MESMUR – Entropia cosmica

Pubblicato il 02/01/2018 da

Nati come side-project di John e Jeremy dei blackster Dalla Nebbia, i Mesmur sono diventati molto di più, creando con i loro due primi dischi un sound unico e assolutamente personale e rendendoli una delle band più interessanti dell’intera scena funeral doom. Nonostante i quattro membri vivano in tre continenti differenti, quello che abbiamo potuto ascoltare in “S” è tutt’altro che frammentario e anche il concept lirico della band è parecchio ricercato. Abbiamo, quindi, voluto scambiare quattro chiacchiere con Jeremy, parlando di musica, scienza e di come si possa fare un (ottimo) disco senza mai trovarsi a suonare nella stessa stanza. Buona lettura! 

INIZIAMO PARLANDO DI VOI: SIETE SPARSI PER TUTTO IL MONDO (STATI UNITI, AUSTRALIA E ITALIA). COME FUNZIONA IL VOSTRO PROCESSO COMPOSITIVO? IMMAGINO NON VI TROVIATE IN SALA PROVE…
– Hai detto bene: siamo sparsi in giro per il mondo e ovviamente non possiamo permetterci di comporre come un gruppo normale. Abbiamo sviluppato un processo che funziona piuttosto bene e che non sarebbe assolutamente possibile senza le moderne tecnologie. Io mi occupo della composizione strumentale principale, comprese delle line temporanee di basso e batteria programmata; poi mando i file agli altri musicisti. Chris inizia a fare qualche demo con idee per la voce. A questo punto ci scambiamo il lavoro qualche volta, facendo modifiche per suggerire idee. Quando anche le line vocali sono definite, tipicamente la canzone ha una struttura definite così che John e Michele possano lavorare sulle loro linee di batteria e basso, sostituendole a quelle che avevo programmato, migliorando e aggiungendo le loro idee. Ad ora non siamo neanche mai riusciti a incontrarci tutti di persona, figuriamoci provare insieme…

ASCOLTANDO “MESMUR” E “S”, PENSO CI SIA STATO UN GROSSO PASSO IN AVANTI. IL VOSTRO DEBUT ERA UN OTTIMO DISCO FUNERAL DOOM, MA “S” È DAVVERO QUALCOSA DI NUOVO, ANCHE SE È ASSOLUTAMENTE RADICATO NEL GENERE…
– Grazie. Direi che l’intera composizione è diventata più mirato e ponderato, dato che abbiamo sviluppato una visione più nitida di ciò che vogliamo fare. Mi piacciono ancora i pezzi del nostro debut, ma era un po’ troppo confusionario come stile e suoni e non penso avesse la coesione che si può sentire in “S”. “S” può essere ancora piuttosto eclettico per un disco funeral doom, ma ci sono un’atmosfera e un feeling comuni lungo tutte le canzoni che le legano tra loro. Penso che questo dia a tutto il disco un senso di un obiettivo determinate.

USATE MOLTI SYNTH E PENSO SI INTEGRINO PERFETTAMENTE CON IL VOSTRO CONCEPT. CHE TIPO DI SUONI AVETE USATO?
– La maggior parte delle linee melodiche di synth sono archi, cori e Mellotron (una tastiera vintage il cui suono mi ossessiona davvero per quanto risulta malinconico ma anche ultraterreno) e un po’ di organo quà e là. I suoni ambient e noise sono per lo più pattern che ho creato con Reason usando filtri, modulazioni, pitch shist, etc. C’è anche qualche suono registrato dalla ‘natura’ e modificato digitalmente ad aggiungere dei livelli su qualche parte.

RECENSENDO “S” MI SONO TROVATO SPESSO A PENSARE A “THE PLACE WHERE THE BLACK STARS HANG” DI LUSTMORD: HO TROVATO LE STESSE SENSAZIONI DI SPAZIO PROFONDO E VUOTO, MA RICREATE CON MUSICA “VERA” E NON CON UN PROGETTO DARK AMBIENT…
– Non ho mai sentito quell particolare disco, ma conosco piuttosto bene la musica di Lustmord. Le parti ambient hanno sicuramente un ruolo importante in “S”. il nostro scopo era gettare un manto di sonorità che scorrevano e rifluivano con le canzoni, supportando la musica e aiutando a creare quel senso di estensione e vuoto a cui ti riferisci; ma abbiamo volute farlo senza che le parti ambient diventassero predominanti (a parte alcuni momenti transitori nel disco).

