GUS G. – Sii la tua rivoluzione personale

Pubblicato il 26/07/2015 da

Al terzo album solista, Gus G. ha alzato ulteriormente il livello del suo songwriting e proceduto a una timida contaminazione con spunti fuori dal canovaccio hard rock/heavy metal. Suoni moderni, ispessimento del riffing, arrangiamenti inusuali, contribuiscono a dare un’identità rassicurante ma non monotona a “Brand New Revolution”. Forte del contributo di cantanti di pregio e da anni in prima linea nel circuito metallico, Gus ha dato alle stampe un lavoro che soddisferà non pochi tra i suoi fan e potrà, magari, avvicinarne di nuovi. La Century Media crede molto nell’operato del chitarrista greco, e ha organizzato un media day dedicato per presentare l’album. All’interno del Ramones Museum, spazio dedicato a una raccolta di memorabilia dello storico ensemble punk statunitense, Gus e il suo fido collaboratore Mats Levén hanno risposto con loquacità alle nostre domande, evidentemente soddisfatti del lavoro compiuto e desiderosi di esporne tutti i retroscena alla stampa di settore. È sintomatico dell’amore per il proprio strumento il fatto che Gus, durante l’intervista, continui a strimpellare una chitarra, con la quale delizierà in serata in un breve set acustico (ne abbiamo parlato brevemente nell’articolo dedicato al track by track del disco). Pur trattandosi “Brand New Revolution” di una pubblicazione solista, è chiaro nel modo di interagire fra Gus G. e Mats Levén che vi sia una forte intesa artistica ed umana tra i due, che il rapporto professionale non preveda un rapporto di subalternità fra il chitarrista e il cantante, ma vi sia piuttosto una collaborazione paritaria e produttiva. Eccoci quindi quanto ci hanno raccontato questi due blasonati artisti.

Gus G- foto 1 intervista - 2015

IL NUOVO ALBUM È STATO COMPOSTO IN UN TEMPO MOLTO BREVE, A POCA DISTANZA DAL PRECEDENTE “I AM THE FIRE”. COME SEI RIUSCITO A SCRIVERE IL NUOVO DISCO IN COSÌ POCO TEMPO, E QUALE TIPO DI EMOZIONI VI HAI CONVOGLIATO?
Gus G.: “Di fatto non mi sono mai fermato con la scrittura di nuova musica dopo “I Am The Fire”. Avevo molte idee in testa e ho continuato a svilupparle: la prima canzone che abbiamo scritto è stata proprio la titletrack, “Brand New Revolution”, che in un primo tempo doveva proprio finire sul disco uscito l’anno scorso. E’ stata molto importante anche la vicinanza che abbiamo avuto io e gli altri membri della mia band in questi mesi: siamo stati assieme molto tempo nell’ultimo tour, e visto che c’è sintonia e si lavora bene assieme ho voluto tornare in studio il prima possibile per registrare nuova musica”.

IN “BRAND NEW REVOLUTION” HAI CERCATO DI EVITARE ALCUNE SOLUZIONI CHE MAGARI, RISENTENDO “I AM THE FIRE”, NON TI ERANO PIACIUTE?
Gus G.: “L’intero album fa schifo! (ride grassamente, e con lui Levèn, ndR). No, scherzi a parte, vado molto orgoglioso di “I Am The Fire”, non ne cambierei alcun aspetto. E vale lo stesso anche per gli altri dischi realizzati in passato. Tutti quanti rappresentano ciò che ero in grado di concepire e mettere in pratica in quel momento, chi ero e le mie capacità quando sono stati composti. Non apporterei alcuna modifica a nessuno dei dischi dove ho suonato”.

QUAL È LA CANZONE DI CUI SEI PIÙ ORGOGLIOSO IN QUESTO ALBUM?
Gus G.: “Sono tutte speciali per me, le ho messe nell’album proprio perché ognuna di esse ha un particolare significato. Sono felice e soddisfatto di tutto quanto puoi sentire in “Brand New Revolution” ”.

