Il tempo, per i Klimt 1918, non è mai stato una semplice unità di misura: è piuttosto una materia da attraversare, lasciare depositare, trasformare lentamente in musica.
Per questo, ogni nuovo album della band romana assume inevitabilmente il valore di un appuntamento speciale, atteso e mai scontato. A dieci anni da “Sentimentale Jugend”, il gruppo torna con “Àmor”, un lavoro che rinnova il legame con una poetica costruita nel corso di tanti anni di attività e che continua a sfuggire a classificazioni troppo rigide.
Fin dagli esordi, Marco Soellner e compagni hanno seguito una traiettoria personale, attraversando generi e sensibilità differenti fino a raggiungere una dimensione espressiva ormai immediatamente riconoscibile. Le atmosfere sognanti, il gusto per la sospensione emotiva, la capacità di fondere delicatezza e inquietudine convivono ancora una volta in un disco che non cerca scorciatoie e che invita l’ascoltatore a entrare gradualmente nel proprio mondo.
Realizzato con il contributo di figure di primo piano come Tony Doogan al mixaggio e Frank Arkwright al mastering, “Àmor” rappresenta un nuovo tassello di un percorso artistico coerente e profondamente sincero. Un’opera che parla di sentimenti, memoria, fragilità e perseveranza, confermando la volontà della formazione italiana di procedere lontano dalle logiche della contemporaneità più frenetica. Ne abbiamo parlato con Marco Soellner, voce e principale compositore dei Klimt 1918.
“ÀMOR” ARRIVA DOPO UN CAPITOLO IMPONENTE COME “SENTIMENTALE JUGEND”, UN DOPPIO ALBUM ESTREMAMENTE ESTESO, E DOPO QUASI DIECI ANNI DI ASSENZA. COLPISCE PERÒ LA SUA NATURA PIÙ COMPATTA E CONCENTRATA: È STATA UNA SCELTA CONSAPEVOLE DI SINTESI DOPO UN’OPERA COSÌ MONUMENTALE, O LA FORMA DEL DISCO È EMERSA IN MODO SPONTANEO DURANTE LA SCRITTURA?
– In realtà “Àmor” dura ben cinquantanove minuti. La versione in vinile è stampata in gatefold su due LP – anche se poi la musica occuperà solo tre, delle quattro facciate.
Sono contento che dia l’impressione di essere più compatto rispetto a “Sentimentale Jugend”, ma la verità è che anche stavolta stiamo tornando con un album molto lungo, assolutamente in controtendenza rispetto alla durata media dei dischi, specialmente quelli pubblicati in vinile. L’abbiamo fatto spontaneamente, senza pianificare nulla, come siamo soliti fare da quasi trent’anni.
IL VOSTRO RAPPORTO CON IL TEMPO È ANOMALO RISPETTO ALLA COSIDDETTA INDUSTRIA DISCOGRAFICA: EVIDENTEMENTE PUBBLICATE QUANDO SENTITE DI AVERE QUALCOSA DI NECESSARIO DA DIRE, NON QUANDO ‘SERVE’.
È UNA FORMA DI RESISTENZA O SEMPLICEMENTE L’UNICO MODO IN CUI I KLIMT 1918 POSSONO ESISTERE?
– Direi entrambe le cose. Come hai anticipato tu, non abbiamo nessuna fretta di far uscire un disco, perché siamo distanti dalle dinamiche che impongono alle band di pubblicare materiale nuovo per venire in contro alle necessità del mercato e dei promoter live.
Noi ci esibiamo poco, non viviamo di musica. Ognuno di noi ha la sua vita e soprattutto il suo percorso professionale che non c’entra nulla con la band.
Ogni tanto torniamo in questo luogo imprecisato, perso in mezzo al mare, chiamato Klimt 1918, ma lo facciamo solo quando sentiamo di avere veramente qualcosa da dire. Nel tempo, questa nostra predilezione è diventata anche una sorta di resistenza nei confronti del mondo odierno popolato da band sempre di più attente a programmare, pianificare la loro carriera, usando sapientemente qualsiasi piattaforma digitale. In confronto a queste ultime, siamo dei rabdomanti spinti dal caso. Ci facciamo bastare quello che abbiamo, ovvero l’amicizia, la pazienza e un certo collaudato stoicismo nei confronti delle avversità della vita.
OGNI VOSTRO DISCO SEMBRA NASCERE DA UN PROCESSO QUASI CARSICO, LUNGO E INVISIBILE. IN QUESTI ANNI DI GESTAZIONE, QUANTO PESA LA VITA VISSUTA FUORI DALLA MUSICA RISPETTO AL LAVORO STRETTAMENTE ARTISTICO?
