LANDSCAPE OF ZEROES – Reinterpretare il passato per costruire il futuro

Pubblicato il 09/03/2018 da

Non è facile inventarsi qualcosa di nuovo in ambienti prog metal. Abbastanza semplice ricadere in luoghi comuni e ripercorrere quasi alla lettera schemi fondati e sviluppati finanche trent’anni, aggiornandoli magari solo con un irrobustimento della produzione. Nel caso dei Landscape Of Zeroes, al loro primo full-length “Kind Of Black”, uscito a dicembre 2017, abbiamo apprezzato il tentativo – riuscito – di andare oltre taluni contenuti normalmente attesi da una formazione progressive. Nel caso dei quattro lombardi assistiamo a un crossover di generi ambizioso e tenuto lucidamente sotto controllo, che li porta a divertirsi nel metal estremo avanguardistico, come in lievi dissertazioni acustiche, oppure in frammenti alternative lunatici. Un viaggio tumultuoso nella musica dura contemporanea che li ha posti sotto la nostra attenta lente di ingrandimento e ha fatto sì che andassimo a conoscerli meglio, attraverso questa lunga intervista.


BENVENUTI SULLE NOSTRE PAGINE! “KIND OF BLACK” RAPPRESENTA IL VOSTRO PRIMO FULL-LENGTH, ARRIVATO DOPO UN DEMO, “OPUS 0”, E UN SINGOLO, “1000 COMPASSES”. VI ANDREBBE DI FARE UN BREVE RIASSUNTO DELLA VOSTRA STORIA, DA QUANDO VI SIETE FORMATI AD OGGI?
-Noi Landscape Of Zeroes. siamo nati nel 2011 su iniziativa dei fratelli Samuele e Valentino Boni (rispettivamente il chitarrista/cantante e il bassista del quartetto). All’epoca l’unico obiettivo era quello di registrare alcune acerbe composizioni dal sound prettamente heavy metal. Si aggiunsero presto all’appello Alessandro Nardin (pianista), vecchio compagno di scuola di Samuele, ed Emanuele Cossu (batterista), conosciuto sul palco. Tutti liceali al momento della formazione, scegliemmo come unica direzione artistica quella di incidere l’attuale opening track (“The Oval Portrait”) del disco appena uscito. Il tempo libero lo si impiegava sfogandosi in gruppi cover di Iron Maiden, Misfits, Megadeth e affini, lasciando a questo specifico ensemble la libertà di occuparsi degli inediti. I membri sono gli stessi da allora. Non vi sono state interruzioni dagli esordi ad oggi in fatto di attività creativa, esercizio collettivo in sala prove e dispendio di energie mentali. La timeline della band segue un percorso lineare, scandito da momenti più contemplativi (per ciò che concerne le lunghe tempistiche di composizione e registrazione dei brani) e altri più attivi, subito successivi alle pubblicazioni del materiale, generalmente accompagnati da qualche concerto dal vivo. Il 2014 fu il primo di questi periodi, piuttosto ricco e intenso viste le due pubblicazioni prodotte. L’altro lo stiamo affrontando ora, al termine di tre ulteriori anni di perseveranza, culminati con “Kind of Black”.

A COSA ALLUDE IL VOSTRO MONIKER? DIFFICILE ASSOCIARGLI UN SIGNIFICATO PRECISO…
-‘Landscape of Zeroes’ è una suggestione colta da una poesia dell’autore americano Robert Bly: “The Busy Man Speaks”. Estrapolata dal suo contesto può, a nostro avviso, arricchirsi di un forte potere evocativo. Inoltre, sempre a parere di chi scrive, ha significato dal momento in cui viene applicata in termini descrittivi alla realtà circostante; diventa così esorcismo delle paure e delle angosce proprie del tempo in cui viviamo. Svincolato da un’interpretazione razionale, si tratta più che altro di un’espressione emblematica della nostra musica, aperta a molteplici letture.