IN QUESTO DISCO PARTECIPANO NUOVAMENTE ALCUNI GRANDI CANTANTI DELL’ATTUALE SCENA HARD ROCK / HEAVY METAL, COME JACOB BUNTON, MATS LEVÉN, JEFF SCOTT SOTO. QUALI SONO LE LORO PRINCIPALI DOTI E QUALI SONO LE DIFFERENZE DA UNO ALL’ALTRO?
Gus G.: “Le similitudini tra questi tre cantanti è che tutti quanti hanno i capelli lunghi (altro scroscio di risate di Gus e Levén, ndR), Jacob porta la bandana e ha i capelli lisci e, sì, giusto, anche Jeff ogni tanto porta la bandana! Poi sono tutti e tre ragazzi alti, a quanto pare prediligo cantanti alti! Guardando al lato musicale, sono tre persone con uno stile ben distinguibile, il tipo di feeling che infondono con la voce è differente uno dall’altro e si capisce subito che chi stai sentendo cantare in quel momento è uno di loro e nessun altro. Hanno tutti e tre un background simile, arrivano da influenze comuni e sono passati in alcuni casi dalle stesse esperienze”.
Mats Levén: “Io e Jeff soprattutto, abbiamo suonato entrambi con Yngwie (Malmsteen, ovviamente, ndR), i nostri approcci vocali si avvicinano sotto alcuni punti di vista”.
Gus G.: “Sì, è vero, anche se Mats ha una voce leggermente più sporca, mentre la vocalità di Jeff è abbastanza vellutata. Tutti e tre hanno poi gusti diversi, preferiscono cantare su alcuni canzoni invece che su altre, è normale che sia così. Resta il fatto che tutti i singer coinvolti hanno un timbro chiaramente identificabile”.

COME SCEGLI DI FAR CANTARE UN PEZZO A UN DETERMINATO CANTANTE?
Gus G.: “Se ad esempio ho tra le mani un brano hard rock, o heavy metal, penserò di assegnare le parti vocali e a Jeff o Mats, è la loro area di competenza. Se invece la canzone è radio-friendly, ha un suono molto americano e meno duro, allora mi orienterò su Jacob, è uno stile dove si trova decisamente a suo agio. Valuto cosa possa andar meglio nella mia mente, provo a capire verso quale mood propenda la musica e scelgo chi possa interpretarla meglio”.

QUAL È IL CONTRIBUTO DATO DAGLI ALTRI MUSICISTI PRESENTI SUL DISCO? TI SEI OCCUPATO TU DI TUTTO QUANTO QUANTO, GUS, OPPURE HAI LASCIATO CAMPO LIBERO AGLI ALTRI IN ALCUNE PARTI?
Gus G.: “Generalmente porto la musica ai ragazzi e chiedo ai cantanti di mettere mano loro ai testi e alle melodie vocali. Non accade sempre questo, il processo di scrittura a volte va diversamente, arrivo in studio che ho soltanto il titolo della canzone e chiedo agli altri cosa potremmo farne saltar fuori. Anche se il primo caso, quello in cui io compongo e poi chiedo soltanto di creare testi e lyrics, è quello più frequente. Lascio ai singer la massima libertà perché voglio che imprimano il loro marchio, la loro anima, su quanto vanno a cantare: solo in questo caso può esserci una vera collaborazione e ottenere il miglior risultato possibile. Mi piace comunque avere un confronto su come suonino le song, voglio avere un dialogo con chi suona con me. Adoro inoltre quando mi torna il demo da uno dei ragazzi e trovo qualche idea sorprendente, qualcosa a cui non avevo pensato. Mi piace che dalle persone con cui suono vengano fuori idee fulminanti, soluzioni che arricchiscono il pezzo. Per fortuna lavoriamo anche piuttosto velocemente, ci mettiamo poco ad assemblare tutti gli input in arrivo dai vari musicisti coinvolti”.

