HATEBREED – Avete il diritto di rimanere nel MOSH

Pubblicato il 04/03/2010 da

Era forse troppo tempo che gli Hatebreed non passavano a trovarci, soprattutto considerata la loro fama in continua ascesa e la loro reputazione solidissima, che li piazza di diritto in cima ai nomi che contano quando si parla di hardcore e metalcore. “The Black Procession Tour” ci offre la possibilità di vederli di nuovo in azione (anche se come opener), e in questo prolifico periodo (il gruppo ha sfornato un full lenght e un album di cover in meno di un anno) tastare il polso della macchina da guerra del Connecticut. Ai microfoni di Metalitalia il bassista Chris Beattie…

‘IN ASHES THEY SHALL REAP’ E’ UN PEZZO DAVVERO CADENZATO E BEN RIUSCITO, SECONDO ME POTREBBE ESSERE LA VOSTRA ‘WALK’, SEI D’ACCORDO?
“Magari, tutti conoscono le parole, ed ha un ritornello molto ficcante, potresti avere ragione”.

IL VOSTRO ULTIMO ALBUM E’ STATO CONSIDERATO DA ALCUNI COME UNA COMBINAZIONE DEI VOSTRI VECCHI LAVORI, DA ALTRI COME UN PASSO VERSO IL FUTURO DEGLI HATEBREED, CON GLI ASSOLI DI CHITARRA IN EVIDENZA E UN MODO DIVERSO DI CANTARE. CONSIDERI “HATEBREED” UN ALBUM DI TRANSIZIONE?
“E’ solo quello che ci andava di fare. Tutti continuano a chiedercelo, ma è solo quello che ci è uscito. Abbiamo un nuovo chitarrista nel gruppo (il ritrovato Wayne Lozinak), e a lui piacciono gli assoli, quindi ci è parso naturale dargli spazio, ‘cazzo dacci dentro amico’. E’ diverso dal solito ma le nostre influenze sono sempre metal e hardcore, il nostro modo di scrivere è sempre lo stesso, di sicuro non ci mettiamo a discutere a tavolino sulle evoluzioni che il nostro suono dovrà avere. E’ un album degli Hatebreed, è hardcore ed è metal!”.

QUANTO TEMPO AVETE IMPIEGATO PER TRA SCRITTURA E REGISTRAZIONI?
“Abbiamo buttato giù qualche idea per le nuove canzoni mesi prima dell’effettiva entrata negli studi, sia io che Jamey che gli altri ragazzi abbiamo tentato di ‘fissare’ e condividere le intuizioni che ci venivano durante il tour. Tutti hanno altri progetti in ballo, musicali e non, abbiamo raccolto e vagliato insieme le varie idee. Da quando abbiamo registrato le demo al prodotto finito sono passati due mesi circa. In studio ci sono bastate tre settimane, siamo veloci”.

PERCHE’ AVETE SCELTO DI INTITOLARE L’ALBUM SEMPLICEMENTE “HATEBREED”?
“Abbiamo cercato a lungo un titolo che lo rappresentasse, senza trovare niente di soddisfacente. Quindi si è pensato di auto-titolarlo, ci è piaciuta l’idea e visto che non l’avevamo ancora fatto in precedenza…”.

JAMEY E’ SEMPRE SOTTO I RIFLETTORI CON LE SUE ATTIVITA’ EXTRA HATEBREED E I SUOI PROGETTI PARALLELI: QUESTA SUA ESPOSIZIONE MEDIATICA HA MAI CREATO QUALCHE TENSIONE INTERNA?

“E’ come hai detto, ma non me ne frega un cazzo, può fare tranquillamente tutto ciò che gli pare. Per me la priorità sono gli Hatebreed, sopra tutto. Gli Hatebreed sono il frutto del contributo di ogni componente della band. Tutti noi abbiamo interessi fuori dal gruppo, ma quando si tratta di dedicarsi agli Hatebreed tutto il resto passa in secondo piano. Non mi interessano i riflettori, non mi interessa essere famoso, le foto sui giornali. Molte delle cose che leggi non sono nemmeno vere, l’unica cosa reale per me è il sudore che metto nella band, è suonare ogni sera e incidere dischi”.

