L’ACEPHALE – Black metal per palati fini

Pubblicato il 18/07/2019 da

Il ritorno dopo parecchi anni della creatura di Set Sothis Nox La si è sicuramente imposto come una delle uscite più interessanti dell’anno in ambito black metal; un lavoro complesso, stratificato, ricco dal punto di vista musicale e anche dei testi, esattamente come il mastermind della band. L’intervista, infatti, si è presto rivelata come un flusso di coscienza estremamente articolato e stimolante, in cui il nostro interlocutore, oltre a raccontarci nel dettaglio la nascita di questo album e lo stato dell’arte in casa L’Acephale, ha offerto molte riflessioni sulla musica e sul suo notevole background culturale.

SONO PASSATI DIECI ANNI DAL VOSTRO ULTIMO ALBUM; PUOI RACCONTARCI COS’È SUCCESSO NEL FRATTEMPO E COSA È OGGI L’ACEPHALE?
– Quest’album è stato registrato in diverse, brevi fasi tra il 2013 e il 2018, con varie revisioni. In questo modo abbiamo potuto avere un approccio introspettivo, ridefinendo i nostri obiettivi mentre procedevamo. “Stahlhartes Gehäuse” era stato anch’esso registrato in varie fasi, ma l’intero missaggio era stato fatto da un ingegnere del suono poco avvezzo al nostro suono, in maniera forse un po’ frettolosa; ma tenuto conto del tempo a disposizione è riuscito bene. Per il nuovo album ho imparato da quanto fatto e volevo il mix finale perfetto; penso che Gabriel Espinoza abbia fatto un ottimo lavoro, e lavorare con lui in questi anni è stato grandioso: siamo diventati amici e penso che sia un ingegnere del suono straordinario. Il suo intuito musicale e il trattamento che ha riservato ai brani sono perfettamente in linea con quello che desideravo, e così il prodotto finale.
L’Acéphale è innanzitutto un progetto da studio per esplorare idee che mi interessano. Ci sono stati periodi in cui avevo una line-up completa sia per lo studio che per suonare dal vivo, ma il progetto non è assolutamente nato per andare in tour. Tutti i membri hanno le loro vite e i loro progetti personali da perseguire, scriviamo e registriamo musica per amore della musica in sé e per noi stessi, indipendentemente dalla stessa pubblicazione. È una necessità: c’è un motore in noi che ci spinge a produrre suoni e a sfidarci costantemente a comporre la musica che desideriamo ascoltare. Ho registrato musica regolarmente dal 1989, iniziando a suonare nel 1986; la maggior parte di queste cose non aveva nemmeno lo scopo di essere pubblicata, per me la creazione è un progetto personale di introspezione e riflessione, appunto. Come gruppo il processo è differente, anche se lo scopo è simile; si tratta sempre di sviluppare della musica in sé, indipendentemente da cosa ne verrà  fuori e se sarà suonata dal vivo. Siamo, insomma degli amici e cospiratori che creano suoni e si spingono oltre i propri limiti.

COME SONO NATI I RIFF E LE IDEE PER QUESTO ALBUM? E COME MAI AVETE DECISO DI CHIAMARLO, SEMPLICEMENTE, “L’ACEPHALE”? POSSIAMO CONSIDERARLO UN’EPITOME DEL VOSTRO SOUND?
– Il nuovo album si è sviluppato quando ho messo in piedi una seconda formazione live nel 2010; prima la band era in pausa per svariati motivi, ma in quel momento volevo che tornasse attiva e registrare un nuovo lavoro. Abbiamo iniziato con due canzoni che avevo già scritto ma mai registrato, con cui ho lavorato con la nuova band (“Runenberg” & “Winternacht”), iniziando contemporaneamente a scrivere nuovo materiale. Per questo, l’album rappresenta una raccolta di materiale che risale al periodo compreso tra il 2005 e il 2013; è materiale che si focalizza altresì sugli scritti e le idee dell’originale gruppo L’acephale, guidato tra gli altri da Georges Bataille, Laure (alias Colette Pegniot, ndR), Andre Masson e Michel Leiris. I motivi per cui ho scelto questo titolo sono tre; il primo, perché sento che la musica contenuta rappresenta al meglio lo spettro sonoro che potevo racchiudere in un solo album, poi la qualità e la varietà delle canzoni sono uno specchio di tutta la carriera della band. Infine, dal punto di vista dei testi ha una relazione molto forte con il gruppo originale a cui mi sono rifatto per dare un nome alla band (“L’Acephale” fu una rivista di filosofia degli anni Trenta, particolarmente focalizzata sul pensiero di Nietzsche, di cui difendeva le idee originali, prima delle note strumentalizzazioni politiche, ndR).