MATS, NELLA TUA CARRIERA HAI LAVORATO CON MOLTI DIVERSI ARTISTI, CON VISSUTI MUSICALI MOLTO DIFFERENTI L’UNO DALL’ALTRO. GUS A CHI È PIÙ SIMILE FRA TUTTI GLI IMPORTANTI MUSICISTI CON CUI HAI AVUTO A CHE FARE IN PASSATO?
Mats Levén: “È un confronto a cui non ho mai prestato attenzione, posso dirti però che il modo di collaborare fra musicisti oggi è mutato tantissimo rispetto ai miei primi anni nel music business. Un tempo le persone dovevi per forza incontrarle di persona, fisicamente, bisognava stare assieme nella stessa stanza per arrivare a un risultato comune. Adesso il grosso del lavoro avviene scambiandoci file l’uno con l’altro. Entrambi i modi di lavorare possono essere produttivi, a volte non è semplice essere veloci nel completare un pezzo quando ci si trova tutti assieme, e diventa più comodo comporre ognuno per conto suo e poi unire le varie parti. Può funzionare in ambo i modi, non c’è per forza un metodo giusto e uno sbagliato. Il potermi sedere nel mio studio e registrare in prima battuta tutto quanto mi venga in mente facilita tantissimo tutto il processo creativo, il motivo per cui Gus ha potuto pubblicare un altro disco a così breve distanza dal precedente è proprio dovuto alla velocità a cui lavoriamo, fattore che contraddistingue anche Jacob e Jeff. L’assemblaggio di ‘Brand New Revolution’ è andato via molto liscio quindi. Paragoni col passato? Difficile dirlo. Ho cantato su materiale molto diverso in carriera, dall’hard rock, al doom, a cose più sinfoniche. Ho avuto a che fare per anni con Malmsteen, e ti posso dire che la metodologia di lavoro era molto simile a quella di un normale disco hard rock. Alla fine si tratta sempre di musica heavy metal: a volte ti trovi a partire semplicemente da un titolo, altre da una melodia, o altri piccoli ‘appigli’ per quello che poi si svilupperà in futuro. La differenza tra Gus e Malmsteen è che Gus ti parla della musica, ti spiega quale direzione intende prendere, si confronta con te per come dovrebbe suonare il pezzo. Malmsteen ti dice semplicemente che quella è la sua musica e tu ci devi cantare sopra (Gus si sganascia dal ridere, e Mats lo segue appena dopo, ndR)! Gus è sempre molto aperto con noi altri della band, ascolta i nostri suggerimenti e dialoga per trovare le soluzioni migliori”.
Gus G.: “Io la collaborazione con gli altri artisti la intendo in questa maniera, con un fitto scambio di idee tra me e le altre persone che ho attorno nel progetto. Non potrei comportarmi diversamente, voglio che gli individui con cui collaboro con me si sentano libere di esprimere i proprie talenti e la propria creatività. “Brand New Revolution” è un album solista, è vero, ma desidero che chi ci hanno suonato si senta parte di esso. Credo sia notevolmente più interessante che dire alle persone: ‘Questo è il pezzo, queste sono le parti, questo è quello che devi cantare’. Non è così che intendo la relazione con gli altri musicisti”.

DIFATTI, PUR ESSENDO UN ALBUM SOLISTA, “BRAND NEW REVOLUTION” SEMBRA IL PRODOTTO DI UN VERO GRUPPO, NON È IL CLASSICO DISCO DA GUITAR-HERO, CON ASSOLI OVUNQUE E LA MANCANZA DI CANZONI VERE E PROPRIE. A QUESTO PROPOSITO, VOLEVO CHIEDERTI SE DEVI IN QUALCHE MODO FRENARTI, PORTI UN LIMITE NELLE SCORRIBANDE SOLISTE, PER AVERE BRANI ORGANICI E DI SENSO COMPIUTO.
Gus G.: “Suono ciò che mi sembra vada bene in quel momento. Prendiamo la canzone di apertura dell’ultimo album, “The Quest”: è quanto di più tecnico abbia mai prodotto, ci sono parti abbastanza pazze lì dentro. In altri casi, mi oriento su un pezzo semplice e rock da tre minuti. Se un’idea mi sembra buona, non mi preoccupo della sua complessità o facilità. La inserisco. Il mio approccio, qualcosa che puoi sentire nella maggior parte di quanto ho suonato nella mia vita, anche nelle parti più difficili e complicate, è quello di suonare assoli funzionali alla canzone: questo è il mio punto di vista sui solo, non devono essere slegati dal contesto. Mi piacciono le canzoni catchy, e avere degli assoli che in quei trenta secondi ti prendano a calci in culo. Cerco sempre di agire secondo questo punto di vista”.
MatsLevén:“Quelli dell’ultimo disco penso siano i migliori assoli che tu abbia mai suonato, Gus, davvero. Il nuovo materiale è molto eccitante, assoli inclusi”.
Gus G.: “Ho posto particolare attenzione sui solo, li ho registrati tutti due volte, sono le uniche sezioni dove ho sentito una certa pressione al momento di registrare. Ringrazio Mats per la sua opinione sull’album, anch’io credo sia molto valido. E per gli assoli, ho dato tutto me stesso perché suonassero al meglio, non ero mai soddisfatto di come mi venivano, e Mats può testimoniarlo”.
MatsLevén: “È vero, Gus si è impegnato tantissimo, cercava sempre di migliorare quello che aveva già suonato. Era come se iniettasse un’ulteriore dose di energia extra quando metteva mano ai solo di chitarra”.
Gus G.: “Ho potuto rivedere e cambiare qualcosa negli assoli perché non avevo il problema del tempo, delle scadenze, legate allo studio di registrazione. Avendo uno studio mio personale, potevo entrarci in ogni momento della giornata e mettere mano alla mia musica”.

