LORNA SHORE – Oltre l’inferno

Pubblicato il 22/01/2026 da

Da band di culto segnata da allontanamenti e sfortune a nome centrale dell’intera scena metal contemporanea, i Lorna Shore stanno vivendo uno dei momenti più importanti e delicati della propria carriera. A ben vedere l’ennesimo, vista la capacità della formazione del New Jersey di ridefinire costantemente le proprie dimensioni tra viralità inattesa, ambizione artistica e una consistenza invidiabile.
Il nuovo “I Feel the Everblack Festering Within Me” è ancora più stratificato, emotivo e consapevole dei suoi predecessori, attraversando quella palette emotiva che li separa dal resto dei loro simili.
Al centro di questa tempesta perfetta c’è Will Ramos, voce carismatica e figura chiave di questa rinascita del deathcore. Un frontman dalla grande tecnica ma anche dalla sensibilità profonda, con un approccio sorprendentemente umano per il genere, costretto a fare i conti col peso del successo e delle aspettative.
Lo incontriamo via Zoom mentre i Lorna Shore si preparano a tornare dal vivo e a incontrare nuovamente il pubblico italiano, pronti a portare questa nuova fase della loro musica sul palco del Gran Teatro Geox di Padova: ebbene sì, un tour da headliner nei palazzetti per una band di metal estremo che non ha lasciato proprio nulla sul piatto per arrivare a questi livelli.
In una chiacchierata che lascia trasparire la sua semplicità e la sua energia, Will mostra anche una vulnerabilità che molti cantanti vogliono volontariamente escludere dalla loro figura pubblica ed artistica.

SECONDO TE “DEATHCORE” È UN’ETICHETTA TROPPO STRETTA PER I LORNA SHORE? VI CONSIDERATE ANCORA UNA BAND DEATHCORE?
– Non penso che siamo più una band deathcore ormai. Sono sicuro che abbiamo elementi deathcore, ma a parer mio siamo una fusione di molti generi metal diversi. Tutti veniamo da background metal differenti, penso che tutte queste parti contribuiscano con qualcosa di speciale a creare il suono dei Lorna Shore.
Non saprei nemmeno più come definirci, quindi, per quanto mi riguarda, ci riferiamo a noi stessi semplicemente come a una heavy metal band.
Quando ascolti i Gojira, cosa pensi? Sono una band metalcore? Sono una band progressive? Sono una band qualunque? Pensi solo: sono i Gojira. Ed è quello che vogliamo fare anche noi. Vogliamo solo essere i Lorna Shore, qualunque cosa significhi per chi ascolta. È così che ci consideriamo.

COME TI FA SENTIRE ESSERE CONSIDERATO IL VOLTO DELLA RINASCITA DEL DEATHCORE?
– È stressante, direi. Sai, prima di tutto non la vedo così personalmente, io continuo a vedermi come quel ragazzo che faceva le sue cose nella sua stanzetta, nel suo piccolo studio. Continuerò a vedermi così per sempre.
Di sicuro la quantità di aspettative che le persone mi mettono addosso può essere molto stressante. È una di quelle situazioni in cui pensi che sarà fantastico quando la gente inizierà ad apprezzarti, poi le cose diventano un po’ opprimenti. Sai com’è il detto, “heavy lies the crown”, ‘la corona pesa’.

I LORNA SHORE SONO DIVENTATI VIRALI PIÙ VOLTE, PRIMA CON “TO THE HELLFIRE” E POI CON IL VIDEO DELLA THROAT CAM. COM’È STATO PER VOI, COME BAND ESTREMA, GESTIRE QUESTA ESPOSIZIONE?
– Abbiamo avuto momenti in cui, quando siamo diventati virali, il management e persone hanno cercato di spingerci a diventare ancora più virali facendo determinate cose. Ma non è quello che vogliamo.
Non stiamo cercando di diventare virali. Non c’è mai stato un momento in cui i Lorna Shore hanno detto: “Questo diventerà virale”. Non è mai stato un piano. Succede e basta. Noi cerchiamo di fare cose in maniera organica e ragionata. A volte funziona, a volte no.
Ho notato che oggi molte band cercano di creare questo ‘suono virale’ a tavolino, ma spesso non sembra autentico. Penso che la gente debba smettere di concentrarsi su quello e fare semplicemente ciò che sembra giusto, ciò che suona bene, e sperare che tutto vada come deve andare.

