KÆRY ANN – Di ruggine e amore

Pubblicato il 17/04/2026 da

Kæry Ann è il nome d’arte dietro al quale si cela Erika Azzini, musicista mantovana (voce e chitarra) esordiente nel 2023 con l’album “Songs Of Grace And Ruin”, che ne lasciava intravedere tutto il talento grazie ad una miscela personale di shoegaze, psichedelia, doom e folk.
L’esplosione definitiva avviene con il secondo disco “Moonstone”, pubblicato qualche mese fa, che vede il substrato sonoro proposto all’esordio arricchirsi di energiche chitarre, aggiungendo alla miscela nuovi strati che sanno di stoner e grunge: musica in bilico tra forza e delicatezza, che conquista in virtù di una sensibilità profonda.
Abbiamo contattato l’artista lombarda, che ha risposto alle nostre domande riguardanti la sua ancor breve carriera.

CIAO ERIKA, COMPLIMENTI PER IL NUOVO ALBUM E BENVENUTA SU METALITALIA.COM.
VUOI PRESENTARTI AI NOSTRI LETTORI RACCONTANDOCI LA TUA STORIA?
– Grazie a voi per il tempo e l’attenzione dedicati all’ascolto del disco e per avermi ospitata in questo spazio.
Il progetto nasce tra il 2015 e il 2018, periodo in cui ho iniziato a scrivere e abbozzare i primi brani chitarra e voce e a imbastirne le strutture ritmiche. In quegli anni ho conosciuto Francesca Papi (basso) e Davide Rosa (chitarra), con i quali ho lavorato agli arrangiamenti dei pezzi che sarebbero poi confluiti nel primo album “Songs Of Grace And Ruin”, registrato da Andrea Volpato e pubblicato nel 2023 per Anomic Records.
Negli anni successivi, oltre a portare il disco dal vivo in Italia e all’estero, abbiamo continuato a scrivere e ad arrangiare nuovo materiale. Nel frattempo si è unito alla formazione l’attuale batterista Fabio Orticoni.
Il secondo album, “Moonstone”, è stato pubblicato il 23 gennaio con il supporto di Subsound Records.

COME HAI SCELTO IL NOME D’ARTE DI KÆRY ANN? COSA SIGNIFICA?
– Cercavo un nome che non sentissi troppo estraneo e diverso dal mio, quindi sono partita proprio da quello e l’ho scomposto in qualcosa di simile a un anagramma, per poi aggiungere Ann che evoca un senso di semplicità e grazia.

DOPO L’ALBUM DI DEBUTTO “SONGS OF GRACE AND RUIN”, HAI FATTO ALCUNE DATE IN GIRO PER L’EUROPA. COME E’ ANDATO QUESTO TOUR?
– Abbiamo ricevuto ottimi riscontri ed è stata un’esperienza molto soddisfacente, anche se per certi aspetti intensa e impegnativa.
Adattarsi ai ritmi del tour non è stato sempre semplice, ma credo che questo abbia contribuito a rafforzare gli equilibri della band, aiutandoci a conoscerci meglio e a incastrare i rispettivi caratteri e bisogni.

COME SUGGERISCE IL TITOLO DEL TUO PRIMO DISCO, LA TUA MUSICA VIVE IN EQUILIBRIO TRA OPPOSTI. E’ QUALCOSA CHE CERCHI QUANDO SCRIVI LE TUE CANZONI? PIU’ IN GENERALE, COME AVVIENE IL PROCESSO DI COMPOSIZIONE?
– Più che un’intenzione consapevole di quando scrivo, credo che la ricerca dell’equilibrio sia qualcosa di insito nella mia natura e che di conseguenza si rifletta anche nella musica. Vedo il bene e il male non tanto come opposti, ma come parti complementari e inscindibili del tutto che danno forma alla realtà così come la percepiamo. Sto imparando a non catalogare rigidamente ciò che accade dentro e fuori di me in una o nell’altra categoria, ma a cogliere l’infinita gamma di sfumature che sta nel mezzo, interpretando anche ciò che può apparire negativo come un’esperienza che insegna e arricchisce. Questo non significa accettare passivamente i mali del mondo, bensì comprenderli e imparare a viverci in mezzo.
Il processo di composizione parte solitamente da melodie e strutture ritmiche costruite con chitarra e voce, che vengono poi rielaborate e arricchite in sala prove con la band. La voce arriva quasi sempre dopo la melodia: inizio canticchiando suoni e parole provvisorie e solo in un secondo momento prende forma la vera scrittura e l’affinamento dei testi.