– La musica è in questo momento della nostra carriera un pensiero ricorrente che attraversa le nostre giornate mentre facciamo altro.
Vive nell’assenza, nel tempo che non le dedichiamo. A tratti è una speranza a cui aggrapparsi. Ma molto più spesso è un’ombra nascosta dietro alle incombenze della vita. A volte provo timidezza nei suoi confronti, come quando si cerca di riallacciare un dialogo interrotto con qualcuno che non si vede da troppo tempo, ma credo che questo pudore sia l’aspetto più sincero del nostro modo di essere.
Ogni volta dobbiamo riappropriarci dei nostri ruoli mettendo in campo un certo sforzo identitario. Come se nella distanza maturassimo una sorta di sindrome dell’impostura. Qualcuno ci ricorda che siamo i Klimt 1918, ma noi, in primis, ci disconosciamo.

Klimt 1918 – Frantic Festival – 15 agosto 2024 – foto Benedetta Gaiani
“ÀMOR” NASCE, ALMENO INIZIALMENTE, IN UN PERIODO DI DISTANZA FISICA E ISOLAMENTO, MA, COME DA VOI SOTTOLINEATO, METTE AL CENTRO IL CORPO, IL CONTATTO, LA CARNALITÀ. È STATO UN GESTO DELIBERATAMENTE ‘CONTRO’ QUEL MOMENTO STORICO O UNA NECESSITÀ EMERSA QUASI INCONSCIAMENTE?
– Alla timidezza di riallacciare il filo di un discorso interrotto, è seguita la volontà febbrile di riempire quello iato con il suono e il rumore, come in una sorta di contrappasso. Il silenzio e il riserbo hanno evocato una stratificazione incessante di chitarre e di suoni riverberati. Una valanga sonica che per essere tale ha avuto bisogno di immaginare un corpo su cui infrangersi. Il resto è venuto da sé.
Alla carnalità della musica è corrisposta la carnalità narrativa. L’una trovava sfogo nell’altra e viceversa. Non so quanto possa aver influito il distanziamento sociale su questa dinamica. Le canzoni del disco le ho arrangiate proprio durante il lockdown del 2020, quindi è possibile che quell’esperienza abbia indotto in me una riflessione sulla sparizione del corpo. Non posso escluderlo.
NEGLI ANNI AVETE PROGRESSIVAMENTE ABBANDONATO CERTE STRUTTURE PIÙ RICONOSCIBILI – NEL SENSO CHE ORMAI NON È COSÌ SEMPLICE PARLARE SOLO DI SHOEGAZE, POST-ROCK O ALTRI FILONI SPECIFICI QUANDO SI CERCA DI ANALIZZARE LA VOSTRA MUSICA – IN FAVORE DI FLUSSI SONORI PIÙ LIBERI. È UNA SCELTA ESTETICA O UNA CONSEGUENZA NATURALE DEL VOSTRO MODO DI SCRIVERE OGGI?
– Non abbiamo mai compiuto consapevolmente delle scelte stilistiche. Il nostro sound si è evoluto nel tempo, assecondando i nostri gusti e i nostri ascolti che sono diversissimi e in continuo movimento. Non ci siamo mai preoccupati di scegliere una direzione per seguirla pedissequamente negli anni.
Ci siamo invece disconosciuti tante volte cambiando le carte in tavola, tradendo tutte le aspettative che le persone hanno coltivato affezionandosi ai nostri album e sperando di trovare continuità nella nostra proposta musicale. Eppure non riesco a non trovare unitario il nostro modo di concepire la musica.
Esiste una coerenza sentimentale in quello che facciamo. Come se la natura delle emozioni che cerchiamo di descrivere sia più importante delle modalità stilistiche usate per rappresentarla.
IN UN DISCO COME “ÀMOR”, DOVE IL FLUSSO EMOTIVO SEMBRA PIÙ IMPORTANTE DELLA SINGOLA CANZONE, COME COSTRUITE LA TRACKLIST? È UN PROCESSO NARRATIVO, QUASI CINEMATOGRAFICO, O VI GUIDANO LOGICHE PIÙ ISTINTIVE LEGATE ALLE DINAMICHE SONORE?
– Questo disco è un fiume a cui all’improvviso è mancato un letto in cui scorrere. Si è trasformato in una cascata di suoni che tracimavano, e si sovrapponevano e infine si infrangevano su altri suoni. Non ci siamo mai posti il pensiero di contenerlo perché testimonia un’urgenza espressiva implacabile, quasi eruttiva.