CI PARE CHE QUESTO LAVORO SIA MOLTO PIÙ ORGANICO DEI PRECEDENTI, NONOSTANTE SIA ESTREMAMENTE STRATIFICATO E VARIO, SEI D’ACCORDO?
– Lo prendo come un complimento. Non so se ho preso in pieno la traiettoria, ma mi ero lanciato in tale direzione, per così dire; penso che con tutto il tempo che ci ho passato sopra, lavorando con gli altri membri per rivedere e aggiungere continui elementi, sono riuscito a giungere a un punto in cui l’album è risultato ‘completo’.  Penso sia per questo che suona organico, inoltre c’è una produzione più calda e diverse parti acustiche, che probabilmente contribuiscono a questa sensazione.

ALCUNE CANZONI SONO QUASI DELLE SUITE, CON UNA FORTE DIMENSIONE CINEMATOGRAFICA, PENSO IN PARTICOLARE A “WINTERNACHT”. TI CAPITA MAI DI PARTIRE DA UN  CONCEPT VISUALE, QUANDO COMPONI I TUOI BRANI?
– No, di solito non ho ‘immagini’ in mente, quando compongo, parto da riff su cui lavorare col resto della band e testi che creino una cornice concettuale; e poi penso a strutture contrapposte  e pattern di batteria. Alcune canzoni si sviluppano sulla base di un percorso che ho già in testa, per esempio “Winternacht”si è sviluppata facendo lavorare la band su frammenti distinti e tenendo alcuni passaggi liberi per la sperimentazione; in passato  abbiamo quasi sempre incluso un frammento in cui tutti suonavamo la batteria con un sample comune in sottofondo, mentre in questo album abbiamo escluso parti con batteria plurima. L’intento su molti brani era proprio quello di costruire delle suite, quindi ti ringrazio per averlo notato.

HAI ACCENNATO AL CONTENUTO LIRICO DELL’ALBUM, TI VA DI APPROFONDIRE?
– Certo. “Runenberg” si basa su un poema incluso in un racconto breve di fine Settecento di Ludwig Tieck, uno scrittore romantico tedesco; la storia racconta del richiamo di uno spirito della montagna che richiama a sé un uomo per fargli abbandonare la vita urbana. “Winternacht” è ispirata a un paio di poemi del poeta austriaco Georg Trakl, scritti a cavallo della Prima Guerra Mondiale.  “Hark! The Battle-cry Is Ringing!” si basa su un poema di H.S. Salt e sull’omonimo canto del movimento operaio americano, comparso su “Little Red Book Of Songs.” “Sovereignty” trae origine dagli scritti di Laure Colette Pegnoit, membro dell’originale gruppo de L’Acephale, mentre “Last Will” è un poema di Nietzsche che coincideva perfettamente con le idee di Laure and Georges Bataille. Gli altri testi sono tutti in qualche modo estratti dalla produzione di Georges Bataille stesso, che è uno degli scrittori da cui sono più influenzato. Tutti i miei testi sono basati sulla letteratura, la filosofia, la mitologia e altre idee teoretiche che trovo interessanti. Amo la poesia più cupa e viscerale che affronta la nostra realtà da un punto di vista artistico e cerca di spingere il lettore a elevarsi dal compiacimento, a lottare e trascendere cercando di nobilitare il proprio spirito.

A PROPOSITO DEI TESTI, È ESTREMAMENTE AFFASCINANTE L’USO DI LINGUE DIVERSE, ANCHE ALL’INTERNO DELLA STESSA CANZONE, COSA CHE AUMENTA LA DRAMMATICITÀ DELLE DIVERSE PARTI. HAI PENSATO A OGNI LINGUA COME UNA VOCE E UN’ATTITUDINE NARRATIVA DIVERSA?
– No, in realtà l’uso di lingue diverse è dovuto al ricorso a testi originali che erano tanto in tedesco, quanto in francese. Visto che tradurre poesie in maniera efficace è difficile, trovo sensato riportarle in lingua originale, offrendo le idee contenute così com’erano, lasciando anche che le associazioni di idee e i possibili significati delle parole ispirino l’ascoltatore come in origine. C’è poi anche il fatto che lavoro con musicisti strepitosi che hanno come lingua madre proprio il tedesco e il francese come Markus Wolff e Geneviève Beaulieu.

