HOODED MENACE – Requiem per un mostro

Pubblicato il 03/10/2025 da

Dal 2007, gli Hooded Menace rappresentano una delle presenze più solide e riconoscibili del panorama death-doom europeo. Nato in Finlandia, il gruppo guidato dal chitarrista (e un tempo cantante) Lasse Pyykkö, ha saputo ritagliarsi un’identità ben precisa mescolando la lentezza monolitica del doom con una verve mutuata dal death metal, arricchendo il tutto con linee melodiche spesso molto orecchiabili, capaci di conferire un carattere unico alle composizioni.
Nel corso della loro carriera, gli Hooded Menace hanno dato vita a un corpus di dischi coerente e in continua evoluzione, sempre fedele a una visione orrorifica e cinematografica di certo death-doom. Negli ultimi tempi, il repertorio del gruppo si è tuttavia distinto anche per l’attenzione meticolosa alle strutture, alle armonie e all’equilibrio tra pesantezza e melodia, aprendosi più che mai a influenze classic metal.
Il precedente “The Tritonus Bell” ha spinto parecchio su questa vena ottantiana e il nuovo “Lachrymose Monuments of Obscuration” ne riprende e amplia le coordinate, sottolineando ancora una volta la capacità della formazione di reinventarsi senza tradire le radici. Parliamo di questo e altro con il succitato leader del progetto.

IL VOSTRO NUOVO ALBUM “LACHRYMOSE MONUMENTS OF OBSCURATION” SEMBRA UNA PROSECUZIONE NATURALE DEL SUO PREDECESSORE, MA QUESTA VOLTA LE INFLUENZE CLASSIC METAL APPAIONO ANCORA PIÙ RAFFINATE E MEGLIO INTEGRATE. È STATO UN OBIETTIVO CONSAPEVOLE DURANTE LA FASE DI SCRITTURA?
– Sono felice che venga percepito così, grazie! Non direi che sia stata una scelta calcolata a tavolino, ma certamente ero ispirato ad andare ancora più a fondo nella direzione dell’heavy metal anni ’80. Per questo non mi ha sorpreso vedere come il materiale si sia sviluppato: era una traiettoria che avvertivo già dentro di me e che è venuta fuori in modo naturale. Non c’è stata pianificazione, ma un flusso creativo che ha semplicemente seguito quell’impulso.

QUESTA VOLTA CI AVETE MESSO UN PO’ PIÙ DEL SOLITO PER CONSEGNARE IL DISCO. PENSI CHE QUEL TEMPO EXTRA VI ABBIA PERMESSO DI CURARE MEGLIO LA SCRITTURA E GLI ARRANGIAMENTI?
– In realtà non c’è stata una ragione precisa, è semplicemente successo che l’album richiedesse più tempo del previsto. Credo che il motivo principale sia la vita stessa, con i suoi alti e bassi, che inevitabilmente si riflettono anche sul ritmo della creatività. Non mi sono mai sentito costretto a correre nella scrittura: non lavoriamo con una tabella di marcia prestabilita fino a quando non fissiamo lo studio. Solo a quel punto l’etichetta comincia a pianificare il resto. Prima, il processo segue i suoi tempi naturali, senza pressioni.

QUANTO CONTA LA PAZIENZA NEL PROCESSO CREATIVO DEGLI HOODED MENACE? AVETE MAI SENTITO LA PRESSIONE DI DOVER PUBBLICARE PIÙ VELOCEMENTE, O RITENETE CHE PRENDERSELA CON CALMA SIA PARTE INTEGRANTE DELL’IDENTITÀ DELLA BAND?
– Per noi è sempre stato un principio fondamentale: meglio la qualità che la quantità. Il mondo corre sempre più veloce, ma non abbiamo alcun bisogno di inseguirlo quando si tratta di scrivere musica. Un disco richiede il tempo che deve richiedere. Detto ciò, non credo che in questi diciotto anni siamo stati una band poco produttiva: il nostro percorso è stato costante e coerente, senza mai cadere nell’eccesso di pubblicazioni forzate, ma nemmeno nell’inattività.

