LAMB OF GOD – Qualcosa per cui morire

Pubblicato il 12/03/2026 da

Da quasi trent’anni sono tra le band più influenti e consistenti del metal moderno, capaci di unire groove enormi, riff iconici e una rabbia sociale che non riesce a scemare: con “Into Oblivion” il loro decimo album in studio in uscita il 13 marzo 2026 via Century Media/Epic Records, i Lamb of God tornano con la solita incredibile lucidità, consegnando un disco che rinnova, ancora una volta, una striscia di lavori che ha dell’incredibile.
Tra cambi di logo spiazzanti, riflessioni su un futuro distopico e un approccio creativo più libero, “Into Oblivion” mira a segnare una nuova era per il gruppo di “Richmond motherfuckin’ Virginia”, non tanto nello stile – perlopiù codificato ed intoccabile – quanto nell’approccio e nella filosofia.

Ne parliamo via zoom con il batterista Art Cruz, che al suo terzo disco in studio con la band (l’artista è entrato nel 2019 in sostituzione di Chris Adler) si apre candidamente: dal processo di registrazione rilassato e fiducioso, ai contributi personali più ampi, fino ai legami con l’Italia (ha amici di lunga data nei Klogr e un amore dichiarato per il Belpaese), passando per sobrietà, radici messicane e origini nel deathcore.
Un ritratto sincero di un musicista che, dopo anni intensi, si sente finalmente a casa nella band che ha sempre ammirato.

HO ASCOLTATO IL NUOVO DISCO E LO RITENGO L’ENNESIMA CONFERMA PER I LAMB OF GOD. QUAL È STATA LA TUA SENSAZIONE QUANDO HAI ASCOLTATO L’ALBUM FINITO PER LA PRIMA VOLTA, DALL’INIZIO ALLA FINE?
– Penso che in pochi lo notino, ma la cosa più importante – e all’inizio non ci ho fatto nemmeno io caso – è stata proprio la tracklist, l’ordine dei pezzi nel disco. Quando l’ho ascoltato tutto di fila è stato speciale: ogni canzone sembra avere un’identità propria, non solo per musica e testi, ma anche per produzione e mix.
Se ci fai attenzione, ognuna ha un suono unico, come se appartenesse a diversi album dei Lamb of God. È impressionante. E la sequenza dei brani è perfetta, dà un flusso incredibile. Il nostro chitarrista Mark Morton, che se ne è occupato principalmente, è bravissimo a creare quel tipo di viaggio.

AVETE GIÀ PUBBLICATO ALCUNE CANZONI (“PARASOCIAL CHRIST”, “SEPSIS”) E RICEVUTO QUALCHE FEEDBACK IN RETE. LE AVETE GIÀ SUONATE LIVE?
– Abbiamo suonato solo “Sepsis” dal vivo, finora. Ma sì, nei prossimi tour di quest’anno suoneremo sicuramente del materiale nuovo, a rotazione. Probabilmente ci concentreremo su quelle già uscite – “Parasocial Christ”, “Sepsis”, “Into Oblivion” – ma stiamo per pubblicare altri due o tre singoli che a me piacciono moltissimo. Sono eccitato all’idea di portare nuova musica sul palco, soprattutto perché questo è il mio terzo album con la band. È bello avere tanta scelta.

IL TUO CONTRIBUTO È CAMBIATO RISPETTO AI PRECEDENTI DISCHI? CON TRE ALBUM ALLE SPALLE TI SENTI PIÙ LIBERO DI SCRIVERE E COSTRUIRE?
– Bella domanda. Questo processo è stato diverso rispetto ai due dischi precedenti. Quando sono entrato era tutto molto intenso: stavo imparando, i ragazzi mi insegnavano il loro modo di lavorare.
Con “Omens” abbiamo registrato tutti insieme nella stessa stanza a Hollywood, è stata un’esperienza bellissima. Stavolta invece ognuno ha registrato separatamente, io quasi sempre solo con Josh Wilbur, il produttore.
Negli anni ho guadagnato fiducia dai ragazzi e questo mi ha fatto sentire molto più libero. Credo si senta: suono più sciolto, più rilassato, meno nervoso. È stata una boccata d’aria fresca che si traduce organicamente nella musica. Sono davvero contento di quello che sono riuscito a dare in questo disco.

