KADAVAR – Un passo avanti

Pubblicato il 14/10/2017 da

Tuttora appagati dalla reale bontà compositiva palesata attraverso i solchi del recente “Rough Times”, anche in questa occasione abbiamo il piacere di ospitare sulle nostre pagine virtuali i tedeschi Kadavar. Il solidissimo power-trio sta riscuotendo sempre più consensi da parte della critica specializzata e, cosa ancora più importante, dai numerosi appassionati sparsi per il globo di un genere duro a morire come il classic rock. Dall’altra parte della cornetta, chi scrive, si aspettava di udire la voce del frontman Christoph Lindemann, sostituito all’ultimo secondo dal batterista Christoph Bartelt, con il quale avevamo già piacevolmente interloquito un paio d’anni orsono. Sempre cortese e puntuale nelle sue risposte, il musicista originario di Berlino non nasconde una certa soddisfazione nel constatare di aver innescato in questa occasione la cosiddetta marcia in più nei confronti dell’agguerrita concorrenza…

QUALE RITIENI SIA STATO L’ASPETTO PIU’ IMPEGNATIVO CHE HA CARATTERIZZATO LE SESSIONI DI REGISTRAZIONE DI “ROUGH TIMES”?
– Sono davvero entusiasta di aver preservato la mia sanità mentale, una volta che siamo giunti alla fine del lungo ed estenuante processo di realizzazione che ha caratterizzato il nostro nuovo album! Abbiamo trascorso in media dieci/dodici ore al giorno in studio nel mesetto a nostra disposizione, impegnandoci anima e corpo per curare ogni singolo aspetto lirico e strumentale. Spesso e volentieri, durante la notte mi sentivo talmente esausto che mi ritrovavo a fare i conti con una serie di inenarrabili incubi. Oddio… però mi sono reso conto di non aver risposto alla tua domanda con la dovuta precisione (ride, ndR). Ti lascio solo immaginare che talvolta non riuscivamo a concretizzare le idee che avevamo in mente, ma alla fine siamo riusciti a superarci ottenendo un risultato finale che, ad oggi, ci soddisfa moltissimo.

QUALI OBIETTIVI PRIMARI VI SIETE POSTI DURANTE IL PROCESSO DI COMPOSIZIONE?
– L’obiettivo fondamentale è stato quello di lavorare a tutti gli effetti come una squadra vincente, nella quale ognuno di noi ha ricoperto un ruolo determinante nel plasmare, sviluppare e modellare al meglio le composizioni incluse in “Rough Times”.

COME AUTORI E MUSICISTI AVETE SEMPRE UN SACCO DI IDEE IN TESTA O TALVOLTA VI CAPITA DI SOFFRIRE DEL COSIDDETTO BLOCCO DELLO SCRITTORE?
– Credo che sia difficile per chiunque rompere il ghiaccio con idee sempre nuove e stimolanti, soprattutto in un contesto dove la concorrenza è spietata. Mi è capitato spesso di trascorrere qualche settimana senza provare alcuno stimolo compositivo, ma non appena rimango folgorato dal sacro fuoco dell’ispirazione allora non mi fermo più.

A LIVELLO DI PURO SOUND, QUALE RITIENI SIA LA PRINCIPALE DIFFERENZA CHE DISTINGUE “ROUGH TIMES” DAL PRECEDENTE “BERLIN”?
– In questi due anni sono cambiate tantissime cose per ognuno di noi, per questo motivo sono convinto che “Rough Times” sia un disco decisamente più vario e pesante del suo predecessore. Nel complesso ‘Berlin’ aveva un tiro più diretto, forse un pelo più catchy, mentre in questa occasione abbiamo deciso di diversificare il nostro stile, donando più corpo e pesantezza ai brani. Di certo non farai fatica a scovare del sano e vecchio doom metal, unito al rock classico e alla robaccia psichedelica che tanto amiamo.