LA VOSTRA MUSICA HA SEMPRE MANTENUTO UN EQUILIBRIO TRA DOOM, DEATH METAL E MELODIA. IN QUESTO NUOVO ALBUM LE SOTTOTRACCE HEAVY METAL SONO PARTICOLARMENTE EVIDENTI. VEDI QUESTA COME UNA DIREZIONE CHE CONTINUERETE AD ESPLORARE IN FUTURO?
– È assolutamente possibile. Con “The Tritonus Bell” ho avuto la sensazione che si fosse aperto un nuovo capitolo per noi. Mi sento ancora ispirato a scavare nei meandri del death e del doom, intrecciandoli con l’heavy metal degli anni ’80. Detto questo, non abbiamo ancora nuovi brani scritti, quindi sarà il tempo a dirci in che direzione ci muoveremo. Per ora, resta una strada che sento ancora stimolante.

QUANDO SI PARLA DELLA VENA CLASSIC METAL DEI VOSTRI ULTIMI LAVORI, SPESSO VIENE CITATO IL NOME DEI MERCYFUL FATE. SEI D’ACCORDO CON QUESTO ACCOSTAMENTO, O LO RITIENI SUPERFICIALE? OLTRE AI RIFERIMENTI PIÙ EVIDENTI, CI SONO ALTRE INFLUENZE – MUSICALI O MENO – CHE HANNO MODELLATO QUESTO DISCO MA CHE POTREBBERO SFUGGIRE ALL’ASCOLTATORE?
– I Mercyful Fate ci sono, certo, ma trovo che l’influenza di King Diamond in particolare sia ancora più palese. In generale, però, mi diverte sempre vedere quali connessioni la gente trova nella nostra musica, perché a volte ci sorprendono. Se dovessi citare influenze meno ovvie che hanno inciso su questo disco, direi “Somewhere in Time” degli Iron Maiden, la fase Tony Martin dei Black Sabbath – soprattutto “Headless Cross” e “Tyr” – e poi “Empire” e “Operation: Mindcrime” dei Queensrÿche. Aggiungerei persino i Van Halen dell’era Hagar: sono un fan del particolare timbro chitarristico che Eddie aveva in quel periodo, e quel tipo di suono ci ha ispirati nell’approccio alle chitarre.
Sul versante doom, vorrei nominare i Solitude Aeturnus e i Memento Mori, che hanno saputo innestare elementi thrash e power nel loro doom metal. E infine, una fonte di ispirazione meno evidente ma reale è stato l’hair metal: Dokken, Ratt, Whitesnake e simili hanno influenzato molto il mio modo di suonare la chitarra, anche se non è qualcosa che si percepisce in maniera diretta.

IL TITOLO DELL’ALBUM, “LACHRYMOSE MONUMENTS OF OBSCURATION”, EVOCA ALLO STESSO TEMPO SOLENNITÀ E MALINCONIA. QUALI TEMI O IMMAGINI LO HANNO ISPIRATO?
– È legato al lutto, al dolore e a ciò che resta sconosciuto, avvolto nelle ombre. Ma non vogliamo dare troppe spiegazioni: è più stimolante lasciare che chi ascolta interpreti liberamente. Cento interpretazioni diverse sono molto più interessanti di una sola ‘ufficiale’.

