Parlare dei Malignance significa confrontarsi con un nome storico del panorama black metal italiano.
Al di là di un percorso piuttosto accidentato e di una produzione discografica altrettanto frammentata, il gruppo capitanato dallo stoico Arioch si è ripresentato sulla scena nel corso di questo 2025 col quinto full-length della sua ormai più che ventennale carriera.
L’album, intitolato “The Death And The Dice – Rime Of The Unredeemed”, è un concept sul celebre poema “La Ballata Del Vecchio Marinaio” del poeta britannico S.T. Coleridge. Abbiamo quindi raggiunto il mastermind Arioch per farci raccontare tutto in merito a questo nuovo capitolo della storia dei Malignance.
BENVENUTI SU METALITALIA.COM E COMPLIMENTI PER IL NUOVO ALBUM “THE DEATH AND THE DICE – RIME OF THE UNREDEEMED”, QUI PUBBLICATO TRA GLI HOT ALBUM.
IL DISCO SEGNA IL RITORNO DEI MALIGNANCE AD UNA FORMAZIONE COMPLETA DOPO ANNI VISSUTI PRIMA COME DUO E POI COME ONE-MAN BAND, GRAZIE AL RIENTRO IN PIANTA STABILE DI MEMBRI CHE AVEVANO FATTO PARTE DELLE PRIME INCARNAZIONI DEL PROGETTO: IN CHE MODO È MATURATA QUESTA SCELTA?
– Innanzitutto ti ringrazio per i complimenti, puntiamo molto su questo disco e siamo felici sia stato apprezzato.
La decisione di tornare ad avere una formazione completa per la band è stata presa fondamentalmente durante una sorta di rimpatriata con M.X. (batterista che ha registrato il primo mini della band, Ascension to Obscurity, nel 2001). Abbiamo parlato della possibilità di tornare a fare live con i Malignance e devo dire che non ci è voluto molto per convincermi; ho sempre pensato che avrei potuto tornare ad esibirmi dal vivo con la band a patto di avere le persone giuste con me, e sono certo che Ein, M.X. e Leviathan lo siano.
IL RITORNO ALLA FORMAZIONE COMPLETA HA INFLUITO ANCHE DAL PUNTO DI VISTA DEL PROCESSO COMPOSITIVO O SI È TRATTATO PIÙ DI UN APPORTO IN FASE DI ARRANGIAMENTO DEI BRANI, COL GROSSO DEL LAVORO DI SCRITTURA ANCORA IN MAGGIOR PARTE A TUO APPANNAGGIO ?
– Ormai da anni ho un processo di scrittura dei dischi decisamente rodato: totale full immersion e lavoro non stop, partendo totalmente da zero fino ad arrivare all’album registrato, mixato e masterizzato (sempre da me).
Mi sarebbe difficile coinvolgere altre persone in questo processo perché spesso registro a orari assolutamente improbabili e ho un flusso di scrittura musicale che mal sopporta l’apporto esterno. In questo caso però ho lavorato con M.X. sugli arrangiamenti di batteria, credo che il suo apporto sia ben percepibile e abbia dato quella sfumatura in più al sound dell’album.
QUALI MOTIVAZIONI VI HANNO SPINTO A INCENTRARE IL CONCEPT DELL’ALBUM SULLA “BALLATA DEL VECCHIO MARINAIO” DI S.T. COLERIDGE, POEMA BEN NOTO AL PUBBLICO METAL GRAZIE AL CELEBRE E OMONIMO BRANO PUBBLICATO DAGLI IRON MAIDEN NEL LONTANO 1984?
– Sono sempre stato affascinato dall’immaginario di “Rime Of The Ancient Mariner”. Chiaramente, il primo contatto con l’opera è arrivato grazie agli Iron Maiden durante l’adolescenza; ho poi avuto l’occasione di approfondire l’opera durante lo studio scolastico di letteratura inglese e la fascinazione si è trasformata in passione.
Ho sempre creduto che la tematica fosse perfetta per essere rappresentata anche in dimensione musicale, serviva solo il momento di ispirazione giusto: le figure retoriche che permeano l’opera secondo me sono perfettamente in linea con il lirismo black metal e spero di averne saputo rappresentare al meglio la suggestione.