COME SIETE PASSATI DAL ‘CATTURARE’ L’ATTENZIONE DELLE PERSONE AL ‘MANTENERE’ L’ATTENZIONE DELLE PERSONE?
– Non è stato così difficile come pensavo. una volta che le persone prestano attenzione e dicono “oh, è fantastico”, se continui a dargli qualcosa di autentico e se gli piace, rimarranno.
Non abbiamo mai voluto che i Lorna Shore fossero solo una meteora: continuiamo a pubblicare ciò che piace a noi e che speriamo piaccia anche agli altri. Finora ha funzionato.
I numeri sono più alti che mai, non perché cerchiamo di renderli enormi, ma perché stiamo dando alle persone ciò che chiedono. Ed eccoci qui. È fantastico. Sono felice che stiamo andando così bene senza forzature.

A VOLTE LE CANZONI SONO PIÙ IMPORTANTI PER I FAN CHE PER L’ARTISTA STESSO: “TO THE HELLFIRE” È COSÌ IMPORTANTE PER TE?
SEI PIÙ LEGATO AD ALTRE CANZONI, O MAGARI LA TROVI IMMATURA ESSENDO UNA DELLE PRIME COSE CHE HAI FATTO CON LA BAND?
– Penso che “To the Hellfire” non se ne andrà mai. È la nostra “Freak on a Leash”. Siamo super-contenti di averla scritta e ci è piaciuto molto suonarla, anche se per la band, in tutta onestà, ha un po’ fatto il suo corso. L’abbiamo suonata così tante volte che a volte vorremmo escluderla dalla setlist. Ma la gente la ama così tanto che non possiamo. È stata una delle canzoni che ha attirato l’attenzione delle persone ed è il motivo per cui sono qui.
Al pubblico piacciono anche le altre canzoni, ma vogliono sentire di nuovo quella. Vogliono rivivere il momento in cui l’hanno scoperta per la prima volta.
Ci sono altre canzoni che mi piace suonare di più, assolutamente. “Glenwood” è una di quelle. Alcune canzoni del nuovo album, come “Prison of Flesh”, funzionano molto bene. È una delle canzoni vocalmente più difficili, ma ce ne sono altre che ci danno la stessa sensazione in modo diverso.

AVETE AVUTO UN INTERO ANNO PER SCRIVERE L’ALBUM. PIÙ TEMPO RENDE IL PROCESSO PIÙ FACILE?
– No, anzi. Mi piacerebbe fosse così. Abbiamo avuto molto tempo per scrivere questo album e non è stato facile. Più tempo significa più tempo per pensare troppo.
Se c’è una cosa che ho imparato scrivendo musica nel corso degli anni, è che se stai sbattendo la testa contro il muro cento volte, probabilmente stai affrontando l’ostacolo sbagliato. Ma continui a farlo comunque, e questo può cambiare il modo in cui la canzone viene fuori, non sempre in modo genuino.
Detto questo, credo che l’ultimo album rappresenti molto bene ciò che la band è oggi. È stato estremamente stressante. Abbiamo riscritto tutte le parti vocali, più volte. È stato faticoso per tutti, per più di un motivo.

NELL’ALBUM TROVIAMO BRANI PIÙ OSCURI COME “PRISON OF FLESH” E “OBLIVION” E ALTRI PIÙ SPERANZOSI COME “UNBREAKABLE” E “FOREVERMORE”. TI PIACE CONDIVIDERE LE TUE ESPERIENZE CON GLI ASCOLTATORI?
– Assolutamente sì. Quando faccio musica voglio che le persone si sentano forti o anche tristi, ma che attraversino quelle emozioni.
Molto metal estremo e deathcore è tutto bianco o nero, ma penso che ci siano molti più colori nello spettro. Aggiungerli cambia le cose in modo positivo.
Se anni fa avessi detto che una band deathcore avrebbe scritto una canzone che dà forza alle persone, tutti avrebbero detto che era impossibile. Io voglio cambiare questa realtà. Non deve essere solo violenza e morte. Voglio che le persone si sentano bene.
Quando “Unbreakable” viene suonata dal vivo e tu e migliaia di altre persone urlate “we are unbreakable”… quello è il momento più figo per me. Ti fa sentire parte di qualcosa di più grande.

