IN MALICE’S WAKE – Uomini di poca fede

Pubblicato il 11/02/2021 da

Da discreti outsider e poco più, gli australiani In Malice’s Wake se ne sono usciti nel 2020 con un album thrash di quelli da far drizzare le antenne. Accentuate torbidezza e malvagità del suono, declinata l’ottima tecnica già in possesso verso partiture brutali travalicanti nel death metal, i quattro di Melbourne hanno spinto alle estreme conseguenze quanto di buono era già presente in “Light Upon The Wicked”. Così, “The Blindness Of Faith”, inserendosi nella scia dei più recenti Testament e dei ferali Warbringer degli ultimi album, si è distinto come una delle migliori uscite in campo thrash della scorsa annata. Un compendio di furia, voglie luciferine e complessità che ci ha proprio convinto e ha portato ora sulle nostre pagine i pensieri del cantante/chitarrista Shaun Farrugia, appassionato nelle risposte come lo è quando canta e suona la sua chitarra.


GIUNTI AL QUARTO ALBUM, SEMBRA CHE ABBIATE TROVATO LA VOSTRA IDEA DI THRASH, FONENDOLO CON IL DEATH E SUONANDO IN MODO TECNICO MA IMMEDIATO. COME AVETE EVOLUTO IL VOSTRO SOUND, DAL THRASH MELODICO DI “ETERNAL NIGHTFALL” FINO ALLA BRUTALITÀ DELL’ULTIMO “THE BLINDNESS OF FAITH”?
– Il nostro suono si è evoluto di pari passo ai nostri ascolti. Quando abbiamo iniziato a suonare assieme, ascoltavamo molto roba come Dark Tranquillity, Opeth e altre band con un alto tasso di melodia nella loro musica. Ciò andava a combinarsi con il nostro amore per Testament e band affini. Così siamo approdati al sound di “Eternal Nightfall”. Successivamente, mi sono immerso in cose più estreme e cupe, avvicinandomi ad Angelcorpse, Morbid Angel, Vital Remains, Napalm Death, Deicide, i primi Slayer e mi sono allontanato da generi come il death melodico. Questo mutamento nelle influenze si è trasmesso alla musica degli In Malice’s Wake, così come gli avvicendamenti nella line-up hanno spostato il suono verso quello che è oggi. Ora in effetti mischiamo thrash e death metal, con una forte attenzione a melodie cupe e allo sprigionare una forte aggressività.

IL VOSTRO STILE ABBRACCIA UN FORTE SENSO DI EPOS, IN UN MODO NON MOLTO DISTANTE DA QUELLO DEI TESTAMENT DEGLI ULTIMI ALBUM E ALLE ULTIME USCITE DEI WARBRINGER. PERCHÈ AVETE INTRODOTTO QUEST’IDEA DI EPICITÀ, CHE RICHIAMA QUALCOSA DI SOVRANNATURALE E ALLO STESSO TEMPO DI CRUDELE E ATROCE?
– Mi piace quella sensazione di avvertire cupezza e presenza malvage scaturire dalla nostra musica, specialmente quando la musica si concentra sul lato più cupo dell’umanità e gli orrori associati alle religioni organizzate. L’utilizzo di sample, effetti, scale soliste lugubri, melodie di un certo tipo, oltre che certe immagini nell’artwork, mirano a suscitare quel particolare feeling oscuro che vogliamo possegga la nostra musica.

QUANDO COMPONETE UNA NUOVA CANZONE, QUALE PENSI SIA L’ASPETTO PIÙ IMPORTANTE DA TENERE IN CONSIDERAZIONE? DA DOVE PARTITE, PER REALIZZARE UNA TRACCIA NELLA FORMA CHE VI SODDISFA?
– Le nostre canzoni partono sempre dai riff, di solito la composizione inizia con qualche sperimentazione che compio da solo con la mia chitarra, finchè non pervengo a un riff che suoni eccitante, che mi dica qualcosa. Quando lo ottengo, cerco di costruirci attorno una struttura. Quando metto assieme abbastanza ingredienti che mi pare possano dialogare tra di loro e stiano bene assieme, li propongo al resto della band e ci lavoriamo sopra tutti quanti. Una buona canzone necessita di ottimi riff, grandi strutture e dinamiche e deve farsi ricordare, deve avere una sua forza, una sua solidità, presa in sè e per sè, fuori dal contesto dell’album in cui è inserita

PENSO CHE “THE BLINDNESS OF FAITH” SIA IL VOSTRO MIGLIOR DISCO, RAPPRESENTANTE UN GROSSO MIGLIORAMENTO ANCHE RISPETTO A “LIGHT UPON THE WICKED”. AVETE MIGLIORATO LE VOSTRE CARATTERISTICHE SONORE GIÀ PRESENTI CINQUE ANNI FA, ORA SVILUPPATE IN MODO PIÙ COMPIUTO. SECONDO TE, SOTTO QUALI ASPETTI SIETE CRESCIUTI MAGGIORMENTE?
– Ti ringrazio, penso siamo riusciti a progredire su un sentiero simile a quello del precedente disco, che suonava simile nelle atmosfere e nelle caratteristiche sonore. Con il nuovo disco, sono particolarmente contento dei testi, vi è un concept coeso alla base e siamo riusciti a portarlo avanti con continuità dalla prima all’ultima traccia. Penso che abbiamo sperimentato con i ritmi e sotto questo punto di vista si sentono cose molto interessanti soprattutto nella seconda metà della tracklist. Il songwriting è maturo e si esprime nel senso di oscurità che caratterizza l’album nella sua interezza. Volevamo che tale sensazione fosse dominante in “The Blindness Of Faith” e il risultato finale ci soddisfa appieno.