FIN DAL DEMO “OPUS 0” VI SIETE CARATTERIZZATI PER UN CERTO ECLETTISMO, CHE VI PORTA A INSERIRE SPUNTI JAZZ/FUSION, LINEE MELODICHE ALTERNATIVE/POP, UN PIZZICO DI METAL ESTREMO. CON QUALI IDEE AVETE INIZIATO IL PROGETTO E COME SI SONO EVOLUTE NEGLI ANNI, FINO A PORTARVI A “KIND OF BLACK”?
-L’unico denominatore comune delle nostre attività, fin dall’inizio, è stato scrivere brani inediti che appagassero prima di tutto il nostro senso estetico. In questo possiamo dire di essere piuttosto allergici al compromesso. Non mascheriamo tuttavia un inconscio, narcisistico desiderio di piacere e di soddisfare un certo pubblico legato al mondo metal, di cui facciamo parte. In questo processo abbiamo riversato una moltitudine di influenze nelle canzoni, setacciato molti dei mille rivoli sonori discendenti dalla grande matrice heavy metal. Questo perché il nostro focus, a differenza di altri, non è l’originalità posta a priori quanto il suonare una musica che sia ‘summa’ di tutto ciò che abbiamo ascoltato, studiato e amato profondamente. Da questa attitudine può emergere eventualmente un risultato, più o meno innovativo, che comunque è teso più al preservare che al rinnegare il passato. In “Kind Of Black” abbiamo forse spinto in ambedue i sensi, assecondando tutte le anime della band: chi spinge e chi si àncora saldamente alla tradizione.

CHE TIPO DI FORMAZIONE MUSICALE AVETE? ASCOLTANDO IL VOSTRO MATERIALE, SI PERCEPISCE UNA CONOSCENZA DI AMBITI ‘NON METAL’ ABBASTANZA PROFONDA, SIA NEGLI ASCOLTI CHE IN UNO STUDIO PIÙ TECNICO DELLA MUSICA.
-Abbiamo tutti e quattro avuto la fortuna di studiare musica da sempre. Da ragazzi prendendo lezioni private, per qualcuno di noi è ancora così. Samuele ed Emanuele sono studenti dei corsi accademici di jazz presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano; gli ammiccamenti alla musica afroamericana derivano per lo più dal loro background. Alessandro ha una formazione pianistica di tipo classico, che ha sempre affascinato gli altri. Valentino studia basso elettrico privatamente ed in autonomia, avendo ben chiare le diverse proposte dello scibile musicale moderno. Siamo comunemente vincolati ad un passato di ascolti in ambito metal e progressive, che ci accompagnano dall’infanzia. Ciò non inficia minimamente la nostra elasticità in fatto di gusti. Riguardo agli ascolti, sarebbe fin troppo facile per noi crogiolarci nell’idea di essere dei ‘tuttologi’, in ambito musicale, solo perché ascoltiamo diverse cose. Odiernamente, coi mezzi informatici, tutti ascoltano tutto: di questo ne siamo ben consci e non ci poniamo minimamente su un piano alternativo rispetto a tale realtà. Ci accorgiamo però del fatto che non tutti abbiano gli strumenti per cogliere il valore e rielaborare autonomamente questa immensa quantità di input sonori e spunti musicali in cui siamo immersi. Se ci fosse un pregio in ciò che facciamo come ‘artigiani’ del suono, allora sarebbe legato alla comprensione profonda degli ascolti piuttosto che non alla quantità o all’eterogeneità di questi ultimi.