AVEVI QUALCHE ALBUM DEL PASSATO IN TESTA, QUANDO HAI AFFRONTATO LA COMPOSIZIONE DI “BRAND NEW REVOLUTION”? PER ESEMPIO, PARLANDO DI METAL MOLTO CHITARRISTICO, IL CATALOGO SHRAPNEL DEGLI ANNI ’80, TRA CUI I PRIMI CHE MI VENGONO IN MENTE SONO I RACER X, FORSE IL MIGLIOR ESEMPIO DI BILANCIAMENTO FRA TECNICA MOSTRUOSA E FEELING.
Gus G.: “Il mio album credo abbia poco a che spartire con quel tipo di metal che hai citato, al massimo guarda più verso la musica dei Judas Priest, se vogliamo. Intendiamoci, i grandi dischi chitarristici del passato, come quelli dei Racer X, di Malmsteen, di Marty Friedman e Jason Becker, sono tutte opere che ho consumato negli ascolti: si tratta di strumentisti che stanno tra le mie maggiori influenze. Ma sono appunto influenze, non modelli da seguire. Riascolto certi vecchi album per trovare ispirazione, poi quanto scrivo è tutta farina del mio sacco, non cerco assolutamente di emulare qualcun altro. L’unico obiettivo che ho in testa quando preparo nuova musica è di mettere assieme dieci-dodici canzoni che funzionino, che spacchino, da sole e prese tutte assieme. Non ci sono altri ragionamenti dietro. L’unica cosa che conta è la musica, le canzoni, nient’altro”.

GUS, FAI PARTE DA SEI ANNI DELLA BAND DI OZZY OSBOURNE. QUAL È LA LEZIONE PIÙ IMPORTANTE CHE HAI ASSIMILATO DAL SUONARE CON UNA TALE LEGGENDA DELLA MUSICA HEAVY METAL?
Gus G.: “Si impara tantissimo lavorando con Ozzy, far parte della sua band ti permette di ‘volare dall’altra parte del muro’ e scoprire come lavori, come si muova una ‘macchina’ tanto imponente e complessa com’è l’organizzazione che supporta Osbourne. Ti permette di capire quale sia il funzionamento di certi meccanismi, impossibili da comprendere dall’esterno. In pochi possono dire di far parte degli ingranaggi di spettacoli di questo tipo, di band tanto grosse: è un privilegio, il mio. Potrei raccontarti molte storie su quanto ho ascoltato i Black Sabbath da ragazzo, come me li immaginavo, il loro amore per loro: queste però sono fantasie, un altro discorso è essere lì e osservare tutto dall’interno. Ti dà un’altra prospettiva, ti fa vedere le cose da un’altra angolazione. Anche per i piccoli dettagli c’è una cura incredibile, troverai sempre qualcuno pronto ad occuparsi di una piccola questione, un problema da risolvere. Ho imparato a presentarmi in tempo per lo show! Scherzo, ovviamente. Ho dovuto adattarmi ad essere un chitarrista diverso, nel modo di pormi col pubblico: io non sono mai stato uno a cui piace stare così tanto al centro dell’attenzione, non sono un guitar-hero. Mi piace la suonare la chitarra, ma non mi sono mai visto in un ruolo dominante, non voglio travalicare i miei spazi ed essere in primo piano rispetto agli altri. Quando sono entrato nella line-up di Ozzy sono dovuto crescere tanto in poco tempo, per essere all’altezza degli standard di chi suonava con Osbourne da molto prima del sottoscritto. E sono dovuto diventare quel tipo di chitarrista, che si impone, che ha carisma, perché dal chitarrista di Ozzy ci si aspetta quel tipo di comportamento. Devi metterti nei panni del chitarrista ‘icona’, devi mostrare quella personalità. All’inizio è stato stressante essere così, non ero abituato a trovarmi da solo sul palco per un assolo, ad esempio, non mi ci sono mai dedicato con le altre band. Per entrare nella parte mi sono dovuto esercitare moltissimo, ho provato a diventare il miglior chitarrista possibile, mettendomi in discussione e puntando a incrementare le mie capacità e raggiungere uno standard esecutivo e di performance più elevato”.

