I Mirror Of Deception sono una vera e propria istituzione del doom metal. Loro c’erano quando il doom metal, in particolare la sua corrente più classica e incontaminata, non era esattamente al centro dell’attenzione.
Eppure, credendo davvero tanto in quello che facevano, mossi da una genuina passione rimasta intatta fino ad oggi, hanno proseguito sulla loro strada, diventando progressivamente un nome sempre più autorevole e rispettato.
Un vero ‘successo’, quello no, non l’hanno mai ottenuto, ma era inevitabile andasse così, visto il tipo di proposta, refrattaria a mode e correnti che di volta in volta si sono guadagnate il famigerato ‘hype’. D’altronde, essere una realtà in vista, ‘da copertina’, non è mai stato obiettivo della formazione tedesca, la quale ha puntato sempre e soltanto sulla musica, rimasta di fatto intatta nelle sue caratteristiche fondamentali: un doom metal di ampio respiro, denso ma mai troppo minaccioso, oscuro e allo stesso attraversato da una sua speciale levità, calmo e ridondante pathos senza alcun tipo di estremizzazione a scalfirne uno speciale equilibrio.
Dagli anni ’10 in avanti, i tempi per apprezzare nuova musica da parte loro si sono dilatati: “Transience” arriva infatti a otto anni dal precedente “The Estuary”, il medesimo lasso di tempo che divideva quest’ultimo da “A Smouldering Fire”. Nelle note del disco, si apprezza la medesima sensibilità di questi esperti strumentisti tedeschi, ancora brillanti nel dare forma alle proprie idee.
Abbiamo avuto la possibilità di approfondire i contenuti di “Transience” e la storia del gruppo con il chitarrista e membro fondatore Jochen Fopp, ricavandone un intenso viaggio nella storia di una delle realtà più longeve del doom europeo.
QUANDO È AVVENUTO IL PRIMO INCONTRO CON IL DOOM METAL E COSA TI HA AFFASCINATO INIZIALMENTE DI QUESTO TIPO DI MUSICA?
– Il mio primo incontro con il doom metal è avvenuto all’incirca nel 1988. Ero già fan della musica rock e metal da qualche anno. All’epoca ascoltavo uno show radiofonico che andava in onda tutti i venerdì notte, dalle undici di sera alle due di notte. Ero troppo giovane per andare al bar o ai concerti. Così, me ne restavo di fronte allo stereo nel nostro soggiorno e registravo il programma radio, in silenzio, con le cuffie sulle orecchie, in modo da non svegliare mia madre. È così che ho assimilato la musica hard rock ed heavy metal in tutta la sua varietà.
Una canzone che mi colpì moltissimo fu “Solitude” dei Candlemass. Percepivo brividi lungo la schiena ascoltandola e intanto pensavo che quella era esattamente la musica che stavo cercando. Da lì ho iniziato ad andare più in profondità e a scoprire molte altre doom band. Il mio primo concerto doom è stato quello con Saint Vitus e Count Raven nel 1990: di lì a poco sono nati i Mirror Of Deception. La ruvidezza, la pesantezza, le emozioni, anche l’onestà e la profondità
UN SUONO CALMO, DENSO ED EPICO È QUELLO CHE SIAMO ABITUATI AD ATTENDERCI DA UN ALBUM DEI MIRROR OF DECEPTION. IN QUESTO CASO, QUALE È STATA LA PRIMA CANZONE SULLA QUALE AVETE INIZIATO A LAVORARE E COME AVETE SVILUPPATO DA QUELLA L’INTERO INDIRIZZO STILISTICO DI “TRANSIENCE”?
– La prima canzone e il vero punto di partenza del disco è stata “Slow Winds”. L’ho scritta a casa e possiede una speciale vibrazione. La definirei una delle nostre canzoni più malinconiche di sempre.
Quindi ho proseguito scrivendo “Haven”, che inizialmente era leggermente più lenta della versione finita nell’album ed è piuttosto diversa anche da “Slow Winds”. Quindi è giunta “Currents”, anch’essa piuttosto distante dalle altre due. Nella prima forma tutte e tre le tracce erano solo strumentali, senza liriche, senza alcun tentativo di linee vocali, con linee di basso e batteria programmata al computer abbastanza semplici.
Successivamente abbiamo avuto delle modifiche della line-up proprio nel ruolo di bassista e batterista, quando ci siamo assestati è iniziato il lavoro tutti assieme sulle canzoni. Il nostro nuovo bassista e cantante Pascal ha portato “Consumed” e “Death, Deliver us”, infine abbiamo scritto tutti assieme “The Sands” e “Meander” in sala prove. Era importante che ciascuno aggiungesse il suo tocco.
