È una città sempre addolorata, macerata, sferzata di sofferenza, quella descritta dai Lacittàdolente. La città ha un nome, Milano, ed è il luogo che, con le sue problematiche e le sue contraddizioni, ha forgiato l’anima sonora di questo gruppo abbastanza atipico, già piuttosto fuori dai canoni nel debutto “SalesPeople” e ora rafforzato e radicalizzato nelle sue idee con il successore “In A World Full Of Nails I Have Got Nothing But My Hands”.
Dal punto di vista stilistico, lo stacco con il lavoro del 2020 è abbastanza pronunciato, per quanto si rimanga nell’alveo di uno spigoloso mathcore. Ora il gruppo, passato dall’essere un quartetto a un duo, suona più greve e asfittico, avvicinandosi al nume tutelare Botch e immettendo in quanto suonato una carica di negatività persino superiore a quella immessa nell’abrasivo disco d’esordio.
Con le sadiche dinamiche del lavoro e del profitto nuovamente al centro del discorso lirico, i Lacittàdolente si dimostrano, nei fatti e nelle parole, un’entità che ha molto da dire: ragazzi che non hanno timore ad esprimere i loro pensieri, tramite ragionamenti articolati e tutt’altro che banali.
SONO PASSATI CIRCA QUATTRO ANNI E MEZZO DALL’USCITA DI “SALESPEOPLE” E QUELLA RABBIA SMISURATA SEMBRA ORA AVER PRESO UNA FORMA DIVERSA. IL NUOVO DISCO È ANCORA PIÙ PESANTE, CUPO, CONTORTO MA DIRETTO NELLO SBATTERE IN FACCIA TUTTA LA FRUSTRAZIONE PER UNA REALTÀ OPPRIMENTE, CHE PIEGA L’INDIVIDUO ALLE MORTIFICANTI REGOLE DELLA PRODUTTIVITÀ A TUTTI I COSTI.
COSA È CAMBIATO, SE È CAMBIATO QUALCOSA, NELLA VOSTRA VISIONE DEL MONDO E DELLA MUSICA DA “SALESPEOPLE” AD OGGI?
– Se pensiamo alla situazione odierna, vediamo un mondo sempre meno pluralista. Anche se comunque inquinato dalla logica del profitto, forse, almeno dalla nostra posizione privilegiata, ci sembrava che le istituzioni reggessero fino a poco tempo fa, tenessero botta.
Sostanzialmente, il contratto sociale, iniquo e oppressivo che fosse, era almeno ancora un ricordo. Oggi, meno ingenui, più stanchi, abbiamo perso l’ispirazione alla varietà dei suoni come la nostra società ha perso la volontà di essere, appunto, pluralista e ci sentiamo sempre meno capaci di interagire con il mondo.
SIETE PASSATI DALL’ESSERE IN QUATTRO A UN DUO. COSA È SUCCESSO ALLA PRECEDENTE LINE-UP E COME HA INFLUITO QUESTO DIMEZZAMENTO DEI MUSICISTI NEL PROCESSO CREATIVO?
– Salutando ancora la dipartita del nostro miglior chitarrista di sempre, Max, ci siamo ritrovati a dover puntare a cose più semplici sotto certi aspetti, abbiamo ricalibrato i nostri punti di forza, cercando di capire dove potevamo esprimerci al massimo.
Anche se in formazione diversa, sono ormai quasi otto anni che suoniamo insieme e la sinergia si è fatta subito sentire, portandoci a finire questo album in sei mesi. Senza dubbio, dopo un primo momento di incertezza, abbiamo trovato rapidamente il nostro suono, animati dalla voglia di non lasciar passare altro tempo e tornare sul palco, il nostro vero amore, il prima possibile.
CHE SIGNIFICATO HA PER VOI UN TITOLO COME “IN A WORLD FULL OF NAILS I HAVE GOT NOTHING BUT MY HANDS”? COME SI COLLEGA A QUELLO DI “SALESPEOPLE”?
– “In A World Full Of Nails I Have Got Nothing But My Hands”, si riferisce a un’idea del mondo anglofono che suggerisce questo concetto: “Give a small boy a hammer, and he will find that everything he encounters needs pounding”. Concettualmente, l’idea è che attraverso la propria educazione o i mezzi che le vengono insegnati, che una persona imparerà a concettualizzare, interagire con il mondo e la vita.