DELL’ULTIMO TOUR DA SOLISTA, QUELLO DI SUPPORTO AD “I AM THE FIRE”, QUALI PENSATE SIANO STATE LE DATE MIGLIORI?
Gus G.: “Ci sono stati diversi concerti degni di essere ricordati. I primi che mi vengono in mente sono quelli tenuti in Svezia, non mi aspettavo una reazione del genere, in passato la Svezia era un mercato morto per me. Sarà perché è un po’ il paese dei musicisti: questa volta abbiamo avuto ottimi riscontri. Anche gli show italiani, i concerti tenuti a Modena, Trieste, Bosco Marengo, sono state tre serate di successo; in generale c’erano molte persone agli show, sia che si trattasse di grandi città che di piccoli centri. La cosa mi ha fatto enormemente piacere e siamo andati oltre le aspettative, d’altronde avevo fuori solo un disco da solista (per tutta l’intervista Gus si è riferito ad “I Am The Fire” come al suo esordio ‘autonomo’, trascurando il primo album strumentale “Guitar Master”, ndR).

IN CARRIERA HAI SEMPRE SUONATO IN DISCHI DI CLASSICO HARD ROCK ED HEAVY METAL, CHE POI SONO GLI STILI PRINCIPALI PRESENTI IN “BRAND NEW REVOLUTION”. SEI MAI STATO TENTATO DALL’INTRODURRE QUALCHE ELEMENTO DI ROTTURA NELLA TUA MUSICA?
Gus G.: “Secondo me in questo disco ci sono passaggi che esulano da quanto scrivo normalmente. La titletrack ha parti piuttosto moderne, anche “What Lies Below” ha arrangiamenti quasi dub-step, ci sono riff molto duri in alcune song; ho provato ad allontanarmi ogni tanto dal mio stile consueto, a battere nuove strade. Intendiamoci, non sto di certo reinventando la ruota, stiamo sempre parlando di hard rock ed heavy metal, ma per quanto è nelle mie possibilità cerco di esplorare nuove sonorità”.

Gus G. - foto intervista 2 - 2015

C’È QUALCHE DISCO USCITO NEGLI ULTIMI ANNI CHE VI HA COLPITO PIÙ DI ALTRI? QUALCOSA CHE VI ABBIA SORPRESO O STUPITO FAVOREVOLMENTE?
Gus G.: “Il gruppo che ho ascoltato di più negli ultimi anni è un gruppo pop, gli Empire Of The Sun, qualcosa che non ha nulla a che vedere col rock! Mi piace il loro suono cosmico, il senso di vastità indotto dalla musica”.
Mats Levén: “Hanno un suono positivo, sereno. Niente di particolarmente duro. Devo dire che faccio fatica a ritrovare ultimamente band che mi sorprendano, che mi colgano impreparato. Ci sono molte formazioni che realizzano nuovi album, è sempre più difficile che qualcuno si discosti dagli altri e abbia uno stile personale”.
Gus G.: “Quando sei dentro al music business da tanto tempo ti è difficile trovare qualcuno che ti stupisca, hai l’impressione di aver già sentito tutto, sei un po’ assuefatto a quello che ascolti. Mi è capitato di sentire l’ultimo Scorpions e per quanto il disco sia buono e ascolti il gruppo da quand’ero un ragazzino, non sono riuscito ad affezionarmi all’album”.