IN “KIND OF BLACK” AVETE RIPRESO UN PAIO DI TRACCE DEL DEMO (“THE OVAL PORTRAIT”, “CLIMAX”) RAFFINANDONE GLI ARRANGIAMENTI. INOLTRE, LE ALTRE CANZONI PRESENTI SEGUONO DA VICINO LO STILE CHE GIÀ AVEVATE IMPOSTATO TRE ANNI FA, ARRICCHENDOLO ORA DI NUOVI SPUNTI E UNA MAGGIORE FOCALIZZAZIONE SU QUANTO VOLETE OTTENERE CON LA VOSTRA MUSICA. COSA ACCOMUNA LE CINQUE COMPOSIZIONI DEL DISCO, NELLA LORO ETEROGENEITÀ?
-Il sound. È senza dubbio la condizione sine qua non, oltre che l’unica indissolubile trama che leghi le cinque tracce. Noi ci siamo sforzati parecchio affinché il tutto suoni compatto, unito e simile. Abbiamo registrato sempre nello stesso studio e con gli stessi mezzi, coinvolgendo le medesime persone. Crediamo che questa strategia abbia dato i suoi frutti, gemellando e avvicinando così brani registrati a distanza di anni l’uno dall’altro; dissimili nelle idee ma associabili nel timbro. Il confezionamento generale e l’iconografia ci paiono peraltro molto appropriate, il che aiuta a porre i componimenti sotto una luce uniforme, o forse dovremmo dire un’ombra…

NON SI PUÒ CHE CONCENTRARE LA PROPRIA ATTENZIONE, ASCOLTANDO “KIND OF BLACK”, SULLA SUITE “TOTEMIC BEAST”. QUI AVETE OSATO PARECCHIO, SENZA STRAFARE: TONALITÀ MAESTOSE, DERIVE SPAZIALI, STRAPPI AVANT-GARDE METAL, MOLTO AMBIENT, UN’IMPRONTA MELODICA FORTE CHE NON CEDE ALLA STRANEZZA FINE A SE STESSA E CONSENTE UNA RELATIVA FACILITÀ DI ASCOLTO. CI RACCONTATE QUALCOSA SULL’IDEA ORIGINARIA E LA COSTRUZIONE DI QUESTA TRACCIA?
-Fu deciso a tavolino di comporre una suite, sulla falsa riga di molte altre presenti nei repertori più svariati, sempre e comunque attinenti ad una certa musica intellettualistica. Diciamo pure che, come per molti, appariva nella lista delle cose da fare prima di morire! Come nostra abitudine, Samuele presentò qualche spunto melodico su cui costruire armonia e ritmo. L’effettiva realizzazione di questa piccola opera non è che l’applicazione reiterata dei risvolti possibili di quelle sparute proposte iniziali, perennemente risonanti ad un ascolto attento. La metodologia ‘seriale’ con cui si è progredito ha richiesto del tempo poiché vi abbiamo lavorato molto in sala prove, piuttosto democraticamente ma con sovrabbondanza di intenti. C’è da segnalare che in “Totemic Beast”, composizione e arrangiamento in principio erano slegati: un procedimento creativo piuttosto atipico nel genere. La registrazione ci ha impegnato per un anno e oltre, a causa di una serie di sfortunati eventi che hanno rallentato l’impresa. La molla che ci ha spinto a concludere la sessione di registrazione (anche piuttosto frettolosamente) è stata un ultimatum dato dallo studio, prossimo a chiudere i battenti. Oggi infatti non esiste più, purtroppo.

I TESTI MI SEMBRANO CARICHI DI SIMBOLISMI E ALLUSIONI, ANCH’ESSI SEMBRANO PARLARE DI MOLTE COSE SENZA SVELARE APPIENO IL SIGNIFICATO SOTTOSTANTE. QUAL È IL FILO CONDUTTORE DELLE LIRICHE?
-“Kind Of Black” non è un concept album, di conseguenza i testi sono indipendenti tra loro. La somiglianza reciproca tra questi è forse data dal fatto che Samuele rimane ad oggi l’unico paroliere, il che li accomuna quantomeno nello stile. A questo aggiungiamo che, sebbene non appaiano tracce interamente strumentali nella setlist, le parole sono state inserite per comunicare un messaggio, anche se ermetico. Qualora non ci fosse stata un’esigenza di questo tipo, non avremmo mai abbinato la musica ai versi: circola tra di noi l’idea che si possa fare metal di qualità senza bisogno di ornamenti concettuali linguistici, la musica parla da sé insomma. Nel disco tuttavia è emerso il forte desiderio di raccontarsi. Una tendenza giovanile comunque in declino tra noi, in maggioranza coinvolti a suonare /individualmente musica strumentale, se non addirittura improvvisata. I testi, con l’eccezione di “1000 Compasses”, sono stati comunque pensati come subordinati alla musica, per cui scritti direttamente in lingua inglese, finalizzati a pervadere gli spazi a loro dedicati nei brani.

