Gli Heaven Shall Burn continuano a muoversi lungo una traiettoria coerente all’interno della scena metal europea, mantenendo un equilibrio tra aggressività musicale – da tempo sospesa tra melodic death metal e influenze ora più moderne, ora più tradizionaliste – e attenzione ai contenuti politici.
Con circa trent’anni di carriera alle spalle, il gruppo tedesco ha consolidato un’identità sonora precisa, senza rinunciare a piccoli sviluppi e variazioni stilistiche che, tutto sommato, ne mantengono viva la proposta.
In questa breve intervista, raccolta mentre il quintetto si trova in tour in Europa (l’appuntamento italiano è previsto per il 10 marzo a Trezzo sull’Adda), Maik Weichert, chitarrista e principale autore dei brani, racconta il percorso della band dagli esordi nella scena hardcore europea fino alla possibilità di fare da headliner dei festival più grandi in Germania e in Europa, riflettendo sul processo compositivo, sull’evoluzione del suono fino al recente “Heimat” e sul rapporto con i fan, offrendo più di uno sguardo sulla peculiare quotidianità di un gruppo che da sempre cerca di seguire una propria strada.
SIETE A DUBLINO OGGI. COME STA ANDANDO IL TOUR?
– Bene, stasera è la quarta data e siamo contenti di essere in giro con questa line-up composta da gruppi diversi tra loro, vedi Frozen Soul e The Black Dahlia Murder, quindi per me è piacevole ogni sera anche come fan del metal, non solo come musicista.
Rispetto alla Germania sono concerti un po’ più piccoli, ma il pubblico è molto entusiasta e sinora il tutto è stato davvero divertente.
VI HO VISTI DIVERSE VOLTE IN GERMANIA NEGLI ANNI, E NEL TEMPO I VOSTRI CONCERTI SONO DIVENTATI SEMPRE PIÙ GRANDI, FINO A POTER ESSERE HEADLINER DI FESTIVAL ENORMI COME WACKEN E SUMMER BREEZE. ORA SIETE IN TOUR NEL RESTO D’EUROPA COME HEADLINER: CHE SENSAZIONE È? CERTO, SONO SHOW PIÙ PICCOLI, MA COME VENITE ACCOLTI? VI CAPITA ANCORA DI VENIRE PERCEPITI COME UNA BAND ‘NUOVA’?
– Onestamente non saprei dirti se per qualcuno siamo una band nuova o molto vecchia, dipende dal paese e dalla città In alcune zone abbiamo sempre avuto un certo zoccolo duro a livello di fan, mentre in altre siamo ancora considerati una sorta di gruppo emergente. Specialmente nel Regno Unito… non è come in Austria, Germania o Italia, dove la maggior parte dei fan metal è molto fedele alle tendenze e alle band, e ascolta certi generi per decenni e così via.
Nel Regno Unito esiste un underground molto autentico, ma sopra c’è un enorme strato di fan che segue davvero le mode. Un anno ascoltano folk metal, poi black metal, poi deathcore… è come una ruota dell’hype che gira molto, molto velocemente. Quindi non so se siamo una band piuttosto ‘vecchia’ che la gente ha dimenticato, oppure se per qualcuno siamo ancora una band nuova. Ogni sera la percezione è un po’ diversa.
Ma comunque non mi lamento: l’affluenza è buona. Non grande come quando eravamo in tour qui con i Trivium – nel Regno Unito sono molto più grandi di noi – ma ovviamente con quel tour siamo entrati nel cuore di alcune persone, e loro sono tornate a vederci. Ed è così che dovrebbe essere.
CERTO. DI SOLITO, QUANDO VAI IN TOUR, SUONI IN UNA CITTÀ E POI SPERI CHE LA VOLTA SUCCESSIVA VENGA PIÙ GENTE. E COSÌ VIA. COMUNQUE, ORA SIETE IN TOUR PER PROMUOVERE L’ULTIMO ALBUM, “HEIMAT”. PUBBLICATE MUSICA DA TRENT’ANNI ORMAI: DIVENTA PIÙ DIFFICILE COMPORRE NUOVI BRANI CON IL PASSARE DEL TEMPO? TU SEI SEMPRE STATO IL PRINCIPALE AUTORE DELLA BAND: COME LO VIVI? OGNI NUOVO ALBUM LO AFFRONTI COME UNA CREAZIONE COMPLETAMENTE NUOVA, OPPURE GUARDI INDIETRO E MAGARI FAI RIFERIMENTO A QUALCOSA DI PIÙ VECCHIO?
