il tour è stato importante per verificare come saremmo riusciti a lavorare con il nuovo batterista e come lui si sarebbe comportato in questa situazione. Ci è servito per riappropriarci di certi meccanismi, per ottenere il giusto feeling, confrontarci di nuovo con il pubblico e caricarci di sensazioni positive. Durante le date autunnali non abbiamo proposta alcuna canzone di “Peace”, ma abbiamo ripreso dimestichezza con il songwriting, con il lavorare tutti assieme sui pezzi, tutte le attività consuete di una band a cui dovevamo riprendere l’abitudine. Durante il tour il grosso delle idee per il nuovo disco hanno preso forma, quando siamo tornati a casa abbiamo completato le demo e siamo andati in breve tempo in studio per registrare “Peace”.

IL NUOVO ALBUM HA UN SUONO PIUTTOSTO OLD-FASHIONED, MA ALLO STESSO TEMPO MOLTO POTENTE. COME AVETE LAVORATO PER OTTENERE QUESTO TIPO DI SOUND?
– Abbiamo registrato delle prove live del materiale. Ognuno ha suonato le canzoni per conto suo, e registrato separatamente i singoli strumenti. Abbiamo apportato alcune sovraincisioni, mettendo tracce strumentali ottenute con l’uso di diverse amplificazioni, per ogni strumento abbiamo provato versioni delle canzoni con qualche modifica nel suono utilizzato. C’è stato un grosso lavoro di prova con differenti combinazioni di amplificazione, poi per ogni strumento, in ogni singolo brano, abbiamo scelto la formula che ci sembrava migliore. Abbiamo prima creato un vasto campionario di possibili ipotesi, per andare successivamente a scegliere quelle che ci convincevano maggiormente. Siamo sempre partiti da tracce registrate live in studio, passate quindi al setaccio da un’attenta selezione.

“PEACE” È UNA PAROLA CHE PUÒ AVERE MOLTEPLICI INTERPRETAZIONI. VOI CHE SIGNIFICATO LE ATTRIBUIRESTE E QUALI IMPLICAZIONI PENSI POSSA AVERE NELLA VOSTRA ATTIVITÀ DI MUSICISTI?
– Si può dire che noi come gruppo abbiamo raggiunto la nostra ‘pace’ passando attraverso lo split, i mesi trascorsi fuori dalla band, l’idea di ricominciare a suonare assieme e infine di riprendere a suonare in giro e a registrare un altro album. Per alcuni mesi, la situazione che abbiamo vissuto non è stata affatto ‘pacifica’, vivevamo in tensione e vi era conflittualità tra di noi. Un ambiente poco sereno, che ci ha condotto a scioglierci. Ognuno di noi ha vissuto un viaggio interiore in quel periodo, per arrivare a capire cosa si dovesse fare della band e se fosse venuto il momento di cambiare strada nella nostra carriera di musicisti. Guardando al significato della parola ‘pace’ intesa in un senso più ampio, che riguardi in generale quanto accade nel mondo, non saprei darti una risposta netta. Posso soltanto pensare che la pace, qualsiasi interpretazione vogliamo dare al termine, è qualcosa che tutti noi andiamo ricercando in un modo o nell’altro durante la nostra vita.

ANDANDO AD ANALIZZARE LE TRACKLIST, CI SI ACCORGE CHE ALTERNA CANZONI MOLTO MOVIMENTATE AD ALTRE SOFFUSE E PERVASE DI UN CERTO TOCCO FOLK. RIGUARDO QUESTE ULTIME, DUE HANNO CATTURATO LA MIA ATTENZIONE: “SEE THE DAY” E “DEL MANIC”. MI PIACEREBBE CHE APPROFONDISSI GLI ASPETTI COMPOSITIVI E I CONTENUTI DELLE LYRICS DI QUESTI DUE PEZZI.
– Fin dai primi anni della band abbiamo avuto questa tradizione di pezzi più tranquilli e soft nei nostri dischi. La melodia di “See The Day” ricordo che era nata così, dal nulla, canticchiando, già ai tempi del nostro primo album omonimo del 2007. Ed è una canzone che ho scritto quasi interamente io. Mentre “Del Manic” è tutta farina del sacco di Jonatan (La Rocca Ramm, uno dei due chitarristi, ndR). Me lo immagino, da solo, di notte, mentre cerca di non svegliare il resto della sua famiglia, che si concentra su questa melodia e cerca di costruirci sopra un pezzo. Una condizione, quella di essere soli a scrivere musica a tarda notte, abbastanza usuali per noi.

