LIQUID TENSION EXPERIMENT – Un poker d’assi

Pubblicato il 13/04/2021 da

Il ritorno in studio dei Liquid Tension Experiment dopo vent’anni è senza dubbio una delle notizie che hanno fatto più scalpore nell’ambiente prog metal in questo momento di stasi da pandemia. “LTE3” conferma in pieno lo stile del quartetto, consegnandoci una band con qualche ruga in più ma ancora carica e desiderosa di dimostrare a tutti di essere in grado di riprendere il discorso interrotto vent’anni fa come se il tempo non fosse mai passato. Con molto piacere, quindi, abbiamo raggiunto telefonicamente il bassista Tony Levin, per fare il punto su questo atteso ritorno ed approfittandone per andare a ripercorrere con lui una carriera semplicemente stellare, che l’ha visto registrare veri e propri capolavori al fianco di Peter Gabriel, King Crimson e tanti altri.

INIZIAMO QUEST’INTERVISTA PARTENDO DALLA DOMANDA PIU’ NATURALE: DOPO VENT’ANNI ABBIAMO DI NUOVO TRA LE MANI UN NUOVO ALBUM DEI LIQUID TENSION EXPERIMENT. ABBIAMO LETTO DIVERSE VOSTRE DICHIARAZIONI IN CUI AVETE DETTO MOLTO CHIARAMENTE COME, IN UN CERTO SENSO, TUTTO QUESTO SIA STATO POSSIBILE PROPRIO A CAUSA DEL LOCKDOWN, CHE VI HA PERMESSO DI FAR COMBACIARE AGENDE FITTISSIME. TI VA DI RACCONTARCI COME E’ AVVENUTO QUESTO PRIMO PASSO? CHI DI VOI HA PRESO L’INIZIATIVA?
– Certo, tutto è partito da Jordan Rudess, durante il lockdown. Credo fosse lo scorso maggio o giugno, fu lui a contattare in prima battuta Mike Portnoy proponendogli di farlo. E’ una cosa che avevamo in mente di fare più o meno da sempre, sapevamo che prima o poi ci saremmo trovati di nuovo per fare un album, ma è stato Jordan a dire: “hey, perché non lo facciamo adesso?”. A quel punto Mike si è messo contatto con me e John e noi siamo stati subito d’accordo. Ci sono volute giusto poche settimane prima di entrare in studio e abbiamo composto l’album direttamente lì, praticamente in contemporanea con le registrazioni. Siamo molto contenti del risultato finale: c’è molto materiale, qualcosa di speciale, memorabile, che credo rimarrà impresso nella mente dei fan. E’ stato tutto molto naturale, davvero, l’unica cosa complicata nell’intero processo siano stati i dettagli logistici, ovvero tutto quello che ci ha permesso di entrare in studio con il massimo della sicurezza ai tempi del Covid-19. Abbiamo fatto tutti controlli necessari e poi abbiamo vissuto per tutto il tempo necessario in una ‘bolla’, in modo da non mettere a repentaglio la salute di nessuno. Per il resto ci siamo ritrovati ed è stato come se non ci fossimo mai separati.