“MOONSTONE” E’ UN DISCO DIVERSO DAL SUO PREDECESSORE, CON CHITARRE GRAFFIANTI CHE SI VANNO AD AGGIUNGERE AD UN SUBSTRATO TRA SHOEGAZE E PSICHEDELIA. CONFERMI QUESTO CAMBIAMENTO? COME DEFINIRESTI LA TUA MUSICA?
– Vero, la differenza sostanziale tra il primo e il secondo disco si percepisce soprattutto nell’impalcatura sonora su cui si appoggia la mia voce, che nell’intenzione e nelle atmosfere rimane la stessa. I suoni sono diventati a tratti più grezzi e imponenti, pur a mio avviso mantenendo sempre un certo equilibrio tra delicatezza e impatto, e rispecchiando maggiormente anche quella che ad oggi è la dimensione live del progetto.
Credo che la nostra musica sia il risultato dell’incontro tra generi che fanno parte del mio bagaglio e quello dei musicisti con cui suono: grunge, doom, stoner, ma anche shoegaze, folk e pop in generale.

PARLIAMO DI ALCUNE DELLE TUE CANZONI. SPESSO UTILIZZI COME FONTE DI ISPIRAZIONE ELEMENTI ESTERNI AL MONDO DELLA MUSICA, COME L’OMONIMO LIBRO DI CORMAC MCCARTHY PER “THE ROAD” E IL MITO DI ERO E LEANDRO IN “HERO AND LEANDER”. COME NASCONO QUESTI BRANI?
– Spesso i miei testi nascono dalla proiezione di esperienze e sentimenti personali su storie mitologiche o letterarie che mi colpiscono profondamente.
“The Road” è nata dal forte impatto emotivo che ho avuto leggendo l’omonimo libro di McCarthy. La crudezza della narrazione e la lotta per la sopravvivenza dei protagonisti mi hanno colpita a tal punto da farmi riflettere sulle mie stesse paure per il futuro. Il concetto del ‘portare il fuoco’, presente nella narrazione, è metafora della speranza, nonché l’invito a restare umani in un mondo dominato da violenza e indifferenza, e ho rielaborato questo concetto nel mio testo (ripreso anche nel brano in latino come spiegherò più avanti). Anche le variazioni ritmiche della canzone sono ispirate al vagabondare dei protagonisti, e attraverso queste ho cercato di evocare i momenti di fuga e di cammino senza sosta alternati a passaggi più lenti e sospesi, dove una parvenza di riposo concede tregua temporanea al viaggio senza meta.
“Hero And Leander” prende invece spunto dal mito greco, ma il testo ne rielabora l’allegoria in chiave personale. Ho voluto raccontare un legame che si spegne, esplorando sentimenti di fragilità e rabbia, la percezione del proprio spirito sospeso al di fuori del corpo e la sensazione di lanciare un grido inascoltato.
In entrambi i casi (così come per il brano “White Dress”, ispirato al personaggio di Bertha Mason in Jane Eyre) sono partita da input esterni, in seguito plasmati e sovrapposti alla mia interpretazione personale.

CI PARLI INVECE DELLA SCELTA DI UTILIZZARE IL LATINO PER “PURITATEM TUAM INTERIOREM SERVA”?
– Ho scelto il latino, oltre che per sperimentare una lingua diversa dall’inglese, per la sacralità del messaggio che volevo trasmettere con questo brano, che per me è il più importante del disco. ‘Preserva la tua purezza interiore’ è un monito che invita chi ascolta a proteggere la propria luce, a non farsi sopraffare dall’ego e a resistere in un mondo in cui profitto, potere e fama sembrano essere diventati le principali chiavi del successo.
Difendere valori fondati su umiltà, compassione e rispetto verso il prossimo e l’ambiente che ci circonda diventa un atto di coraggio e di forza.