COME DESCRIVERESTI LA TUA MUSICA A QUALCUNO CHE NON VI HA MAI ASCOLTATI?
– È una domanda difficile, penso che l’intera gamma di musica scritta e registrata da L’Acephale non sia descrivibile in poche parole, anche se tendo a definirla, semplicemente, black metal. O black metal con elementi avant-garde. Diciamo che il mio piano operativo per questo progetto è di unire il black metal con elementi del dark folk, della dark ambient e della musica concreta.

GLI STATI UNITI SONO UNO DEI PAESI DOVE IL BLACK METAL STA VIVENDO UNA DELLE SUE FASI PIÙ CREATIVE. COSA RAPPRESENTA QUESTO GENERE, PER TE, AL GIORNO D’OGGI?
– Anche questa non è una risposta facile da dare (ride, ndR)! Ritengo che ciascuno presenti la propria interpretazione di black metal; per qualcuno è da ascoltatore, per altri è da compositore, altri ancora lo valutano sotto la lente del critico e del giornalista, e riconosco i meriti di ciascun punto di vista. La musica in generale e il black metal sono tanto un’espressione culturale quanto un prodotto di consumo, e l’effetto è che il risultato finale viene anche ‘sporcato’ dalla promozione del prodotto stesso: buona parte del black metal contemporaneo si basa sulla ‘vendita’ del concept che sta dietro la band, che a seconda dei casi è la personalità kvlt e oscura dei membri di un gruppo, oppure il creare oscura musica dungeon synth, o l’emergere di un personaggio hipster e ‘particolare’… Per questo, amo e odio il black metal al tempo stesso, di fondo amo la musica e HO BISOGNO di crearne di mia; tutta la mia vita è dedicata ad essa, come ascoltatore e come musicista. Non ho mai composto musica per raggiungere un obiettivo, ma solo per un’urgenza di espressione personale; il caso vuole che il richiamo lo senta verso il blastbeat e le chitarre potenti e distorte, anche se non si limita a quello, ed ecco perché cerco di incorporare altri elementi nella musica che creo. Per questo non sono in grado di darti un giudizio sul black metal in generale; solo su quello che mi ispira, che è un percorso personale, con musicisti affini con i quali cerco di esplorare e trovare liriche o testi di altri curiosi sul cammino della trascendenza.

QUALI BAND SUGGERIRESTI AI NOSTRI LETTORI, O POTRESTI CITARE COME TUE PRINCIPALI FONTI DI ISPIRAZIONE?
– La quantità di band che mi ha ispirato è smisurata, non saprei nemmeno da dove iniziare: molte sono famose band black metal, altre sono più oscure, altre ancora sono progetti avant-garde anche di altri generi. Di solito, comunque, tendo a a essere ispirato da musicisti che cercano il loro cammino musicale più che scrivere musica che si rifà a quanto da loro creato, quindi quello che mi ispira potrebbe non sentirsi nella mia produzione. Ascolto musica da quarant’anni, continua tutt’oggi ad essere una parte quotidiana della mia vita, ascolto musica in momenti diversi e di genere diverso, spesso con dei legami tra le diverse cose che ascolto, altre volte molto divergente. Ho fatto una serie di compilation di canzoni che mi hanno ispirato per il mio magazine Amarantos, e in breve tempo sono diventate otto ore di musica con quasi ottanta band! Posso citartene un po’, sicuramente non è una lista completa, ma magari qualcuno potrebbe pescare qualche gemma underground che non conosce: Wolfhetan, Apollyon, Warhate, Ruhr Hunter, Corvus Corax (USA), Thy Infernal, MZ. 412, Mania, Maybe Mental, Alethes, Ernte, Missing Foundation, Hoverkraft, Threnos, Ekstasis, Grivf, Abyss,  Novemthree, Knelt Rote, Rohit, Crash Worship, Sadastor, Wolfthorn, V. Tormis, K. Penderecki, Poison Girls, Rudimentary Peni and Neos.
Tra le band più note direi: Ulver, Deathspell Omega, Antaeus, Armagedda, Nortt, S.V.E.S.T., Nico, Corrupted, Sacrilege (U.K.), In Gowan Ring, G.I.S.M., Empyrium/Sun of the Sleepless, Horna, Behexen, Swans, Funeral Mist, L.J.D.L.P., Current 93, Sangre De Muerdago, TxRxP, Toroidh, Funerary Call.

