IL VUOTO – Annegare nella solitudine

Pubblicato il 27/04/2019 da

Nello sterminato panorama di one-man band sparse per il pianeta, ci siamo imbattuti quest’anno in una realtà che non arriva da qualche posto sperduto fra gli Appalachi, l’Ontario, la Siberia o qualsiasi altra località remota vi possa venire in mente. No, qua siamo ben più vicini alla nostra percezione, perchè Il Vuoto è un progetto che nasce e vive nel piacentino. Le sue sonorità, invece, riecheggiano di un sentire comune a chiunque preferisca rifugiarsi in se stesso piuttosto che buttarsi nel mondo esterno. Ha un carattere estremamente intimo e legato a un sentire individuale, non mediato dall’altrui percezione, il secondo album de Il Vuoto, intitolato azzeccatamente “Vastness”. Seguito del più claustrofobico “Weakness”, mette in risalto il poliedrico talento del suo autore Teo, bravo nel dipanare note lente e grevi in uno stile che parte dal funeral doom per incamerare sinfonie, drone, attimi acustici, andamenti progressive. Un piccolo gioiello, come si usa dire in questi casi, uno di quegli album inclassificabili e che non possono che provenire da un musicista dalla sensibilità particolare, lontano dai trend di mercato e dagli ascolti più diffusi. Siamo andati a conoscerlo, ricavandone una conversazione interessante e approfondita.

“VASTNESS” TIENE FEDE NEI CONTENUTI AL SUO TITOLO: IL FLUIRE DELLA MUSICA RICHIAMA APPUNTO UN’IDEA DI IMMENSITÀ, SPAZI FISICI E MENTALI SCONFINATI. IL TEMA DELLA TRISTEZZA VIENE AFFRONTATO NON SOLO TRAMITE SONORITÀ PESANTI E OPPRIMENTI, MA TENDENDO A MELODIE STRUGGENTI E A VOLTE LUMINOSE. CON QUALE OTTICA TI SEI POSTO PER SVISCERARE TEMATICHE CARE AL FUNERAL DOOM, CHE PER SUA NATURA NON GUARDA CERTO AL LATO POSITIVO DELL’ESISTENZA?
– Di certo “Vastness” non è un disco positivo, né tantomeno luminoso. Però concordo con quanto dici: sparsi per il disco ci sono infatti sprazzi di luce e melodie più ariose. La ragione di questa scelta deriva in parte dal mio gusto musicale: non amo la musica senza melodia, c’è qualche rara eccezione (vedi Sunn O))) ), ma in genere mi annoio se non riesco a seguire un filo conduttore durante l’ascolto di un brano. Questo si riflette nelle mie composizioni. Inoltre “Vastness”, lo si capisce già dal titolo, è un disco che parla sì di dolore, ma in modo diverso dal suo predecessore, “Weakness”. Quest’ultimo era pensato per essere un disco ruvido e claustrofobico, più orientato verso la sfera della depressione personale. Mentre “Vastness”, appunto “Vastità” in italiano, vuole trattare di dolore da una prospettiva più ampia e universale del termine. Per questo, l’inclusione di melodie più struggenti (e meno cupe) penso possano conferire un senso di sconfinatezza alla percezione del disco.

MUSICALMENTE IL DISCO PASSA ATTRAVERSO GENERI MOLTO DIVERSI E HANNO PARTICOLARE RISALTO LE CHITARRE ACUSTICHE. ADDIRITTURA IN “WEAKNESS” HANNO LA PREPONDERANZA NEL TESSUTO SONORO. SI VANNO A TOCCARE REGISTRI NEOFOLK O CARI AI PRIMI OPETH. DA COSA DERIVA QUESTO TUO AMORE PER LE CHITARRE ACUSTICHE E COME PENSI SI POSSANO INTEGRARE EFFICACEMENTE AL METAL ESTREMO?
– Hai già risposto parzialmente alla domanda (risate, ndR)! Adoro gli Opeth, sono da sempre fonte di grande ispirazione per tutte le mie composizioni; se poi uniamo anche l’amore per Mournful Congregation (che hanno sempre inserito almeno un gran bel brano acustico in ogni loro lavoro), il cocktail è completo. Devo anche ammettere però che ho attraversato un periodo dove il neofolk vero e proprio, quello di Sonne Hagal, Sol Invictus, ROME, ha rappresentato buona parte dei miei ascolti. Detto ciò, sono anche convinto che a volte (più spesso di quanto possa sembrare) la chitarra acustica sia uno strumento incredibilmente più intimo ed espressivo di qualsiasi chitarra elettrica o distorta.