ECCO, TONY, HAI APPENA ANTICIPATO LA MIA PROSSIMA DOMANDA. QUINDI NESSUNA FATICA NEL RITROVARSI ASSIEME? NEMMENO UNA FASE INIZIALE DI ASSESTAMENTO? PRATICAMENTE ‘PLUG AND PLAY’…
– Sì, esatto, forse avremmo dovuto chiamare l’album così: “Plug And Play” (ride, ndR)! No, è stato davvero semplice, perché, certo, se guardi semplicemente al concetto di band, allora sì, sono passati vent’anni, ma in questo tempo abbiamo suonato insieme in diverse combinazioni, ci siamo incontrati, siamo rimasti amici. Io ho registrato due album con Jordan Rudess, ho suonato dal vivo con Mike Portnoy. Anche Mike, ad esempio, solo un paio di settimane prima delle nostre sessioni aveva suonato la batteria nell’album solista di John Petrucci… Insomma, abbiamo suonato tanto assieme, quindi non c’è stato bisogno di alcun aggiustamento per ricominciare. Al limite quello che ero curioso di vedere è come si sarebbero evolute le composizioni: sarebbero nate facilmente, con naturalezza? Perché quello sì, non lo facevamo da tanto tempo. Per fortuna su questo siamo stati sorpresi positivamente noi per primi, perché il tutto è venuto fuori con grande spontaneità, esattamente come era in passato. Uno di noi suggeriva un riff, o un piccolo frammento che aveva in mente, a quel punto si aggiungeva qualcun altro a dire, “e se provassimo ad aggiungerci questo?”. In questo modo, in breve tempo, una sessione di due minuti si evolveva, si espandeva, prima in cinque minuti, poi dieci, poi quindici… Ci siamo trovati così tra le mani queste lunghe sessioni, con quegli arrangiamenti complicati che amiamo suonare. Abbiamo anche improvvisato molto, una cosa che ci viene naturale e che per noi ha sempre funzionato e anche questa volta sono molto rimasto soddisfatto perché la qualità della musica è buona, in primo luogo, ma anche per un altro fattore molto importante: io ho sempre amato quelle formazioni dotate di una personalità ben definita, di un suono riconoscibile. Devono anche fare bella musica, certo, ma devono essere riconoscibili. Credo che questo ci riesca bene, quello che fanno i Liquid Tension Experiment è diverso da quello che fanno gli altri ed è diverso anche da quello che facciamo noi in tutti i nostri altri progetti.

SE DOVESSI PARAGONARE I LIQUID TENSION EXPERIMENT DI OGGI AI QUATTRO MUSICISTI CHE HANNO REGISTRATO IL PRIMO ALBUM, QUALI DIFFERENZE TROVERESTI?
– La domanda è molto interessante, mentre la risposta non lo sarà altrettanto: io non ci vedo nessuna differenza, siamo probabilmente cresciuti come musicisti, ma in questo contesto abbiamo semplicemente suonato la miglior musica che siamo riusciti a creare. E’ cambiato un po’ il sound, John suona delle chitarre diverse e usa altri amplificatori, io in generale suono più distorto rispetto al passato, e Jordan ha tutto un arsenale di nuovi suoni e tastiere che prima non aveva, ma essenzialmente la musicalità è rimasta la stessa: questo non è uno di quegli album in cui potrei dire ‘oh sì, ci siamo mossi in una direzione completamente diversa’. Abbiamo intrapreso più o meno la stessa direzione.

CI SONO ALCUNE COMPOSIZIONI SU CUI CI PIACEREBBE AVERE UN TUO COMMENTO. LA PRIMA E’ “KEY TO THE IMAGINATION”, QUESTA LUNGA SUITE COME E’ NATA? E’ FRUTTO DI JAM SESSION O IN GENERALE AVETE UN APPROCCIO PIU’ TRADIZIONALE ALLA COMPOSIZIONE?
– No, non avviene sempre allo stesso modo. Non ricordo il caso specifico, credo che qualcuno abbia proposto a Jordan di iniziare da solo, suonando qualcosa alle tastiere: è una cosa che gli viene molto bene e può farlo senza problemi in diverse occasioni. Poi da lì abbiamo iniziato a lavorare tutti assieme, a volte questo occupa qualche ora, altre volte pochi minuti. Non ricordo chi abbia dato vita alle singole sezioni del brano, ma personalmente amo molto il fatto che il brano parta in maniera delicata con il pianoforte e dopodiché si trasformi in qualcosa di molto heavy. Anche nelle mie parti di basso ho usato una tecnica con cui ho poca familiarità, in cui uso anche le unghie sulle corde, una tecnica che crea un bell’accompagnamento ritmico su cui gli altri si sono potuti sbizzarrire. Si tratta di composizioni in cui ognuno prende una direzione in maniera libera, non siamo il genere di gruppo che passa il tempo ad agonizzare su quale specifico accordo usare in questo passaggio e via dicendo. Semplicemente ciascuno propone qualcosa e, se piace, gli altri gli vanno dietro, imparandolo molto velocemente. Anzi, devo dire che questi ragazzi hanno una velocità di apprendimento nella musica che è prodigiosa: personalmente mi considero uno che impara piuttosto in fretta, anche rispetto ad altri musicisti, ma rispetto a questi tre io sono in assoluto il più lento! A loro basta sentire qualcosa una volta e sono già in grado di suonarla e questo rende tutto estremamente più semplice e veloce.