COME SEI ENTRATO IN CONTATTO CON KODY KENWORTH E QUAL È IL SUO EFFETTIVO CONTRIBUTO A QUEST’ALBUM?
– Kody è stato un membro della prima line-up dal vivo de L’Acephale, ci siamo conosciuti quando lavoravo come ingegnere del suono in uno studio; penso fosse il 2002 o 2003, ci ha presentati il mio amico Tim Call di Parasitic Records per aiutarlo nelle registrazioni del primo disco dei Fall Of The Bastards, la sua precedente band, e ci siamo subito trovati bene. Ho anche fatto diverse date con loro quando ero ancora negli Order Of The Vulture. Quando composi il primo demo de L’Acephale, “Mord Und Totschlag”, lo diedi a Tim per un parere, e mi propose di realizzare un 7” con il brano “Book Of Lies”, suggerendomi di registrarlo con un batterista in carne e ossa. Così, chiesi al batterista degli Order Of The Vulture di aiutarmi in studio, e ora che abbiamo fissato una data per trovarci in studio, lui aveva già contattato e reclutato Kody per le registrazioni. Da lì, Kody mi ha aiutato a scrivere parecchio materiale originale assieme al resto della band, ossia Liz, Jeff, Markus e Jared. “Runenberg” e “Winternacht” sono state composte da quella prima formazione, lui poi non ha avuto modo di partecipare alle registrazioni, ma mi pareva giusto riconoscere il suo contributo in tali brani.

E PER QUANTO RIGUARDA GLI ALTRI OSPITI PRESENTI SUL DISCO?
– Ho chiesto a Geneviève Beaulieu (Menace Ruine, Preterite) di lavorare su una canzone con me, avevamo già deciso che “Sovereignty” sarebbe stata il primo brano, ma data la lunghezza delle altre tracce avevamo bisogno di un’altra canzone per la prima facciata del disco, quindi ho chiesto aiuto a lei. Ci siamo incontrati per la prima volta a un festival dove suonava coi Menace Ruine, ci siamo intesi subito e ci è capitato di condividere il palco anche in altre occasioni; una volta l’ho anche intervistata per la mia rivista, Amarantos: è stata una lunga intervista in cui, con una domanda alla volta nel corso di svariati mesi, abbiamo discusso di svariati argomenti e anche dei testi che scrive per i suoi progetti, diventando così amici e aprendo le porte alla collaborazione.
Meriel Ester, un’altra ospite sul disco, è una vecchia amica e un’ottima cantante, a cui ho chiesto di aiutarmi su “Hark! The Battle-Cry Is Ringing!”, poi c’è Ilana Hamilton con cui già collaboravo nei Kertoa Kalevala assieme a Carl Annala e Asia Kindred Moore (Sangre De Muerdago, Solace). È un progetto incentrato sulla narrazione di storie folk in cui Ilana fa da oratore e noi creiamo l’accompagnamento musicale. Il contributo di Markus su “Last Will” è presente solo nella prima parte del brano, quella più ambient, dove rimaneva uno spazio ‘libero’, quindi ho chiesto a Ilana di narrare il poema in inglese in quella parte, per creare un bel contrasto sia in termini di tono che di timbrica. E mi piace molto la sequenza delle due orazioni.
Ultima, ma non per importanza, sul disco suona Liz Abyss, che in origine ne L’Acephale suonava il basso e cantava, e qui mi ha aiutato a scrivere sia le parti musicali che i testi. Ha una voce strepitosa e mi manca la sua presenza nella band, ma la vita è piena di impegni e sono felice che sia riuscita almeno a cantare sul disco.

ULTIMAMENTE AVETE SUONATO PARECCHIO DAL VIVO. PENSI CHE L’ESPRESSIONE PERFETTA DE L’ACEPHALE SIA IN STUDIO O SU UN PALCO?
– Penso che entrambe abbiano la loro importanza, e che entrambe debbano essere studiate con attenzione a seconda del momento e della situazione. Alcune cose possono essere restituite solo in studio, e cerco di far emergere quei momenti quando registro; allo stesso modo, una performance dal vivo ha le sue limitazioni e i suoi punti di forza: è bello capirlo e spingersi al limite quando si è su un palco!

 

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