PER QUALE MOTIVO AVETE DECISO DI INTITOLARE IL VOSTRO NUOVO CAPITOLO “ROUGH TIMES”?
– Non lo so… credo sia difficile spiegartelo in poche parole, ma voglio comunque provarci. In Occidente viviamo in un contesto storico estremamente contradditorio, caratterizzato dalla sfrenata evoluzione tecnologica che ha indubbiamente migliorato determinati aspetti della nostra quotidianità. Un cambiamento così radicale, peraltro avvenuto in pochissimo tempo, ha però stravolto il nostro modo di comunicare e, sotto questo punto di vista, sono fermamente convinto che i nostri genitori stavano molto meglio di noi.

QUALI SONO I TUOI BRANI PREFERITI DEL VOSTRO NUOVO ALBUM?
– Opto senza alcun dubbio per la title track: è così varia, intensa e pesante nelle sue molteplici dinamiche strumentali e sono convinto che esprima al meglio l’essenza del nuovo corso intrapreso dai Kadavar. Anche “Die Baby Die” è uno dei punti cardine dell’album, perché si distingue completamente da tutto ciò che abbiamo composto fino ad ora.

EFFETTIVAMENTE SONO RIMASTO PARECCHIO INCURIOSITO DALLA SPICCATA VENA POLEMICA ESPRESSA NEL TESTO…
– Ogni canzone per noi è molto personale, ma al tempo stesso cerchiamo di descrivere al meglio ciò che proviamo in una determinata circostanza. In estrema sintesi “Die Baby Die” è un monumentale vaffanculo indirizzato a tutti coloro che cercando di distruggere i nostri sogni. Per non creare equivoci, ci tengo a precisare che non auguro il male o la morte a nessuno ma, di tanto in tanto, ritengo sia salutare mandare all’inferno chiunque ci renda infelici.

L’IMMAGINE DI COPERTINA SEMBRA VERAMENTE STRANA E INQUIETANTE! QUALE MESSAGGIO SEGRETO NASCONDE QUESTO SOGGETTO?
– E’ un macabro e sarcastico collage che calza alla perfezione con il significato delle liriche contenute nel disco. Non importa quanto tu possa dimostrare di essere un bravo ragazzo, ricordati che in questo pazzo mondo, in un modo o nell’altro, sarai fottuto da una serie di eventi al di fuori del tuo controllo.

SE ESEGUIAMO UNA BREVE ANALISI DEL VOSTRO PERCORSO ARTISTICO INAUGURATO ALCUNI ANNI FA, COME RITIENI DI AVER SVILUPPATO LO STILE E IL SOUND CHE CONTRADDISTINGUONO I KADAVAR?
– Nel bene e nel male sono e sarò sempre legato ad ogni nostra singola opera. Quando abbiamo concepito il nostro omonimo esordio desideravamo ardentemente di ottenere un sound vintage simile a quello che andava di moda nel 1971! Il nostro scopo principale era quello di coniare un album in grado di superare la prova del tempo e sono convinto che ci siamo riusciti. Di lì a poco, la Nuclear Blast ha puntato molto su di noi e grazie al loro incredibile supporto abbiamo composto il successivo “Abra Kadavar”, un disco ancora più rabbioso, estremo e crudo, il quale ha mostrato un gigantesco dito medio nei confronti di tutti coloro che ci hanno dato dei ‘venduti’. Di “Berlin” e soprattutto di “Rough Times” direi che ne abbiamo parlato abbastanza a lungo, per cui puoi tranquillamente passare alla prossima domanda.

