KATLA – Madre Islanda

Pubblicato il 08/01/2018 da

I Katla di Gudmundur Oli Palmàson ed Einar Thorberg Gudmundsson sono una delle nuove realtà metalliche partorite dalla fervida terra d’Islanda durante l’anno appena terminato, segnante una notevole espansione di notorietà per le band provenienti dall’isola vulcanica, dagli Agent Fresco ai rinomati Solstafir, usciti con il loro nuovo album, fino a giungere alla semi-novità Audn, anch’essa protagonista di un lavoro apprezzato. Partendo da sonorità piuttosto richiamanti i succitati Solstafir, dei quali, del resto, ‘Gummi’ Palmason faceva parte fino alla diatriba che l’ha visto estromesso dalla compagine, i Katla si spingono un po’ oltre cavalcando le onde di un post-black metal atmosferico e progressivo che flirta parecchio da vicino con l’avantgarde, senza porsi limiti di sorta. Ci è sembrato più che logico andare a tastare il polso a questa creatura neonata, che ci ha risposto proprio nella persona dell’ex-batterista dei Solstafir…

 

CIAO GUDMUNDUR, BENVENUTO SULLE PAGINE DI METALITALIA.COM. INIZIAMO L’INTERVISTA PARLANDO DELLA NASCITA DEI KATLA, CHE NE DICI? COME E QUANDO AVETE DECISO, TU ED EINAR, DI METTERE IN PIEDI UN NUOVO PROGETTO? E QUALI SONO LE VOSTRE PRINCIPALI MIRE?
– Einar ed io ci conosciamo da oltre vent’anni e abbiamo già lavorato assieme in più di un’occasione. La prima volta accadde nel 1996, quando lui e Birgir (ora nei Kontinuum) mandavano avanti gli Hel e ebbero bisogno di un batterista. Più tardi gli Hel divennero i Potentiam e provvidi io alle drums sul debutto del 1999, “Balsyn”, che si trattò anche del primo disco in assoluto registrato da me. Tornai nei Potentiam per poco tempo nel 2005 e nel 2008 sempre noi due, Einar ed io, registrammo un album tuttora rimasto non pubblicato. Quindi, quando ho avuto bisogno di una nuova mano per dare sfogo alla mia creatività, puoi ben capire come sia stato naturale pensare a lui come prima persona da contattare. Il nostro obiettivo primario è semplicemente quello di avere, come scrivo qua sopra, una valvola di sfogo che liberi la nostra energia creativa: entrambi abbiamo il bisogno di creare arte e lo facciamo perché ci piace farlo. Tutto il resto ci importa davvero ben poco. Però attenzione, non sto dicendo che direi di no di fronte ad una montagna di soldi guadagnati con la musica, ma troppo spesso succede che nel momento in cui il guadagno diventa un target, allora il tuo valore artistico inizia a diminuire.

COME CI HAI APPENA SPIEGATO, IL VOSTRO PRIMO INCONTRO RISALE AGLI HEL E AI POTENTIAM. COSA E’ RIMASTO, DI QUELL’ESPERIENZA, TALMENTE RADICATO IN VOI DA CONVINCERVI SUBITO A RIPROVARE A FARE NUOVA MUSICA ASSIEME?
– L’amicizia, più di qualsiasi altra cosa. Quando mi sono trovato nella situazione di dovermi creare una band per dare sfogo alla mia ispirazione, non sono riuscito ad immaginarmi nessun altro compare che non fosse già un mio stretto conoscente ed un caro amico. Così ho subito contattato Einar ed il nostro amico comune Atli Jarl, che doveva essere il nostro bassista; cosa poi non successa per sopraggiunte problematiche di lavoro che non gli hanno permesso di dedicare il tempo necessario a noi. Ma Atli è tuttora una parte importante della creatura Katla, così come l’altro nostro compagno musicale Hafsteinn Kjotbolla Arnason.