Le melodie di una canzone scorrono creando della appendici soniche che poi hanno dato origine ad altre canzoni. Sicché credo che la chiave dell’album sia il movimento, il flusso costante, l’attraversamento che diventa ‘vettorialità’ narrativa. Una storia che ha diversi seguiti e subisce numerose ‘speciazioni’.
Quindi, per rispondere alla tua domanda, le dinamiche sonore, si portano dietro le storie. E più sono diluite e frammentate, più questa segmentazione evoca l’imprevedibilità del racconto.
LA VOSTRA MUSICA NON SEMBRA PENSATA PER L’IMMEDIATEZZA O PER IL FORMATO ‘SINGOLO’, EPPURE ESISTE COMUNQUE UNA NECESSITÀ PROMOZIONALE DI INDIVIDUARE DEI BRANI CHIAVE. È UN COMPROMESSO CHE VIVETE CON NATURALEZZA O SENTITE UNA DISTANZA TRA COME CONCEPITE I PEZZI E COME POI VENGONO ‘ESTRATTI’ E PRESENTATI?
– Viviamo questo compromesso con assoluta naturalezza perché siamo molto coscienti delle dinamiche promozionali odierne. Quello che sentiamo intimamente importante, però, è non aver ceduto alla necessità di scrivere canzoni finalizzate a questo proposito.
Siamo tornati dopo quasi dieci anni di silenzio con un brano, “Dream Core”, che dura sei minuti e mezzo. Un modo chiaro di affermare la nostra lentezza, in questo mondo sempre più veloce e dominato dagli algoritmi.
“ÀMOR” È IL PRIMO ALBUM CON CLAUDIO SPAGNUOLI ALLA CHITARRA: IN CHE MODO IL SUO INGRESSO HA INCISO SUL LINGUAGGIO SONORO DELLA BAND? È STATO UN ELEMENTO DI CONTINUITÀ O HA INTRODOTTO UNA FRIZIONE CREATIVA CHE HA MODIFICATO GLI EQUILIBRI INTERNI? QUANDO UNA BAND HA UNA SCRITTURA COSÌ STRATIFICATA E IDENTITARIA COME LA VOSTRA, UN NUOVO MEMBRO ENTRA PIÙ COME INTERPRETE DI UN MONDO GIÀ DEFINITO O COME FORZA CHE LO RINEGOZIA DALL’INTERNO?
– Claudio è stato parte dei Klimt 1918 molto prima di entrare ufficialmente nella line-up. Per più di dieci anni è stato il nostro fonico live. Inoltre è un produttore e un sound engineer talentoso. “Sentimentale Jugend” è stato registrato e mixato da lui.
Parte delle registrazioni di “Àmor” hanno avuto luogo presso il suo studio casalingo. Era la persona che conosceva meglio i Klimt 1918, così, quando Francesco (Conte, ndr) ha scelto di lasciare la band, non abbiamo avuto dubbi su chi avrebbe potuto sostituirlo. Averlo nel gruppo, in veste di chitarrista, è stato determinante perché nessuno meglio di lui aveva la capacità di guardare la band dal di fuori, sottolineando quello che funzionava e quello che aveva bisogno di essere rivisto.
Claudio è entrato nei Klimt 1918 in una fase già molto avanzata della scrittura, ma nonostante tutto è riuscito a ritagliarsi il suo spazio ed ha costruito insieme a me il sound di chitarre che potete ascoltare sull’album. Abbiamo trascorso tantissimo tempo insieme, sperimentando decine e decine di suoni e soluzioni strumentali diverse.
IL COINVOLGIMENTO DI FIGURE COME TONY DOOGAN E FRANK ARKWRIGHT SUGGERISCE UNA VOLONTÀ PRECISA DI PORTARE IL VOSTRO SUONO A UN LIVELLO ULTERIORE. COSA CERCAVATE IN LORO CHE SENTIVATE DI NON POTER OTTENERE ALTROVE?
– Tony ha prodotto molti degli album che abbiamo ascoltato e amato negli ultimi anni. Collaborare con un professionista come lui era ciò che mancava ai Klimt 1918 per definire con ancora maggiore precisione il sound del nuovo album e, allo stesso tempo, ottenere uno sguardo esterno sul nostro lavoro.
Con grande sincerità, a tratti persino brutale, ci ha indicato senza mezzi termini tutto ciò che, secondo lui, non funzionava nell’album. Ed è stata proprio questa onestà a rappresentare la vera svolta nel processo produttivo di “Àmor”, perché ci ha permesso di rendere il nostro lavoro molto più efficace.
