HYPERION – Mondi lontani e civiltà aliene

Pubblicato il 20/03/2026 da

In dieci anni di attività, gli Hyperion si sono costruiti una credibilità notevole all’interno della scena metal underground, grazie ad album di ottimo livello, a un percorso di crescita evidente e a un immaginario narrativo che si affida alla fantascienza per aggiungere qualcosa in più rispetto ai luoghi comuni tipici dei testi heavy metal.
Il loro più recente lavoro, “Cybergenesis”, ci ha particolarmente colpito, grazie a una maggiore maturità di scrittura e a una line-up rinnovata che sembra aver dato un’ulteriore spinta in avanti alla formazione bolognese. Non è soltanto un passo avanti sul piano musicale, ma anche un vero concept album, sviluppato attorno a una storia che intreccia invasioni aliene, tecnologia e perdita dell’identità umana, con un immaginario che richiama tanto la fantascienza letteraria quanto certe atmosfere da B-movie anni Ottanta.
Il loro heavy metal è sì tradizionale e ancorato alle coordinate più classiche del genere, ma riesce comunque a suonare vivo e attuale, senza limitarsi a replicare modelli del passato: un risultato che deriva anche dall’entusiasmo della nuova formazione e dall’ingresso del cantante Max Morelli, elementi che sembrano aver rafforzato la coesione della band e la spinta creativa del progetto.
Abbiamo quindi raggiunto il chitarrista e fondatore della band, Davide Cotti, per approfondire con lui il percorso degli Hyperion, i cambiamenti che hanno portato alla nascita di “Cybergenesis” e le prospettive che si aprono per il futuro.

CIAO DAVIDE, BENVENUTO SULLE NOSTRE PAGINE. INIZIAMO QUEST’INTERVISTA PROPRIO DAL NUOVO ALBUM, CHE A NOSTRO PARERE RAPPRESENTA UN PASSO AVANTI RISPETTO A QUANTO FATTO FINORA DAGLI HYPERION. È UNA SENSAZIONE CHE CONDIVIDI? COME TI SEI MOSSO PER LA COMPOSIZIONE DI QUESTO NUOVO CAPITOLO DELLA BAND?
– Ciao, e grazie mille per l’apprezzamento a “Cybergenesis”. Anche noi sentiamo questo disco come un passo avanti rispetto al passato. Credo che la formazione rinnovata abbia portato una ventata di energia ed entusiasmo che ha influenzato ogni aspetto della band, dalla scrittura, alle prove, fino al suono complessivo. È come se ci fossimo ritrovati con una carica nuova e con la voglia di spingerci un po’ più in là, restando saldi alle nostre radici ma cercando di rendere il tutto più coeso e coinvolgente.
Un’altra novità per noi è stata la decisone di realizzare un concept album. Siamo partiti dai testi e dalla struttura generale della storia, e solo dopo abbiamo costruito la musica attorno a quelle idee. Questo ha cambiato il nostro approccio alla composizione: ogni brano doveva avere un senso preciso nello sviluppo della narrativa. È stata una sfida interessante, e penso che il risultato finale ne abbia beneficiato.

SEI RIMASTO L’UNICO MEMBRO DELLA VECCHIA FORMAZIONE: RICOSTRUIRE LA BAND DA ZERO È STATA PIÙ UNA NECESSITÀ O UNA SCELTA PER SEGUIRE UNA VISIONE ARTISTICA SPECIFICA?
– Direi senza dubbio più una necessità: gli avvicendamenti di formazione non sono avvenuti tutti insieme, ma si sono succeduti gradualmente nel corso degli anni. Non c’è mai stato un ‘reset’ della band: semplicemente, nel tempo è stato necessario sostituire membri che avevano deciso di smettere o perchè avevano perso entusiasmo, o perchè per motivi personali come lavoro e famiglia non riuscivano più a dedicare alla band il tempo e l’energia necessari.
Quando si parla di realtà underground, specialmente in una nicchia come l’heavy metal tradizionale, è chiaro che non ci siano ritorni economici e che tutto vada avanti solo per passione. Questo a volte rende difficile mantenere una formazione stabile a lungo, e può capitare che qualcuno prima o poi decida di fare un passo indietro per una questione di priorità.
Proprio per questo, ogni volta che si riesce a raggiungere un obiettivo concreto come pubblicare un album, per me è già quasi un piccolo miracolo. Ed è anche per questo che oggi sento di far parte di una formazione che condivide la mia stessa visione, la stessa ‘fame’ e la stessa passione necessaria per portare avanti gli Hyperion nel lungo periodo.

