LUCYNINE – Sangue nero

Pubblicato il 07/12/2025 da

Sergio Bertani è un personaggio poliedrico: cantante, polistrumentista, produttore e fotografo, l’artista piemontese è colui che si cela dietro al moniker Lucynine, con il quale ha pubblicato due dischi di non semplice interpretazione: se, infatti, il precedente “Amor Venenat” era un concept sfaccettato e complesso di black metal con tendenze avant-garde, il più recente “Melena” è diretto e feroce, uno sfogo per liberare tutta la disperazione accumulata in un periodo buio a livello personale.
Il nuovo album e i possibili progetti futuri sono i soggetti dell’intervista con Sergio, che si è rivelato un interlocutore affabile e disponibile.

CIAO SERGIO, BENVENUTO SU METALITALIA.COM E COMPLIMENTI PER IL NUOVO DISCO, “MELENA”.
PARTIAMO DAL TUO ALBUM PRECEDENTE, “AMOR VENENAT”: LO AVEVAMO DEFINITO COME UN CONCEPT SULL’AMORE CHE TI ERA STATO QUASI NECESSARIO SCRIVERE. A CINQUE ANNI DI DISTANZA, QUALE EFFETTO HA AVUTO SU DI TE? COME LO VEDI ORA? QUAL E’ STATA, AL CONTRARIO, LA RISPOSTA DI CHI L’HA ASCOLTATO?
– Ciao Alessandro! “Amor Venenat” è stato il primo full del progetto Lucynine e lo amo come si ama un primogenito. Ma, dei primogeniti, col senno di poi, posso dire che porta con sé anche gli svantaggi: sei un genitore ancora un po’ impreparato e quando il figlio diventa adolescente ti dici: «Ecco, forse quella cosa l’avrei potuta fare diversamente».
Non parlo di rimpianti, solo che una parte del disco è stata scritta nel periodo poco precedente all’uscita, un’altra parte è stata frutto di materiale composto dopo il primo EP: quell’eterogeneità estrema che nel 2020 vedevo come un fiore all’occhiello, oggi riesco ad inquadrarla anche come un leggero handicap che ha diviso gli ascoltatori tra coloro che sono rimasti sorpresi e quelli che ne sono usciti confusi.

SAPPIAMO CHE PER TERMINARE I LAVORI DI “AMOR VENENAT” HAI IMPIEGATO UN PAIO DI ANNI. COME E’ NATO INVECE “MELENA”? E’ STATO NECESSARIO UN PROCESSO ALTRETTANTO LUNGO?
– “Melena” ha subito un processo radicalmente opposto: ho composto, suonato, registrato, mixato e masterizzato il disco in circa tre mesi. Questo album si è quasi fatto da solo.

ASCOLTANDO “MELENA”, SI HA L’IMPRESSIONE DI UNA FORTE URGENZA. QUALI SONO STATE LE SPINTE A SCRIVERE MUSICA COSI’ FORTE?
– Stavo veramente di merda. Quando ero sobrio stavo di merda, il resto del tempo ero pieno di alcol e altre cose. C’era in me un bisogno di esprimere un malessere profondo e quasi invalidante. Conta che è stato realizzato nell’estate del 2022: oggi che la situazione è molto diversa non riuscirei mai a ripetere una simile tipologia di produzione.

A LIVELLO STILISTICO, LE DIFFERENZE CON “AMOR VENENAT” SONO EVIDENTI, TANTO CHE QUEST’ULTIMO NECESSITAVA DI DIVERSI ASCOLTI PRIMA DI ESSERE COMPRESO NEI SUOI DETTAGLI, MENTRE “MELENA” E’ IMMEDIATO E DIRETTO. CONFERMI?
– Sì, assolutamente. E ti dirò che a distanza di tre anni è un disco che mi riascolto ancora con piacere, cosa che non capita con le altre cose che ho pubblicato in passato, sia di Lucynine che di altri progetti.