OVVIAMENTE NON POSSO FARE A MENO DI CHIEDERTI QUALCOSA SU “CHRIS & KEVIN’S AMAZING ODYSSEY”, IL DUETTO TRA TE E MIKE PORTNOY CHE SEMBRA VOLER DARE SEGUITO A QUELLA “CHRIS & KEVIN’S EXCELLENT ADVENTURE” DEL PRIMO ALBUM.
– Ci capita di improvvisare qualcosa all’interno delle registrazioni, ma in generale è una cosa piuttosto rara. Di solito la parte di improvvisazione avviene prima: suoniamo qualcosa e se ci piace ci fermiamo, la studiamo, la impariamo e quella diventa una sezione di un brano. Siamo metodici, ci siamo posti una sorta di routine: iniziamo alle dieci di mattina e smettiamo alle dieci di sera. Non andiamo oltre, perché continuare ad oltranza sarebbe negativo, finiremmo per impazzire, e diventerebbe ancora più difficile ricominciare il giorno dopo. Capita, però, che ci siano giornate particolarmente produttive, dove magari abbiamo già raggiunto l’obiettivo della giornata in anticipo e ci rimane un po’ di tempo. In queste occasioni restiamo in studio, semplicemente a suonare ed improvvisare, a volte tutti assieme, a volte in coppia. Una sera John e Jordan erano impegnati per qualcosa e quindi siamo rimasti in studio io e Mike: io avevo portato un contrabbasso elettrico, che è lo strumento meno adatto di tutti per suonare con i Liquid Tension, perché non è veloce e non è uno strumento metal, l’avevo portato così giusto per averlo a portata di mano in caso mi venisse qualche idea folle. Quella sera l’ho preso in mano, al posto dei miei abituali strumenti, e ho iniziato a suonare con Mike, giocando con gli effetti che avevo a disposizione e lasciandoci guidare da quello che stavamo facendo. Ne è venuto fuori un pezzo strano, un po’ fuori di testa, ma anche profondo. Mike ha registrato il tutto e poi si è occupato lui di editarlo nella forma che potete ascoltare (in origine si trattava di una jam session molto lunga, sarà durata un’intera ora). Anche il titolo è stata opera di Mike, per me era semplicemente la session del martedì. E’ una cosa tipica, passiamo tutte le lavorazioni riferendoci alle varie canzoni con dei nomi provvisori: ‘Canzone 1’, ‘Canzone 2’ e così via. Poi quando alla fine vengono scelti i nomi diventa difficile usarli, perché siamo troppo abituati con quelli vecchi. Per me quel pezzo rimarrà semplicemente “Mike And Tony Jam”, mi sembra un titolo anche migliore!