PARLIAMO UN SECONDO DEL TUO POCO AMICHEVOLE SPLIT CON I SOLSTAFIR, SE NON HAI PROBLEMI. NON TI CHIEDO COSA E’ SUCCESSO IN REALTA’, MA SOLO IN QUALE MODO LA TUA PERMANENZA IN QUEL GRUPPO SI E’ RIFLESSA NEL MOOD DELLA TUA NUOVA MUSICA…
– E’ semplice: non si riflette per nulla nella musica dei Katla. Quando scriviamo musica non pensiamo mai ‘oh, cerchiamo di fare qualcosa di simile ai Solstafir’. Ma altrettanto non stiamo neanche a dirci ‘oh, cerchiamo di fare qualcosa completamente diverso dai Solstafir’. Ciò vuol dire che le reminiscenze di quella band non entrano in nessun modo in sala prove o a casa nostra. Naturalmente ci saranno sempre delle similarità tra le due formazioni, non potrebbe essere diversamente. Io suono come suono e compongo come compongo, non posso cambiare il mio modo di gestire la musica che creo. Del resto ci sono similitudini anche tra Katla e Potentiam, così come tra Katla e Kontinuum.

PER QUANTO RIGUARDA IL PROCESSO COMPOSITIVO, COME FUNZIONA IN CASA KATLA? SCRIVETE IN SIMBIOSI OPPURE OGNUNO SI OCCUPA DI QUALCOSA DI PRECISO?
– Sì, entrambi scriviamo musica e testi; diciamo che però Einar si occupa prevalentemente della musica ed io invece delle lyrics.

“MODURASTIN” E’ UN DISCO ATTRAVERSO IL QUALE SI RESPIRANO DIVERSI STATI MENTALI E ATMOSFERE, NEL NOME DI UNA PIENA LIBERTA’ ARTISTICA. VI SIETE DATI DEI LIMITI COMPOSITIVI OPPURE AVETE LASCIATO LA VOSTRA FANTASIA COMPLETAMENTE A BRIGLIA SCIOLTA?
– No, assolutamente nessun limite. E’ una prerogativa dei nostri caratteri, per cui eravamo consci fin dall’inizio di non volere porci delle restrizioni. Vogliamo poter essere in grado di scrivere tutta la musica che ci viene da comporre.

L’USO DELLA LINGUA ISLANDESE E’ COMUNE A MOLTISSIME BAND ORIGINARIE DEL VOSTRO PAESE. TROVO SIA UN IDIOMA CHE DONA MOLTA ESPRESSIVITA’ SIA AI TESTI, SIA ALLE LINEE VOCALI, RESTANDO ALLO STESSO TEMPO ADATTO ALLE CLEAN VOCALS COSI’ COME AL PIU’ FERALE SCREAMING BLACK. QUAL E’ IL SEGRETO DI TUTTO CIO’?
– Non saprei spiegartelo. Posso solo dirti il perché noi abbiamo scelto di cantare in islandese. Con il progetto Katla vogliamo essere al 100% sinceri ed onesti, non stiamo cercando di sfondare commercialmente e non stiamo cercando di essere qualcosa che non siamo. E non potremmo mai essere sinceri al 100% non cantando nella nostra lingua. Davvero, apprezzerei molto che un sacco di gente in più riuscisse a capire le nostre lyrics, perché ci lavoriamo molto su e siamo orgogliosissimi di ciò che diciamo. Ma spero comunque che questa sincerità per molti incomprensibile arrivi lo stesso con la musica, senza il bisogno di capirne per forza il messaggio.

