I Jester Majesty si sono affacciati sul vasto panorama metal internazionale sul finire dello scorso anno. L’hanno fatto con una ricetta sonora a cui non si dedicano in molti, e già per questo motivo i presupposti potevano essere rilevanti: un progressive/thrash metal dai riferimenti colti, interpretato guardando al meglio che la scena techno-thrash e techno-death ha prodotto a cavallo di anni ’80 e ’90, con una spruzzata di progressive novantiano. Non esattamente un genere dalle mille uscite al mese, anche se da diverse parti del globo queste commistioni, da qualche anno, riescono ad avere un seguito, dei talentuosi discepoli che osano mettersi alla prova in questo campo.
I Jester Majesty, inoltre, sono un duo tutto italiano, piemontese, guidato dal talentuoso chitarrista/bassista/cantante Alessandro Gargivolo: un musicista con le idee già belle chiare e molta ambizione a guidarlo, capace nell’esordio “Infinite Measure, Finite Existence”, coadiuvato da Erymanthon Seth a chitarra solista e tastiere, di giungere a un’ottima sintesi tra note avveniristiche e la forza propulsiva che il thrash, anche nella sua dimensione più complessa e raffinata, deve possedere.
Eccoci allora a cercare di avere qualche informazione aggiuntiva su come è nato il progetto e quello che vuole cercare di esprimere, in compagnia del mastermind Alessandro Gargivolo.
BENVENUTI INNANZITUTTO SULLE PAGINE DI METALITALIA. COME NASCE IL PROGETTO JESTER MAJESTY E QUALE TIPOLOGIA DI SUONO AVEVATE IN MENTE INIZIALMENTE?
– Jester Majesty nasce da una mia idea, sviluppata per conferire spazio ad un modo di scrivere riff più tecnico ed introspettivo. Nata come un’entità studio, la ricerca è incentrata principalmente sulle chitarre, sia a livello compositivo che timbrico. L’obiettivo per “Infinite Measure, Finite Existence” è stato quello di ottenere un suono che combina materia organica e tecnologica.
LA PRIMA COSA CHE HO NOTATO DI VOI, ANCORA PRIMA DI INIZIARE A SENTIRVI, È STATO IL LOGO, MOLTO SIMILE NELLA FORMA DELLE LETTERE A QUELLO DEGLI PSYCHOTIC WALTZ. VOLEVO SAPERE SE VI FOSSE UN COLLEGAMENTO DIRETTO CON QUESTA STORICA FORMAZIONE AMERICANA, OPPURE LA SCELTA È STATA TUTTO SOMMATO CASUALE.
– Gli Psychotic Waltz sono tra le varie fonti d’ispirazione, pertanto alcuni richiami sia a livello di riff che di scelte stilistiche sono casualmente presenti nel disco.
PROGRESSIVE, VIRTUOSISMO CHITARRISTICO, THRASH NELLA SUA FORMA PIÙ ELABORATA E SPERIMENTALE SONO I PRINCIPALI INGREDIENTI DI “INFINITE MEASURE, FINITE EXISTENCE”. COME SI BILANCIANO QUESTI ASPETTI? COME SI CONIUGANO E SI AMALGAMANO UN IMPATTO FRONTALE FORTE, COMPLESSITÀ E RICERCATEZZA, SIA RITMICA CHE MELODICA?
– L’album nasce come un lavoro di ricerca chitarristica e atmosferica, in cui riff e racconti si sono sviluppati in base alla loro correlazione melodica. Essendo le chitarre le vere protagoniste della vicenda, necessitano di più ‘spazio’ e cura nell’amalgama dei riff. Risulta più un equilibrio tra impatto diretto e complessità, più percepita che reale, mentre il disco segue una propria esigenza espressiva.
I RIFERIMENTI PER INQUADRARE IL VOSTRO DISCORSO SONORO SPAZIANO TRA IL TECHNO-THRASH DI TOXIK, CORONER, ANACRUSIS, IL PROGRESSIVE DI QUEENSRYCHE, CRIMSON GLORY, I GIÀ CITATI PSYCHOTIC WALTZ, OPPURE IL DEATH METAL DEI DEATH DELLA SECONDA METÀ DI CARRIERA E GLI ATHEIST.
QUALI SONO STATI EFFETTIVAMENTE GLI ARTISTI CHE PIÙ HANNO INFLUITO NEL DETERMINARE IL SUONO DEI JESTER MAJESTY?
– Ti nominerei Control Denied e Watchtower, su tutti. Ma se proprio dovessi citare una fonte di ispirazione, siamo su tutt’altro fronte, e potrebbe essere la teatralità sonora dei Rainbow!
Non credo si possa riscrivere una “Gates Of Babylon”, ma quel brano rappresenta un testamento per questo modo di intendere la musicalità, il riff di Blackmore… Rimane un riferimento molto importante.