QUESTO È IL PRIMO ALBUM CON MAX ALLA VOCE, QUANTO IL SUO ARRIVO HA INCISO SUL PERCORSO DELLA BAND?
– Senza dubbio l’arrivo di Max ha portato una nuova ventata di energia ed entusiasmo, che abbiamo sentito fin da subito sia a livello umano che musicale. Quando abbiamo iniziato a cercare un nuovo cantante, non volevamo necessariamente un clone di Michelangelo (Carano, ndr), ma qualcuno con una voce e un’attitudine che si sposassero con il nostro sound. Max ha una palette espressiva diversa e molto varia, e per questo ci siamo presi un po’ di tempo per conoscerne bene la voce, capirne i punti di forza e imparare a sfruttarli al meglio.

MUSICALMENTE VOI PORTATE AVANTI UN DISCORSO MOLTO CLASSICO, CHE HA RADICI FORTI. COSA SIGNIFICA PER TE SUONARE IN UNO STILE CHE HA GIÀ ESPRESSO TANTI CAPOLAVORI NEL PASSATO? E’ UNA SFIDA CHE TI ESALTA O A VOLTE TI SEMBRA CHE SIA IMPOSSIBILE TENERE IL PASSO CON I GRANDI NOMI DEGLI ANNI OTTANTA, AD ESEMPIO?
– In realtà non l’ho mai vista davvero sotto questo aspetto, è una domanda molto interessante. Cosa significa suonare heavy metal oggi? Non so se riesco a dare una risposta del tutto razionale, perché per me è come una necessità che nasce ‘di pancia’: so solo che, se non lo facessi, sentirei che mi manca qualcosa.
Sono ovviamente consapevole del peso della storia e dei capolavori che questo genere ha espresso, soprattutto negli anni Ottanta. Quei dischi sono il motivo per cui molti di noi hanno iniziato a suonare, e il rispetto per quella tradizione è fondamentale. Ma non la vivo come una competizione o come il tentativo di tenere il passo con i grandi del passato: hanno scritto la storia in un contesto troppo diverso dal nostro presente.
Con gli Hyperion cerchiamo semplicemente di portare avanti quello spirito in modo onesto, senza rincorrere mode o forzare soluzioni che non ci appartengono. Suoniamo heavy metal tradizionale perché è il linguaggio musicale che ci viene più naturale. Se questa attitudine arriva all’ascoltatore, soprattutto a chi ama questa musica quanto noi, allora forse ha senso farlo anche oggi.

“CYBERGENESIS” È UN CONCEPT ALBUM FANTASCIENTIFICO E IL NOME STESSO DELLA BAND RICHIAMA UN CLASSICO DELLA FANTASCIENZA (“HYPERION” DI DAN SIMMONS, AUTORE SCOMPARSO PROPRIO POCO DOPO LA REALIZZAZIONE DI QUESTA INTERVISTA). E’ UN GENERE IMPORTANTE NELLA TUA FORMAZIONE?
– Sì, alla grande! La fantascienza, soprattutto come genere letterario, mi ha sempre affascinato ed è qualcosa che mi porto dietro da molto tempo. Già da bambino restavo incantato davanti a vecchi film come “La guerra dei mondi” (quello degli anni ’50) o “L’invasione degli ultracorpi”: storie che magari allora non capivo fino in fondo, ma che mi lasciavano un forte senso di curiosità e inquietudine.
Crescendo ho scoperto autori come Philip K. Dick e William Gibson, e lì mi si è aperto un mondo. Ho sempre trovato affascinante il modo in cui la fantascienza riesca a farci riflettere sui timori e sulle opportunità di un mondo che cambia rapidamente, usando spesso il futuro come specchio del presente.
Per me, che sono cresciuto tra gli ’80 e i ’90, vedere oggi realizzate cose che un tempo sembravano pura fantasia come l’avvento dell’intelligenza artificiale fa abbastanza impressione. Ti rendi conto di quanto questi autori siano stati lucidi nell’intuire non solo le tecnologie del futuro, ma anche i problemi e le domande che avrebbero portato con sé. Ed è anche questo tipo di riflessione che ci ha spinto a esplorare certe tematiche in “Cybergenesis”.