È POSSIBILE SORPRENDERE UN ASCOLTATORE CON UN NUOVO ALBUM, QUANDO SI SUONA UN GENERE TRADIZIONALE E CONSOLIDATO COME IL VOSTRO? QUAL È LA CHIAVE PER MANTENERE DESTA L’ATTENZIONE DEGLI ASCOLTATORI, SENZA PERDERE LA PROPRIA IDENTITÀ?
– Eh, non è semplice. Paradossalmente, se alla gente andasse bene, potremmo anche produrre lo stesso album di continuo e non annoiare nessuno. Dal mio punto di vista personale, ed è anche quello degli altri ragazzi, mi succede che dopo aver suonato alcune canzoni per tanti giorni durante il tour, queste mi vengono a noia e sento la necessità di avere disponibili canzoni diverse. È la molla che ci spinge a sperimentare in altre direzioni, non per forza stravolgendo quello che abbiamo già fatto. Però è necessario, altrimenti non saremmo più motivati. Cerchiamo sempre di mantenere un collegamento con gli album passati, se ascolti “Peace” puoi scovare riferimenti nel suono alle nostre cose precedenti. Però ci puoi pure sentire qualche aspetto inedito, elementi mai sentiti prima negli album dei Graveyard.

COME BASSISTA, QUAL È L’IMPRONTA CHE RIESCI A DARE AL SUONO DEI GRAVEYARD? E QUAL LA COSA PIÙ IMPORTANTE CHE HAI IMPARATO SULL’USO DEL TUO STRUMENTO DURANTE LA CARRIERA?
– I bassisti della vecchia scuola ti direbbero che ciò che è più importante è quello che non suoni, il silenzio fra una nota e l’altra. La capacità di essere misurati, non invasivi. È una dote che si impara con gli anni, quella di aggiungere qualcosa al sound complessivo della band rimanendo nel proprio spazio e non sommergendo quello degli altri musicisti. Capire che si deve rimanere un passo indietro, suonare una nota in meno, non è facile, è l’esperienza la migliore insegnante. Il silenzio fra le note è importante quanto quello che suoni. Per quanto riguarda il ruolo del basso nei Graveyard, credo che il mio compito sia quello di sostenere e valorizzare il lavoro delle chitarre. Tramite il basso, cerco di dare risalto ad alcuni punti, ad accentuare determinate coloriture, metterle adeguatamente in primo piano. Il lavoro del bassista è sostanzialmente quello di spingere e portare in alto le melodie, siano quelle di chitarra o quelle vocali.

ARRIVATI A QUESTO PUNTO DELLA VOSTRA CARRIERA, NUTRITE LA SPERANZA DI POTERVI APRIRE A UN’AUDIENCE PIÙ VASTA DI QUELLA CHE VI SEGUE ABITUALMENTE? QUALI PENSI POSSANO ESSERE GLI INGREDIENTI CHE VI CONSENTIREBBERO DI GUADAGNARE I FAVORI DI ASCOLTATORI PER ORA NON ATTRATTI DALLA VOSTRA PROPOSTA?
– Io credo che prescinda dai generi l’attenzione che puoi ottenere dal pubblico. È tutta una questione di songwriting, sono le canzoni che devono colpire, al di là del fatto che tu suoni hard rock, blues, pop o altro. Non si tratta di inventarsi una hit single, oppure cercare di introdurre quel determinato particolare che crei attenzione su di te. No, è tutta questione di avere un solido songwriting. Vale anche per noi, ovviamente: scriviamo buoni pezzi, ma se fossimo ancora più bravi, più incisivi, potremmo ambire a traguardi di pubblico migliori. Sono fermamente convinto che il sapere comporre bene superi qualsiasi altro aspetto nel motivare il successo di un gruppo: produzione, scelta di un certo sound, attitudine, doti tecniche, sono tutti elementi che arrivano dopo e hanno meno peso.