NELL’ALBUM SONO PRESENTI MOLTE PARTI DAI MARCATI CONNOTATI EPICI CHE RIMANDANO AI BATHORY DEL PERIODO “VIKING” (SEBBENE SCEVRE DA ECCESSIVI RIMANDI NORRENI): È STATO IL CONCEPT A RENDERE NATURALE L’UTILIZZO DI QUESTI STILEMI O È STATA LA MUSICA A SUGGERIRE LO SVILUPPO DI UN CONCEPT DI QUESTO TIPO? IN PAROLE POVERE: È NATO PRIMA IL CONCEPT O IL COMPARTO MUSICALE?
– Tutto è partito assolutamente dal concept. Ho ideato l’andamento narrativo prima di ogni altra cosa: il racconto, nel disco, inizia al momento dell’arrivo della nave che trasporta Death e Life-in-death (due personaggi allegorici del poema, ndr), per poi proseguire attraverso flashback prima di ritornare alla linea narrativa del ‘presente’, e scritto i testi di conseguenza.
Una volta terminata questa fase, ho scritto i vari brani, avendo già in mente l’atmosfera e la struttura armonico/compositiva più adatte per rappresentare i vari ‘capitoli’ che si sarebbero dipanati durante lo scorrere del disco. Questo mi ha portato a ‘pescare’ nel mio bagaglio di influenze musicali, per garantire coesione e coerenza fra le liriche e la musica.
LA MUSICA DEI MALIGNANCE HA SEMPRE AVUTO UN FORTE LEGAME CON LA SCENA ESTREMA OLD-SCHOOL, A PARTIRE DAL PROTO-BLACK/THRASH ANNI ’80 FINO ALLE CORRENTI BLACK SVILUPPATESI NEGLI ANNI ’90 IN SCANDINAVIA (E NON SOLO): QUALI SONO GLI ARTISTI E LE SCENE CHE VI HANNO MAGGIORMENTE ISPIRATI RELATIVAMENTE ALLA NASCITA E ALLO SVILUPPO DEL PROGETTO MALIGNANCE? CHE RAPPORTO AVETE CON LA SCENA ITALIANA?
– Ho sicuramente sempre ascoltato un bel po’ di musica e di conseguenza sono stato ispirato e influenzato da un discreto numero di band. Posso citarti Celtic Frost, Grotesque, Bathory, Venom, ma soprattutto Emperor, Dissection e Satyricon.
Parlando di scena italiana, ho perso i contatti con molte delle band con cui abbiamo diviso i palchi in passato, ma comunque seguo sempre con interesse e attenzione tutte le uscite made in Italy.
PARLANDO DELLA SCENA ATTUALE, C’È QUALCOSA CHE VI APPASSIONA O CHE RITENETE DEGNO DI ATTENZIONE, O LA VOSTRA PREDILEZIONE SI RIVOLGE ANCORA AGLI ANNI D’ORO DELLA SCENA BLACK?
– Sicuramente ci sono progetti che mi affascinano e interessano, ti posso nominare gli Mgla su tutti, ma resto saldamente ancorato al passato quando si parla di ascolti frequenti di album black metal. Sono decisamente un nostalgico, ma senza snobbare il presente: semplicemente quella è la musica che mi ha permeato in maniera irreversibile quando ero un ragazzino e alle mie orecchie non potrà mai esistere nulla di migliore.
SI PARLA FIN DALLA FINE DEGLI ANNI NOVANTA DELLA “MORTE DEL BLACK METAL”, EPPURE L’ESISTENZA DI BAND COME I MALIGNANCE, INSIEME AD ALTRE REALTÀ, SEMBREREBBE CONFUTARE QUESTA TESI: FATTI SALVI GLI OVVI CAMBIAMENTI DOVUTI ALLO SCORRERE DEGLI ANNI E ALLO SVILUPPO DI NUOVE TECNOLOGIE DI COMUNICAZIONE E PRODUZIONE, VOI PENSATE CHE ABBIA ANCORA SENSO PARLARE DI ‘SPIRITO BLACK METAL’, O ORMAI LA FIAMMA PRIMIGENIA APPARTIENE A UN PASSATO IRRIPETIBILE?
– Domanda interessante. Posso risponderti però solo a livello esclusivamente personale: lo spirito che mi ha mosso fin dagli inizi è rimasto assolutamente inalterato, tanto che quando ho avuto un periodo in cui non ero mentalmente predisposto per produrre album che avessero la giusta impronta, con il giusto ‘movente’, ho preferito rinchiudermi in un silenzio che è durato anni.
