È sempre un piacere parlare con un musicista come Rob Vigna, factotum instancabile di quel monumento death metal che risponde al nome di Immolation.
Un esempio non solo di visione e talento, come dimostrato da una discografia solidissima che ha da poco trovato in “Descent” l’ennesima aggiunta eccellente, ma anche di umiltà e amore sempiterno per il genere; un legame che, nel caso del chitarrista di Rochester, diventa davvero un qualcosa di epidermico e assoluto, una spinta interiore in grado di guidarne i passi come se fossimo ancora negli anni Novanta, nel pieno del suo entusiasmo giovanile.
Bob non è qui per timbrare il cartellino o pagarsi le bollette (sebbene è chiaro come la band, nel frattempo, sia diventata la sua fonte di reddito), ma per esprimersi realmente, e questo aspetto non manca mai di emergere ogniqualvolta capiti di intervistarlo…
INNANZITUTTO, CONGRATULAZIONI PER “DESCENT”. COME LO VEDI RISPETTO AGLI ULTIMI DUE LAVORI E DOVE SI COLLOCA, SECONDO TE, NELL’INTERA STORIA DEL GRUPPO?
– Personalmente ne sono entusiasta: credo sia una delle cose migliori che abbiamo mai fatto. Amo tutto ciò che abbiamo realizzato in passato, e penso che questo nuovo capitolo si sposi alla perfezione con il nostro vecchio materiale.
È senza dubbio uno dei nostri apici creativi: le sensazioni che mi trasmette, sia a livello musicale che per quanto riguarda testi e produzione, sono fantastiche.
Anche l’aspetto visivo è curatissimo: Eliran Kantor ha fatto un lavoro incredibile con l’artwork, così come Santiago Jaramillo per le illustrazioni all’interno del booklet. Avere tra le mani il nostro dodicesimo disco in quasi quarant’anni di carriera e sentire che suona così solido, esserne così orgogliosi… beh, è una bellissima sensazione.
HO AVVERTITO UN TOCCO BLACK METAL IN ALCUNE PARTI DEL DISCO. ERA QUALCOSA CHE AVEVI IN MENTE FIN DAL PRINCIPIO O È EMERSO NATURALMENTE DURANTE LA SCRITTURA?
– È venuto fuori in modo del tutto spontaneo. Credo che quell’elemento sia sempre stato lì, un feeling che aleggia tra certi riff e in certi passaggi. Non c’è nulla di calcolato a tavolino: non ci diciamo mai “Ok, stavolta puntiamo su questo o quello”. Semplicemente mi siedo davanti al computer con la chitarra e inizio a scrivere. Se un riff mi convince, lo registro, imposto una base di batteria e lo butto in timeline. Poi vado avanti. Non cerchiamo un suono predeterminato: seguiamo l’ispirazione e andiamo ovunque ci porti una buona canzone.
VOLEVO CHIEDERTI DELLE BACKING VOCALS SU ALCUNE TRACCE. C’È DI NUOVO DAN LILKER, COME SU “ACTS OF GOD”?
– Sì, è assolutamente lui! Troverai il suo nome nei crediti del disco fisico. Danny (ex bassista di Anthrax e Nuclear Assault, ndr) è stato così gentile da darci una mano su un paio di passaggi. Lui ama la band e noi amiamo lui; come noi, è un enorme appassionato di black metal e di tutto ciò che è oscuro.
Gli avevamo già chiesto di collaborare sul disco precedente e abbiamo voluto bissare. Se la scorsa volta aveva solo una piccola parte, stavolta il suo contributo è più corposo e presente su due tracce, inclusa la title-track. Ross (Dolan, cantante, ndr) aveva in mente un paio di punti specifici: all’inizio volevamo coinvolgerlo solo nel finale di un brano, ma poi Ross ha avuto un’altra idea e abbiamo capito che sarebbe stato perfetto.
È venuto qui in studio a Rochester, visto che vive in zona, e ha letteralmente spaccato su quelle parti. È stato fantastico averlo di nuovo con noi.
ANCHE DOPO TUTTI QUESTI ANNI, IL SUONO DEGLI IMMOLATION RIESCE A RISULTARE FRESCO E ACCATTIVANTE. QUALI SONO LE SFIDE PIÙ GRANDI PER EVITARE DI RIPETERSI CONTINUAMENTE?
– La chiave è la pura passione per la musica: amiamo profondamente ciò che facciamo. Vogliamo creare qualcosa che piaccia prima di tutto a noi e, quando chiudiamo un pezzo, dobbiamo essere certi che sia esattamente come lo volevamo. Certo, col tempo è diventato più difficile perché abbiamo scritto tantissimi brani.
La sfida vera è non ripetersi. Ovviamente la nostra musica suona ‘Immolation’ – ogni band ha il suo stile distintivo – ma non vogliamo certo scrivere un passaggio che è la fotocopia di un pezzo di dieci anni fa.
È l’unica cosa che mi preoccupa davvero. Di solito, se ho dei dubbi, Ross o Alex (Boux, chitarrista, ndr) capiscono subito se c’è qualcosa di troppo simile al passato. Ma la voglia di scrivere roba nuova vince sempre: quando finisci un disco e lo riascolti pensi: “Wow, questi siamo noi, ma in una versione inedita”. L’entusiasmo è ciò che ci permette di mantenere questo standard.
DI RECENTE AVETE PUBBLICATO UNA BIOGRAFIA CHE RIPERCORRE I VOSTRI TRENT’ANNI DI STORIA. QUALI RICORDI SONO RIAFFIORATI DURANTE LA STESURA DEL LIBRO?
