Per chiunque bazzichi la scena black metal nostrana da una trentina di anni o giù di lì, i toscani Handful Of Hate sono senza dubbio una band che non necessita di grandi presentazioni: fondati nel lontano 1993, i Nostri hanno attraversato più di tre decenni di storia della Nera Fiamma con immutata vigoria, grazie al loro stile inconfondibile che pesca in egual misura dalla ferocia del black metal svedese, dagli abissi anticosmici dei primi Morbid Angel e dal magismo oscuro tipicamente italico.
Passati attraverso un processo di costante maturazione e affinazione della loro proposta, gli Handful Of Hate sono da poco tornati sul mercato con l’ottavo full-length della loro carriera, intitolato “Soulless Abominations”; abbiamo raggiunto Nicola Bianchi, fondatore e mastermind della formazione, per farci raccontare tutto sulla sua creatura e su questa nuova, magistrale, opera al nero.
BENVENUTI SU METALITALIA.COM, E COMPLIMENTI PER IL VOSTRO ULTIMO ALBUM. “SOULLESS ABOMINATIONS”. CI SONO VOLUTI BEN SETTE ANNI PRIMA DI POTER STRINGERE FRA LE MANI IL SUCCESSORE DI “ADVERSUS”: POTETE RACCONTARCI COS’È SUCCESSO, NEL FRATTEMPO, IN CASA HANDFUL OF HATE, E QUAL È STATA LA GENESI DI UN COME-BACK DI TALE PORTATA?
– Ciao a tutti. Posso dire che, tra le molte recensioni positivissime che stiamo ricevendo, la vostra è quella che ha ‘scavato’ maggiormente all’interno di questo ottavo album, ben evidenziando quello che ci sta dietro.
Alla pubblicazione dell’album precedente, “Adversus”, che ha visto la luce nel 2019, ha fatto seguito il lungo periodo pandemico, nonché i soliti avvicendamenti in seno alla line-up, giunta poi a stabilizzazione con l’attuale conformazione.
Il nuovo lavoro ha avuto una gestazione lunga tre anni, da quando ho cominciato a comporre il primo pezzo, “Worlds Below”, fino alla consegna delle parti grafiche (in particolare la copertina, che ho disegnato io). E’ stato un iter lungo, a tratti sofferto e, per molti aspetti, condotto in solitaria, facendo a tutte le mie energie.
IN SEDE DI RECENSIONE ABBIAMO SOTTOLINEATO COME QUESTO ALBUM VEDA IL RITORNO DEGLI HANDFUL OF HATE A UNO STILE PIÙ CUPO E BRUTALE, PER CERTI VERSI VICINO A QUELLO CHE CARATTERIZZAVA ALBUM COME “VICECROWN”, “GRUESOME SPLENDOUR” E “YOU WILL BLEED”, PUR SENZA RINUNCIARE ALLA RICERCATEZZA DEI PIÙ RECENTI “TO PERDITION” E “ADVERSUS”. PENSI CHE QUESTA SENSAZIONE CORRISPONDA AL VERO E, SE SI, SI È TRATTATO DI UN QUALCOSA CHE VI ERAVATE PREFISSATI O È STATO UN QUALCOSA NATO SPONTANEAMENTE DURANTE LA COMPOSIZIONE DEI BRANI?
– Condivido quanto dici. Rispetto al precedente lavoro è rimasta una ricercatezza nella trama del riffing e in alcune soluzioni, ma ho voluto operare, per certi versi, un ritorno al ‘black’ delle origini. Non a caso, abbiamo optato per una produzione volutamente più ‘sporca’, con chitarre dal taglio più ruvido e meno ‘rifinito’ rispetto ad “Adversus”. Seguendo questa linea guida, mi sono trovato sorpreso dal risultato finale: penso che questo nuovo album suoni aggressivo e ‘cattivo’ come mai prima d’ora; compatto e monolitico allo stesso tempo, pur utilizzando soluzioni differenti nei vari pezzi che lo compongono.