– Abbiamo affrontato alcune diverse fasi in carriera e devo dire che molti ascoltatori odierni trovano che lo stile attuale del gruppo sia stato pienamente espresso con dischi come “Antigone” e “Deaf To Our Prayers”: su queste opere c’è una sorta di identità precisa che molti fan riescono a individuare. Quelle sono state in un certo senso le basi per tutto quello che è arrivato dopo. Si è trattato di un periodo molto fortunato in tutti i sensi: il suono e il modo in cui produciamo le canzoni sono usciti in un modo che si sono poi rivelati essere il nostro ‘big bang’. È vero.
In realtà non abbiamo un processo molto consapevole su dove vogliamo andare con un disco. Ho molte visioni e idee, ma come musicista sono piuttosto limitato. Non sono il miglior chitarrista del mondo, e anche per quanto riguarda le armonie… ho un certo modo di esprimere la mia musica. Se conosci un po’ il metal, riconosci quali siano le mie fonti di ispirazione principali.
Quindi, anche se non volessi fare sempre la stessa cosa, ci sarebbe comunque quell’impostazione, perché semplicemente come musicista non sono in grado di uscire completamente dalla mia pelle e creare qualcosa di totalmente diverso. Altri grandi musicisti riescono a farlo, io non ne sono capace.
Penso che per Heaven Shall Burn quel suono distintivo, quello dell’ultima manciata di dischi, partendo da quelli che abbiamo citato, sia importante, ed è quello che i nostri fan si aspettano.
Non sono il tipo che dice: “Faccio quello che voglio e non mi importa cosa pensa la gente”. Credo anzi che la maggior parte dei musicisti che afferma di pensarla così stia mentendo. Ovviamente vogliono che alla gente piaccia, e se sei un musicista responsabile vuoi anche che i tuoi fan apprezzino quello che fai. Se volessi fare esperimenti enormi o mettermi a suonare il flauto o cose del genere, farei un progetto parallelo e non ci scriverei sopra Heaven Shall Burn.
PENSI CHE SULL’ULTIMO ALBUM VI SIA UN BRANO CHE BEN RIASSUME COSA SONO GLI HEAVEN SHALL BURN OGGI?
– Quel brano è probabilmente “War Is the Father of All”, la prima vera canzone del disco. Mi piace perché ha tante sezioni, è quasi una mini-suite, succedono molte cose. Nella nostra discografia recente spicca subito. E dimostra che, dopo tutti questi anni e tutti questi album, possiamo ancora proporre qualcosa di un po’ impegnativo, credo, anche per noi stessi.
Anche in quella canzone, comunque, si riconosce che le fondamenta sono sempre le stesse, è solo quello che ci metti sopra a cambiare. Così funziona l’evoluzione negli Heaven Shall Burn: aggiungiamo elementi sopra, ma non smontiamo le fondamenta. A livello di suono di chitarra, di riff, di voce, non cambiamo radicalmente. Integriamo elementi nuovi, oppure creiamo fusioni tra elementi. Questo per noi è sviluppo.
VOI NASCETE IN AMBIENTI HARDCORE, NONOSTANTE LA VOSTRA PROPOSTA SIA SEMPRE STATA SPICCATAMENTE METAL. COSA RICORDI DEI VOSTRI ESORDI?
– Agli inizi eravamo inseriti nella scena che oggi chiameremmo quella metalcore europea, o quella edge metal, come qua e là veniva definita all’epoca. C’erano molte band italiane, molte band dal Belgio. Ricordo quei giorni in cui suonavamo con From the Dying Sky, Reprisal e tutte quelle grandi band italiane. E naturalmente anche la cosiddetta Roman Legion, con band come Purification.
Erano giorni fantastici per quel tipo di sonorità e ai miei occhi si trattava davvero di una scena interessante, ricca di sfumature. Detto questo, io sono sempre stato un metallaro. Sono entrato nella scena hardcore perché ero interessato alla politica, avevo certi ideali che mi portavano a trovare interessante il messaggio di una frangia del mondo hardcore, mentre nel metal, almeno nelle nostre zone, a quei tempi era un po’ più difficile trovare persone con una mentalità simile alla mia.