– È stato un viaggio incredibile. Kevin Stewart-Panko è un nostro caro amico e ha fatto un lavoro fantastico insieme ad Albert Mudrian di Decibel. Hanno intervistato un sacco di gente: noi, Steve (Shalaty, batterista, ndr), ma anche molte figure interne all’industria.
Per noi è stato bellissimo fare questo tuffo nel passato e ripercorrere così tanti anni. Magari non siamo riusciti a metterci proprio tutto, ma i punti cardine ci sono. La cosa più bella del libro, secondo me, è che pur parlando di noi, descrive bene come vivevano quasi tutte le band tra gli anni ’80 e ’90: il tape trading, le lettere scritte a mano, le fanzine cartacee… è lo spaccato di un’epoca che non c’è più.
LE BAND DI NEW YORK HANNO SEMPRE AVUTO UN SUONO DISTINTIVO. PENSO A VOI, AGLI INCANTATION, AI MORTICIAN, AI SUFFOCATION… PERCHÉ SECONDO TE QUELLA ZONA HA PRODOTTO FORMAZIONI CON UN’IDENTITÀ COSÌ FORTE?
– A New York succedeva di tutto, specialmente in quegli anni. Qualsiasi band internazionale passasse per gli Stati Uniti faceva tappa fissa qui. Abbiamo avuto la fortuna di vivere esperienze e ascoltare musica da tutto il mondo che in altre parti del paese non arrivava nemmeno.
In quel periodo, la scena hardcore era enorme e molte band hanno fuso thrash e hardcore creando qualcosa di ancora più estremo.
Noi, per esempio, siamo stati influenzati molto dall’Europa: i primi Kreator, i Destruction, i Sepultura degli inizi, ma anche Iron Maiden e Judas Priest. Il nostro suono è diventato ‘diverso’ proprio perché guardavamo fuori dai confini nazionali. Mentre molti, con l’esplosione del death metal, puntavano tutto sulla brutalità e sulla pesantezza estrema, noi siamo sempre rimasti legati all’atmosfera e alle sonorità più sinistre.
DA SEMPRE, FAN E CRITICA LODANO LA VOSTRA COSTANZA DISCOGRAFICA. SENTI LA PRESSIONE DI DOVER MANTENERE QUESTO STANDARD O È UN PROCESSO NATURALE?
– Viene naturale, ma l’obiettivo resta sempre quello di fare un buon lavoro. La pressione c’è, perché sai che i fan si aspettano tanto. Io dico sempre che vali quanto il tuo ultimo disco. Poiché amiamo alla follia questa musica, siamo abbastanza sicuri che se un pezzo convince noi, piacerà anche a chi ci segue.
La vera pressione, semmai, emerge nel processo creativo. Scrivere può essere frustrante: ci sono momenti in cui mi siedo con la chitarra e mi trovo davanti a un muro. Ma continuo a spingere, a cercare la quadratura del cerchio.
Può essere un lavoro lungo e faticoso, ma quando il disco è finito, lo ascolti con la produzione definitiva e ne sei entusiasta… beh, quel risultato ripaga ogni sforzo.
TROVO CHE QUESTO ALBUM SIA UNO DEI MIGLIORI DELLA VOSTRA CARRIERA…
– La pensiamo esattamente così anche noi. Ovviamente amiamo i nostri esordi, ma sento che stiamo migliorando costantemente. Troverai sempre quello che dice: “No, il migliore è il primo disco, o la demo”, ognuno ha la sua opinione o è legato affettivamente a un periodo.
Ma come musicisti e come band, sento che siamo nel momento migliore della nostra storia. Scriviamo meglio, siamo più affiatati. Mi piace dove siamo ora e non vorrei tornare indietro a nessun’altra epoca. Penso che stiamo facendo il miglior lavoro della nostra vita.
TU E ROSS SIETE IL CUORE DI QUESTA BAND DA DECENNI. AL DI LÀ DEL BUSINESS, COME SI È EVOLUTA LA VOSTRA RELAZIONE E QUAL È IL SEGRETO DI UN’AMICIZIA COSÌ LUNGA?
– Credo che, come in ogni amicizia, la base sia il rispetto reciproco. Abbiamo tantissimo in comune e le nostre famiglie sono molto unite. Steve e Alex vivono lontano (in Ohio e Virginia), mentre io e Ross siamo a Rochester, e cerchiamo di vederci appena possibile.
Quando siamo insieme, con tutta la band, è sempre un momento speciale: ci divertiamo, amiamo stare in compagnia l’uno dell’altro. Devi voler bene alle persone con cui lavori, altrimenti non può funzionare a lungo. Ci supportiamo a vicenda nelle sfide della vita e questo ci permette di continuare a fare musica al meglio delle nostre possibilità.
MOLTE BAND ATTUALI (COME ULCERATE, DEAD CONGREGATION, BLOOD INCANTATION) VI CITANO SEMPRE COME INFLUENZA PRIMARIA. TI SENTI UN PO’ COME UN ‘PADRINO’ PER QUESTA NUOVA ONDATA DI DEATH METAL OSCURO E DISSONANTE?
– (Ride, ndr) Non saprei, noi facciamo solo quello che sappiamo fare. Se qualcuno ha tratto ispirazione da noi, è fantastico.
Band come i Blood Incantation sono eccezionali, hanno creato qualcosa di unico.
Per quanto mi riguarda, si tratta solo di prendere le proprie influenze e trasformarle: io stesso sono ispirato da questi ragazzi, li abbiamo visti recentemente in tour e sono incredibili. Per me è tutto relativo, non ci sentiamo affatto dei ‘padrini’, siamo solo felici di far parte di tutto questo.