Dopo aver mixato i brani, è stato inoltre Tony a indirizzarci verso Frank Arkwright. Abbiamo capito che lavorare con professionisti di questo livello può aprire porte che, per una band come la nostra, sembravano impensabili: ritrovarci agli Abbey Road Studios, fianco a fianco con Frank, che ha lavorato con The Smiths, Oasis e Depeche Mode, è stata un’esperienza incredibile.
Non dimenticheremo mai la sua gentilezza, i suoi consigli e le ore trascorse in uno dei luoghi più iconici della storia della musica.
IL TITOLO “ÀMOR”, LETTO AL CONTRARIO, DIVENTA “ROMA”: UNA SUGGESTIONE FORSE CASUALE, MA DIFFICILE DA IGNORARE. CONSIDERANDO QUANTO SPESSO LA VOSTRA ESTETICA E I VOSTRI TITOLI SEMBRINO DIALOGARE CON LA VOSTRA CITTÀ, QUANTO ROMA CONTINUA A INFLUENZARE, IN MODO DIRETTO O SOTTERRANEO, L’IMMAGINARIO DEI KLIMT 1918?
– Roma negli ultimi anni è diventata un’assenza, più che una presenza, nelle nostre esistenze. Paolo (Soellner, batteria, ndr) vive e lavora a Milano da tanti anni. Io mi sono trasferito in provincia nel 2021 e Davide (Pesola, basso, ndr), a causa del suo lavoro, passa molto tempo lontano dalla città. L’unico a vivere Roma è Claudio, che è nato e cresciuto a Matera, e si è trasferito nella capitale ormai vent’anni fa.
Sappiamo tutti che sotterraneamente Roma continua a influenzare le nostre vite, come anche il nostro modo di stare al mondo, perché ha rappresentato per tanti anni il nostro quotidiano ed ha fatto da sfondo a molte delle storie che abbiamo raccontato nelle nostre canzoni. Detto questo mi preme sottolineare che il titolo dell’ultimo album non ha nulla a che fare con la nostra città. Si tratta di una mera casualità.
IL VOSTRO LAVORO È SEMPRE STATO ATTRAVERSATO DA UNA FORTE COMPONENTE NOSTALGICA, QUASI UN’ECO PERMANENTE DEL PASSATO. COL TEMPO QUELLA NOSTALGIA È RIMASTA LA STESSA O HA CAMBIATO OGGETTO E INTENSITÀ?
– Riprendendo quanto dicevo poco fa, il filo rosso che attraversa l’intera carriera dei Klimt 1918 non è tanto uno stile musicale preciso, quanto la persistenza di determinati sentimenti che, negli anni, hanno dato una dimensione riconoscibile alla nostra musica.
Tra questi, la nostalgia occupa un ruolo centrale, perché è profondamente legata a temi come il distacco e il viaggio. Non esiste nostalgia senza allontanamento: la si prova soltanto quando ci si separa dal luogo da cui si è partiti. E la nostra storia, personale e musicale, è sempre stata segnata proprio dal distacco e dal desiderio di attraversare l’altrove.
Oggi, il termine ‘nostalgia’ viene spesso associato a un malinconico rimpianto per ciò che è stato. In realtà, la sua etimologia racconta qualcosa di diverso: descrive il senso di estraniamento di chi, dopo un lungo periodo di lontananza, percepisce come ormai distanti i luoghi, le situazioni e gli affetti che hanno segnato la propria vita passata. La nostalgia dei Klimt 1918 ha sempre avuto a che fare con lo sradicamento, perché nel corso della nostra vita ci siamo volontariamente sradicati (e continuiamo a sradicarci) dai contesti ai quali appartenevamo.
IN UN CONTESTO STORICO CHE NEGLI ULTIMI ANNI SEMBRA SEMPRE PIÙ INSTABILE E CUPO, QUESTA VOSTRA MALINCONIA DI FONDO È RIMASTA UN FILTRO ESTETICO O È DIVENTATA UNA LENTE PIÙ CONCRETA SUL PRESENTE?
– La nostalgia non è necessariamente un sentimento sovrapponibile alla malinconia. Anzi, come scriveva Victor Hugo, “la nostalgia è la felicità di essere tristi”. Accettare il distacco dal passato, e quindi accettare ciò che siamo diventati, rappresenta infatti un momento importante di crescita, qualcosa che, paradossalmente, può essere affrontato anche con il sorriso sulle labbra.