INFINE VORREI CHIEDERTI QUALCOSA CIRCA LA DECISIONE DI RIARRANGIARE UN PEZZO STORICO DELLA MUSICA AMERICANA COME LA “RAPSODIA IN BLU” DI GERSHWIN. E’ UNA COSA CHE AVEVATE GIA’ FATTO IN PASSATO, DAL VIVO, NEL TOUR DEL 2008. COME VI SIETE POSTI DI FRONTE AD UN’OPERA FONDAMENTALE DEL NOVECENTO, CHE ORMAI E’ ASCRIVIBILE AL MONDO DELLA MUSICA CLASSICA?
– Esatto, è un brano di musica classica ed è l’unica cover che abbiamo mai fatto. Come hai detto è una cosa che facevamo già nel 2008: poco prima del tour Mike era venuto fuori con questa idea di imparare e riarrangiare “Rhapsody In Blue”. Una cosa folle, ma noi siamo un po’ pazzi, quindi l’abbiamo fatto. Sono stato molto contento quando qualcuno ha proposto di registrarla anche per questo disco, in primo luogo perché mi piace e poi per una questione personale: molti miei fan non sono dei grandi estimatori di musica metal, non riescono ad entrare in sintonia con i Liquid Tension Experiment. Ecco, questo brano, secondo me potrebbe essere il biglietto da visita perfetto per questa categoria di ascoltatori, una sorta di porta, attraverso cui avvicinarsi alla musica della band. Mi piacerebbe che cogliessero come le parti heavy e veloci vadano a dare spessore ad altre parti della composizioni. Vedremo quando l’album uscirà cosa ne penseranno, so che a me piace molto. E poi c’è un’altra cosa che amo molto: anche la composizione originale è inusuale nel panorama della musica classica: nasce come un concerto per pianoforte, ma poi si è evoluta con delle sezioni molto diverse tra loro. Credo che i Liquid Tension Experiment siano la band ideale per suonare questa partitura, perché anche noi siamo molto eclettici, ci piace suonare jazz, honky tonk, possiamo suonare parti eteree, quasi ambient, poi possiamo accelerare e suonare heavy metal e poi aggiungere una sezione enfatica e trionfale, con quelle tastiere di Jordan che sono in grado di suonare quasi come una vera orchestra.

TU HAI SUONATO IN UN NUMERO INCREDIBILE DI ALBUM, SPESSO DIVERSISSIMI TRA LORO, DAL PROGRESSIVE AL POP. I LIQUID TENSION EXPERIMENT HANNO QUESTI PASSAGGI MOLTO VELOCI, UN SOUND METAL, MOLTO DIVERSO DAL RESTO DELLA TUA PRODUZIONE. LO STILE CHE UTILIZZI IN QUESTO CONTESTO TI VIENE NATURALE E SI TRATTA DI ADATTARE LA TUA MUSICALITA’ A QUELLA DEI TUOI COMPAGNI?
– Questa è un’ottima domanda, quello che dici è vero, non è questo lo stile a cui sono più abituato e in questo senso si tratta di una sfida, per me. Non posso dire di essermi dovuto adattare: non saprei dirti esattamente qual è il mio stile, quando suono cerco semplicemente di seguire quello che sento, provando a realizzare delle linee di basso che possano funzionare in quel contesto. Qui mi trovo a suonare molto velocemente, così come fanno gli altri, e di certo si tratta di qualcosa di sfidante da un punto di vista tecnico. Mi piacciono i passaggi intricati, non deve essere necessariamente l’intero pezzo, magari solo una sezione, in cui posso mettermi alla prova con un aspetto diverso del suonare il basso. Suoniamo pesante e veloce, ma facciamo anche molto altro ed è questa varietà a dare qualità alla musica e a spronarmi sempre di più come bassista.

NOI SIAMO UN PORTALE DEDICATO A TUTTI I SOTTOGENERI DEL METAL. IMMAGINO CHE TU ABBIA AVUTO MODO DI ASCOLTARE QUANTOMENO I DREAM THEATER, MA CI SONO ALTRE FORMAZIONI METAL CHE HAI APPREZZATO O CHE ASCOLTI ABITUALMENTE?
– Purtroppo devo dire di no, non ho molta familiarità con questo genere musicale. E’ colpa mia, ma spero che possa essere comprensibile: passo davvero tanto tempo a suonare, esercitandomi, suonando con i King Crimson, o in numerosi album di altri artisti. Non mi rimane davvero molto tempo da dedicare all’ascolto della musica, non solo metal, ma anche di tanti altri generi che vorrei conoscere. Non è una cosa di cui vado fiero, ma ci scherzo su dicendo di avere almeno questa scusante: passo così tanto tempo a suonare che alla sera non avrei nemmeno le forze mentali per dedicarmi con la giusta attenzione all’ascolto.