FINORA AVETE SCELTO LA STRADA DELL’AUTOPRODUZIONE, OCCUPANDOVI IN PRIMA PERSONA DI TUTTI GLI ASPETTI RIGUARDANTI L’ATTIVITÀ DELLA BAND. COME VI STATE TROVANDO IN QUESTA SITUAZIONE?
-Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno diciamo che una situazione del genere riesce a garantire molta libertà espressiva e artistica, nelle idee e nel modus operandi. Godiamo di una certa indipendenza e non rendiamo conto a nessuno; ogni piccolo traguardo raggiunto è esclusivamente frutto delle nostre fatiche. Oltretutto questa condizione assicura ai possibili fruitori una sincerità ed una trasparenza totali, la certezza cioè che i Landscape Of Zeroes non suonino a fini di lucro. Il motivo per cui questo disco può essere anche acquistato (oltre che ascoltato gratuitamente) è una mera questione di incoraggiamento, di promozione della musica indipendente; un invito rivolto solo a chi potesse permetterselo. L’aspetto negativo di questa strada è che nessuno l’ha scelta, non abbiamo ricevuto proposte contrattuali da parte di etichette varie ed eventuali o major in cerca di monopolio. Possiamo definirci inevitabilmente liberi di scegliere tra l’autoproduzione e il nulla. Non vogliamo dunque ergerci a paladini di questa via né fare da megafono ad alcuna realtà underground. L’unica cosa di cui siamo certi sono gli sforzi impiegati in questo sogno, il tempo dedicatogli e l’intelligenza con cui riusciamo a integrarlo nelle nostre vite frenetiche.

IL PROGRESSIVE METAL HA CONOSCIUTO NEGLI ULTIMI ANNI UNA VERTIGINOSA RAMIFICAZIONE: VI SONO BAND ETICHETTATE ‘PROG’ DI NATURA DIVERSISSIMA, DA CHI BATTE STRADE TUTTO SOMMATO TRADIZIONALI, A CHI INCLUDE MOLTI ELEMENTI EXTREME METAL, SPERIMENTA COI GENERI, OPPURE GIOCA CON SUONI ROCK PONENDOSI A UN CROCEVIA FRA SOUND SMACCATAMENTE COMMERCIALE E COMPLESSITÀ. VI SENTITE DI APPARTENERE A QUALCHE TIPO DI CORRENTE? QUALI SONO LE SFUMATURE DEL PROG METAL ATTUALE CHE VI INTERESSANO MAGGIORMENTE?
-Ci prendiamo la libertà di dare un’identità a tutti quei complessi nascosti fra le righe di questa domanda. I più attinenti al suono e al mood dei Landscape Of Zeroes sono senz’altro Ihsahn e gli Opeth, ai quali possiamo essere avvicinati senza troppa fatica probabilmente. Parlando di legami tra l’universo metal e le promiscuità commerciali apparenti, citiamo i Pain Of Salvation: un’altra grande influenza condivisa. Il macigno discografico dei Dream Theater ha senza dubbio ammaliato qualcuno di noi e la loro direzione è tenuta sotto sguardo attento. Non ci dimentichiamo dei padrini di questa scuola americana: Fates Warning e Queensryche sono da sempre nei nostri cuori. Restando però negli U.S.A. e in Florida precisamente, siamo tenuti a segnalare quella rosa di nomi, a cui dobbiamo più di quanto non emerga: Cynic, Atheist, Death ma anche gli olandesi Pestilence e i nostrani Sadist sono, o sono stati, colonna sonora delle nostre vite. Si deduce da questo breve elenco che, per quanto ci sforziamo di tenere aperta una finestra sul presente, lo sguardo è rivolto al passato. Volendo allontanarci ulteriormente: King Crimson, Genesis, E.L.P., Frank Zappa, Pink Floyd, Gentle Giant, Yes, Queen, Jethro Tull, in gran parte metabolizzati negli anni trascorsi. Per quanto non ci riteniamo un gruppo pienamente progressive, non possiamo negare che la nostra proposta musicale abbia a che fare con i gli ammonimenti di tutti i soggetti sopracitati. Una corrente particolare a cui alcuni di noi anelano (magari per un futuribile secondo disco) è quella rappresentata da un certo metal estremo, comunque figlio del black più sofisticato, convertito alle più disparate mode. La capacità sincretica di artisti come Ihsahn, Satyr, Garm e Attila ci portano a riflettere sulle vaste opportunità, ancora in parte ignote, che il timbro metal ha da offrire.