LE LIRICHE DI “BRAND NEW REVOLUTION” DI COSA PARLANO? QUAL È LA ‘RIVOLUZIONE’ A CUI TI RIFERISCI?
Gus G.: “(Sguardo un po’ smarrito, si volta verso Levén a cercare aiuto, si capisce che questa domanda l’avrebbe evitata tranquillamente, ndR) Niente di che, è solo un buon titolo! La rivoluzione citata nel titolo è qualunque tipo di rivoluzione tu voglia che accada. Può essere riferita alla musica, alla tua vita personale, al tuo paese; parlo del cambiamento desiderato da ognuno per se stesso, poi sta al singolo interpretare questa parola nel senso voluto e più adatto”.

GUS, TU PROVIENI DA UN PAESE IN QUESTO MOMENTO MOLTO IN DIFFICOLTÀ, LA GRECIA. NONOSTANTE I PROBLEMI ECONOMICI E SOCIALI CHE LA AFFLIGGONO, LE METAL BAND ELLENICHE PRODUCONO OGNI ANNO UN GRAN NUMERO DI DISCHI DI VALORE. COME SPIEGHERESTI QUESTA RICCHEZZA ARTISTICA, IN CONTRAPPOSIZIONE AL DISAGIO VISSUTO SU ALTRI FRONTI?
Gus G.: “Nelle grandi difficoltà, come in questo caso, le persone cercano sempre di reagire, di trovare il modo di essere creative. Le grandi prove che si stanno sopportando in questo momento in Grecia stanno spingendo gli artisti a tirare fuori il massimo da loro stessi”.

QUAL È IL TUO ARTISTA GRECO PREFERITO?
Gus G.: “Vangelis (celeberrimo compositore e polistrumentista ellenico, autore tra le altre delle colonne sonore di ‘Momenti Di Gloria’ e ‘Blade Runner’, ndR)”.

DOMANDA DI CHIUSURA: QUAL È STATO IL MOMENTO IN CUI AVETE CAPITO CHE LA MUSICA NON SAREBBE STATA SOLTANTO UN VOSTRO HOBBY, UNA VOSTRA PASSIONE, MA LA VOSTRA PRINCIPALE ATTIVITÀ NELLA VITA, IL VOSTRO SCOPO FONDAMENTALE?
Gus G. “Avevo nove anni, stavo ascoltando una canzone dall’album di Peter Frampton (cantante/chitarrista pop rock britannico, ndR) “Frampton Comes Alive!”, e in quel momento mi sono immaginato a suonare l’assolo dal vivo, davanti a una folla immensa. Ero un bambino, ma in quegli istanti mi sono visto distintamente in quel ruolo, quello della rockstar. Ho avuto una chiara visione di quello che avrei voluto fosse il mio futuro. Ho compreso col tempo che avevo talento, ero portato per suonare e comporre musica, e così sono andato avanti in quella direzione, fino ad oggi. Ho capito in fretta quale sarebbe stato l’obiettivo principale dei miei sforzi: diventare un musicista professionista”.
Mats Levén: “Per me la consapevolezza di voler essere un cantante professionista si è concretizzata più tardi, avrò avuto ventidue-ventitre anni. Mentre quando ho capito che potevo essere un buon cantante, che avevo delle doti ed ero in grado di affrontare quasi ogni tipo di musica, l’ho avuto attorno ai diciotto anni. In quel periodo cantavo in una cover band, interpretavamo prevalentemente cover dei Deep Purple: mi sono accorto di essere molto a mio agio in quella situazione e di essere bravo a cantare. Da lì ho preso fiducia e sono andato avanti. A ventidue anni, però, ho davvero tagliato con la vita che stavo facendo in quel momento: avevo una ragazza, avevo un lavoro normale, piuttosto noioso, mi sono reso conto che volevo andare oltre e con la musica potevo svoltare. Così ci ho dato dentro e mi sono buttato con tutto me stesso nella passione del canto”.

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