NEL CORSO DI “THE BLINDNESS OF FAITH” POSSIAMO ASCOLTARE CANZONI ABBASTANZA LUNGHE, DIVISE IN MOLTE SEZIONI AL LORO INTERNO, ELABORATE NELLE STRUTTURE. PENSO ALLA TITLETRACK, “HOUSES OF GOD”, “GEHENNA”. POSSIAMO CHE DIRE CHE AVETE TENTATO, E CI SIETE RIUSCITI, DI CREARE CANZONI CHE INCROCIASSERO DIVERSI STILI, MIXANDO COSÌ IL THRASH CON L’HEAVY METAL, IL BLACK E IL DEATH. DA DOVE AVETE TRATTO ISPIRAZIONE PER QUESTI PEZZI COSÌ RICCHI E VARIEGATI?
– Vero, abbiamo sperimentato parecchio nelle canzoni citate. Non siamo partiti con un piano predeterminato, l’assemblaggio dei pezzi è scaturito in modo molto naturale. Di buono c’è che non ci poniamo alcun vincolo, non abbiamo restrizioni quando scriviamo nuova musica. Quando ci siamo accorti che diverse sezioni si incastravano bene l’una con l’altra, è nata “Houses Of God”. “Gehenna” invece è un mix di sezioni scritte da me e altre da Leigh (Bartley, chitarrista solista, ndR), fatto atipico per noi… Eppure suona molto bene quella canzone! Mark (Farrugia, ndR), il nostro batterista, è la forza trainante che ha portato “Unbound Sinful Light” ad essere così black metal, sulla scia di alcune atmosfere dei Bathory, in un certo senso. In questo caso, abbiamo provato a scrivere una ‘killer song’ dal passo molto più lento di quello adottato di solito. Gli altri ragazzi della band sono molto bravi a comporre e mi piace molto come interagiamo e riusciamo a creare canzoni fantasiose, ma che posseggano il marchio degli In Malice’s Wake.

MI SONO PIACIUTE TUTTE LE VOSTRE SINGOLE PERFORMANCE STRUMENTALI SU “THE BLINDNESS OF FAITH”, MA SE DOVESSI CITARE UNO STRUMENTO CHE MI HA COLPITO PIÙ DEGLI ALTRI, SAREBBE LA BATTERIA, SUONATA IN STILE DEATH METAL, PIÙ CHE THRASH. MOLTO TECNICA, A VOLTE GROOVY, SEMPRE MOLTO POTENTE. CHE RUOLO HA LA BATTERIA NELLA VOSTRA MUSICA? PERCHÈ PREFERITE PER QUESTO STRUMENTO UN APPROCCIO VICINO A QUELLO DEL DEATH METAL?
– Anche se conosco bene le sue qualità, sono rimasto impressionato dalle partiture di batteria di Mark su “The Blindness Of Faith”. È un interprete molto potente, ma quello che lo distingue è l’inventiva, è creativo nel disegnare i pattern di batteria. Si ispira molto a Dave Lombardo, è lui il suo batterista di riferimento, in particolare per la versatilità del suo modo di suonare. A Mark non piace suonare in modalità ‘standard’, cerca sempre di innovare il suo stile e di essere interessante, pur mettendosi al servizio della musica. È un grande fan di hard rock, death e black metal, oltre che del thrash, di ogni stile che gli piace prova a prendere qualcosa da inserire in quello che suona, sempre che sia funzionale al pezzo. L’influenza del death è determinante nel nostro suono, ha un’importanza vitale nei nostri ultimi dischi.

I TESTI SI CONCENTRANO SULLA RELIGIONE E LE SUE DISTORSIONI. C’È UNA SPECIFICA RAGIONE CHE VI HA GUIDATO A FOCALIZZARVI SU QUESTO TEMA? LE LIRICHE, PER VOI, SONO SOLO QUALCOSA CHE DEVE STAR BENE CON LA MUSICA, OPPURE RIVESTONO UNA FORTE IMPORTANZA?
– Abbiamo toccato questo tipo di tematiche già nel disco precedente e mi sono accorto che l’argomento ci affascinava. Noi come band ci concentriamo sul lato oscuro della natura umana, quanto ha provocato la religione nel corso della storia è fonte infinita di ispirazione per i nostri testi. Sebbene ritenga l’avere fede, da un punto di vista strettamente personale, qualcosa di molto bello, l’isteria e la follia prodotte da grandi gruppi di persone che condividono febbrilmente una convinzione, come se fosse indiscutibile, è stata causa per secoli e secoli di innumerevoli atrocità.