Si tratta, probabilmente, di una disposizione tipica di chi mantiene un legame profondo con la realtà che lo circonda. Per questo la nostalgia finisce spesso per diventare una lente concreta attraverso cui osservare il presente, ma anche uno strumento prezioso per interpretarlo e decodificarlo.

Klimt 1918 – Frantic Festival – 15 agosto 2024 – foto Benedetta Gaiani
LA VOSTRA MUSICA OGGI È LONTANISSIMA DALLE COORDINATE METAL DA CUI SIETE PARTITI, EPPURE UNA PARTE CONSISTENTE DEL VOSTRO PUBBLICO SEMBRA ANCORA PROVENIRE DA LÌ. È UNA COMFORT ZONE O UNA GABBIA DIFFICILE DA SCARDINARE? GUARDANDO A PERCORSI COME QUELLO DEGLI ANATHEMA O BAND SIMILI, CHE TEMPO ADDIETRO HANNO PROVATO A EMANCIPARSI DA QUELL’ETICHETTA CON RISULTATI COMPLESSI, VI RICONOSCETE IN QUELLA DIFFICOLTÀ? È QUALCOSA CHE VI PESA O CHE AVETE ORMAI ACCETTATO?
– È sempre difficile rispondere a questa domanda. Il metal, per sua natura, tende a muoversi entro una comfort zone fatta di codici stilistici ben precisi: un’impalcatura di sicurezza che delimita il genere e ne preserva l’identità anche quando viene contaminato da influenze esterne.
I Klimt 1918, come molte altre band, Anathema compresi, hanno scelto invece di rompere questo schema/legame, spingendosi consapevolmente oltre quei confini. Quando parlavo di allontanamento e di nostalgia intendevo proprio questo: anteponendo spazio tra noi e la scena in cui siamo cresciuti, abbiamo avuto la possibilità di guardare il metal dall’esterno percependolo per quello che era – un’esperienza formativa importante, legata però alla giovinezza dei Klimt 1918 e per questo definitivamente, improrogabilmente conclusa.
Le persone che nel 2026 ci chiedono ancora insistentemente di tornare alle origini, ignorano il disagio profondo che questo ‘nostos‘, questo ‘ritorno’, provocherebbe. Ci sentiremmo degli estranei e vivremmo questa condizione come un grande impedimento.
SE DOVESSI DEFINIRE COSA SONO I KLIMT 1918 NEL 2026, LO FARESTI IN TERMINI MUSICALI, EMOTIVI O ESISTENZIALI?
– Lo farei in termini atmosferici. L’atmosfera è una condizione determinata dai sentimenti e dai rapporti interpersonali, dalle scelte esistenziali e quindi dalle direzioni musicali da esse scaturite.
L’atmosfera dei Klimt 1918 è rarefatta come quella di un banco di nebbia dai contorni sfumati perché il nostro lavoro riflette la nostra volontà di non appartenere o riconoscersi in un contesto musicale preciso.
PER UNA BAND CON IL VOSTRO PERCORSO, ALLA PUBBLICAZIONE DI UN NUOVO ALBUM HA ANCORA SENSO PARLARE DI ‘ASPETTATIVE’ NEL SENSO CLASSICO – SUCCESSO, CRESCITA NUMERICA, VISIBILITÀ – O IL PARAMETRO È DIVENTATO ESCLUSIVAMENTE ARTISTICO?
– Per noi è già importante essere qui a raccontare il perseguimento di questo traguardo. Il percorso produttivo di “Àmor” è stato lungo e sfiancante. C’è stato un momento in cui ho pensato che non sarei uscito vivo dalle sessioni di registrazione e che tutte le difficoltà incontrate durante questo cammino si sarebbero portate via per sempre la mia voglia di continuare a suonare con questa band. Quindi, no. Non ho (e non abbiamo) nessun tipo di aspettative.
INFINE: SE IL TEMPO TRA UN DISCO E L’ALTRO È COSÌ LUNGO PERCHÉ NECESSARIO, DOBBIAMO PREPARARCI A RIVEDERVI TRA DIECI ANNI, O “ÀMOR” HA APERTO UN CICLO DIVERSO ANCHE NEL VOSTRO MODO DI LAVORARE?
– Non sono in grado di rispondere a questa domanda. Viaggiamo troppo ‘a vista’ per poter prevedere cosa accadrà nei prossimi anni. Se ci saranno le occasioni giuste per farlo, torneremo presto. O magari non torneremo più. Chi può dirlo?