IN “PEACE” GETTATE UN PONTE FRA L’HARD ROCK E APPROCCI MOLTO PIÙ PACATI, INSISTENDO SOPRATTUTTO SULLA VOSTRA VENA CANTAUTORALE. QUALI SONO GLI ARTISTI ‘NON ROCK’ CHE PREDILIGI?
– Io ascolto molto jazz. Personalmente prediligo artisti degli anni ’50-’60, come John Coltrane e Charles Mingus, Miles Davis. Non so se gli altri ragazzi siano così coinvolti in queste sonorità. Non so nemmeno dirti se abbia un’influenza così diretta su quello che suono nei Graveyard. Del jazz apprezzo il flusso di energia, la continuità e l’essenzialità; non ci sono arrangiamenti predominanti, aspetti strani, tante cose a cui prestare attenzione. Il jazz che piace me è piuttosto asciutto, c’è solo quello che serve, nulla di più.

NELL’ULTIMA DECINA D’ANNI SI È ASSISTITO ALLA NASCITA DI MOLTE FORMAZIONI CLASSIC ROCK, IN PARTICOLARE IN SVEZIA E GERMANIA. COME GIUDICHI LO STATO DI SALUTE DELLA SCENA HARD ROCK INTERNAZIONALE, FACENDO PARTICOLARE RIFERIMENTO AI GRUPPI NATI POCO PRIMA O POCO DOPO IL 2010 E ANCORA OGGI IN ATTIVITÀ?
– Purtroppo per chi suona musica come la nostra succede spesso che il pubblico si rivolga ai giganti degli anni ’70, lasciando a noi poco spazio. Di positivo è che ci sono sempre più persone che ascoltano hard rock, è un genere che in questo momento va di moda e attira un pubblico molto vasto. Certamente, noi band più giovani scontiamo anche, rispetto a colleghi più ‘anziani’, il vivere in un’epoca in cui non si vendono dischi, facciamo i conti con un mercato che ci concede molte meno risorse di quelle di cui potevano godere quelle band che poi sono diventate delle icone, delle leggende. Da una parte sono contento di vedere tante persone accorrerei ai nostri show e interessarsi a quello che facciamo; so anche che difficilmente potremo mai competere con le hard rock band del passato, i traguardi ottenuti da loro noi molto difficilmente riusciremo a raggiungerli. La Storia è stata scritta da altri, noi con costoro non possiamo proprio competere.

COME DESCRIVERESTI L’EVOLUZIONE DEL VOSTRO SUONO DAL PRIMO DISCO AD OGGI?
– Siamo migliorati essenzialmente come compositori. Nel nostro primo album puoi sentire una versione dei Graveyard molto semplice, ruvida, come accade solitamente per tutte le band al debutto. Col tempo abbiamo imparato a scrivere canzoni migliori, più di ogni altra cosa. I tour ci hanno formato, suonare spesso dal vivo ha modificato il nostro modo di approcciarci alla scrittura. Suonare live ti consente di cambiare la prospettiva sulla tua stessa musica, te la fa osservare sotto una nuova ottica. Con gli anni abbiamo imparato a dare maggiore fluidità a quanto suoniamo, sentirsi in concerto ti fa capire dove devi agire per non avere cali, per mantenere i tuoi pezzi interessanti prima di tutto per te stesso. La musica deve essere divertimento, chi suona deve essere il primo che prova piacere quando si ascolta. La nostra evoluzione sta in questo, non vi sono scelte consapevoli, a mente fredda, che ci hanno guidato nel nostro percorso, solo un naturale processo di apprendimento datoci dal suonare.

COME ULTIMA DOMANDA, VOLEVO CHIEDERTI SE STAI PIANIFICANDO DI DARE UN SEGUITO AL TUO DISCO SOLISTA USCITO NEL 2015.
– Sì, ci sto lavorando. Nei ritagli di tempo, quando non sono impegnato con i Graveyard, metto giù delle idee e registro qualcosa. So che voglio far uscire un nuovo album tutto mio, ma non ho piani precisi in tal senso. È troppo presto per dire quando arriverà il mio secondo album, spero entro un anno di farlo uscire, però non mi sento di indicare una data precisa.

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