QUALI SONO I CINQUE LIBRI DI FANTASCIENZA CHE FARESTI LEGGERE AD UN NOVELLO LETTORE?
– La risposta facile sarebbe dire “Hyperion” di Dan Simmons (e ovviamente tutto il relativo ciclo) visto il nome della band, ma non so se lo consiglierei come primissima lettura a chi si avvicina alla fantascienza. Se dovessi scegliere cinque titoli per iniziare, il primo sarebbe sicuramente “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di Philip K. Dick, che ovviamente scoprii dopo aver visto “Blade Runner”.
Poi direi “Neuromante” di William Gibson, base di tutto l’immaginario cyberpunk e ancora oggi incredibilmente attuale. Di Asimov consiglierei “Io, Robot”, che tratta temi come intelligenza artificiale ed etica delle macchine. Un altro titolo a cui sono molto legato è “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, una dura riflessione sulla società, il conformismo e la perdita del pensiero critico. Come quinto libro sceglierei “La fine dell’infanzia” di Arthur C. Clarke, un grande classico sul contatto con una civiltà aliena superiore che mette in discussione libertà e identità umana.
Se allarghiamo il discorso ai fumetti, altra mia grande passione, consiglierei senza dubbio le opere di Moebius, “Akira” di Otomo e “Ghost in the Shell”, per me fondamentali quanto molti romanzi più blasonati.

PARLANDO INVECE DELLA STORIA CHE ANIMA “CYBERGENESIS”, TI VA DI SINTETIZZARCI GLI ASPETTI PRINCIPALI DELLA STORIA?
– “Cybergenesis” racconta una storia incentrata sulla perdita e sulla riconquista dell’identità umana. Sullo sfondo c’è un’invasione aliena guidata da una mente alveare, che riduce l’umanità in schiavitù e la trasforma in qualcosa di funzionale e controllabile attraverso la tecnologia.
La trama in sè forse è solo un pretesto per parlare di tematiche più complicate: il rapporto tra individuo e sistema, il controllo esercitato dalla tecnologia e la paura di perdere ciò che ci rende umani. La ribellione che emerge non è solo fisica, ma anche interiore, ed esprime il rifiuto di diventare parte indistinta di una massa o di una mente collettiva.
Detto questo, il feeling generale che abbiamo cercato per l’album è più immediato, diretto, sicuramente ispirato dalle atmosfere da B-movie anni ’80: film con poco budget, tanta azione ed esplosioni, dove temi complessi vengono affiancati ad avventura e senso del mistero. Credo che questo mix rappresenti bene il mio background e dia a “Cybergenesis” una dimensione che unisce riflessione e divertimento, senza togliere profondità alla storia.

A QUESTO PUNTO, PROSEGUIAMO IL GIOCO E DICCI INVECE CINQUE DISCHI FONDAMENTALI PER LA TUA CRESCITA COME MUSICISTA.
– Questa è sempre la domanda più difficile, senza dubbio! La mia formazione musicale parte sicuramente dal metal inglese, dischi come “Killers” degli Iron Maiden (il primo album che abbia mai comprato), “Screaming For Vengeance” dei Judas Priest e l’omonimo degli Angel Witch sono stati fondamentali per farmi innamorare di questo genere e per formare il mio modo di pensare la musica.
Col passare degli anni ho poi iniziato ad avvicinarmi sempre di più anche alla scena americana, scoprendo band come i Crimson Glory (il primo album è incredibile), o album come “The Dark” dei Metal Church o “Nosferatu” degli Helstar. Tutti questi album, in modi diversi, hanno lasciato un segno profondo sul mio approccio alla scrittura, sia a livello di riff che di strutture e atmosfera. Ma ce ne sarebbero tantissimi altri (non ho neanche citato i Manowar che sono fondamentali), è veramente difficile sceglierne solo cinque!