E’ CURIOSA LA SCELTA DI REGISTRARE UNA COVER DEI BATHORY, I PADRI DEL METAL ESTREMO CHE, A PRIMA VISTA, SEMBREREBBERO MOLTO LONTANI DAL TUO MONDO MUSICALE. QUALI SONO I TUOI LEGAMI CON L’HEAVY METAL? COME E’ NATA L’IDEA DI QUESTA COVER?
– “Hammerheart” è uno dei miei dischi preferiti ed è stata proprio “Shores In Flames”, la traccia di apertura, ad aver catturato da subito la mia attenzione.
Fin dal primo ascolto sono rimasta colpita dalla maestosità epica delle melodie (proprio per la quale i Bathory sono considerati pionieri del viking metal) unita agli arrangiamenti sporchi e grezzi tipici del black svedese. Ho proposto ai miei compagni di band di realizzarne una cover e abbiamo iniziato a portarla dal vivo per poi registrarla e inserirla in questo secondo disco.
Per quanto riguarda il mio legame con il metal, negli anni ho ascoltato diverse band appartenenti a vari filoni: black, thrash, doom, stoner, metalcore, sludge. Tra quelle presenti anche nella mia collezione di vinili, oltre ai Bathory, posso citare Black Sabbath, Metallica, Slayer, Electric Wizard, OM, Converge e Mastodon.

UNO DEI PUNTI DI FORZA DEL DISCO SONO I SUONI, DECISAMENTE GENUINI ED ADATTI ALLA TUA MUSICA, PUR SE OTTENUTI CON METODI MODERNI. COME AVETE LAVORATO PER OTTENERLI?
– I suoni che si sentono nel disco sono sostanzialmente quelli che utilizziamo attualmente dal vivo, registrati e valorizzati al meglio presso lo studio Produzioni Rumorose di Desenzano del Garda (guidato da componenti di Demikhov) che ha messo a completa disposizione anche la propria strumentazione.
Il mix è stato curato da Maurizio Baggio e il master da Giovanni Versari.

SE DOVESSI CITARE TRE ARTISTI CHE PER TE SONO UN RIFERIMENTO, QUALI NOMI FARESTI?
– Kurt Cobain per l’attitudine compositiva e la scrittura dei testi.
Deftones per le sonorità e gli arrangiamenti.
Lana del Rey per la particolarità e intensità del timbro vocale.

HAI MAI PENSATO DI SCRIVERE TESTI IN ITALIANO?
– In realtà scrivo diari, pensieri e poesie in italiano, dai quali attingo per i testi delle canzoni. Finora li ho sempre tradotti in inglese, principalmente perché trovo più semplice e naturale incastrarli nella metrica dei brani e perché la lingua inglese permette di raggiungere un pubblico più ampio. In questo disco ho sperimentato la scrittura in latino che mi ha dato grande soddisfazione.
Non escludo comunque di trovare in futuro ispirazione per la scrittura in italiano.

AD INIZIO INTERVISTA ABBIAMO PARLATO DEL TUO PRIMO TOUR EUROPEO. COSA CI DICI, INVECE, DI QUESTA NUOVA SERIE DI DATE PER PROMUOVERE IL NUOVO ALBUM? QUAL E’ STATO FINORA IL FEEDBACK DEL DISCO AL DI FUORI DEL NOSTRO PAESE?
– Al momento in cui sto scrivendo mancano cinque giorni all’inizio del tour, durante il quale presenteremo “Moonstone” attraversando Ungheria, Austria, Germania, Danimarca, Francia, Svizzera e Italia.
Sarà un tour più lungo e intenso rispetto al primo, ma le sensazioni sono molto positive. Stiamo già ricevendo ottimi riscontri sia in Italia che all’estero, sia in termini di ascolti che di recensioni.

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