A dire il vero, come metallaro non ero così preso da certi ‘sacri graal’ dell’hardcore, tipo Youth of Today o Minor Threat. Mi piacevano, ma non erano ciò che mi spingeva musicalmente. Ero totalmente un metallaro duro e puro, ma sono stato davvero ‘contagiato’ dall’etica e dalla visione politica che alcuni gruppi hardcore avevano in dote.
La sera in cui ho visto per la prima volta gli Earth Crisis mi ha cambiato la vita. Non esagero. Anche i Liar dal Belgio sono stati molto influenti per me. Portavano un suono metal con un’attitudine politica, ed era esattamente quello che cercavo. Amavo Sodom, Morgoth, Napalm Death, Bolt Thrower, e la mia idea era quella di fondere quelle influenze con quell’attitudine hardcore politica e tematiche come i diritti degli animali e cose del genere.
Ci è voluto un po’, poi all’improvviso il suono metal è stato accettato nella scena hardcore. Dieci anni prima, se andavi a un concerto degli Sheer Terror o degli Slapshot con i capelli lunghi, c’erano solo grossi skinhead che ti fissavano. Poi invece il riffing metal è entrato nell’hardcore, e band come Arkangel e Liar hanno iniziato a spaccare tutto. Qualche anno più tardi, anche i Killswitch Engage dagli Stati Uniti hanno iniziato a fare grandi cose, anche se in un contesto più melodico.
A conti fatti, non abbiamo mai pensato al termine ‘metalcore’, all’epoca non esisteva nemmeno.
Volevamo solo suonare metal aggressivo con un’attitudine politica. Ma le nostre capacità erano così limitate che una certa attitudine hardcore è entrata anche musicalmente. Però, appunto, gli Heaven Shall Burn in sostanza sono sempre stati un gruppo metal: a partire dal nome, ‘rubato’ ai Marduk, per arrivare al titolo del nostro debutto, che è un chiarissimo omaggio ai Bolt Thrower.
NON A CASO, NEL CORSO DEGLI ANNI AVETE REGISTRATO MOLTISSIME COVER, OMAGGIANDO VARI COLOSSI DEL METAL, VEDI BOLT THROWER, EDGE OF SANITY, PARADISE LOST, TIAMAT, BLIND GUARDIAN… FORSE CON QUESTI BRANI SIETE RIUSCITI A PORTARE QUALCHE RIFLETTORE SU DEI NOMI CHE IL PUBBLICO METALCORE PIÙ GIOVANE NON CONOSCEVA. UN PEZZO COME “BLACK TEARS” DEGLI EDGE OF SANITY, PER ESEMPIO, È NELLA SCALETTA DEI VOSTRI CONCERTI ORMAI DA TANTI ANNI. HAI MAI PARLATO CON DAN SWANÖ DI QUESTO?
– Sì, in verità siamo riusciti addirittura a suonarlo con Dan Swanö sul palco, al Summer Breeze festival in Germania: è salito come ospite per cantare con noi. Ed era molto, molto felice di questa cosa.
Io sorrido sempre quando qualcuno dice che quella è la miglior canzone degli Heaven Shall Burn, visto che è una cover di un’altra grande band. Ma sì, gli Edge of Sanity sono stati una band estremamente influente per me, soprattutto per quanto riguarda armonie e melodie.
Ancora oggi è una band molto sottovalutata. Forse perché non hanno suonato molto dal vivo, quindi non tantissime persone li conoscono, ma l’influenza è enorme su moltissime realtà. E anche il modo in cui mescolavano death metal e melodia era diverso rispetto alle band di Göteborg: vi era qualcosa di differente nel loro approccio alla melodia, forse perché Dan Swanö aveva un orecchio più vicino al progressive rock. E poi il suo ruolo come produttore: ha lavorato con Marduk, Dissection, Katatonia, una quantità enorme di gruppi, e la maggior parte delle persone non ha idea di quanto sia stato influente. Probabilmente è il ‘metal god’ più sottovalutato in circolazione.
AVETE MAI PENSATO DI LAVORARE CON LUI?
– In realtà ci pensiamo sempre. Ma il punto è che ormai abbiamo quel suono Heaven Shall Burn, e il produttore danese Tue Madsen in un certo senso lo ha creato insieme a noi. Se ci sedessimo con Dan Swanö, finiremmo per spingerlo verso la direzione di Madsen, e quindi non sarebbe davvero la stessa cosa.