CI SONO PEZZI MOLTO DIVERSI TRA LORO: “SEPSIS” È PESANTISSIMA, MA POI C’È “EL VACIO” O “A THOUSAND YEARS” CHE HANNO UN APPROCCIO DIFFERENTE RISPETTO ALLA DISCOGRAFIA DEL GRUPPO. È PIÙ DIVERTENTE SUONARE QUESTI BRANI O È UNA SFIDA?
– Non è una sfida, è puro divertimento. Ogni canzone è unica a modo suo.
“El Vacìo” è uno dei miei momenti preferiti del disco. L’album è intenso, veloce, pesante e groovy, ma quel pezzo rallenta, diventa emotivo. L’ho registrato per ultimo proprio perché avevo bisogno di calmarmi e suonare in modo più sentito. È stato liberatorio.
Stavolta non mi sentivo sotto la lente d’ingrandimento come all’inizio: è stato molto più divertente e rilassato.

COME DESCRIVERESTI L’ENERGIA IN STUDIO QUESTA VOLTA?
– Se dovessi usare una sola parola sceglierei ‘fresca’. Non che per gli altri dischi ci fosse una brutta atmosfera, ma stavolta non c’era pressione.
Non dobbiamo più dimostrare niente a nessuno. Abbiamo scritto quello che sentivamo, senza pensare troppo a etichetta, management o paragoni con il passato.
Il risultato suona come un greatest hits, ma fresco e moderno allo stesso tempo. È quello che succede quando una band arriva a quasi trent’anni di carriera: ti ispiri a te stesso, in senso positivo.

AVETE CAMBIATO ANCHE IL LOGO. RANDY HA SCHERZATO SUL FATTO CHE ASSOMIGLIASSE AL MENU’ DI UN RISTORANTE DI FALAFEL… SEI D’ACCORDO CHE IL VECCHIO LOGO AVEVA BISOGNO DI UN RESTYLING? PUOI PARLARCI DELLA COPERTINA, CHE È PROPRIO FUORI DAL VOSTRO STILE CANONICO?
– Abbiamo lavorato da vicino con Ken Adams, il nostro art director di sempre. All’inizio siamo rimasti spiazzati anche noi. È un cambiamento drastico, confuso, quasi spiazzante. Ma proprio per questo ci è piaciuto.
Non dobbiamo più fare le cose in maniera ‘sicura’. Se c’è un momento per provare qualcosa di nuovo, è adesso. Una volta spiegata l’idea – l’artwork si ispira ad IA, computer, futuro, estetica da fumetto – tutto ha acquistato senso. Crea curiosità, e secondo me segna l’inizio di una nuova era.

A PROPOSITO DI IA: C’È MOLTA RABBIA NEL MONDO ARTISTICO CONTRO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. TU HAI MAI SPERIMENTATO CON L’IA? PENSI POSSA ESSERE UTILE NEL MONDO DELLA MUSICA?
– La tecnologia, come qualsiasi strumento, può essere meravigliosa. Guarda noi due: stiamo parlando attraverso uno schermo grazie alla tecnologia. Ma finché non sarà regolamentata in modo da proteggere davvero gli artisti, resta un’arma a doppio taglio.
È bellissima e allo stesso tempo inquietante. Io sono fortunato a poter creare musica nella vecchia maniera, con le mie mani e con la mia testa.
La tecnologia deve assistere, non sostituire. Altrimenti diventa ingiusto per chi si spacca la schiena per emergere. Spero che l’interazione umana – come questa chiacchierata – resti sempre al centro. Altrimenti rischiamo di finire tutti… ‘into oblivion’.

GUARDANDO INDIETRO: IL TUO PRIMO INGAGGIO IMPORTANTE È STATO CON I WINDS OF PLAGUE. SEI ANCORA IN CONTATTO CON LORO? SEGUI ANCORA LA SCENA DEATHCORE, CHE STA ESPLODENDO COME MAI PRIMA D’ORA?
– I Winds of Plague hanno fatto qualche show l’anno scorso, ci siamo ritrovati per tre date. La scena deathcore è cambiata tantissimo.
Io vengo da lì, ma con i Lamb of God mi sento un po’ disconnesso: il nostro mondo è diventato enorme, con troppa logistica, sicurezza, pirotecnica… non è più facile avere gli amici sul palco come una volta.
Però vedere band come Lorna Shore portare il deathcore nelle arene è bellissimo. Hanno preso quello che facevamo noi vent’anni fa – tastiere, sinfonico, breakdown – e l’hanno portato al livello successivo. Mi tolgo il cappello. Magari quest’anno riesco a scrivere qualcosa di nuovo con i Winds… mi manca quel mondo.