Dato il nostro disagio, e allo stesso tempo, la nostra difficoltà nel rapportarci con questo mondo capitalista, il problema è doppio. Ormai, dopo anni di istruzione e mondo del lavoro, ci è chiaro che non siamo ben adattati: siamo in balia di una realtà fatta di ripetizione e lavoro alienante, come macchine, che ci risulta ostica perché abbiamo agguantato abbastanza nozioni critiche da rigettarlo.
Allo stesso tempo, vediamo come le nostre capacità, il nostro saper fare, come antitetici al mondo in quanto tale. Ci è chiesto di saper usare un martello che non sappiamo usare e, quando vorremmo cambiare la situazione, come generazione, non siamo capaci di fare neanche quello.
Il titolo ci ricorda che siamo incapaci non solo di migliorare il mondo o anche solo di salvarci dalla catastrofe ambientale imminente ma che, ormai, non è più neanche possibile trovare uno spazio di salvezza nella società occidentale; il mondo richiede conformità, non soluzioni.
IL SUONO DI “IN A WORLD FULL OF NAILS…” SPOSTA L’ASSE DELLE INFLUENZE, IN MODO PIÙ MARCATO, VERSO UN GRUPPO COME I BOTCH E, APPENA DIETRO, I CAR BOMB, AGGIUNGENDOVI UN PIZZICO DI NOISE E UN INCEDERE A VOLTE MECCANICO E DEUMANIZZATO QUASI DI IMPRONTA INDUSTRIAL. COSA VOLEVATE RIDURRE E COSA, INVECE, VOLEVATE METTERE MAGGIORMENTE IN RILIEVO, IN QUESTO SECONDO ALBUM?
– Abbiamo cercato, come suggerivamo all’inizio, di ridurre la pluralità del nostro suono. Una paletta dei colori meno ampia, con più grigi, neri e bianchi e meno colori in generale. Guidati dalle preferenze del suono che abbiamo in due, il ritmo è diventato molto preponderante come strumento di espressione di ansia e disagio. Meno capacità, più ansia si sono tramutati in questo suono, che contiamo ancora di rivedere ‘al ribasso’ nel prossimo disco.
Se avevamo delle illusioni, ormai tutta la patina di lucentezza che contraddistingueva la nostra realtà si è ossidata e ha perso splendore.
COME FEELING GENERALE, NELLE SENSAZIONI CHE ARRIVANO ADDOSSO A CHI ASCOLTA, HO PERSONALMENTE PERCEPITO IN MODO ANCORA PIÙ FORTE E DISTURBANTE LA VOSTRA CRITICA AL MODO DI VIVERE METROPOLITANO DI OGGI, QUESTA ESISTENZA CHE PARE ESSERE ‘CONDANNATA’ A UN CICLO INFINITO DI ATTIVITÀ AFFANNOSE, SODDISFAZIONE DI RICHIESTE INFINITE, AL SOLO FINE DI ALIMENTARE UN’ILLOGICA MACCHINA PRODUTTIVA.
IN QUESTO VOSTRO RACCONTARVI, QUALI SONO I PUNTI CONCETTUALI CHE VOLEVATE TOCCARE CON LA VOSTRA MUSICA?
– Abbiamo esplorato una serie di temi sempre attuali per noi, che sono il doversi piegare alle dinamiche del salariato – sempre nostro caro fu! – e il rapporto tra individuo e società.
Ci sono anche momenti in cui critichiamo la mascolinità tossica: una realtà che ci trasforma in persone meschine e rabbiose verso chi ci sta vicino, senza però renderci conto della realtà di oppressione che è sicuramente quella che ci causa questo stato di ansia e disagio, sentimento espresso in particolare nell’ultima canzone “Foaming At The Mouth,”.
Ci siamo ritrovati a parlare anche dell’arte in generale in “Crushed under the ho(a)rd(e) / in the rarified air”. Infatti, lo stato della realtà musicale odierna, fatta sempre più per consumi effimeri e transitori, non ci si confà a noi che viviamo la musica a trecentosessanta gradi con organizzazione di concerti e DIY.
Una menzione speciale va al concetto di libero arbitrio che viene non molto gentilmente esplorato in “A lever fiddled with, weightless [ Venal II ]”; ne risulta una realtà che, concepita nella sua totalità, ci vede come passeggeri su un treno, non come a cavallo, liberi di forgiare un mitologico cammino di propria mano.