A dispetto di tutti i cambi di formazione intervenuti negli anni, abbiamo sempre considerato i Mirror Of Deception una band, non un progetto dove istruiamo gli altri musicisti su cosa debbono suonare e come. Certo, abbiamo uno stile ben definito e codificato, ma c’è sempre spazio per idee e approcci differenti, ci fa molto piacere che possano emergere durante la composizione.
“TRANSIENCE” È UN TITOLO, COME SI LEGGE NELLE NOTE DI PRESENTAZIONE, RICHIAMANTE L’IDEA CHE OGNI COSA PASSA, NULLA È IMMUTABILE, E CHE DOBBIAMO ACCETTARE QUESTA CIRCOSTANZA. CI SONO A TAL PROPOSITO SPECIFICI EVENTI CHE VI HANNO CONDOTTO A QUESTA RIFLESSIONE E VI HANNO PORTATO A QUESTO PARTICOLARE INDIRIZZO LIRICO?
– Oh sì, certamente. Io e il nostro cantante/chitarrista Siffi (Michael Siffermann, ndr) siamo entrambi dei cinquantenni, abbiamo visto tante persone di famiglia e amici andarsene, relazioni che si rompono, cose che amiamo concludersi. Ognuno di noi e ogni cosa di questo mondo ha i suoi momenti buoni e meno buono, degli alti e bassi.
È un fatto che si debba imparare ad accettare ciò che accade, che ci piaccia o meno. Ma l’album non è un modo per lamentarsi di questo. Lo spirito, al contrario, è quello di dire a noi stesso che siamo ancora, per fare il meglio che possiamo con il tempo che ci rimane!
IL VOSTRO SUONO RIMANE QUALCOSA DI ABBASTANZA PECULIARE NELLA SCENA DOOM: EPICO, CALMO, DENSO, OSCURO, INDUBBIAMENTE ‘CLASSICO’ MA NEANCHE COSÌ VINTAGE DA SEMBRARE PER FORZA UN PRODOTTO DEGLI ANNI ’70 OD ’80. ED È RIMASTO ABBASTANZA IMMUTATO NEL CORSO DEGLI ANNI, SEPPURE TUTT’ALTRO CHE RIPETITIVO. COME DESCRIVERESTI IL VOSTRO STILE E QUALI SONO LE IDEE PRINCIPALI CHE VI HANNO GUIDATO NELLA COMPOSIZIONE E NELL’INTERPRETAZIONE DEL DOOM?
– Noi lo chiamiamo “unhortodox doom metal”. Sentiamo che alcune cose le facciamo in maniera leggermente diversa, musicalmente e concettualmente, e cerchiamo di non aderire troppo a talune formule ed aspettative.
Abbiamo le nostre radici, il nostro DNA musicale, i nostri ‘marchi di fabbrica’, ma ci sentiamo liberi di esplorare ed espandere il doom come ci viene meglio. I nostri gusti ed emozioni ci guidano. Quello che suoniamo deve soddisfare noi stessi, sopra ogni altra cosa. Se altri ci apprezzano e trovano qualcosa che gli interessa in quello che suoniamo, certamente ne siamo contenti, ma per noi è una specie di bonus.
Nel doom, poi, ci sono personaggi che osano davvero fare qualcosa che gli altri non si permettono. Sto parlando dei miei amici Dionysiaque di Strasburgo, Francia. Pure loro hanno scelto la dicitura ‘unhortodox doom’ per definire quanto suonano. Ti confesso che sono molto più coraggiosi e avventurosi musicalmente di quanto non lo siamo noi!
Sono anche più giovani. Potresti definirli i Mr. Bungle, o i System Of A Down, del doom. E lo affermo con grande ammirazione e rispetto. Una band incredibile! Andatevi a sentire il loro secondo disco, “La Tourbe Des Rêves“, è appena uscito.
NEGLI OTTO ANNI TRASCORSI TRA “THE ESTUARY” E “TRANSIENCE” È CAMBIATO QUALCOSA NELLA VOSTRA VISIONE MUSICALE? QUALI SONO LE PRINCIPALI DIFFERENTI TRA I DUE ALBUM?
– Ora abbiamo ‘sangue fresco’ in formazione. Come dicevo poco fa, si sono aggiunti ai Mirror Of Deception due nuovi membri, Uwe Kurz alla batteria e Pascal Schrade a basso e seconda voce. Abbiamo potuto lavorare assieme su “Transience” per circa due anni e mezzo.