UNO DEI MAGGIORI MIGLIORAMENTI COMPIUTI NEGLI ANNI RIGUARDA LE LINEE VOCALI, ORA MOLTO DISTINTIVE, NÈ PROPRIAMENTE LEGATE AL THRASH, NÈ UN GROWL PROPRIAMENTE DETTO. OTTIME ANCHE LE METRICHE, METTONO PRESSIONE E IL PIGLIO È SEMPRE AGGRESSIVO E MINACCIOSO. COME SEI RIUSCITO A VEICOLARE QUESTA SENSAZIONE DI COSTANTE MINACCIA?
– Questo tipo di cantato è cresciuto con me, col progredire dello stile degli In Malice’s Wake. Da quando abbiamo modificato l’accordatura di chitarra in drop D per “Light Upon The Wicked”, mi è venuto naturale cantare in questa maniera, a metà strada tra il thrash e il death. Mi piace pensare molto al fraseggio e alle dinamiche, in modo che le metriche si adattino alla canzone e diano un ulteriore senso di potenza. Sovrapponiamo due volte le stesse linee vocali sui nostri album, quindi andiamo ad aggiungere qua e là qualche growl, urlo, effetto. Insomma, come per altri strumenti, ci piace variare e sperimentare, a volte inserendo qualcosa che sia un po’ folle. In “Houses of God” hai probabilmente le soluzioni più estreme del disco, mi piace come è venuta fuori.

CHE COSA SIGNIFICA PER VOI SUONARE EXTREME METAL? COME VI SIETE AVVICINATI A QUESTO TIPO DI MUSICA E COME SONO CAMBIATI I VOSTRI GUSTI MUSICALI NEL CORSO DEGLI ANNI?
– Suonare, scrivere e ascoltare extreme metal rappresenta una delle parti più importanti della mia vita fin da quando ho sedici anni. Ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta i Metallica, il mio stupore nell’ascoltare la voce di James Hetfield (e si trattava di “Reload”, che tu lo creda o no!). Un mio cugino possedeva una chitarra elettrica, quel suono per me era magico, sentirlo mi colpiva nel profondo. Prima di allora, non avevo mai sentito nulla di simile. Pensai che avrei dovuto imparare a suonare quello strumento, era diventata una necessità assoluta per me. Lo ricordo ancora adesso come uno dei momenti più importanti della mia vita, quello che ha fatto sì che mi buttassi nel mondo del metal estremo. Ora, sono circa vent’anni che faccio parte dell’ambiente come musicista. Le mie preferenze musicali si sono rivolte verso sonorità sempre più pesanti e cupe, così come si è evoluta in questa direzione la proposta degli In Malice’s Wake. Ascolto diversi sottogeneri metal, a volte mi piace variare con qualcosa di più leggero, come le colonne sonore – in questo periodo ascolto molto quella de “Il Signore Degli Anelli” – I Pink Floyd, Creedence, Clutch, Led Zeppelin, Dropkick Murphys… Mi dedico spesso anche ai classici, Slayer su tutti. Sì, il metal estremo rappresenta una parte enorme della mia vita e mi ha portato a una gran quantità di amicizie, esperienze e gioie incredibili!

PROVENIRE DALL’AUSTRALIA POTREBBE ESSERE VISTA COME UNA PENALIZZAZIONE, VISTA LA LONTANANZA DAL CUORE DELLA SCENA MUSICALE INTERNAZIONALE. AVETE PERCEPITO QUESTA SENSAZIONE, QUELLA DI ESSERE ‘FUORI DAL MONDO’ RISPETTO AI METAL FAN EUROPEI E AMERICANI? OPPURE PENSI CHE CI SIANO ANCHE DEI VANTAGGI, AD ARRIVARE DA UNA SCENA COSÌ GEOGRAFICAMENTE ISOLATA DALLE ALTRE?
– La ritengo una barriera, una forte barriera, ogni tipo di viaggio è lungo e costoso. Nonostante ciò, in Australia ci sono tantissime band di qualità e anche nel resto del mondo ci sono estimatori della nostra scena musicale. Internet è stato di grande aiuto nell’aiutarci a divulgare quello che viene suonato dalle nostre parti, a portarci più facilmente sul mercato internazionale.

COME ULTIMA DOMANDA, VORREI CHIEDERTI PERCHÈ AVETE SCELTO DI CHIAMARVI IN MALICE’S WAKE: A QUALE TIPO DI ‘MALVAGITÀ’ FATE RIFERIMENTO?
– La parola ‘malice’ è un riferimento al lato malvagio di ognuno di noi ed è una parte fondamentale di ciò che ci rende umani. Il nome è un riferimento all’essere lasciati indietro dopo che il male della natura umana ha fatto il suo corso – fosse la rovina di una catastrofe nucleare, il cambiamento climatico, la guerra – o uno qualsiasi degli altri modi in cui potremmo finire per distruggere noi stessi e tutto il mondo.

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