NON POSSIAMO FARE A MENO DI ACCENNARE ANCHE AL RESTO DELLA TUA VASTISSIMA CARRIERA, CHE TI HA VISTO AFFIANCARE DELLE VERE E PROPRIE LEGGENDE COME PETER GABRIEL O I KING CRIMSON DI ROBERT FRIPP. TI VA DI RACCONTARCI COME TI PONI QUANDO TI TROVI A SUONARE CON L’UNO E CON L’ALTRO?
– Tu pensa a volte l’ironia della sorte: nel 1976 ho conosciuto nella stessa giornata sia Peter Gabriel che Robert Fripp, durante le sessioni per la realizzazione del primo album solista di Peter Gabriel. E’ incredibile come oggi dopo tanti anni io abbia avuto la fortuna di diventare loro amico e di suonare così tanto con entrambi. Per tornare alla tua domanda, suonare con Peter è qualcosa di eccitante ed una continua fonte di ispirazione: lui non ti dice come devi fare qualcosa, è molto aperto, sempre pronto a guardare un arrangiamento da una prospettiva diversa. Questo ti spinge a fare lo stesso e io per primo ho iniziato ad approcciarmi al basso, fin dal 1976, in maniera sempre nuova, cercando di portare soluzioni inusuali, soluzioni che magari nessuno aveva ancora provato fino a quel momento. Inoltre bisogna aggiungere che Peter è un incredibile performer dal vivo ed essere sul palco con una personalità di questo tipo ti fa crescere. Non ti aiuta ad essere un performer migliore in prima persona, perché quella è una dote naturale, ma accresce comunque la tua musicalità, sera dopo sera. Sono fortunato ad aver preso parte a così tante performance dal vivo eccezionali grazie a lui. Parlando dei King Crimson, invece, mi sono unito alla band nel 1981, anche se prima avevo avuto già modo di lavorare con Robert, sull’album solista di Peter, come dicevo, ma anche nel suo album solista “Exposure” (del 1979, ndR) che non era uscito a nome King Crimson, pur avendo molte caratteristiche del sound della band. Robert è un leader molto interessante, perché anche lui non ti dice esattamente cosa devi fare, però è bravissimo nello scegliere le persone più adatte a portare i King Crimson nella direzione da lui scelta in quel momento. Anche lui mi ha ispirato molto e se pensi a quella formazione dei King Crimson, con lui, Adrian Belew e Bill Bruford, avrai notato come all’epoca cercavamo di essere progressive e di sperimentare il più possibile con i nostri strumenti, cercando di fare le cose in maniera completamente diversa rispetto a quanto fatto fino a quel momento. Questo approccio è rimasto inalterato ancora oggi, una forza trainante che ha guidato i King Crimson nelle sue diverse forme.