PARLIAMO DI ARTWORK, TITOLO E TESTI: PUOI RIASSUMERCI I CONNOTATI CHE QUESTI TRE ASPETTI DEL VOSTRO DEBUT-ALBUM VANNO AD ASSUMERE? DA PARTE MIA TI POSSO DIRE CHE LA COVER MI HA RICORDATO, IN UNA VERSIONE IN BIANCO E NERO E PIU’ RURALE, LA COPERTINA DI “NEONISM” DEI SOLEFALD: IL SENSO DI ‘QUALCOSA DI SBAGLIATO’ CHE SI PERCEPISCE E’ MOLTO SIMILE…
– Cornelius (uno dei due membri dei Solefald, ndR) mi scuserà, ma ho dovuto andare a riguardarmi su Google la cover di cui parli: sinceramente, a parte il fatto che sia protagonista una persona, non vedo altre similitudini tra loro. Altre opinioni hanno associato la copertina di “Móðurástin” a quella dell’EP “Crestfallen” degli Anathema: in questo caso è vero, qualcosa di simile c’è, ma in tutta onestà, quando ho preparato la cover per il disco, non stavo certo pensando agli Anathema. Lasciamola in pace, ‘sta benedetta copertina! Per il titolo, invece: quando ho pensato al titolo “Móðurástin” (in italiano è traducibile come ‘amore materno’, ndR) e l’ho presentato ad Einar, avrei scommesso che non gli sarebbe piaciuto per nulla…e invece no, ha apprezzato. Poi gli ho mostrato quella foto della mia ragazza e gli ho detto che secondo me era perfetta per l’artwork del disco, perfettamente combaciante con il titolo e tutto il resto. Al che, anche qui, Einar mi ha stupito in positivo, perché anche lui si è trovato d’accordo con me, mentre io pensavo già alla sua possibile risposta disperata: “Gummi, per davvero? Vuoi di nuovo usare una foto della tua ragazza per l’immagine di copertina”, considerato che l’avevamo già usata per l’EP “Ferðalok” (ride, ndR).

TI LASCIO MENZIONARE TRE TRACCE DI “MODURASTIN” IN MODO DA SPIEGARLE IN DETTAGLIO AI LETTORI, OK? MA TI VORREI ANCHE CHIEDERE LUMI IN MERITO ALLA ULTRA-CATCHY “NATTHAGI”, PROBABILMENTE IL BRANO CHE PIU’ SPICCA FRA GLI ALTRI, VUOI ANCHE PER L’ATTITUDINE MOLTO AC/DC-ORIENTED… O NO?
– No, per favore, non gli AC/DC! L’abbiamo chiamata invece The Cult Song… E’ stata la prima canzone scritta da Einar per il disco e aveva in mente di fare qualcosa di simile a quanto fatto con “Kaldidalur”, presente sul nostro succitato EP, con un bel tiro esaltante. Nessuno di noi due solitamente scrive pezzi allegri, perciò ci è sembrato un bell’esperimento. Quello di “Natthagi” è stato l’ultimo testo che ho scritto per l’album: ho avuto un lungo periodaccio all’inizio, non mi veniva proprio nulla da buttar giù, nessun argomento per mesi. Poi, all’improvviso, ecco arrivare tutte le idee assieme come un fiume in piena! Solitamente non chiedo ad Einar di cosa vuole che parli uno dei suoi pezzi, ma in questo caso, siccome mi sentivo molto ispirato e pregno di idee, ho preferito chiedergli di indicarmi almeno un argomento generico. Lui in quel momento era particolarmente stanco del buio invernale islandese, quindi mi chiese qualcosa che gli tirasse su un po’ il morale. Per cui “Natthagi” racconta della primavera che finalmente nasce: di come il Sole d’inverno, che solo per pochissimo spunta dall’orizzonte, illumina la cima delle montagne senza mai completamente raggiungere i fondovalle; di come questa fragile luce ghiacciata lentamente, col passare dei giorni, diventa più forte, fino a che nuova vita, nuova speranza, nascono da Madre Natura in primavera; parla di come sopravvivere all’oscurità, al gelo, all’inverno. Da interpretare letteralmente oppure come metafora. La titletrack è un altro brano speciale. E’ chiaramente il pezzo più pesante del disco e volevo che una canzone così hard avesse proprio quel titolo, “Modurastin”. Anche il tempo del riff è totalmente inusuale, ma devo prima chiarire di cosa parlano le lyrics: non sono così positive come si può pensare dal titolo…il testo racconta di una madre che abbandona il suo neonato nelle grinfie delle spietate desolazioni islandesi, a morire di fame e freddo. Queste situazioni non erano così rare nei tempi antichi, quando le donne che lavoravano (al tempo i contadini non potevano sposarsi prima di avere una fattoria di proprietà) e le schiave venivano messe incinta dai loro padroni; i figli ‘bastardi’ nascevano dunque al di fuori del vincolo matrimoniale e le donne potevano essere incriminate per adulterio…per questo spesso erano costrette a sbarazzarsi dei figli, prima che arrivasse la legge ad incriminarle. Nei nostri libri di storia e in diverse raccolte di poesie, ci sono tanti articoli e scritti riguardo questa triste usanza. Quindi è stata la sorella di Einar, Sylvia Guðmundsdóttir, ad occuparsi del cantato della madre che abbandona il figlio, mentre miei sono gli urli invasati del bimbo in fasce. E come ciliegina sulla torta, abbiamo pure inserito, alla fine del brano, una vecchia registrazione risalente al 1934, fatta addirittura dalla mia bisnonna, la signora Laugheiður Jónsdóttir. La terza canzone di cui potrei parlarti è “Hyldýpi”. L’abbiamo scelta quale primo brano da pubblicare in rete prima della release dell’album. A quell’epoca, i testi per “Natthagi” non erano ancora completati, pensavamo che la track di punta del disco fosse proprio “Hyldýpi”. E’ vero che “Natthagi” ha più potenziale come hit, ma personalmente continuo a preferirle “Hyldýpi”. Dissi a Einar di voler proporre un brano in 5/4 al posto dei tradizionalissimi 4/4 e, guarda caso, lui stava già lavorando su un pezzo proprio in 5/4, appunto “Hyldýpi”. Le lyrics sono opera sua e devo dire di essere stato piacevolmente sorpreso dall’esito finale, perché non pensereste mai che i testi di “Modurastin” sono scritti da due persone diverse…i nostri stili si complementano a vicenda perfettamente!