Uwe proviene da un background death metal, la band più nota in cui ha militato sono i Behind The Scenery. Mentre Pascal fa parte di un duo doom metal, i Mustum. Senza di loro, o senza chi li ha preceduti per quanto riguarda i dischi passati, non ci sarebbe stato “Transience”. Tutti i musicisti che si sono alternati in line-up hanno dato qualcosa di importante al gruppo.
“TRANSIENCE” ESCE PER LA VOSTRA ETICHETTA PERSONALE, LA ESTUARY RECORDS. PUOI DIRCI LE RAGIONI DI QUESTA SCELTA?
– In passato abbiamo collaborato con diverse case discografiche, ma tra “A Smouldering Fire” (2010) e “The Estuary” (2018) la nostra label ai tempi, la Cyclone Empire, ha cessato le attività. Il nostro vecchio amico austriaco Jack Frost ci ha ispirato nell’autoprodurci “The Estuary”, non l’avevamo mai fatto in passato. E grazie a Bandcamp questa idea ha funzionato. Ha giovato anche la mia esperienza nel music business: ho lavorato per una casa discografica metal anni fa e come promoter a metà anni ’90. Inoltre mi sono dato da fare a far girare il nome della band già dai primi anni ’90. Insomma, sapevo come muovermi.
Per “Transience” non ci siamo neanche preoccupati di cercare una label. Avevamo anche alcune offerte a riguardo e altre sarebbero potute saltare fuori, se ci fossimo mossi per cercarle. Ma non ne avevamo l’intenzione. Ci piace la libertà di muoverci in totale autonomia, come e quando desideriamo, senza dipendere da altre persone e piani di uscita di qualcun altro. Sapevamo soltanto, a livello di scadenze, che avremmo avuto due festival a cui partecipare ad aprile 2026: l’Easter Darkness il 4 aprile a Göteborg, Svezia, e il Doom In Bloom a Göppingen, in Germania, il weekend appena successivo, il 10 e 11 aprile. Per quelle date, volevamo che il nuovo album fosse disponibile. Per farcela abbiamo dovuto lavorare veramente tanto e metterci la massima dedizione possibile. Ma ne è valsa la pena.
I MIRROR OF DECEPTION ESISTONO DA CIRCA TRENTACINQUE ANNI. QUALI SONO STATI SECONDO TE I PICCHI DI QUESTO LUNGO VIAGGIO NELLE TERRE DEL DOOM METAL?
– Ce ne sono parecchi, per fortuna: la prima canzone che abbiamo scritto, il primo demo, il primo concerto, quindi il primo album, il primo show in un paese straniero, e altro ancora.
C’è sempre qualcosa di nuovo e fresco per noi. Personalmente, uno degli aspetti più belli della nostra attività è aver potuto conoscere e suonare assieme in tour con alcuni dei miei eroi musicali: Revelation e Count Raven.
RIASCOLTANDO LA VOSTRA DISCOGRAFIA PASSATA, QUALI RITIENI POSSA ESSERE IL BRANO PIÙ RAPPRESENTATIVO DEL VOSTRO CATALOGO?
– Domanda difficile, prova a chiedere a Spotify (risate, ndr)! Ogni canzone è connessa a un momento speciale nel tempo e nelle circostanze che l’hanno ispirata. Alcune sono tutt’oggi rilevanti, altre meno, alcune riemergono, altre si perdono nell’oscurità.
Per me, “Splinters”, l’opener di “The Estuary”, è una sintesi perfetta dei Mirror Of Deception. Ha tutte le nostre caratteristiche principali, esposte in meno di quattro minuti. È cupa, intensa, pesante, è doom, ha passaggi criptici, liriche emozionali e le nostre tipiche melodie.
NEGLI ANNI NOVANTA, QUANDO AVETE INIZIATO LA VOSTRA ATTIVITÀ, IL DOOM METAL ERA RELEGATO ALL’UNDERGROUND. NON C’ERANO NEMMENO MOLTI GRUPPI DOOM IN CIRCOLAZIONE CHE AVESSERO UN’AMPIA BASE DI FAN, ANCHE NEI CIRCUITI METAL ERANO SICURAMENTE ALTRE LE TIPOLOGIE DI SUONO AD AVERE MAGGIOR APPREZZAMENTO. OGGI, AL CONTRARIO, IL DOOM ENTRA PRATICAMENTE IN QUALSIASI SCENARIO DEL METAL CONTEMPORANEO. DAL TUO PUNTO DI VISTA, COME È CAMBIATA E SI È EVOLUTA LA SCENA DOOM DAI VOSTRI INIZI FINO AD OGGI?
