HUMATOR – La maledizione del faraone

Pubblicato il 26/04/2022 da

Oltre duemila chilometri: è la distanza che intercorre tra la località di Giardinello, nel palermitano, e quella di Sandhausen, sita nel sud-ovest della Germania. Cosa si cela dietro questo legame? Molto semplice: era il 2010 quando il batterista Piero Geloso e il chitarrista Raimondo Caltagirone presero armi e bagagli, lasciando la terra natia per raggiungere la zona dell’alto Reno. Motivi personali che portarono con sé anche la passione per la musica, per il death metal classico e diretto, e che gli permise di dare alle stampe un primo lavoro, “Memories From The Abyss” del 2009, che raccolse diversi pareri positivi. Una strada tortuosa quella degli Humator i quali, dopo anni di silenzio, sono tornati a premere il tasto più pesante come dimostra l’ultimo “Curse Of The Pharaoh”, rilasciato lo scorso febbraio. Ne abbiamo parlato proprio con uno dei fondatori della band, Piero Geloso. Buona lettura!

 

CIAO RAGAZZI E BENVENUTI SULLE PAGINE DI METALITALIA.COM. LA PRIMA DOMANDA E’ D’OBBLIGO: CHE FINE AVEVATE FATTO?
– Ciao intanto grazie mille per l’intervista e… Mi aspettavo questa domanda, ma non subito (ride, ndr). Purtroppo non è stato facile ripartire. Diciamo che non eravamo scomparsi; siamo stati fuori dalla scena metal più che altro perché non eravamo al completo a livello di line-up e quindi per quanto riguarda la questione live eravamo bloccati. In compenso abbiamo creato tanti brani.

FACCIAMO UN SALTO INDIETRO NEL TEMPO: DOPO L’ESORDIO CON “MEMORIES FROM THE ABYSS” VI SIETE TRASFERITI IN GERMANIA. COSA VI HA PORTATO A COMPIERE QUESTA SCELTA?
– Si esatto: subito dopo l’uscita di “Memories…” ci siamo trasferiti (Piero Geloso e Raimondo ‘Ray’ Caltagirone, ndr) in Germania per lavoro… Ecco spiegato il motivo del perché si sono perse le nostre tracce (risate, ndr).

ED E’ PROPRIO IN GERMANIA CHE GLI HUMATOR HANNO TROVATO LA LORO STABILITA’: POTETE QUINDI PRESENTARCI LA BAND?
– Allora, era il 2009 quando ci siamo trasferiti e devo ammettere che abbiamo avuto serie difficoltà a trovare nuovi componenti. Fortunatamente, dopo un paio d’anni, è entrato a far parte della band il chitarrista Antonino Durante, anch’egli siciliano, e da lì in poi abbiamo iniziato a creare nuovi brani. Tuttavia, la situazione rimaneva critica in quanto non riuscivamo a trovare un cantante e un bassista. Ma alla fine la tenacia è stata ripagata e dopo varie ricerche sono entrati Michael Bach come cantante e Simon Moch al basso.

A PROPOSITO, COSA SIGNIFICA HUMATOR? PERCHE’ QUESTO MONICKER?
– La parola ‘humator‘ deriva dal latino e significa seppellitore. Per quanto riguarda la sua nascita, abbiamo preso spunto dall’album “Memories From The Abyss”, da un’idea dell’ex bassista Francesco Petruso.

SONO PASSATI TREDICI ANNI DAL VOSTRO PRIMO ALBUM: QUANDO AVETE PENSATO E QUINDI INIZIATO A LAVORARE PER IL NUOVO DISCO?
– Quattordici, se consideri anche il nostro primissimo lavoro “Anger Castle” del 2008. Sì, hai ragione, è passato davvero tanto tempo e dietro questo silenzio ci sono fin troppi motivi; come dicevo prima non è stato per nulla semplice.