CERTO, BASTEREBBE CITARE L’ULTIMA INCARNAZIONE DELLA BAND, CON ADDIRITTURA TRE BATTERIE. ASSISTERE A QUEI CONCERTI E’ STATA UN’ESPERIENZA INCREDIBILE. VUOI RACCONTARCI QUALCOSA SU QUESTA SCELTA?
– Il concetto è sempre il medesimo: una sfida continua nel cercare di fare qualcosa di diverso e di personale, ‘progressive’ nel vero senso della parola. Nel 1981 non volevamo suonare come una band dell’epoca, ma cercavamo di portare la nostra musica un passo più avanti. Questa è sempre stata la sfida che ci lanciava Robert, spingerci sempre più in là, per essere all’altezza del nome dei King Crimson. Quando Robert mi ha presentato la sua idea di suonare con tre batterie, ho pensato che sarebbe stato estremamente difficile, che non avrei avuto spazio per suonare le mie parti con un muro del genere. In realtà mi sbagliavo, perché i tre batteristi suonano in maniera così coordinata e sincronizzata da non sembrare più nemmeno tre persone, sembrano piuttosto un unico incredibile batterista con un arsenale di elementi incredibile. Pensavo che mi sarei semplicemente fatto da parte, lasciando tutto lo spazio a loro, invece, gradualmente, man mano che prendevo confidenza con questo sound, mi sono accorto di suonare con più facilità rispetto a quando suonavo con DUE batteristi, negli anni Novanta (riferito ai tour successivi all’album “Thrak” del 1995, con la formazione dei King Crimson denominata ‘double trio’, con due chitarre, due bassi e due batterie ndR). Quando Robert ha un’idea per una nuova incarnazione dei King Crimson non sappiamo dove andrà a parare, dove ci guiderà, ma sicuramente avrà scelto le persone giuste per creare il sound che ha in mente.

ANCHE VISIVAMENTE E’ STATO INPRESSIONANTE, CON LE TRE BATTERIE IN PRIMA LINEA E IL RESTO DELLA BAND SULLO SFONDO. ANCHE QUELLA E’ STATA UN’INVERSIONE DI RUOLI MOLTO INTERESSANTE.
– Sì, è stata un’altra idea radicale (Robert non ha mai paura di fare scelte radicali!): non solo avere tre batterie, ma averle anche davanti a tutti, come se fossero il ‘cantante’ della band. Ma anche questa scelta ha funzionato, perché ha permesso al pubblico, come dicevi anche tu, di seguire i continui scambi tra i tre batteristi, vedere la musica rimbalzare dall’uno all’altro. Ed è estremamente interessante anche per noi che stiamo dietro, su una pedana rialzata, perché anche noi rimaniamo affascinati da questo spettacolo. La tipica essenza dei King Crimson: essere sempre diversi da chiunque altro. Non so nemmeno dirti se, quando finalmente riprenderemo il tour in Europa, sarà ancora così, oppure no.

A PROPOSITO DI FRIPP, ULTIMAMENTE E’ DIVENTATO UNA SPECIE DI FENOMENO SU YOUTUBE, PER VIA DI QUESTE COVER FOLLI CHE SUONA ASSIEME A SUA MOGLIE TOYAH. TI E’ CAPITATO DI VEDERLI? COSA NE PENSI?
(ridacchia, ndR) Aspetta, questa me la segno: “fenomeno di YouTube”! No, ho visto solo qualche spezzone, non li guardo abitualmente, so che li fa ma niente di più…

SI’, CI SONO QUESTI VIDEO CHE HANNO MILIONI DI VISUALIZZAZIONI, PIU’ DEI BRANI DEI KING CRIMSON. E’ INCREDIBILE!
– Ecco, esatto, sono d’accordo che le parole esatte che hai detto. E’ incredibile…