IL MARCHIO DI FABBRICA ‘HANDFUL OF HATE’ È ORMAI CONSOLIDATO DA TEMPO, EPPURE, IN OGNI VOSTRO ALBUM, È POSSIBILE TROVARE QUALCHE ELEMENTO DI NOVITÀ CAPACE DI ARRICCHIRE LA VOSTRA PROPOSTA, SIA DAL PUNTO DI VISTA DEI RIFERIMENTI STILISTICI, SIA DA QUELLO DELLA RICERCATEZZA STRUMENTALE E STRUTTURALE.
NEL CASO DI “SOULLESS ABOMINATIONS”, CI È PARSO DI COGLIERE QUA E LÀ QUALCHE DISSONANZA DAI CONNOTATI PIUTTOSTO MODERNI, RIECHEGGINATE LA LEZIONE DI ACT QUALI AKHLYS E NIGHTBRINGER. SONO SONORITÀ CHE APPREZZATE? C’È QUALCOSA CHE TROVATE DI VOSTRO GUSTO, NELLE DERIVE ATTUALI DEL GENERE ?
– Penso che sia molto interessante continuare a proporre elementi di novità nel susseguirsi dei vari album, evitando di snaturarsi ma evitando altresì di realizzare i cosiddetti album ‘a stampo’, o ‘copia e incolla’, solo per comodità, perché la label lo chiede o perché il contratto lo impone.
È una cosa che noto in band ben più note della nostra; gruppi che sfornano magari un album all’anno nel quale, però, si salvano forse un paio di brani. Probabilmente, la dilatazione nel tempo tra una release e l’altra è una cosa che va a nostro vantaggio: nel processo di scrittura, mi prendo delle lunghe pause e elaboro molto lentamente; non amo le pressioni.
Riguardo ad Akhlys e Nightbringer, mi citi due band che ho ascoltato, ma che non posso dire di conoscere a pieno. Esistono ‘nuove’ band che hanno effettivamente aperto a dissonanze e melodie molto interessanti; l’unica critica personalissima che mi sento di fare è verso la struttura dei brani, che si trascinano spesso per svariati minuti suonando, di fatto, come due o tre tracce accorpate assieme; questo suscita in me un calo di attenzione, quando non vera e propria noia.
NONOSTANTE QUESTI MOMENTI LEGGERMENTE PIÙ MODERNI, IL VOSTRO STILE CONTINUA AD ESSERE COMUNQUE RADICATO NEL PERIODO D’ORO DEL BLACK METAL, DEL QUALE POSSIAMO A RAGIONE CONSIDERARVI ESPONENTI A PIENO TITOLO, ESSENDOVI VOI FORMATI NEL LONTANO 1993.
QUAL È IL VOSTRO RAPPORTO CON I GRANDI CLASSICI DEL GENERE ? CONTINUANO AD ESSERE PER VOI FONTE DI ISPIRAZIONE, SIA DAL PUNTO DI VISTA MUSICALE QUANTO DA QUELLO ATTITUDINALE? C’È QUALCOSA CHE RIMPIANGETE, DI QUEGLI ANNI, O IL VOSTRO SGUARDO È PROIETTATO UNICAMENTE VERSO IL FUTURO?
– E’ indubbio che, essendomi formato nei primi anni ’90, muovo da quella linea, perché le mie basi sono quelle. L’evoluzione è stata soprattutto nel sound, nella strumentazione utilizzata per ottenerlo e nelle tecniche di registrazione.
Guardo avanti, indubbiamente, ma il black metal rimane per me un genere molto ancorato al passato, con spazi evolutivi minimi. Le nuove ‘ondate’, o ritorni, del genere, in fondo non sono state altro che riproposizioni – in forma più ‘raw’, oppure melodica, oppure scenografica – delle soluzioni archetipiche del genere.
Anche per quanto riguarda l’immagine penso che, tranne qualche viso oscurato da veli e qualche cappuccio, sia cambiato molto poco. Rimpianti? Beh, non aver fatto di più, magari con le persone giuste, nei cosiddetti ‘anni d’oro’.