Come puoi vedere, fra l’altro, non sforno dischi a ripetizione e questo perché credo fermamente che sia lo spirito a dover spingere sull’acceleratore della composizione di arte black metal, più che il dovere verso gli ascoltato; ascoltatori che meritano tutta la mia concentrazione e dedizione al genere, non prodotti di mero consumo.
Ecco, posso dirti che secondo me alcune band mainstream hanno ormai spostato il mirino sulla ‘dimensione denaro’ più che sulla dimensione artistica, per cui sospetto che in questi casi lo spirito black metal sia un mero ricordo del passato.
Se vogliamo trovare la passione dobbiamo cercare nell’underground; lì sicuramente si trova ancora qualcuno che crede fermamente in quello che fa.
SEMPRE A PROPOSITO DI TRADIZIONE, HO MOLTO APPREZZATO LE SCELTE FATTE IN SEDE DI PRODUZIONE PER IL NUOVO ALBUM, IL CUI SUONO RISULTA AL TEMPO STESSO MOLTO IN LINEA CON GLI STILEMI ANNI ’90, MA ANCHE INTELLIGIBILE E CAPACE DI VALORIZZARE IL LAVORO DI TUTTI I MUSICISTI COINVOLTI: SI STRATTA DEL SUONO CHE AVEVATE IN MENTE FIN DAL PRINCIPIO? QUANTO È IMPORTANTE PER VOI L’ASPETTO DELLA PRODUZIONE RELATIVAMENTE ALLA VOSTRA ARTE?
– Ti ringrazio. Per me il sound riveste un ruolo cruciale nell’esperienza di ascolto di ogni disco, per cui non è un caso che mi occupi di tutto il processo di produzione in prima persona. Ogni album è stato pensato per suonare esattamente nella maniera in cui lo senti suonare e il non doversi interfacciare con tecnici audio mi garantisce la massima libertà espressiva anche a livello di produzione.
Questo, per me, è assolutamente fondamentale: ogni LP deve avere una propria distinta identità e la produzione è una parte fondamentale del gioco. Soprattutto nel caso di questo concept album avevo già un’idea precisa del suono che sarebbe servito per far rendere al massimo le atmosfere di ogni canzone e i miei sforzi sono stati diretti e mirati.
QUALI SARANNO LE FUTURE MOSSE DEI MALIGNANCE? IL RITORNO AD UNA FORMAZIONE COMPLETA SIGNIFICA CHE CI SARANNO ANCHE DATE LIVE DI SUPPORTO A “THE DEATH AND THE DICE”?
– Assolutamente si. Abbiamo già suonato come headliner al Fear Funeral Metal Fest 2025 a Savona, abbiamo già altre date in programma (la prossima al Beer Nest di Finale Ligure insieme ai Necromorbid a ottobre) e continueremo a cercarne altre.
Avere finalmente una formazione completa ci consente di portare in giro la nostra musica dopo tanti anni di lavori esclusivamente in studio; siamo convinti di poterla proporre al meglio e non vediamo l’ora di spaccare un po’ di ossa.
PER QUALE MOTIVO UN BLACKSTER DOVREBBE ASCOLTARE CON ATTENZIONE”THE DEATH AND THE DICE”? A VOSTRO MODO DI VEDERE, COSA AGGIUNGE QUESTO DISCO AL PERCORSO DEI MALIGNANCE, E QUALE POTREBBE ESSERE IL SUO APPORTO ALLA SCENA BLACK ODIERNA, NOSTRANA E NON?
– “The Death And The Dice” non è stato pensato per piacere ne, tantomeno, per promuovere il nome Malignance.
È un disco che esiste perché doveva esistere; scritto in totale solitudine, fuori da qualsiasi logica di mercato, con l’unico obiettivo di portare alla luce un concept che mi tormentava da tempo. Chiunque sia ancora in grado di ascoltare con attenzione, di leggere tra le righe e sentire quando un disco nasce da un’urgenza reale, potrà trovarci qualcosa.
Non prometto niente a nessuno, non mi interessa convincere nessuno, ma se sei uno di quelli che non ha bisogno della foto promozionale figa per fare ‘play’, forse in questo disco troverai qualcosa che manca a tanta roba di oggi: la sincerità. Tutto qui.