AVETE DECISO DI NON SUONARE PIÙ DAL VIVO, UNA SCELTA CORAGGIOSA PER UNA BAND CHE A UN CERTO PUNTO SI STAVA DAVVERO FACENDO UN NOME. IN CHE MODO QUESTA DECISIONE HA INFLUENZATO LA VOSTRA MENTALITÀ COME MUSICISTI E IL MODO DI SCRIVERE? DIRESTI CHE L’ASSENZA DEI CONCERTI VI HA PERMESSO DI CONCENTRARVI TOTALMENTE SULL’ATMOSFERA E SULLA SCRITTURA, SENZA PREOCCUPARVI DI COME I BRANI FUNZIONEREBBERO SUL PALCO?
– Quando scrivo non penso mai a come un brano potrebbe rendere dal vivo. Non sacrificherei mai la creatività sull’altare del live show. Ho sempre amato più i dischi che i concerti, persino gli album dal vivo li ho sempre preferiti all’esperienza diretta. Per questo non comprometterei mai nulla in fase di scrittura per renderlo ‘suonabile’ dal vivo.
Si possono sempre adattare i pezzi per il palco, o semplicemente scegliere quelli che funzionano meglio. Al momento è irrealistico pensare che gli Hooded Menace tornino a esibirsi dal vivo, anche se non mi piace mai dire ‘mai’. Ma, onestamente, non ci conterei.

ASCOLTANDO IL NUOVO MATERIALE, ALCUNI BRANI RISULTANO PARTICOLARMENTE ENERGICI E VIBRANTI, AL PUNTO DA SEMBRARE PERFETTI PER UN CONTESTO LIVE. QUESTO NON VI FA MAI VENIRE LA TENTAZIONE DI RICONSIDERARE LA VOSTRA POSIZIONE SUI CONCERTI?
– No, non direi. Anzi, sarebbe ancora più facile rovinare dal vivo questi brani nuovi, che sono più complessi rispetto a quelli vecchi (ride, ndr)!

UN MOMENTO SORPRENDENTE DEL DISCO È LA VOSTRA COVER DI “SAVE A PRAYER” DEI DURAN DURAN. COME È NATA L’IDEA? LA RESA FINALE È AFFASCINANTE: CON LA RIELABORAZIONE METALLICA SEMBRA QUASI UN PEZZO CHE AVREBBERO POTUTO SCRIVERE I PARADISE LOST.
– Grazie! I Duran Duran sono una mia vecchia passione, e ho un debole particolare per “Rio”, l’album che contiene “Save a Prayer”. Da ragazzino prendevo di nascosto la cassetta di mia sorella maggiore e la ascoltavo in continuazione nella mia stanza.
All’epoca ero già immerso nel metal e non volevo che lei – o chiunque altro – scoprisse quanto mi piacesse quella band pop new wave (ride, ndr)! Col tempo i Duran Duran sono rimasti con me, e a un certo punto ho iniziato a pensare a come sarebbe stato reinterpretarli con gli Hooded Menace. “Save a Prayer” ha una forte vena malinconica, quindi immaginavo che potesse adattarsi bene al nostro stile, soprattutto facendo suonare alle chitarre soliste le linee vocali in alcuni passaggi.
Capisco il riferimento ai Paradise Lost: il risultato suona davvero come un brano perduto di “Icon”! Inizialmente ero titubante proprio per questo motivo, pensavo quasi che dovessero farlo loro, non noi (ride, ndr)! Alla fine sono contento di aver seguito l’istinto: la nostra versione è forgiata nel metal ma conserva intatta la riconoscibilità dell’originale.

GUARDANDO ALLA VOSTRA DISCOGRAFIA ORMAI PIUTTOSTO AMPIA, C’È UN ALBUM CHE SENTI PARTICOLARMENTE SOTTOVALUTATO O TRASCURATO RISPETTO AGLI ALTRI?
– Non saprei… forse direi che “Darkness Drips Forth” ed “Effigies of Evil” ricevono meno attenzioni rispetto ad altri lavori. Tuttavia, ad essere sinceri, io stesso li riascolto un po’ meno degli altri, pur rimanendo soddisfatto del risultato. Ogni disco ha avuto un ruolo importante nella nostra storia, anche quelli meno celebrati.

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