VISTA L’ALTA QUALITÀ DELL’ALBUM, È STATO DAVVERO DIFFICILE, IN SEDE DI RECENSIONE, SCEGLIERE GLI EPISODI CHE POTESSERO MEGLIO RAPPRESENTARE L’INTERO LAVORO. LA NOSTRA SCELTA È RICADUTA SU “LIBERA ME”, “WORLDS BELOW”, “GALL FEEDER” E “WINTER MARCH”? CONDIVIDETE QUESTE SCELTE? C’È QUALCHE BRANO DELL’ALBUM AL QUALE SIETE PARTICOLARMENTE LEGATI, O DEL QUALE SIETE PARTICOLARMENTE ORGOGLIOSI?
– Ottima scelta! Mi piace rimanere umile, ma penso che in questo disco ci siano alcuni tra i più bei riff e soluzioni stilistiche che io abbia mai adottato.
“Libera Me” ha un riff portante di chiara matrice classica (derivante dai miei studi in Conservatorio). “Worlds Below” vanta alcuni arrangiamenti molto riusciti, nonché melodie, a mio avviso, molto efficaci e sinistre. “Gall Feeder”, come spesso avviene nei miei album, è la canzone estrema, la rasoiata, un po’ come “Celebrate, Consume… Burn!” nel precedente album, “Adversus”.
Stavolta, però, l’impatto e l’estremizzazione sonora sono molto più pronunciati rispetto al passato. “Winter March” penso sia un mio unicum: una composizione su spartito sinfonico, in cui il riffing si srotola senza mai ripetersi; un pezzo strumentale, a se bastante, senza la necessità di aggiungere la voce. Vi rivelo che mi bloccai a metà, nella composizione di questa canzone: la ripresi e la terminai in pochi giorni dopo un viaggio invernale che feci nel 2023 in Irlanda. Il titolo, per me molto adatto ai paesaggi allora visitati, mi è stato ispirato anche da un disegno dell’artista Galileo Chini rappresentante un uomo a cavallo nella tormenta.
I TESTI DELL’ALBUM SONO, COME DA TRADIZIONE, DECISAMENTE CUPI E INTRANSIGENTI: C’È QUALCHE TEMA DI FONDO CHE LI LEGA, O SI TRATTA DI EPISODI A SE STANTI? L’ALBUM VUOLE ESSERE PORTATORE DI QUALCHE MESSAGGIO SPECIFICO?
– I testi di “Soulless Abominations” sono un mix di visioni, idee, immagini estemporanee o fisse. Alcuni fili conduttori si protraggono nel tempo: tortura, visone estatica, martirio, senso escatologico, simbologie e icone.
Oltre alla critica verso l’ipocrisia di chi esercita il dogma, un ruolo importante è dato all’escatologia e al concetto di natura e peccato. Sin dai nostri primi lavori esiste un preponderante senso marziale di dominio sessuale e imposizione nel Piacere dello stesso.
Quindi, i concetti sono tanti: in passato erano urlati ed espliciti mentre, negli anni, si sono fatti più introspettivi, sussurrati a denti stretti, scanditi nei termini di una preghiera interiore.
UNA DELLE COSE CHE HA VIA VIA CONTRADDISTINTO SEMPRE DI PIÙ L’OPERATO DEGLI HANDFUL OF HATE È L’ELEVATO TASSO TECNICO MESSO SUL PIATTO. SI TRATTA DI UN ASPETTO IMPORTANTE, PER IL VOSTRO MODO DI PLASMARE LA MATERIA ESTREMA, O LO CONSIDERATE SOLO UN MEZZO PER RAGGIUNGERE L’ECCELLENZA? QUALE PESO HA AVUTO NEL PROCESSO COMPOSITIVO L’APPORTO DEL BATTERISTA AETERNUS E DEL NUOVO BASSISTA IBLIS?
– Non saprei dirti da dove scaturisce questa particolarità tecnica nei nostri lavori. Compongo, mi viene naturale, non forzo niente ma ricerco soluzioni che abbiano un senso nel mio iter mentale. Avrete notato che in questo album il basso ha un suono molto presente e portante.