SI NOTA ANCHE UNO SNODARSI DEI PEZZI ALLA MANIERA DI UNA SOUNDTRACK CINEMATOGRAFICA, COME ACCADE IN “HER FRAGILE LIMBS”. SUCCEDE CHE TI VENGANO IN MENTE CERTE IMMAGINI E ACCADIMENTI, IN SEQUENZA, MENTRE COMPONI UN BRANO, E CHE CIÒ SI RIFLETTA NELLA SUA STRUTTURA E NEGLI ARRANGIAMENTI?
– No, in genere non mi succede. Preferisco rimanere ancorato al lato musicale delle composizioni. Però se è vero che l’eccezione conferma la regola, allora è anche vero che questa correlazione tra musica e immagine può avvenire. In “Her Fragile Limbs” mi sono ispirato a un fatto di cronaca vera, italiana, dove una ragazzina ha deciso di buttarsi da un balconcino perché a scuola veniva derisa e sfottuta dai compagni. Non so dirti il perché, ma quando ho sentito la notizia alla radio ne sono rimasto molto colpito, quasi scosso. Mi trovavo al lavoro e ho immediatamente dovuto interrompere quello che stavo facendo per scrivere il testo. In questo caso si, le immagini che mi scorrevano davanti agli occhi erano chiare, nitide e seguivano un ordine ben preciso. In questo caso non ho potuto fare a meno di adattare il componimento allo svolgersi della ‘storia’ che si era sviluppata nella mia testa.

NOTEVOLE A MIO AVVISO LA PERFORMANCE VOCALE, CHE INDUGIA SPESSO IN UN MORMORARE CONTEMPLATIVO DI GRANDE EFFETTO. PERCHÉ UTILIZZI COSÌ SPESSO QUESTO CANTATO RECITATO E CHE TIPO DI STATO D’ANIMO TI TRASMETTE?
– Ti ringrazio, non essendo io un cantante mi fa molto piacere sentirtelo dire. Venendo alla domanda: ho optato per questo tipo di voce perché in un disco che vuole andare a raccontare di dolore e tristezza (e depressione, se vogliamo) non avrei saputo come altro fare. Voglio dire, non so se ti è mai capitato di essere triste, estremamente triste, tanto da non aver nemmeno voglia di parlare, in quei casi di certo non ti verrebbe in mente di cantare. Probabilmente le parole ti uscirebbero strascicate invece, quasi a fatica, con un tono monotono e sofferto. Questo è più o meno quello che ho voluto esprimere. Certo, poi c’è il growl, ma quello è più adatto per esprimere odio o collera, piuttosto che mero dolore. Ci tengo a precisare però che non ho inventato niente, ma piuttosto mi sono lasciato ispirare da quello che già facevano i Monumentum, cercando di interpretarlo a modo mio.

“VASTNESS” È UN ALBUM EMANANTE UN TANGIBILE SENSO DI SOLITUDINE. DA DOVE DERIVA QUESTO SENTIMENTO, QUALI ESPERIENZE PERSONALI LO HANNO ISPIRATO?
– Sono un solitario, semplice! Chiaro, non è che non abbia amici o persone care, al contrario, però diciamo che apprezzo molto lo stare da solo con me stesso. Essendo “Vastness” un album concepito e nato in solitudine, che emana solitudine, dovrebbe anche essere fruito in solitudine.