PASSIAMO ALLORA ALL’ALBUM: “CURSE OF THE PHARAOH”, UN TITOLO CHE RIMANDA SUBITO AL FASCINO DELL’ANTICO EGITTO. DA DOVE E’ NATA L’IDEA DI UNA TEMATICA SIMILE?
– Volevamo solo un album che non avesse troppi cliché. L’antico Egitto non è così fortemente rappresentato nel death metal, a parte i grandi Nile. E ne abbiamo anche ricavato un album fantasy invece di trattare testi troppo accuratamente storici.

A TAL PROPOSITO, AFFRONTANDO UN TEMA COSI’ VASTO E RICCO DI EPISODI, INSIEME A TUTTE LE SUE LEGGENDE, SONO NATI PRIMA I RIFF DEI VARI PEZZI OPPURE I CONCETTI AI QUALI POI AGGANCIARE L’IMPIANTO STRUMENTALE?
– Diciamo che il tutto è nato dai riff, e da lì abbiamo notato che alcune sonorità portavano l’orecchio a quel sound che evoca scenari egiziani. Da qui abbiamo approfondito il tutto, arrivando al risultato che hai potuto ascoltare.

LA VOSTRA CAPACITA’ DI COSTRUIRE UNA FORMULA VINCENTE E COMPLETA DI UN DEATH METAL MIXATO TRA IL PASSATO E IL PRESENTE DEL GENERE APPARE EVIDENTE IN OGNI SINGOLO PEZZO. QUALI SONO LE VOSTRE INFLUENZE?
– La nostra formula vincente è tutto quello che sentiamo in quel periodo di tempo: se siamo incazzati creiamo cose incazzate oppure se siamo… (ci pensa, ndr) No siamo sempre incazzati (ride, ndr)! A parte gli scherzi, ascoltiamo dal doom dei My Dying Bride al death brutale degli Archspire!

COME SIETE QUINDI RIUSCITI A CONIUGARE L’OLD-SCHOOL CON LE FORME PIU’ MODERNE, SENZA RIMANERE TROPPO ANCORATI AL PASSATO E NEL CONTEMPO A NON ESSERE TROPPO ‘ SPERIMENTALI’?
– Sinceramente non lo sappiamo (risate, ndr)… penso che col passare del tempo si cresca anche da un punto di vista musicale; le tendenze cambiano e quindi, senza volerlo, vai a modificare il tuo DNA; credo sia una cosa naturale.

POTETE DIRCI QUALCOSA IN PIU’ IN MERITO ALLA COVER DEL NUOVO ALBUM?
– La copertina è stata creata in collaborazione con Hand Rot Art. Volevamo qualcosa che a prima vista ricordasse l’Egitto, ma che fosse anche mistico e mostrasse il nostro “Cursed Pharaoh”, ispirato ovviamente alla titletrack dell’album, che parla di un faraone maledetto intrappolato nella sua piramide. L’interno dell’artwork lo ha creato invece il nostro amico Ross Piazza dei Unfathomable Ruination.

HUMATOR, UN RISULTATO VINCENTE MADE IN ITALIA E GERMANIA: COME GIUDICATE QUESTO CONNUBIO?
– Fino ad ora ha funzionato! Certo, c’è da dire che non è stato voluto: una volta che ci siamo trasferiti una soluzione si doveva trovare e quindi ci siamo ‘italtedeschizzati’. Si puo’ dire? (Risate, ndr) Ho inventato una parola nuova!

AVENDO, SINO A QUESTO MOMENTO (l’intervista si è svolta nel mese di febbraio, poco prima della pubblicazione di “Curse Of The Pharaoh”) SOLO UN ALBUM A DISPOSIZIONE, COME SI SONO SVOLTE LE ATTIVITA’ LIVE? CHE PIANI AVETE PER IL PROSSIMO FUTURO?
– Le attività live dopo tanti sacrifici non sono andate così male: abbiamo suonato con i Dearborn, Abrasive, Soulburn, con i grandi Antropofagus, i Devangelic e altri. Per il futuro…no comment, ma speriamo bene!

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