LE TRACCE PIÙ IMPATTANTI SONO A MIO AVVISO LE DUE PIÙ LUNGHE E COMPOSITE, OVVERO “(IT’S) CLEARANCE SEASON” E “NEON DEATH (FOREVER ON A PAYROLL)”. QUA ATTRAVERSATE UNO SPETTRO STILISTICO PIÙ AMPIO DI ALTRI MOMENTI DEL DISCO, OTTENENDO UNO STILE ANCORA PIÙ IBRIDO E SFACCETTATO DEL SOLITO. COSA RAPPRESENTANO PER VOI QUESTE DUE CANZONI? IN PARTICOLARE, VOLEVO SAPERE CHE SIGNIFICATO DOBBIAMO ATTRIBUIRE AL TITOLO DI “NEON DEATH (FOREVER ON A PAYROLL)”.
– Sicuramente, all’interno di alcune canzoni come “(It’s) Clearance Season” abbiamo voluto puntare il dito verso le logiche di mercato e di fama che ci sono dietro alcune scene che millantano di essere underground o alternative.
Quando si fanno i sold-out e si suona in locali per puro lucro, ormai non si è più ‘puri’ come una volta; il compromesso è stato fatto e accettato. Sicuramente saremo tacciati di essere invidiosi davanti al successo altrui e che come la volpe, semplicemente, non riusciamo ad arrivare agli acini, ma a noi piace vivere la nostra musica dove siamo, con piccoli palchi e motivati dalla passione, non attraverso logiche di profitto. Tanto che, il nostro merch, ai concerti sarà a offerta libera.
Abbiamo sempre odiato il profitto come logica e sapere che ogni concerto è tutto nostro e dovuto al nostro impegno, anche come Deafening DIY Shows, e non un salto sul carrozzone della musica di moda al momento, ci fa felici.
“Neon Death (Forever On A Payroll)” si riferisce alla Neon Death, cioè morire alla propria scrivania, una realtà sempre più vicina per noi che come tante persone nel futuro non si potranno permettere di andare in pensione. Allo stesso tempo, esploriamo il disagio che c’è nel voler fare sempre più musica; senza svendersi non si potrà mai vivere solo con la musica. Ci sentiamo strattonati in una tensione di fondo che obbliga a chi fa qualcosa che ama, la propria passione, a declinarla in un lavoro; una scelta, per noi, molto ingiusta.
NEL DISCO SONO PRESENTI DIVERSI SAMPLE, CHE CONTRIBUISCANO AD AUMENTARE LA SENSAZIONE DI ALIENAZIONE E DISAGIO ESISTENZIALE INDOTTA DALLA MUSICA. AMMETTO DI NON AVERNE COLTO LA PROVENIENZA. DA DOVE PROVENGONO E PERCHÉ PENSATE CI STESSERO BENE NEI VOSTRI BRANI?
– Abbiamo ripreso vari spezzoni del podcast “Behind The Bastards” su Andrew Tate, il simbolo della tossicità maschile e del capitalismo più becero, nell’intro e outro; “Cube”, film del 1997, un episodio dell’anime “Killa Kill” e “Get Up” di Annie Larrieux. Tutte queste cose assolutamente consigliatissime.
In senso lato tutte esprimono le nostre idee in modo diverso, declinate in vari formati auditivi come musica pop, anime, podcast o film. Tutte parlano dell’impotenza della nostra situazione davanti a questa macchina impossibile che è il capitalismo contemporaneo.
In particolare, “Killa Kill” è il dialogo, in giapponese, tra due personaggi che si chiedono cosa spinga l’essere umano all’azione, al fare. Le loro risposte, il profitto o la paura dell’autorità, sono entrambe sbagliate, per noi, e rigettiamo questo pensiero che però è ormai l’unica realtà politica odierna.
ALLA FINE DI TUTTO QUESTO SFORZO CREATIVO, DI QUESTO CONTORTO SFOGO DI RABBIA E IDEE, COME VI SENTITE? COSA PRODUCE DI POSITIVO IN VOI L’AVER CREATO UN ALBUM SIMILE?
– In realtà, la felicità di essere stati capaci di esprimerci si è rapidamente infranta sugli scogli della realtà di dover passare per il tritacarne della commercializzazione della nostra ‘arte’. La ricerca di date, il dover pregare le label di ascoltarci e via discorrendo ci ha portato altro materiale emotivo che stiamo già scaricando nello scrivere il prossimo album. Bello, lo rifaremo, ma è molto avvilente, allo stesso tempo.