HO SEMPRE APPREZZATO LO STILE COMPOSITIVO DI ALCUNI MONUMENTALI POWER-TRIO COME MOTORHEAD, THE POLICE, RUSH E TRIUMPH. MI CHIEDO SE VOI AVETE MAI PENSATO DI INSERIRE UN QUARTO ELEMENTO IN FORMAZIONE…
– Assolutamente no, Gennaro, almeno sino ad oggi. Ti confermo che anch’io sono sempre stato un grande estimatore dei power trio, perché ogni singolo elemento deve essere in grado di contare unicamente sulle proprie abilità esecutive. Non ci sono tastiere o altre diavolerie elettroniche in grado di camuffare eventuali errori del singolo musicista ma, al tempo stesso, c’è molto più spazio per esprimere e far emergere la propria personalità. Ad esempio, è possibile riempire gli spazi lasciati in sospeso, eseguendo magari delle variazioni sul tema principale e, soprattutto in ambito hard rock ed heavy metal, produrre un rumore infernale degno del big bang (ride, ndR). Non dimentichiamoci poi che un power trio funziona come si deve soltanto se si sviluppa una chimica pazzesca tra i protagonisti, altrimenti è un disastro!

QUALI SONO LE NUOVE REALTA’ CHE APPREZZI IN MANIERA PARTICOLARE NEL CLASSIC ROCK?
– Onestamente, negli ultimi dodici mesi non sono rimasto particolarmente impressionato dalle cosiddette ‘next big thing’. Però posso ammettere con tutta sincerità di essere un fan sfegatato degli Electric Wizard i quali, per il sottoscritto, sono la band più pesante e brutale dell’universo. Ogni volta che passano da noi in Germania, non perdo l’occasione di vederli in azione e ti assicuro che le loro esibizioni sono assolutamente devastanti da ogni punto di vista.

IL VOSTRO STILE E’ PALESEMENTE INFLUENZATO DA ALCUNE DIVINITA’ DEL ROCK, MA SONO CURIOSO SE NASCONDI QUALCHE SCHELETRO NELL’ARMADIO MENTRE COMPONI. NON SO, MAGARI SEI UN FAN DI LADY GAGA, APPREZZI L’ELEGANZA DI CHER O IL ROD STEWART PIU’ PIACIONE…
– Sicuramente la tua è una richiesta interessante, perché mi è capitato parecchie volte di rispondere a domande del tipo: ehi, ti piacciono i Black Sabbath o i Led Zeppelin? Ovvio che sì, dannazione! Direi che la loro influenza è ben riconoscibile attraverso i nostri lavori. Apprezzo tantissimo anche il rock psichedelico del primo disco dei Captain Beyond: un capolavoro assoluto del suo genere. Ascolto poi un sacco di musica differente, perché mi permette di ampliare i miei orizzonti artistici, affrontando così il processo compositivo in maniera decisamente più versatile e creativa. Comunque ti rivelo un segreto: sono un fan sfegatato dei Bee Gees, ma non so nemmeno io il perché (ride, ndR).

COSA DOBBIAMO ASPETTARCI DA VOI NEL FUTURO PROSSIMO? MAGARI STATE PIANIFICANDO UNO SPECIALE LIVE SET CHE RIFLETTE INTERAMENTE IL CONTENUTO DEL NUOVO ALBUM?
– No, nulla di tutto questo. Noi amiamo variare molto spesso la nostra scaletta, più che altro per non suonare ogni sera la stessa solfa. E’ anche un modo per onorare al meglio la nostra discografia, visto che cerchiamo di cucire su misura un ‘best of’ il più ampio possibile, per cercare di accontentare i gusti di tutti.

A ONOR DEL VERO, IO SONO GIA’ CURIOSO DI SAPERE COSA COMBINERETE NEL PROSSIMO ALBUM IN STUDIO…
– Forse faremo emergere qualche strana influenza ereditata dal southern rock o dalla musica country più ribelle. Al contempo, mi piacerebbe approfondire maggiormente la geniale poliedricità espressa dai The Beatles, il mio gruppo preferito in assoluto. Eviterei però di prendere in considerazione il sound à la “Helter Skelter”, visto che quel brano è stato riproposto da cani e porci (ride, ndR). Mi piacerebbe seriamente approfondire il loro lato più sperimentale e allucinato, sarebbe dannatamente esaltante comporre il nostro “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. Non credi?

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