L’ingresso di Iblis è stato determinante, in tal senso; si tratta di una cosa che cercavo da tempo. Iblis è persona estremamente capace, nonché un musicista che ha raggiunto da tempo un suono proprio e ben definito.
Una volta create le strutture, l’aggiunta del basso ha dato completezza. Aeternus ha influito molto in termini di consigli, oltre che nelle soluzioni tecniche alla batteria. Spesso, quando si è calati nella composizione, è utilissima una voce ‘esterna’ che ti consiglia su cosa manca, oppure su cosa funzioni o meno.
TU SUONI DA QUALCHE TEMPO ANCHE CON UN’ALTRA LEGGENDA DEL BLACK METAL NOSTRANO, I NECROMASS. QUAL È IL VOSTRO RAPPORTO CON LA SCENA BLACK METAL ITALIANA? C’È QUALCHE REALTÀ ALLA QUALE SIETE PARTICOLARMENTE LEGATI, PER STIMA O AMICIZIA (OLTRE AI NECROMASS, OVVIAMENTE)? CHE DIFFERENZE RISCONTRATE FRA LA SCENA ATTUALE E QUELLA DEGLI ANNI NOVANTA, NELLA QUALE SIETE CRESCIUTI? COS’È RIMASTO, OGGI, DEGLI HANDFUL OF HATE DI QUEGLI ANNI?
– Si, dal 2022 sono entrato in pianta stabile nei Necromass. Premetto che è stata una cosa estremamente naturale, visto che Handful Of Hate e Necromass hanno trascorso assieme buona parte della loro storia. Nei primi anni Novanta ci frequentavamo a Firenze; serate, nottate e weekend passati insieme. Loro preparavano il primo album, noi la demo “Goetia Summa”.
In quegli anni oltre a noi esistevano i Mortuary Drape e gli Opera IX, band con le quali dividevamo spesso il palco. Cosa rimane? Beh, spero che, nonostante il raggiungimento di una certa maturità musicale, sia rimasto lo spirito dei primordi. Con i Necromass non mi sento in una band, ma in una famiglia. Questo spirito di condivisione e supporto è ben presente in entrambe le band in cui suono.
AVETE GIÀ INIZIATO A PRESENTARE IL NUOVO ALBUM IN SEDE LIVE. QUALI SONO I VOSTRI PIANI FUTURI, SOTTO QUESTO ASPETTO? POSSIAMO ASPETTARCI UNA AMPIA PROMOZIONE LIVE, PER “SOULLESS ABOMINATIONS”?
– Siamo reduci da quattro date italiane (il “Masters Of Abomination Tour”, tenutosi nel gennaio del 2026).
Ad aprile ripartiremo sempre per concerti nella nostra penisola, per poi darci a alcuni festival. Purtroppo gli impegni lavorativi mi costringono a gestire con oculatezza i pochi weekend liberi.
Nonostante questo, cercherò di portare Handful Of Hate sul palco il più possibile, (o, almeno, a partecipare ad eventi di un certo livello), perché l’aspetto live è sempre stato importantissimo, per noi.
LASCIATE UN MESSAGGIO AI NOSTRI LETTORI: QUALI SONO, A VOSTRO AVVISO, I PUNTI DI FORZA DI “SOULLESS ABOMINATIONS”, E PERCHÈ UN ASCOLTATORE CHE ANCORA NON VI CONOSCESSE DOVREBBE SCEGLIERE DI APPROFONDIRLO? QUALE APPORTO POTREBBE DARE QUESTO ALBUM ALLA SCENA BLACK METAL, NOSTRANA E NON? C’È, A VOSTRO AVVISO, UN VUOTO CHE QUESTO ALBUM POTREBBE COLMARE?
– Allora metto da parte la modestia! Penso che “Soulless Abominations” sia un album al 100% black metal; non inventa niente ma esalta il genere nei suoi aspetti fondamentali: cattiveria, ferocia, abominazione e ricercatezza, non solo nella parte suonata ma anche in quella grafica. Da parte nostra è una consacrazione, un sunto di quello che di buono in passato abbiamo fatto. Vi invito all’ascolto.