COME VI SIETE DIVISI IL LAVORO DI SCRITTURA? IN CHE MODO AVETE INTERAGITO PER ANDARE A DEFINIRE LA CONFORMAZIONE DELLE CANZONI DI “INFINITE MEASURE, FINITE EXISTENCE”?
– La scrittura di “Infinite Measure, Finite Existence” è stata sviluppata interamente all’interno di una visione personale che mi ha coinvolto in composizione, concept e testi. Seth è intervenuto successivamente contribuendo, su mia indicazione, con diversi assoli oltre ai miei, e con alcune parti di tastiera a supporto dei brani.
IL SUONO DEL DISCO È ABBASTANZA PECULIARE, PERCHÉ MI SEMBRA STIA A CAVALLO TRA UNA RUVIDEZZA E UNA COMPRESSIONE TIPICA DEGLI ANNI ’90, MENTRE PER ALTRI VERSI GUARDA AI TEMPI ATTUALI, A UN TIPO DI PRODUZIONE PERFETTAMENTE IN LINEA COI TEMPI ATTUALI. UN PO’ COME SE AVESTE VOLUTO FAR PERCEPIRE INFLUENZE PIÙ DATATE, MA ATTUALIZZANDOLE. CHE TIPO DI EQUILIBRIO VOLEVATE OTTENERE NEL SUONO E COME VI SIETE MOSSI IN STUDIO DI REGISTRAZIONE PER OTTENERLO?
– L’equilibrio ricercato è stato coerente sia con le piattaforme di ascolto attuali e sia per l’aura visiva della copertina che è stata realizzata, mentre l’equilibrio sonoro è proprio quello che hai descritto. In particolare, l’utilizzo di una chitarra customizzata, sia nell’hardware che nel setup di intonazione e corde, è divenuta ‘marchio di fabbrica’ per il disco.
UNA DELLA QUALITÀ MIGLIORI DI “INFINITE MEASURE, FINITE EXISTENCE” È, A MIO AVVISO, L’IMPOSTAZIONE MOLTO TEATRALE DELLE LINEE VOCALI, A VOLTE ADDIRITTURA MELODRAMMATICHE, COME SE SI CANTASSE SU DI UN PALCOSCENICO. QUANTO STUDIO VI È STATO DA PARTE VOSTRA SU QUESTO ELEMENTO E PERCHÉ VOLEVATE AVETE UN’INTERPRETAZIONE DI QUESTO TIPO?
– Grazie molte per il complimento! La stesura delle linee vocali e dell’approccio teatrale è stata parte integrante del lavoro di scrittura e registrazione, che è durato circa sei mesi. La teatralità è un elemento caratterizzante Jester Majesty, perché questa impostazione vocale poggia su uno specifico riff-writing.
SE DEBBO TROVARE UN DIFETTO AL DISCO, MI PARE CHE A TRATTI NON SIA SCORREVOLISSIMO E CHE AVREBBE AVUTO BISOGNO IN ALCUNE OCCASIONI DI QUALCHE FASE PIÙ DISTESA E MENO PRESSANTE, PER DARE MAGGIOR RESPIRO ALLA TRACKLIST. RIASCOLTANDOLO ADESSO VI SEMBRA CHE IL RISULTATO FINALE SIA ESATTAMENTE QUELLO DESIDERATO, OPPURE RILEVATE QUALCHE ASPETTO CHE AVREBBE POTUTO ESSERE MIGLIORE?
– Musica e concept vanno all’unisono: chiaramente non è un disco ‘da divertimento’, è metal che può appassionare oppure no. Il risultato è stato soddisfacente e soprattutto quello desiderato. Avendo una buona apertura alla critica, riconosco che ci sono margini di miglioramento per il futuro, e questo è un aspetto che apprezzo.
SUL PIANO LIRICO MI PARE VI SIA DA PARTE VOSTRA UN’ATTENZIONE PARI A QUELLA CHE AVETE PER LA MUSICA, AFFRONTANDO CONCETTI NON BANALI NÉ IMMEDIATI, TRA SCIENZA E FILOSOFIA, MATEMATICA E FANTASCIENZA. DA COSA SCATURISCE QUESTO APPROCCIO ‘ALTO’ E COMPLESSO AI TESTI?
– Un fabbisogno analitico di descrivere aspetti paradigmatici e delle personalità. È un approccio introspettivo, ciascun ascoltatore è libero di cogliere quel che gli arriva e in cui eventualmente può ritrovarsi. L’immaginario descritto è anche interconnesso con il significato di Jester Majesty.
CHE TIPO DI COMMENTI E RECENSIONI AVETE RICEVUTO PER QUESTO PRIMO ALBUM?
– Ogni tanto mi capita di leggere qualcosa, per lo più commenti positivi e di questo bisogna esserne grati, soprattutto in un sottobosco piuttosto complesso e dinamico come il metal underground.
PENSATE DI PORTARE LA MUSICA DI JESTER MAJESTY DAL VIVO, OPPURE LA DIMENSIONE LIVE AL MOMENTO NON VI INTERESSA?
– Al momento rimane un’entità da studio.