HAI ACCENNATO ALL’ABBANDONO DEL VOSTRO CHITARRISTA, UNO DEI MEMBRI DA PIU’ TEMPO IN FORMAZIONE, COSA E’ SUCCESSO, PERCHE’ HA MOLLATO?
“Sean voleva fare altre cose. Si è dato alla produzione nell’ambito hip hop, ha aperto un tattoo shop. Voleva concentrarsi su queste cose, ed è davvero difficile farlo quando si è in tour per la maggior parte dell’anno. Se è felice così non posso che benedire la sua scelta, siamo ancora amici”.

PERCHE’ REGISTRARE UN INTERO ALBUM DI COVER?
“Ai tempi di ‘Supremacy’, nel periodo in cui eravamo in studio a registrare le demo per l’album, abbiamo cominciato a suonare alcune di queste canzoni, e siamo finiti per registrarle. La maggior parte delle cover è stata completata ancor prima dell’uscita di ‘Supremacy’. Abbiamo riesumato l’idea successivamente per ‘For The Lions’, come tributo ai gruppi che ci hanno influenzato. Io ho spinto per coverizzare i Bad Brains, ma adoro visceralmente anche i pezzi di Judge e Suicidal. Se mai faremo un secondo capitolo mi piacerebbe coverizzare i Celtic Frost”.

AI VOSTRI CONCERTI MI E’ CAPITATO DI ASSISTERE ALL’ARMAGEDDON NELLE PRIME FILE. COSA FATE QUANDO IL PUBBLICO OLTREPASSA IL LIMITE?
“Situazioni del genere non fanno che fare uscire di senno anche noi. I nostri concerti sono quello che sono grazie all’enorme partecipazione del pubblico. A volte capita di passare il limite, dal palco riusciamo a vedere che qualcuno si fa male e cose del genere, ma per fortuna non è mai successo niente di serio sotto i nostri occhi. Non sono un fan della ‘violent dance’. E’ bello sfogare la propria aggressività con la musica, ma andare ai concerti per prendere a pugni un’altra persona non lo è”.

TI CAPITA OGNI TANTO DI ASSISTERE A QUALCHE CONCERTO DIRETTAMENTE DAL PIT?
“Al massimo dal mixer, tento di evitare le prime file per non procurarmi infortuni per i quali dovrei rinunciare a suonare. Sono abbastanza stupido quando mi lascio trasportare!”.

COME CI SI SENTE A SUONARE NELLA HARDCORE BAND PIU’ FAMOSA DEL PIANETA?
“Non ci ho mai pensato. Siamo ragazzi normali, ci piace suonare. E’ una sensazione magnifica riuscire a toccare tante persone, salire sul palco e sentire energia da così tanta gente tutte le sere. Anche i tatuaggi che i ragazzi ci mandano sono un’emozione enorme, è un grandissimo riuscire a fare una cosa in vita tua che significhi tanto per altre persone”.

CHE MI DICI DI TUTTI I GRUPPI CHE CERCANO DI COPIARE LA VOSTRA FORMULA?
“Non mi importa se tentano di copiarci. Possono provarci, ma non saranno mai come noi. Almeno significa che abbiamo fatto qualcosa che vale la pena di essere copiato!”.

HO LETTO SUL TUO MYSPACE CHE SEI UN GRANDE APPASSIONATO DI BIRRA… VUOI SPIEGARMI PERCHE’ VOI AMERICANI BEVETE SOLO BIRRA ‘LIGHT’?

“Per tenerci in forma ovviamente (ride, ndR). A me piace bere anche birre più forti, forse non come quelle che avete qui in Europa, ma non solo birre ‘light’. Di solito la birra light, oltre ad essere una un’ottima strategia di marketing per via del salutismo che impera negli Stati Uniti, viene preferita perché meno costosa e anche meno impegnativa. Puoi berti due o tre bottiglie senza gonfiarti come un dirigibile insomma…”.

COSA MI DICI DEL TUO MARCHIO DI ABBIGLIAMENTO “BRIDGEPORT REPUBLIC”?
“Vuole essere una marca per coloro che vogliono differenziarsi, essere se stessi. Abbiamo molti artisti che lavorano per noi, sulle nostre idee. E’ stato molto divertente creare la mia linea di abbigliamento, c’è un sacco di duro lavoro da fare ma è una soddisfazione. Grazie al cielo ho le persone giuste a curare i miei affari quando non posso occuparmene direttamente, c’è un ragazzo che cura il sito, un secondo il MySpace, mia moglie che sta dietro a fattori più pratici. Dateci un’occhiata”.

foto di Francesco Castaldo

 

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