Se invece avessi un progetto diverso, allora sicuramente in futuro vorrei farmi mixare qualcosa da Dan Swanö. È un piano a lungo termine per me.
PARLANDO SEMPRE DEI GRANDI SHOW E FESTIVAL IN GERMANIA: ORA SIETE UNA BAND DAVVERO AFFERMATA DA QUELLE PARTI. IL GRUPPO È DIVENTATO IL VOSTRO LAVORO A TEMPO PIENO? FATE QUESTO FULL-TIME OPPURE AVETE ANCORA ALTRO NELLA VITA? COME VIVETE OGGI GLI HEAVEN SHALL BURN?
– Non siamo una band professionista. Ci consideriamo ancora una band ‘amatoriale’. Questo infatti sarà l’unico tour dell’anno. Faremo qualche festival in estate, ma facciamo solo un tour all’anno, magari un mini-tour e qualche festival, e basta così. Ci sono band che fanno duecento concerti l’anno, noi forse ne facciamo trenta. E abbiamo tutti ancora il nostro lavoro.
Non per una questione economica: come dicevi, nell’Europa continentale facciamo da headliner e i grandi festival, quindi i soldi ci sono. Ma è che credo che insistendo nel tenere il gruppo sempre attivo ci bruceremmo. Andiamo avanti da quasi trent’anni e non voglio perdere di vista una certa visione romantica della nostra avventura. Io, per esempio, sono un ‘accademico’: lavoro all’università e per il dipartimento dell’ambiente in Germania, ed è qualcosa che mi piace molto. Quando sono alla scrivania o in biblioteca non vedo l’ora di salire sul tour bus e andare in tour; ma quando sono in tour da quattro settimane sono anche molto felice di tornare in biblioteca, fare ricerca, tenere lezioni agli studenti e così via. È un grande equilibrio, una sorta di stato di bilanciamento, con un lato della nostra vita che dà energia all’altro e viceversa. È uno stile di vita davvero equilibrato, ed è questo che ci fa andare avanti.
Essere headliner al Wacken e allo stesso tempo una band ‘amatoriale’ è per me una cosa fantastica, perché quando sei sul palco non stai facendo il trentesimo show consecutivo su cinquanta date: sei lì per quel weekend specifico e suoni quel concerto. Puoi dare il 150% e non solo il 100%, perché non devi pensare allo show del giorno dopo: il giorno dopo torni al lavoro, non a un altro concerto.
E la cosa davvero strana è che più una band diventa grande, più tempo libero in realtà hai, perché quando sei headliner non dipendi dagli orari degli altri: dici ai festival in che giorno vuoi suonare e così via. Questo rende molto più facile mantenere il proprio lavoro quando la band cresce.
E se ami il tuo lavoro, perché dovresti lasciarlo solo per la musica? Fare musica come hobby è molto più divertente che farla per vivere. Non sei obbligato a fare un album: lo pubblichi quando ne hai davvero voglia. Se guardi la nostra discografia, pubblichiamo solo quando lo sentiamo davvero, non perché qualche piano promozionale lo impone.

Artista: Heaven Shall Burn I Fotografo: Riccardo Plata I Data 19 febbraio 2023 I Venue: Alcatraz I Città: Milano
SECONDO TE QUANDO SIETE ARRIVATI AL PUNTO DI DIVENTARE UNA BAND COSÌ GRANDE E INFLUENTE, CAPACE DI FARE DA HEADLINER A FESTIVAL ENORMI? TI RICORDI COME È SUCCESSO? C’È STATO UN MOMENTO DI SVOLTA? È STATA SOLTANTO LA QUALITÀ DEGLI ALBUM? OPPURE IL PUBBLICO È DIVENTATO PIÙ RICETTIVO VERSO IL VOSTRO TIPO DI MUSICA? PERCHÉ, COME DICEVI, NON AVETE MAI FATTO CENTO DATE L’ANNO, SIETE SEMPRE STATI SELETTIVI. COME AVETE FATTO A DIVENTARE COSÌ GRANDI, SECONDO TE?
– Onestamente non ne ho idea. Questa è una cosa che dovreste scoprire voi che ci osservate da fuori. Ci penso spesso e non ho davvero una spiegazione. A un certo punto, specialmente nei paesi di lingua tedesca, Heaven Shall Burn è diventato qualcosa di più grande della musica stessa, forse anche per via della nostra attitudine politica e di tutto il resto.
