Nel magma cangiante del death metal contemporaneo, i Malthusian si sono ritagliati un loro solido spazio sin dal demo d’esordio, tanto per la coerenza della loro visione quanto per la tensione tra struttura e disintegrazione che attraversa ogni loro opera. A distanza di quasi sette anni dal full-length “Across Deaths”, la band irlandese torna con “The Summoning Bell”, un album che suona come un epilogo temporaneo e insieme una nuova invocazione. Più elaborato, più dinamico, ma non meno abrasivo, questo nuovo lavoro rappresenta la sintesi di un percorso che non cerca legittimazione nella scena, quanto piuttosto nell’urgenza interiore del creare.
Abbiamo parlato con Matt Bree, chitarrista, compositore principale e voce dei Malthusian, per indagare le forze – visibili e invisibili – che hanno plasmato il disco: ne è emerso un ritratto lucido e disilluso, in cui la musica diventa atto rituale e catartico, specchio di un’esistenza percepita come vuoto travestito da ordine.
Si è discusso di religione, di identità irlandese, di influenze ingombranti e dell’inutilità delle etichette. Ma anche della necessità di scrivere brani che siano prima di tutto vivi, onesti e spietatamente reali. Perché, come dice Bree, “potremmo essere tutti morti domani mattina”.
“THE SUMMONING BELL” SUONA AL TEMPO STESSO COME UN COMPIMENTO E UNA FRATTURA. QUALI FORZE INTERIORI O ESTERIORI HANNO SPINTO ALLA SUA CREAZIONE?
– Tutto e nulla. Abbiamo lavorato al disco per diversi anni, un periodo in cui il mondo intero ha vissuto alcuni tra i momenti più strani e inquietanti della storia recente. Alcuni di questi eventi possono aver influito, anche solo a livello inconscio, sul modo in cui il disco ha preso forma, ma non posso affermarlo con certezza.
A livello conscio, invece, abbiamo continuato a scrivere e plasmare quella musica brutale e sconvolta che ci eravamo proposti di fare sin dalla nascita dei Malthusian. È senza dubbio l’opera più elaborata e compiuta che abbiamo realizzato finora.
“WE AIMLESSLY SEARCH / GIVING PURPOSE TO THE NOTHING / CREATING FALSE COMFORTS WITHIN / TO HOLD IN AN ETERNAL ABYSS […]”. IL TONO DI CERTI VERSI APPARE PIUTTOSTO NICHILISTA. DI COSA PARLANO I TESTI, QUESTA VOLTA?
– Credo che i testi siano abbastanza diretti, ma restano comunque aperti a molteplici interpretazioni. Il tono e l’intento con cui li ho scritti sono personali, ma nel momento in cui il lettore o l’ascoltatore li incontra, sfuggono completamente al mio controllo. Sono fermamente convinto che non tutto debba essere spiegato, né tantomeno servito con il cucchiaino.
C’è valore nell’ambiguità, nella possibilità di proiettare se stessi in un testo. Lasciare spazio all’interpretazione è fondamentale.
NEI VOSTRI BRANI C’È UNA SCANSIONE PRECISA, QUASI RITUALE, DEL PASSAGGIO DALLA FURIA AL LAMENTO. QUANTO È CONSAPEVOLE QUESTA TENSIONE TRA STRUTTURA E COLLASSO?
– È stata una scelta voluta sin dall’inizio. Volevo che la luce amplificasse l’oscurità, che i momenti più quieti facessero sembrare ancora più devastanti quelli più feroci, e viceversa. Questo equilibrio, questa dinamica, serve a rendere l’esperienza d’ascolto più immersiva, più totale. Vogliamo che chi ascolta venga trasportato altrove.
RIPENSANDO AL TITOLO DEL DISCO, IL TERMINE “SUMMONING” RICHIAMA L’IDEA DI RITUALE. C’È UN ELEMENTO RITUALE NELLA VOSTRA COMPOSIZIONE O ESECUZIONE MUSICALE?
– Tutti noi siamo continuamente evocati. Ogni volta che ci svegliamo, ogni volta che dormiamo, rispondiamo a un richiamo. Camminiamo in un mondo che non abbiamo scelto e che non comprendiamo del tutto, e siamo tutti schiavi di questa condizione. Aggiungiamo distrazioni e finzioni alla nostra vita per convincerci che abbiamo un significato, un valore, ma in fondo sappiamo di non avere alcun controllo.
A volte sento davvero di essere ‘chiamato’ a scrivere la musica che scrivo, ma non esiste alcun rituale codificato al di fuori dell’atto stesso del creare. In questo senso, sì, la creazione può essere vista come una forma di rito. C’è catarsi, in essa.
L’IRLANDA HA UNA STORIA CULTURALE E RELIGIOSA MOLTO INTENSA. IN CHE MODO LA TUA IDENTITÀ IRLANDESE INFLUENZA LA CRITICA ALLA SUPERSTIZIONE E AL DECADIMENTO CHE ATTRAVERSA IL CONCEPT DELLA VOSTRA MUSICA?
– La nostra storia religiosa è, come in molti paesi cristianizzati, profondamente oscura e tossica. Le antiche credenze pagane sono state deformate, manipolate quel tanto che bastava per essere riconoscibili ma allineate alla nuova dottrina cristiana, che ha portato controllo e vampirizzazione spirituale.