C’È UN ALTRO GROSSO MIGLIORAMENTO NELLA PRODUZIONE: NON È FACILE NEL FUNERAL DOOM MANTENERE LA SENSAZIONE OPPRESSIVA E SOVERCHIANTE E FARE IN MODO CHE OGNI STRUMENTO SIA RICONOSCIBILE.
– C’è molto più lavoro sonoro su “S” rispetto al nostro primo disco e, di conseguenza, è stato mixato differentemente. L’utilizzo delle equalizzazioni è stato più granulare questa volta, così come il trovare esattamente i nostri range di frequenze per i vari strumenti e penso che tutto questo abbia avuto un gran ruolo nel rendere più evidenti e udibili certe sottigliezze. Siamo anche stati più aggressivi nel mastering di “S”, dando all’album una produzione più forte e cupa alzando il livello dei feedback e delle parti ambient di sottofondo. Penso che fosse appropriato per questo disco.

AVETE INIZIATO CON UN’ETICHETTA ITALIANA (Code666) E ORA SIETE SU SOLITUDE, UN’ETICHETTA RUSSA CHE È UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER IL DOOM, SPECIALMENTE PER IL FUNERAL…
– La Code666 è un’ottima etichetta, ma penso che la Solitude sia più adatta a noi, sia dal punto di vista estetico che da quello filosofico. Mi piace che siano più specializzati nel nostro genere e ritengo che il loro approccio alla distribuzione e alla promozione funzioni molto bene per una band come la nostra che non suona dal vivo. Sono stati degli ottimi partner con cui lavorare.

TORNANDO AL CONCEPT DEL DISCO, L’ULTIMA TRACCIA (“S = k ln Ω”) È UN CHIARO RIFERIMENTO ALL’EQUAZIONE DI BOLTZMANN ED AL PRINCIPIO DI ENTROPIA E PROBABILITÀ. UN APPROCCIO PIUTTOSTO PROFONDO E DIFFICILE.
– Il concetto di entropia della formula di Boltzmann ed il modo in cui si relaziona alla seconda legge della termodinamica, è il vero e proprio concept lirico del disco. In termini semplici, la legge dice che in un Sistema chiuso l’entropia (cioè il livello di disordine/caos) cresce sempre col passare del tempo. Le tre canzoni che hanno un testo sono ognuna un’interpretazione di questo principio, visto come una graduale evoluzione (o collasso) verso il caos. Le canzoni possono trattare del caos o della follia dello spazio o di un universo condannato, ma sono anche allegorie sull’entropia in un senso più vasto: nella vita, nelle relazioni interpersonali, nelle strutture umane come la politica… Per me è molto poetico e potente che le stesse leggi della fisica che controllano l’espansione dell’universo o guidano il movimento delle stelle quando delle galassie entrano in collisione possano essere applicate anche alla sfera umana.

HAI ANCHE CHIAMATO UNA CANZONE “SINGULARITY” E PARLATO DEI PILASTRI DELLA CREAZIONE (PENSO TI RIFERISSI ALLA NEBULOSA DELL’AQUILA. SEMBRA CHE TU ABBIA UNA FORTE FORMAZIONE SCIENTIFICA. COME MAI HAI INSERITO TUTTO QUESTO NELLA MUSICA?
– Lo spazio e tutto ciò che concerne questo argomento, mi ha sempre affascinato, quindi per me ha senso parlarne quando scrivo e compongo. La dimensione imperscrutabile dell’universo, il suo spettro estremo di temperature e radiazioni, la potenza distruttiva della gravità, sono tutti argomenti che mi colpiscono e mi sembrano un soggetto perfetto per la musica doom. E penso che sia un argomento sfruttato pochissimo nel genere. “Singularity” parla della trasformazione e della rinascita e l’indipendenza che si guadagna dopo aver dato un taglio o essersi allontanati da qualcosa da cui dipendi. Potrebbe essere una religione o una relazione o qualunque altra cosa con cui l’ascoltatore si rapporta; ma la canzone è costruita attorno all’immagine di una stella morente, la sua perdita di luce e la sua rinascita come buco nero. I Pilastri Della Creazione che cito, come dici, sono parte della Nebulosa dell’Aquila e sono una regione dove molte nuove stele hanno iniziato il loro ciclo vitale (il nome deriva proprio da questo fenomeno, ndR).