In Germania ci sono tantissime persone che ascoltano o sostengono gli Heaven Shall Burn e che in realtà non sono più di tanto dentro al metal: ragazzi che ascoltano hip hop, punk, elettronica… fondamentalmente tutta la bolla alternativa segue gli Heaven Shall Burn. E se c’è una band metal che ascoltano, siamo noi. Molti di loro non solo per la musica, ma anche per la nostra attitudine, perché siamo ancora apertamente politicizzati e non ci interessa essere i beniamini di tutti.
Cerchiamo davvero di avere un’opinione, di prendere posizione, di parlare di certe cose. A molta gente questo piace, tanto che, come dicevo, molti dei nostri fan non provengono dalla scena metal. Questo vale soprattutto per i Paesi di lingua tedesca, dove siamo ovviamente più grandi. Credo che questa cosa sia iniziata intorno a “Iconoclast”.
Un altro fattore che, secondo me, ci ha aiutato molto è che con album molto solidi come “Antigone” e “Deaf To Our Prayers” siamo usciti in un periodo in cui si vendevano ancora molti dischi, ma allo stesso tempo stavano esplodendo MySpace e YouTube, e siamo cresciuti anche lì. Quindi abbiamo avuto numeri molto forti per quanto riguarda le vendite fisiche – siamo arrivati al numero uno nelle classifiche tedesche, che è una cosa folle – ma allo stesso tempo siamo entrati nella cosiddetta generazione internet. È stato un periodo molto fortunato per trovarsi in quella situazione ibrida.
Se ascolti una band in streaming, magari te ne dimentichi dopo un’ora. Ma se possiedi fisicamente un disco, il legame è molto più forte. E questo ti rende grande. Quindi in un certo senso abbiamo abbracciato entrambi i mondi: le radici old-school e il momento giusto con internet.
HAI UN ALBUM PREFERITO DELLA VOSTRA DISCOGRAFIA?
– Non direi un preferito, ma penso che il più importante sia stato “Antigone”, perché era il nostro terzo disco – quello del ‘o la va o la spacca’ – ed era il primo con una grande etichetta metal, la Century Media. Il fatto che abbia funzionato lo ha sicuramente portato a diventare una sorta di pietra miliare ai nostri occhi.
A livello strettamente musicale, il mio preferito resta forse “Whatever It May Take”, perché è uscito in un momento particolare della mia vita. Ci sono tanti bei ricordi legati a quel disco.
QUALI SONO I PIANI ADESSO? FINITE IL TOUR? STATE LAVORANDO A NUOVA MUSICA? HO APPREZZATO ANCHE IL TUO PROGETTO EXTERMINATION ORDER. FARETE ALTRO IN QUELLA DIREZIONE?
– Sì, ogni tanto mi siedo con Matthias, il nostro vecchio batterista, e suoniamo insieme. Ci sarà sicuramente nuovo materiale degli Extermination Order. È una cosa divertente, assolutamente. Mi piace sempre suonare death metal vecchio stampo e faremo altro con quel progetto.
Per quanto riguarda Heaven Shall Burn, scriviamo sempre nuova musica. Come dicevo, essendo una band per hobby, ci incontriamo una volta a settimana per divertimento, senza stress. Non siamo costantemente in tour, quindi c’è sempre qualcosa che ribolle.
Nel prossimo futuro faremo la stagione estiva dei festival, suoneremo in alcuni eventi più piccoli in Europa, in Francia e nell’Europa dell’Est. Non nei grandissimi festival quest’estate. E ci divertiremo con questi concerti. Poi magari in autunno intensificheremo un po’ la scrittura, così che il prossimo album possa essere all’orizzonte, si spera.
E STASERA SUONATE: FATE QUALCOSA DI PARTICOLARE PRIMA DI SALIRE SUL PALCO? AVETE QUALCHE RITO?
– No, non c’è un rituale preciso. Io sono il tipo che sta seduto nel backstage e aspetta che qualcuno urli il suo nome per salire sul palco. Di solito mi sento un po’ disorientato negli ambienti di produzione, nei cosiddetti backstage. Quindi no, nessun rituale vero e proprio. Ovviamente suoniamo un po’ insieme per scaldarci, ma non facciamo alcuna invocazione o sacrificio umano.