NEL CORSO DELLA TUA CARRIERA HAI RICOPERTO SPESSO ANCHE IL RUOLO DI SESSION MAN ALL’INTERNO DI TANTISSIMI LAVORI ENTRATI NELLA STORIA. LA LISTA SAREBBE LUNGHISSIMA: PINK FLOYD, ALICE COOPER, LOU REED, PAUL SIMON E TANTI ALTRI. TI VA DI DIRCI QUALCOSA ANCHE DI QUESTO ASPETTO DEL TUO LAVORO?
– Sono stato davvero fortunato nel corso della mia carriera e quando dico fortunato non intendo per il fatto di aver suonato in un sacco di album famosi, ma soprattutto per aver suonato assieme a tanti musicisti di altissimo livello. A me non interessa quanto sia conosciuto l’artista per cui suono, ho lavorato con musicisti eccezionali che per un motivo o per un altro non sono diventati famosi quanto avrebbero meritato. Come musicista mi interessa suonare bella musica, assieme ad altri bravi musicisti, e io ho avuto la fortuna di farlo a lungo. Poi il fatto che molti di questi album siano anche diventati celebri e siano stati ascoltati da tante persone è sicuramente qualcosa di speciale, ne sono felice. Ma se pensi a quello che faccio coi Liquid Tension Experiment o con i King Crimson, puoi capire che non sono il tipo di persona che passa del tempo a dirsi ‘oh, ho suonato con i Pink Floyd’. Non fa parte del mio modo di essere, sono un musicista, sono un bassista, suono con altre persone, ascolto la loro musica e cerco di capirla e apprezzarla e di creare delle linee di basso che possano arricchire quello che ascolto. Questo ho fatto in quegli album e ho la fortuna di essere ancora qui, continuando a farlo ancora oggi.

ORA, INVECE, A COSA STAI LAVORANDO? C’E’ QUALCHE NOVITA’ CHE VUOI CONDIVIDERE CON NOI?
– Sì, sono costantemente impegnato in studio per registrare parti di basso per numerosi artisti, ma a parte questo ho appena concluso i lavori su un progetto diverso: un album fotografico su cui ho lavorato per un anno, si intitolerà “Images From A Life On The Road” e raccoglie fotografie provenienti da tutti i miei tour, fin dagli anni Settanta, passando per tutti i nomi che abbiamo fatto finora. Non è stato facile raccogliere tutto il materiale, si parla di decine di migliaia di foto, e riassumerle in un libro che abbia un senso. Ora abbiamo completato il tutto e potrò dedicarmi a scrivere e registrare nuova musica.

CHIUSO QUESTO PARZIALE EXCURSUS SULLA TUA CARRIERA, TORNIAMO ANCORA AI LIQUID TENSION EXPERIMENT PER UN’ULTIMA DOMANDA. TI RICORDI COME SONO ANDATI I PRIMI INCONTRI CON IL RESTO DELLA BAND? COSA PENSAVI QUANDO TI SEI TROVATO PER LA PRIMA VOLTA A SUONARE CON QUESTO TRIO DI METALLARI?
– Ormai è passato tanto tempo, quindi devo mettere alla prova la mia memoria… Se non erro, la prima volta ci siamo incontrati a casa di Mike Portnoy. All’epoca lui e John Petrucci suonavano nei Dream Theater mentre Jordan ancora no. Ricordo di essere rimasto impressionato dall’abilità tecnica di tutti quanti, quando abbiamo iniziato a suonare qualcosa assieme per vedere se le cose avrebbero potuto funzionare. Ricordo che eravamo nel seminterrato di casa sua, non in una sala prove, e stavamo suonando davvero ad alto volume! Ci siamo accorti che assieme funzionavamo bene e quindi poco tempo dopo ci siamo chiusi in studio per registrare il primo album, avendo a disposizione più tempo per conoscerci, scrivere musica assieme e vedere dove ci avrebbe portato. Il metodo di lavoro per certi versi era molto simile a quello di adesso, però c’erano anche delle differenze, perché all’inizio non avevamo ancora deciso che direzione avrebbe preso questo progetto: abbiamo provato cose molto diverse, compreso del jazz, o musica latina. Il risultato non è che non ci piacesse, però ci siamo resi conto in fretta che così non avrebbe funzionato e siamo approdati velocemente allo stile che adesso ci viene così naturale. In questo senso oggi è più facile, perché non ci troviamo più a perdere tempo su soluzioni che non finirebbero da nessuna parte, ma tutto sommato anche allora fu un processo molto rapido, complice anche quella velocità di apprendimento di cui ti parlavo prima. Semplicemente abbiamo imboccato qualche vicolo cieco, prima di imboccare quell’autostrada che risponde al nome di Liquid Tension Experiment. Una volta presa, siamo andati a 150 all’ora!

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