IL VOSTRO APPROCCIO MUSICALE SEMBRA SIMILE A QUELLO DEI FRANCESI MONOLITHE. LI CONOSCI? ANCHE SE FATE LO STESSO GENERE E TRATTATE DI ARGOMENTI SIMILI, LA VOSTRA PROPOSTA È MOLTO DIFFERENTE: I MESMUR MI SEMBRANO PIÙ DEDITI A SONORITÀ PESANTI E GELIDE…
– Si, sono un fan dei Monolithe, ma non penso di poterli considerare un’influenza diretta per I Mesmur. Gli argomenti che trattiamo sono sicuramente simili ma in generela penso che loro abbiano un approccio più martellante e meccanico nella composizione di riff e canzoni. La loro musica può sicuramente interessare ad una parte del nostro pubblico, ma penso che il mood creato dai Monolithe sia abbastanza diverso dal nostro.

SE NON MI SBAGLIO, CHRIS HA SCRITTO I TESTI DEL PRIMO DISCO E TU QUELLI DEL SECONDO. COME MAI QUESTA ALTERNANZA?
– Scriviamo entrambi testi e, di solito, è solo questione di chi ha la giusta ispirazione in quell momento e chi arriva con qualcosa che si adatta al sound o a qualunque canzone su cui stiamo lavorando in quell momento. Il materiale con temi legati allo spazio è probabilmente più la mia area che la sua, ma il cambiamento di ruolo non è permanente. Gran parte del materiale per il nuovo disco è già stata scritta e tratta argomenti completamente diversi da “S”. In questo caso Chris ha composto circa il 75% dei testi.

SUONI SYNTH E CHITARRE ANCHE IN UN GRUPPO BLACK METAL (“DALLA NEBBIA” E TRA L’ALTRO MI INCURIOSISCE IL MOTIVO PER CUI AVETE SCELTO UN NOME ITALIANO). C’È QUALCHE NOVITÀ SU QUESTO FRONTE? CONSIDERI UNA DELLE DUE BAND PIÙ IMPORTANTE PER TE?
– I Dalla Nebbia erano attivi da quattro o cinque anni prima dei Mesmur e sono un progetto di atmospheric black metal con forti influenze di progressive rock degli anni settanta. Il nome italiano è stato scelto in parte per l’immaginario nebbioso, ma anche per la resa fonetica delle parole. Non abbiamo composto nulla dopo il nostro disco del 2015 (“Felix Culpa”, ndr) e non abbiamo piani nell’immediato, ma penso proprio di ritornare su quell progetto quando avrò la giusta ispirazione. I Mesmur, inizialmente, sono stati formati dal nostro batterista (John, che suona in entrambe le band) e da me come un side project, senza nessuna reale aspettativa o un’ idea di quanto tempo sarebbe durato il tutto. Poi, col passare degli ultimi anni, è diventato il mio progetto principale anche se considero entrambe le band di uguale importanza.

IL FUNERAL DOOM È PROBABILMENTE IL GENERE METAL PIÙ OSTICO, ANCHE PER UNA BAND: POCHE POSSIBILITÀ DI SUONARE DAL VIVO, PATTERN LENTI E RIPETITIVI E SPESSO UN SENSO DI OPPRESSIONE CHE MOLTI NON GRADISCONO. COME MAI AVETE SCELTO QUESTO STILE?
– Amo molti sottogeneri metal, ma il funeral doom è uno dei miei preferiti. Mi piace la tristezza, l’aspetto ipnotico, la pesantezza oppressiva e devastante… È una musica in cui è facile perdersi. Nell’aspetto compositivo, amo la libertà che mi danno I tempi molto lenti, con la possibilità di riempire le lunghe pausa con elementi atmosferici o sperimentare con tempi particolari e strutture di riff che risulterebbero fastidiose se suonate veloci. Ci sono meno limitazioni in quello che puoi fare nel doom estremo rispetto ad altri genere. In fondo deve solo essere lento.

QUEST’ANNO GLI SKEPTICISM HANNO SUONATO ALL’HELLFEST E I MONOLITHE AL BRUTAL ASSAULT. PENSI CHE CI SARÀ MAI LA POSSIBILITÀ DI VEDERE I MESMUR DAL VIVO?
– Sarebbe molto bello e divertente, ma considerando che siamo sparsi su tre continenti diversi e che non abbiamo mai suonato tutti insieme nella stessa stanza, non la vedo come una cosa che possa accadere, almeno nell’immediato.

 

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