La mia identità irlandese è parte integrante del mio essere. Non ho alcun interesse a celebrare l’eredità forzata della religione o di qualsiasi altro colonizzatore. Ma il popolo, il paesaggio, la cultura e le leggende dell’isola sono elementi che mi parlano profondamente. Posso persino arrivare a comprendere come, in certi momenti storici, il cattolicesimo sia stato abbracciato come forma di ribellione contro i colonizzatori inglesi.
IL CONTRATTO CON RELAPSE RECORDS HA AVUTO UN IMPATTO SUL RESPIRO O SULL’AMBIZIONE DI “THE SUMMONING BELL”, SECONDO TE?
– In realtà no. Quando abbiamo firmato con Relapse, l’album era già praticamente scritto. Avevamo avuto contatti con loro fin dai tempi del primo demo, e in diverse occasioni negli anni successivi. Il fatto che ci abbiano seguito così a lungo dimostra che avevano fiducia in noi e nella nostra musica. Ma a livello creativo, “The Summoning Bell” è nato in piena autonomia.
GUARDANDO INDIETRO A OPERE COME “MMXIII” E “BELOW THE HENGIFORM”, COME SENTI CHE SI SIA EVOLUTA L’IDENTITÀ SONORA E TEMATICA DEI MALTHUSIAN IN QUEST’ULTIMO LAVORO?
– Sul piano sonoro non penso ci sia stato un cambiamento drastico, anche se ogni nostro lavoro è diverso da quello precedente. Essendo all’interno del processo, non ho il privilegio dell’oggettività. Sul piano tematico, invece, il cambiamento è più marcato: sono diventato l’autore principale dei testi e della musica, e questo ha inevitabilmente portato a una visione più unificata e personale rispetto ai lavori passati, ad eccezione forse di “Time’s Withering Shadow”, dove già si intravedeva questa direzione.
NONOSTANTE LA DENSITÀ DEL VOSTRO SUONO ATTUALE, SI PERCEPISCONO ANCORA ECHI DI IMMOLATION E MORBID ANGEL. COME RIESCI A REINTERPRETARE QUESTE INFLUENZE SENZA RESTARNE VINCOLATO?
– Ascolto quelle band da oltre venticinque anni. A questo punto fanno parte del mio DNA, insieme a molte altre. È semplicemente il tipo di musica che mi viene naturale scrivere.
Detto questo, non mi illudo che il mio lavoro possa essere paragonato a quei gruppi nei loro momenti migliori, quella è gente intoccabile. Le mie influenze, comunque, sono molteplici e provengono da generi e contesti molto diversi. È un processo più profondo e istintivo che calcolato.
NEL DEATH METAL CONTEMPORANEO SI ASSISTE A UN CONTINUO DIBATTITO TRA TECNICA E ATMOSFERA. COME VEDI QUESTO EQUILIBRIO OGGI, SOPRATTUTTO IN CONFRONTO AI PIONIERI DEGLI ANNI ’90?
– I gruppi degli anni ’90 hanno posto le basi per tutto ciò che è venuto dopo. Il genere si è evoluto in moltissime direzioni, alcune più in sintonia con i miei gusti, altre meno. Ma tutte fanno parte dello stesso paesaggio in continua espansione.
La tecnica non è necessariamente la chiave per creare musica efficace, a mio avviso. Per me, sono l’atmosfera e l’onestà a fare davvero la differenza. La sincerità nell’atto creativo è ciò che conta.
NEGLI ULTIMI DIECI ANNI, IL DEATH METAL UNDERGROUND SI È FRAMMENTATO IN DIREZIONI SEMPRE PIÙ DISPARATE. DOVE VEDI I MALTHUSIAN IN QUESTO PANORAMA MUTEVOLE? SENTITE UN LEGAME O UNA DISTANZA RISPETTO ALL’ONDATA ATTUALE DI DEATH METAL CHE IMPERVERSA NEL SOTTOBOSCO?
– Non mi interessa davvero il nostro posizionamento all’interno di una scena o di un ‘movimento’. Siamo una band death metal, e per me questo basta.
Ad esempio, non ci considero parte del cosiddetto filone dissonante, e nemmeno vedo il bisogno di definire l’atmosfera come un tratto separato: per me quest’ultima è parte integrante del metal da sempre, punto. Detto ciò, abbiamo sicuramente affinità con molte band, ma spesso queste connessioni nascono più dalla sintonia personale – e dalla resistenza all’alcol – che da una reale comunanza stilistica.
ORA CHE “THE SUMMONING BELL” È USCITO, SENTI GIÀ LA SPINTA VERSO QUALCOSA DI NUOVO? OPPURE PREFERISCI CHE QUESTO ALBUM RESTI A LUNGO AL CENTRO DELLA VOSTRA ATTIVITÀ PRIMA DI PENSARE AL FUTURO?
– Abbiamo qualche idea sul prossimo passo, e io e JK, il nostro batterista, abbiamo discusso, anche se solo a livello preliminare, di una possibile collaborazione. Ma al momento non c’è nulla di concreto. La priorità assoluta è portare “The Summoning Bell” dal vivo, offrirlo a quelle povere anime che desiderano ascoltarlo.
Per il resto, non ha senso guardare troppo avanti. Potremmo essere tutti morti domani mattina.