DURANTE QUESTI ULTIMI ANNI, SIAMO STATI TESTIMONI DI UNA SORTA DI INCREDIBILE FIORITURA DI BAND ISLANDESI ALL’INTERNO DELLA SCENA METAL. MA IL ‘FENOMENO ISLANDESE’ NON SI FERMA QUI: GRAZIE ALLA VOSTRA CULTURA, POLITICA, ECONOMIA, UN PENSIERO GIOVANE, APERTO ED OPEN-MINDED, UNA NAZIONALE DI CALCIO (PERCHE’ NO?) CHE STA FACENDO MIRACOLI, LA VOSTRA TERRA STA DIVENTANDO UN ESEMPIO REALE DI COME DOVREBBERO GESTIRSI LE NAZIONI. DAL DI DENTRO, COME VIVI E VEDI QUESTA IMPRESSIONE ESTERNA?
– Mah…la situazione politico-economica è molto più complessa di quello che sembra, però non credo che questi siano argomenti che possano interessare i lettori di un portale musicale (non è detto, Gudmundur, non è detto, ndR). Io stesso non ho il tempo di approfondirli qui in patria. L’Islanda comunque è un paese che amo: non è perfetto, ma non vorrei vivere in nessun altro posto.

PER CHIUDERE L’INTERVISTA, UNA DOMANDA E’ D’OBBLIGO: I KATLA SUONERANNO MAI DAL VIVO? AVETE PENSATO A QUESTO FONDAMENTALE ASPETTO NELLA VITA DI UNA BAND?
– Sarò breve e conciso: mai dire mai, ma non è una questione presente nella nostra agenda ad oggi; siamo davvero troppo impegnati nella nostra vita reale, con il lavoro, le famiglie, la scuola…

OK, GRAZIE MILLE PER LA TUA DISPONIBILITA’. TERMINA PURE A TUO PIACERE!
– Grazie a voi per il supporto!

 

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