“FOREVERMORE” È UN BRANO MOLTO LEGATO AL LUTTO. CANTARLO RIAPRE OGNI VOLTA QUEL DOLORE?
– Penso che porterà sempre con sé un po’ di dolore. Non l’abbiamo ancora suonata dal vivo, ma so già che sarà difficile.
Alcune canzoni sono più dure di altre. “Glenwood” è difficile da suonare dal vivo per l’emozione che ci associo. Ma canzoni come “Forevermore” aiutano anche le altre persone a passare attraverso le fasi del lutto. È triste che le persone muoiano, ma è anche bello sapere di averle conosciute. È per questo che amo “Forevermore”. C’è una frase in particolare in cui ho una lunga conversazione con mio cognato che non c’è più. E so che sarà sempre difficile da suonare dal vivo.

LA TRACKLIST INIZIA CON TEMI PESANTI E OSCURI COME IL DECADIMENTO PERSONALE IN “PRISON OF FLESH” E L’APOCALISSE GLOBALE IN “OBLIVION,” POI SI MUOVE ATTRAVERSO L’EMPOWERMENT (“IN DARKNESS,” “UNBREAKABLE”), LA RICONCILIAZIONE PERSONALE IN “GLENWOOD,” E FINISCE CON LUTTO ED EREDITÀ IN “FOREVERMORE” — QUESTA PROGRESSIONE DALLA DISPERAZIONE ALLA SPERANZA ERA INTENZIONALE NELLA SEQUENZA DEI BRANI?
– Sì e no. Ogni canzone ha il suo scopo. Pensiamo più a come suona una canzone e a come si collega alla successiva, più che al significato del testo.
Abbiamo creato la sequenza cercando di mettere una canzone pesante prima di una col messaggio più potente, come “Unbreakable”.
Scrivendo, ho sentito che stava emergendo una storia, anche se non è nata in maniera intenzionale. In un certo senso è la storia della mia vita, ed è quello che volevo che fosse questo album.

MOLTI TI CONSIDERANO IL MIGLIOR CANTANTE ESTREMO DELLA TUA GENERAZIONE. QUANTO TEMPO DEDICHI ANCORA A SPERIMENTARE CON NUOVI SUONI, E C’È QUALCOSA DI NUOVO SU CUI STAI LAVORANDO PER IL MATERIALE FUTURO?
– Sempre. Sempre. Faccio sempre cover, mi alleno sempre. Il mio studio è proprio qui, in casa mia. Se smettessi di fare queste cose, perderei il senso di tutto. Le cover sono il motivo per cui ho iniziato a fare musica. In ogni cover mi spingo un po’ oltre e scopro qualcosa di nuovo che poi porto anche nella band.

TI È MAI CAPITATO CHE LA VOCE TI ABBANDONASSE COMPLETAMENTE SUL PALCO?
– Non ancora, tocchiamo ferro. Ci sono stati momenti in cui la voce non era al massimo dopo molti concerti di fila, ma non mi ha mai abbandonato del tutto.

COME TI PRENDI CURA DELLA TUA UGOLA IN TOUR?
– Riscaldamento, defaticamento, parlare poco, riposo vocale. Bere tè, non bere alcol, non fumare. Serve molta sobrietà in tour per me. Non posso dire lo stesso per tutti gli altri membri della band! (Ride, ndr).

AVETE MAI PENSATO A FEATURING NEI VOSTRI ALBUM?
– Sì e no. È una regola non scritta. Se dovessimo farlo, dovrebbe essere un ospite che nessuno si aspetterebbe. Non può essere una scelta ovvia, non può essere una persona del circuito metal. Potrebbe essere chiunque. Anche un cantante operistico. Qualunque cosa, purché sorprenda.

ESSENDO DI ORIGINI PORTORICANE, COSA SIGNIFICA PER TE RAPPRESENTARE LA DIVERSITÀ LATINA NEL METAL ESTREMO?
– Anche questo titolo è stressante, ma bellissimo. Amo vedere i portoricani che si esaltano, che provano orgoglio, che urlano “hell yeah”! Io però non parlo spagnolo e crescendo questa cosa mi ha creato problemi.
Mio padre me lo disse sin da piccolo, mi disse che le persone sarebbero state razziste con me, persino altri portoricani visto che non parlavo la lingua madre della mia etnia. Per tutta la vita mi sono sentito escluso. Ora tutti mi celebrano, ma mi chiedo dove fossero prima. Non prendete queste parole nel verso sbagliato, sto solo dicendo la verità.
Detto questo, amo il mio popolo.

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