SPIEGACI COME HAI SCELTO IL TITOLO…
– Cercavo un modo di esprimere con un vocabolo unico il mood generale dell’album. Nero e viscerale. Allo stesso tempo volevo evitare i cliché del metal: la melena pochi sanno che cosa sia, a meno che non siano medici o infermieri. Ha il suono di un affascinante nome femminile, mentre in realtà è il miscuglio nero e maleodorante di feci mescolate a sangue digerito. Sangue e merda, come si suol dire. Che è esattamente ciò da cui è scaturito il disco.

COSA CI DICI INVECE DELLA COPERTINA DEL DISCO?
– Quello è stato un parto un po’ più lungo perché nella quotidianità, oltre ad essere musicista, vivo anche facendo il fotografo. Come Bryan Adams, ma povero. E sono un maledetto perfezionista.
Poi vabbè, la prima cosa che vedi di un disco è la copertina: nella storia della musica quanti dischi magnifici sono stati penalizzati da una brutta cover e quanti dischi orrendi abbiamo comprato solo perché avevano una bella immagine sopra?
Ci ho messo un bel po’ a giungere a qualcosa che mi soddisfacesse e devo dire che il caso mi è venuto in aiuto. Un giorno esco di casa e trovo per strada questo piccione spiaccicato e mezzo putrefatto, lo fotografo, ma non ero soddisfattissimo. Era talmente ai minimi termini che sembrava una texture, non si riconosceva quasi la figura del volatile. Diventerà poi la copertina del primo singolo “Narciso non muore”.
Poche settimane dopo, sempre in strada, scorgo una bellissima gazza morta da poco, con le sue piume iridescenti che luccicavano sotto al sole. La prendo e la porto a casa. Come farebbe un Ted Bundy qualunque, ahahah (ride, ndr). Metto su un set, la fotografo e decido che sarà il tema conduttore dell’immagine coordinata del disco: la gazza, come uccello, ha una storia interessantissima dietro. È monogama e poi nelle mitologie nordiche è considerata messaggera degli dei e uccello della dea della morte. Nelle isole britanniche è vista come foriera di brutte notizie e presagio di lutti. In Scandinavia la gazza è legata all’ambito della stregoneria. Insomma: perfetta!

HAI SUONATO TU TUTTI GLI STRUMENTI PRESENTI SUL DISCO?
– Sì, come sempre. Ma, questa volta, a differenza delle volte scorse, non ho incluso la partecipazione di nessun ospite.
È stato un lavoro troppo intimo per me, ho sentito il bisogno di farlo nascere e vivere assolutamente da solo.

“OPERA AL NERO”, CON I SUOI QUINDICI MINUTI DI DURATA, RAPPRESENTA IL CAPITOLO PRINCIPALE DI “MELENA”. COME E’ NATA? DI COSA PARLA?
– È un vero e proprio flusso di coscienza, sia musicale che testuale. Il testo è nato dopo, sulla musica già ultimata. La composizione è stata lineare: la prima cosa che senti è la prima che è nata e l’ultima idem.
Ho iniziato non sapendo dove mi avrebbe portato, mettevo mattoncino dopo mattoncino, trascinato puramente dall’istinto. Avevo solo chiara l’idea del climax, il raggiungere man mano un apice espressivo quasi insostenibile. Il tema è quello della solitudine disperata, della depressione più profonda, della totale mancanza di un qualsiasi elemento positivo a cui aggrapparsi per sopravvivere.
Nel disco è l’ultima traccia, ma è stato il primo brano che ho composto e che ha dato una direzione al disco intero.

PENSI CHE L’UTILIZZO DELLA LINGUA ITALIANA POSSA ESSERE UN VALORE AGGIUNTO QUANDO SI TRATTA DI EMOZIONI COSI’ FORTI?
– Credo di sì, almeno nel mio caso.
L’inglese lo parlo bene, ma non è la mia lingua madre e volevo che anche nelle liriche il mio potenziale espressivo potesse essere al massimo della forma. Vado particolarmente orgoglioso dei testi di “Melena”, trovo che possano avere un loro senso anche se letti senza ascoltare la musica.