DA ITALIANO COME VEDI LA SITUAZIONE DELLA TUA BAND IN RELAZIONE AL NOSTRO PAESE? CI SONO DELLE SITUAZIONI IN CUI TI SENTI OSTACOLATO, TROVANDOTI A PENSARE A QUANTO SAREBBE PIÙ FACILE SE FOSSI TEDESCO O SVEDESE?
– Onestamente non so come sia la situazione per le band all’estero, forse in alcuni paesi il metal tradizionale ha un pubblico più vasto e consolidato, e questo di sicuro aiuta tutta la scena. Da noi, invece, capita spesso che la nostra musica venga apprezzata più all’estero che in Italia. Forse noi italiani a volte pecchiamo un po’ di esterofilia: si tende a dare più spazio o attenzione a ciò che viene da fuori, anche quando invece ci sono tantissime band italiane spettacolari che meriterebbero più opportunità e riconoscimento.

ABBIAMO APPREZZATO IL FATTO CHE PER IL DISCO ABBIATE SCELTO UNA COPERTINA CURATA E FATTA DA UN ARTISTA E NON DALL’IA. COME VEDI QUESTA RIVOLUZIONE? E’ QUALCOSA CHE TEMI O LA VEDI COME UN’OPPORTUNITÀ?
– Secondo me, come tutti i grandi progressi scientifici, l’IA può portare sia grandi benefici (ad esempio in campo medico o scientifico) che grandi danni, quindi è una tecnologia che va usata con coscienza. Credo anche che sia giusto che esistano forme di regolamentazione, soprattutto in un ambito così nuovo e con un potenziale enorme.
Quando però parliamo di arte, e in particolare di musica, tutto si riduce a una questione di buon gusto. Lavorare mesi per produrre quaranta/cinquanta minuti di musica e poi appiccicarci sopra un artwork generato in pochi secondi con un prompt, secondo me, è una mancanza di rispetto verso i fan e anche se stessi.
Per “Cybergenesis” abbiamo scelto di affidarci a un artista in carne e ossa, capace di ricreare le atmosfere che volevamo trasmettere con la musica. Il lavoro di Ryan T. Hancock ci è piaciuto così tanto che Frank, il nostro batterista, ha persino acquistato la tela originale! Per noi era fondamentale che l’artwork fosse una parte viva del progetto, non qualcosa di aggiunto all’ultimo minuto, così come è stato per noi quando compravamo i dischi leggendari del passato e restavamo affascinati per ore ad ammirarne le copertine.

HO VISTO CHE AVETE DA POCO FESTEGGIATO IL DECENNALE DELLA BAND, QUAL È STATO IL MOMENTO PIÙ ASSURDO CHE TI È CAPITATO COME MUSICISTA IN QUESTI DIECI ANNI?
– Se devo pensare al momento più assurdo o comunque memorabile negli ultimi dieci anni, direi che uno dei più belli è stato quando a un nostro concerto di qualche anno fa è venuto un padre con suo figlio, che aveva appena compiuto diciassette anni. Come regalo di compleanno, il ragazzo aveva chiesto di poterci vedere dal vivo. Vedere l’entusiasmo di quel ragazzo ci ha ricordato quanto sia bello riuscire a trasmettere la passione per questa musica anche alle nuove generazioni.

INFINE, PARLANDO DEL FUTURO, COSA POSSIAMO ASPETTARCI ORA DAGLI HYPERION? 
– Per il futuro prossimo, la prima grande novità è che finalmente porteremo “Cybergenesis dal vivo”! Il nostro obiettivo è dare un seguito a questo album in tempi più brevi rispetto al passato: non vogliamo far passare altri sei anni prima di un nuovo disco. Seguiteci su Facebook e Instagram perchè stiamo per annunciare alcune grandi notizie!
Un grande grazie per questa intervista e un saluto a tutti i lettori: ci vediamo sotto al palco, alla prossima!

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