L’ISPIRAZIONE È QUALCOSA CHE TI VIENE SOLO DA DENTRO, DAI TUOI STATI D’ANIMO, OPPURE VI SONO MOLTE INFLUENZE ESTERNE, DELL’AMBIENTE GEOGRAFICO, CULTURALE E UMANO CHE TI CIRCONDA, CHE HANNO PLASMATO SUONI E PAROLE DI “VASTNESS”?
– L’influenza più grande per me è sempre stata la musica. Quando un artista produce qualcosa che mi piace in modo viscerale allora devo farlo mio, e in qualche modo ‘riprodurlo’ secondo la mia sensibilità.Per quanto riguarda le liriche, invece, trovo molta ispirazione da film, libri e perché no, anche da fumetti: sono un gran estimatore di Dylan Dog.

SENTENDO IL DISCO, LE INFLUENZE PERCEPITE VANNO DAL DEATH-DOOM INGLESE NOVANTIANO, AL FUNERAL DOOM AMERICANO DI EVOKEN ED EA, FINO ALLE ATMOSFERE IMPALPABILI DEI PRIMI THE HOWLING VOID. TU DA DOVE PARTIRESTI, PER DARE PUNTI DI RIFERIMENTO A CHI NON CONOSCE LA MUSICA DE IL VUOTO?
– Non saprei, onestamente non sono un grande fruitore di musica doom tout-court. Anzi, il doom classico non mi interessa, ma tendo a essere attratto solo dall’accezione più estrema di questo genere, cioè il funeral. Diciamo che ne ascolto una manciata di gruppi, ma questi pochi li amo alla follia. In ambito doom cerco di ispirarmi molto, come già citato sopra, ai nostrani Monumentum, Mournful Congregation e Shape of Despair. Fuori da questi tre le mie conoscenze sono scarse. Ascolto e apprezzo Ea e The Howling Void, ma non credo li inserirei nelle mie influenze principali. Piuttosto mi sento più affine e influenzato da band come Opeth e Anathema, anche se probabilmente il mio sound non lo rispecchia troppo.

QUANTO TEMPO HA RICHIESTO LA LAVORAZIONE DEL DISCO? COSA COMPORTA DOVER OCCUPARSI IN PRIMA PERSONA DI TUTTI GLI STRUMENTI E DI OGNI ALTRO ASPETTO CONNESSO ALLA BAND?
– Ormai non lo ricordo nemmeno più (risate, ndR)! Sicuramente è parecchio che ci sto lavorando. Ricordo che il primo brano scritto per “Vastness”, “V: The Fifth Nail”, l’ho composto più o meno nello stesso periodo in cui ho concluso il mio album di debutto, “Weakness”. Quindi, ‘spannometricamente’, ti direi che mi ci è voluto da metà 2015 fino a metà 2018 per scrivere, incidere e produrre tutti i brani del disco. Per me è una benedizione lavorare da solo. Lavoro con i miei tempi, senza pressioni e sono l’unico colpevole se qualcosa va storto. Davvero, non saprei come comportarmi dovendo lavorare con qualcun altro.

“VASTNESS” ESCE PER HYPNOTIC DIRGE, UNA CASA DISCOGRAFICA CANADESE IMPEGNATA A PROMUOVERE BAND UNDERGROUND DALLA FORTE IMPRONTA MALINCONICA, CHE PASSANO IN RASSEGNA DIVERSE SFUMATURE DI SONORITÀ DOOM E BLACK METAL ATMOSFERICO. COME SEI ARRIVATO A COLLABORARE CON LORO E COSA PENSI POSSA PORTARE DI POSITIVO PER IL VUOTO QUESTA UNIONE DI FORZE CON HYPNOTIC DIRGE?
– Ho collaborato per la prima volta con Nic (il boss di Hypnotic Dirge) l’anno scorso per l’uscita dello split tra Chiral (il mio progetto black metal) e Ah Ciliz. Abbiamo scelto questa etichetta perché uno dei membri dell’altra band aveva già collaborato con loro e riteneva essere una buona opportunità portare anche lo split sotto la loro ‘bandiera’. Sono rimasto in buoni rapporti con Nic e proporgli di rilasciare “Vastness” è stata una naturale conseguenza della nostra ‘amicizia digitale’. Hypnotic Dirge è un’etichetta seria e il suo gestore è preciso e affidabile e si da un gran da fare per promuovere le sue uscite e le band che collaborano con lui (cosa davvero non scontata!). E a me questo basta. In passato ho collaborato con altre realtà discografiche ma nessuno mi ha mai dimostrato solo metà della serietà e passione che Nic mette nelle sue uscite. Parliamoci chiaro, a questi livelli nessuno (né io né le label) lo fa per soldi, però rispetto e professionalità non devono mai venire a mancare.