ADESSO AVETE DAVANTI UN ANNO IMPORTANTE, PER PORTARE IN GIRO LA VOSTRA MUSICA E CERCARE DI DARLE MAGGIORE VISIBILITÀ. COME PENSATE DI MUOVERVI? SUONERETE MOLTO DAL VIVO?
– Segnaliamo un primo, importante appuntamento alle porte. Venerdì 19 gennaio 2018, presso il Legend Club (Milano, viale Enrico Fermi 98), sono data e luogo del release party di “Kind of Black” (l’intervista si è svolta nei primi giorni di gennaio, ndR). Si tratta di una grande festa gratuita, aperta a tutti, in cui suoneremo il disco per intero. Abbiamo in serbo una scaletta di musica non-stop per un’ora circa (un’enorme suite) e saremo accompagnati da due band, amici di vecchia data. I rimanenti altri show li terremo nel milanese entro i primi di marzo, scadenza simbolica delle attività concertistiche dettata dal fatto che un membro della band dovrà trasferirsi all’estero per qualche mese. Prima della ripresa settembrina, terremo alta l’attenzione raccontandoci ulteriormente e diffondendo la nostra musica.

SIAMO A INIZIO 2018, MOMENTO PER GUARDARE INDIETRO ALL’ANNO APPENA TERMINATO, ANCHE IN TEMA DI MUSICA. QUALI SONO I DISCHI CHE HANNO SEGNATO IL VOSTRO 2017? QUALI STATE ASPETTANDO CON TREPIDAZIONE NEL NUOVO ANNO?
-Il disco che più ci ha coinvolto emotivamente e che abbiamo avuto il piacere di ascoltare dal vivo per ben due volte è stato “The Assassination of Julius Caesar” degli Ulver; con un primo, strepitoso live al Labirinto della Masone ed un altro in casa a Milano, presso la Santeria Social Club. “In The Passing Light Of Day” dei Pain Of Salvation ha fatto piangere qualcuno di noi, che pure si è perso il concerto al Magnolia per vedere i Mayhem in tour col venticinquesimo anniversario di “De Mysteriis Dom Sathanas”, previsto la stessa sera al Live di Trezzo (mannaggia). Da segnalare come ingiustamente sottovalutati, a nostro modesto avviso, “Deep Calleth Upon Deep” dei Satyricon (il sound e la qualità degli ultimi Satyricon meritano di fare scuola) e “The Forest Seasons” dei Wintersun: Maenpaa vale molto. Ammettiamo di non aver ancora ascoltato “The Source” degli Ayreon, chiediamo venia. Non ci esprimeremo sugli Iron Maiden e i Metallica del 2017, ci inchiniamo sempre e comunque in segno di rispetto. Nel 2018, a proposito, ci aspettiamo di vedere i Maiden in tour come da tradizione e di non dover più subire le minacce di Dave Mustaine in fatto di nuove uscite, che si riposi quell’uomo.

0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.