SPIEGACI COSA INTENDI CON: “TEMI L’UOMO CHE NON HA NULLA DA PERDERE”. E’ UNA FRASE LEGATA A QUALCHE TUA ESPERIENZA PERSONALE?
– Sì, come anche tutto il resto dei testi. Sebbene debba ammettere che non molto fu generato in una situazione di lucidità e quindi parecchi anatemi fanno parte dei numerosi deliri che mi rimbombavano nella testa tutto il giorno. Questo in particolare è una sorta di proclama auto-distruttivo.
Quando non hai più nulla da perdere sei una mina vagante che può esplodere in qualsiasi momento, addosso agli altri o anche solo devastando te stesso.

SAPPIAMO CHE, OLTRE ALLA MUSICA, HAI ALTRE PASSIONI ED ATTIVITA’. PENSI CHE, IN QUALCHE MODO, QUESTE SIANO UN’INFLUENZA SUL TUO MODO DI COMPORRE?
IN PARTICOLARE, IN FASE DI RECENSIONE ABBIAMO IPOTIZZATO UNA CORRELAZIONE TRA IL TUO LAVORO COME FOTOGRAFO E LE IMMAGINI NITIDE A CUI DAI FORMA NEI TUOI PEZZI. E’ QUALCOSA A CUI HAI MAI PENSATO?

– Sì, la componente figurativa gioca un ruolo gigantesco nel mio flusso compositivo.
Il mio stesso modo di pensare, la mia memoria, la mia creatività: tutto parte sempre da una o più immagini che mi si formano in testa e che cerco di tradurre in un altro linguaggio, e sono molto contento che questo si avverta nell’ascolto.
Parimenti, ribaltando la prospettiva, quando lavoro con l’immagine faccio il possibile per non scollegarla dal suono: infatti oggi l’attività che occupa la maggior parte del mio tempo è quella di fotografo per la musica, in particolare quella classica.

PARLIAMO INVECE DI INFLUENZE MUSICALI. NEL DISCO PRECEDENTE AVEVI REALIZZATO UNA COVER DEI TYPE O NEGATIVE: LI PERCEPISCI COME UN GRUPPO IMPORTANTE PER LA TUA FORMAZIONE? QUALI ALTRE BAND SONO STATE FONDAMENTALI PER LA TUA MATURAZIONE COME MUSICISTA?
– I Type O Negative li amo molto, ma in particolare quella cover l’avevo scelta per il testo: raccontava una storia che si inseriva perfettamente nel concept del disco e che riguardava una mia esperienza personale.
Per il resto io sono un ascoltatore affamatissimo e onnivoro: alla base c’è tanto jazz, musica classica e contemporanea e i Beatles. Ma nella mia giornata tendo ad ascoltare musica da quando mi sveglio a quando vado a dormire e cerco di conoscere sempre cose nuove.
A undici anni l’epifania furono gli Iron Maiden, poi la deriva sempre più estrema, dai Death agli Strapping Young Lad, dai Napalm Death ai Carcass, ma ti dirò: oggi non ascolto più tanto metal quanto si potrebbe pensare.
Ho sempre seguito tantissimo anche la musica elettronica, il trip hop, le cose sperimentali, come il rock più classico. Si va dai Portishead agli Archive, dal sopracitato Bryan Adams ai Sonic Youth, da Esbjorn Svensson ai The Cure, Joy Division, Bauhaus, tutto il goth rock, il post punk, la wave, perfino l’ondata di retrowave degli anni 2010.
Oddio sta diventando una risposta lunghissima e non riesco più a fermarmi, (ride,ndr).
Comunque credo che in Lucynine questa sorta di schizofrenia musicale si avverta.

HAI GIA’ QUALCHE PROGETTO MUSICALE PER IL FUTURO?
– Sì, ma c’è ancora tanta nebbia da diradare.

PENSI DI POTER PROPORRE LUCYNINE DAL VIVO?
– Questo purtroppo devo escluderlo totalmente. Non riuscirei a conciliare una band di sei elementi con la vita incostante e disordinata che ho attualmente. Ma è molto probabile che prima o poi torni live con un altro tipo di situazione.

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