QUAL È STATO L’IMPATTO PIÙ GRANDE CHE I LAMB OF GOD HANNO AVUTO SULLA TUA VITA, OLTRE LA MUSICA?
– I Lamb of God mi hanno cambiato la vita in più di un modo. Sono stati il mio punto d’ingresso, la mia ‘gateway band’ verso il metal moderno. Prima ascoltavo solo thrash classico – Metallica, Slayer, Megadeth, Exodus… – poi i Lamb of God mi hanno aperto a hardcore, metalcore, alla nuova ondata di formazioni che stavano ravvivando la scena in quel periodo come Killswitch Engage e Shadows Fall.
E quando sono entrato nella band è stato un sogno che si è realizzato: volevo essere come loro, e alla fine ci sono diventato. Un cerchio che si è chiuso. Ora cerco di crearne di nuovi, per continuare a crescere.
I membri dei Lamb of God però mi hanno anche insegnato letteralmente a vivere. Sono davvero persone umili e coi piedi per terra, nessuno di loro ha uno stile di vita eccentrico o sopra le righe in questa fase della loro esistenza. Mi hanno aiutato ed ispirato concretamente a vivere una vita semplice, tranquilla, lontana dagli eccessi. Sono grato loro ogni giorno.

HAI UN LEGAME SPECIALE CON L’ITALIA, HAI LAVORATO COI KLOGR… COME È NATO TUTTO QUESTO?
– Quando suonavo nei Prong, i Klogr aprivano per noi in Europa. L’Italia è sempre stata il mio sogno. La gente è gentile, i valori – famiglia, amici, cibo, orgoglio – sono vicinissimi a quelli messicani. Rusty (cantante, chitarrista e leader della band, ndr) mi ha sempre detto “quando vuoi vieni a stare da me”. L’ho preso in parola, infatti dal 2014 vado a Carpi quasi ogni due anni: da solo, con la mia ragazza, con le band… per me è una seconda casa, ho un sacco di amici lì e a Modena. È un mondo piccolo, l’Italia, e Carpi mi è entrata dentro. Piccola città, grande cuore. Dopo il Messico, l’Italia è al primo posto.

ESSERE DI ORIGINE MESSICANA E RAPPRESENTARE LA TUA CULTURA COME ARTISTA… CHE SENSO HA PER TE?
– È tutto. Mi dà forza e orgoglio. Messicani e italiani si somigliano tantissimo: gente che lavora sodo, non sta ferma, tiene alla famiglia. Questo mi tiene con i piedi per terra. L’industria può farti perdere la strada – alcol, droghe, tentazioni – ma ripensare alle mie radici mi ha sempre riportato indietro.
Amo la mia cultura, amo il suono dei tamburi latini, Santana… essere messicano è una parte enorme di me.

TU, RANDY E MARK AVETE PARLATO APERTAMENTE DI DIPENDENZE E SOBRIETÀ. VI SUPPORTATE TRA DI VOI NELLA BAND?
– Assolutamente sì. Siamo fratelli, e lo siamo anche nella sobrietà.
Parlarne apertamente non è per mettermi in mostra: è perché vedere Mark e Randy farcela mi ha dato speranza. L’alcolismo e la dipendenza ti fanno sentire solo. Se riesco a far capire a un fan, a un amico o a un familiare che non è solo, allora ne vale la pena. La vita da sobrio è molto più facile, almeno per me.

ULTIMA DOMANDA: E’ EVIDENTI CHE ORMAI I LAMB OF GOD SONO DIVENTATI TROPPO GRANDI PER TORNARE NEI CLUB ITALIANI. POSSIAMO SOGNARE UN TOUR PICCOLO NEI CLUB DEL SUD EUROPA IN FUTURO?
– Prego ogni giorno per una cosa del genere. Ricordo lo show con gli Slayer a Milano, bellissimo. E ricordo i concerti con i Winds of Plague in una località marittima, in piccoli festival come il Never Say Die…

C’ERO ANCH’IO! ERA TUTTO DIVERTENTE, IN UN AMBIENTE RACCOLTO E… SUDATO!
– Esatto! Mi manca quel contatto ravvicinato col pubblico. Provo sempre a convincere i ragazzi a fare qualche piccolo tour, ma capisco le motivazioni per cui è molto difficile: c’è tanto personale da movimentare, c’è tanta logistica da far quadrare e le risorse limitate… Però non si sa mai.
Magari per un anniversario, o più facilmente con i Winds quando suoneranno di nuovo. Non dimentichiamo mai da dove veniamo.

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