DI QUELLO CHE OGGI È IDENTIFICABILE, ALMENO A GRANDI LINEE, COME IL VOSTRO GENERE DI RIFERIMENTO, OVVERO UN MATHCORE MOLTO CUPO, FERALE, PESSIMISTA, CHI PENSATE OGGI POSSA ESSERE IL MIGLIORE INTERPRETE?
E PERCHÉ QUESTO MODO DI SUONARE APPARE OGGI STARE UN PO’ AI MARGINI, UN PERICOLOSO OGGETTO UNDERGROUND, RISPETTO AD ALTRE FORMULE METAL/HARDCORE CONTEMPORANEE, CON DIVERSE DI QUESTE A GODERE DI UN SUCCESSO COMMERCIALE SENZA PRECEDENTI?
– Tra le band che pensiamo più rilevanti nel panorama odierno ci sono sicuramente i Car Bomb, già sopra citati, i Frontierer, Pupil Slicer e, anche se la nuova produzione è meno convincente per noi, i The Callous Daoboys.
Tutte queste band di paesi anglofoni provano, un’altra volta, che l’epicentro è sempre verso gli Stati Uniti e il Regno Unito, sempre, per noi, all’avanguardia musicale. Due di queste hanno contratti con label di medio calibro come la Prosthetic Records che ha un po’ fatto una scommessa sul genere. Però vederle da noi sarà quasi impossibile e questo ricorda quanto ostile sia il nostro paese a situazioni di questo genere, una cosa che ci rattrista.
Sicuramente, il contenuto musicale disarmante e inospitale del mathcore è ostico al pubblico, in generale. Se un suono è estremo ma comunque ‘orecchiabile’ può andare bene a una platea più ampia ed essere capito.
Appena si entra in territori veramente alienanti come quelli dei tempi dispari e via discorrendo, si sta chiedendo a chi ascolta un ulteriore passo per capirsi essendo, esso, un linguaggio musicale a loro anomalo. Questo passo in più richiede interesse, attenzione e fatica. Come lamentiamo nei testi, ormai la musica è fatta per essere consumata e gettata quasi immediatamente e il pubblico si è rapidamente adattato a questa logica.
Il mathcore, come tanti generi di nicchia, non risponde a queste esigenze e viene ignorato, appunto. Mentiremmo, però, se non dicessimo che c’è una saturazione incredibile dal punto di vista del numero delle band esistenti in generale, che sicuramente influisce sulla situazione.
SIETE IMPEGNATI ANCHE NELL’ORGANIZZAZIONE DI CONCERTI, COME DEAFENING DIY SHOWS. CHE GIUDIZIO DARESTE DI QUESTA VOSTRA ATTIVITÀ FINO AD ORA? COME PENSATE ABBIA CONTRIBUITO A TENERE VIVA UNA CERTA SCENA UNDERGROUND, UN PO’ FUORI DA QUELLI CHE SONO I NORMALI CIRCUITI COMMERCIALI PER GLI EVENTI DAL VIVO?
– Davanti a una scena che sta vivendo, diremmo, un buon momento, ci sentiamo parte di questa realtà, come organizzazione. Abbiamo cercato di portare pluralità dove ce n’era poca, in una scena dominata da pochi generi, più ‘semplici’, e ci siamo in parte riusciti.
Sicuramente è bello poter portare della musica non scontata negli spazi occupati che sono sempre più sotto attacco nella realtà della gentrificazione meneghina. Speriamo in almeno altri sei anni di eventi!
PER CONCLUDERE: COME STA LA ‘VOSTRA’ MILANO OGGI RISPETTO AL 2020?
– Alle porte di quella che è l’ennesima ‘vetrina’ per la città, le Olimpiadi, non possiamo che puntare il dito contro le logiche di gentrificazione che stanno avviluppando tutti i quartieri. La città è sempre meno accogliente verso chi non può permettersi gli affitti inflazionatissimi o le case a prezzi da località turistica.
Non regge nemmeno tanto il fatto che i salari sarebbero più alti; il meccanismo si sta inceppando e la gente, le persone della città, si stanno allontanando sempre più da una situazione più ‘rispettabile’ ma meno alla portata di chiunque.
Sicuramente, la città resta un sogno capitalista italiano ma è evidente che diventa sempre meno realtà, col tempo.