A CHI È RIVOLTO UN DISCO COME “VASTNESS”? CHI PENSI POSSA CAPIRLO E APPREZZARLO APPIENO?
– I solitari… Seriamente, credo che sia un disco per gente con una mentalità musicale aperta, anche perché, altrimenti, il funeral doom rimane un genere ostico da digerire. Caratteristica che, fortunatamente, si riscontra spessissimo negli ascoltatori di musica estrema. In ogni caso, penso possa essere adatto a chi voglia qualcosa di introspettivo e gli piaccia lasciarsi trasportare lentamente dalla musica.

QUALI SONO LE CONTIGUITÀ E LE DIFFERENZE FRA IL VUOTO E IL TUO PROGETTO BLACK METAL, CHIRAL?
– Ormai non lo so più. All’epoca del primo album de Il Vuoto ti avrei detto che quest’ultimo era improntato su suoni noise, lenti e pieni di chitarre distortissime. Ma poi, con “Vastness”, è arrivata l’inclusione di tantissime chitarre acustiche e molte atmosfere; parallelamente, con gli ultimi lavori di Chiral sono stati inclusi elementi a tratti ambient e noise, parti recitate e alcuni pezzi più lenti. Forse, la cosa che distingue veramente i due progetti ora è l’intenzione di fondo. Nel primo, Il Vuoto, voglio creare qualcosa di opprimente e prettamente ancorato alla tristezza, che possa trasportare l’ascoltatore negli anfratti più cupi della sua anima. Con Chiral, invece, l’idea è di creare qualcosa di maestoso e allo stesso tempo malinconico. In ogni caso, con quest’ultimo cerco di pormi anche meno paletti in fase compositiva, quando invece, con Il Vuoto, se supero i 60 bpm il brano viene scartato a priori (risate, ndR).

CHI SONO PERSONALMENTE I TUOI ‘EROI’ UNDERGROUND, MUSICISTI CHE SINGOLARMENTE HANNO INFLUENZATO IL TUO MODO DI INTENDERE E INTERPRETARE LA MUSICA E VEDI TUTT’ORA COME DEI PUNTI DI RIFERIMENTO?
– Eroi, nel senso stretto del termine, direi di no… Però ci sono davvero un sacco di musicisti underground che stimo e apprezzo (e a volte invidio un po’). I primi che mi vengono in mente sono i seguenti:

Woman is The Earth, non si sono mai fatti prendere dai social e sono sempre rimasti nell’ombra, ma hanno prodotto una manciata di album davvero di altissimo livello.

Terra Deep, one-man band dall’Oregon, underground estremo: ha scritto uno degli album black metal a me più cari, “Inamorata”. Non è il meglio prodotto, non è il meglio suonato e nemmeno il più originale, però ha quel qualcosa che non si può descrivere a parole ma che si può capire solo ascoltandolo.

Lydmor, è una cantante e produttrice danese che non ha niente a che fare con il metal, però da sola sta facendo davvero grandi passi nella scena musicale elettronica ed è uscita qualche mese fa con un album che fa sognare.

Infine i We Lost the Sea, sono un validissimo collettivo australiano, dedito a creare un post-rock sognante e cinematico. Per me sono un po’ come degli eroi, perché vorrei essere in grado di creare melodie e atmosfere intense come le loro!

Però se c’è qualcuno, nell’underground, che è stato davvero capace di cambiare la mia prospettiva per il metal estremo quello è Lustre. Credo che non serva aggiungere altro.

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