– Ci siamo sempre preoccupati poco di quale potesse essere l’apprezzamento per la nostra musica, abbiamo fatto tutto per noi stessi, per amore della musica e per creare qualcosa assieme in amicizia. Certamente non guardavamo al fatto di diventare famosi o essere celebrati per qualche motivo. Avevamo delle idee dentro di noi e volevamo portarle alla luce.
Tuttavia, ci siamo accorti in fretta che nella nostra regione c’erano altre realtà che suonavano musica simile alla nostra: Dawn Of Winter e Naevus. Entrambe sono state fondate più o meno negli anni in cui i Mirror Of Deception prendevano vita. Questo accadeva anche in altre zone della Germania, sto pensando ai Dreaming di Zschopau, in Sassonia, oppure ai Grief of God (ora si chiamano Steamgenerator) che provenivano da Wolfsburg, in Bassa Sassonia. E altri ancora suonavano questa musica in altre parti del mondo. La tribù del doom è cresciuta nel corso del tempo.
Negli anni 2000 la scena doom è effettivamente esplosa e ora è difficilissimo stare al passo con tutto quello che esce. Attualmente ci sono tantissimi sottogeneri del doom, ammetto di non essere molto coinvolto da tutti quanti, anche se apprezzo tutta questa varietà, mi fa pensare che nonostante le differenze siamo tutti connessi, chi suona doom ha in qualche maniera dei collegamenti gli uni con gli altri.
LA GERMANIA RIMANE UNO DEI PAESI DOVE LE FORME ‘CLASSICHE’ DELL’HEAVY METAL HANNO IL MAGGIORE SUCCESSO E CONSIDERAZIONE DA PARTE DI UN’AMPIA FETTA DI PUBBLICO. E DOVE ANCHE DIVERSE FORMAZIONI UNDERGROUND POSSONO GUADAGNARE UN BACINO DI FAN AMPIO E FEDELE NEL TEMPO. IN QUESTO SCENARIO MUSICALE, QUALI SONO I GRUPPI CHE SENTITE A VOI PIÙ AFFINI NELL’INTERPRETAZIONE DEL DOOM?
– Se debbo essere sincero, non sono mai stato un grande fan delle forme tradizionali di heavy metal che vanno per la maggiore in Germania. Sicuramente apprezzo molte band dalle sonorità classiche, ma sono sempre stato più attratto da band eccentriche, fuori di testa, atmosferiche ed epiche. Le ‘periferie’ del metal, ecco.
I Candlemass, ad esempio. Quando li ho scoperti inizialmente, erano radicalmente differenti da tutto ciò che li circondava. In quel momento il thrash metal era al suo apice, ognuna cercava di suonare veloce, duro, molto tecnico. Loro stavano al polo opposto e spiccavano come un pugno in un occhio. Vero, avevano grosse influenze da parte dei Black Sabbath ed erano ispirati dalla NWOBHM e dai Trouble (band che all’epoca ancora non conoscevo), ma erano diversi da tutti gli altri.
IN PASSATO, AGLI INIZI DEGLI ANNI 2000, SIETE STATI PROTAGONISTI DI ALCUNI EDIZIONI DI UN CULT FESTIVAL COME IL DOOM SHALL RISE, EVENTO CHE HA CONTRIBUITO A MANTENERE VIVA LA FIAMMA DEL DOOM, IN UN PERIODO IN CUI QUESTO GENERE, SPECIALMENTE LE SUE SEMBIANZE PIÙ TRADIZIONALI, NON GODEVANO DI GRANDE POPOLARITÀ. COSA RICORDI DI QUEI TEMPI? TI SENTI A VOLTE NOSTALGICO PER QUEGLI ANNI?
– Personalmente, non sono una persona così incline alla nostalgia. Conservo con affetto dentro di me quegli accadimenti e quelle esperienze, e sono lieto che abbiamo fatto quello che abbiamo fatto, quando ve ne è stata l’opportunità. Ma non vivo nel passato.
Preferisco il qui ed ora, perchè permette di far accadere le cose. Creare nuove memorie invece di rivisitare quelle ormai trascorse. Ci sono sempre ostacoli, ovviamente, ma c’è sempre un domani e qualcosa da fare e scoprire. Finchè non c’è più nulla e le luci si spengono.
COLLENGANDOMI ALLORA ALLA PRECEDENTE DOMANDA, VOLEVO SAPERE QUALI SONO LE TUE SENSAZIONI RIGUARDO ALLA CELEBRAZIONE DI QUESTO PASSATO, IN UN CONCERTO CHE TERRETE ALLA THE CHAPEL DI GOPPINGEN PER IL TRENTENNALE DELLA PRIMA EDIZIONE DEL DOOM IN BLOOM FESTIVAL, IL PIÙ LONGEVO FESTIVAL DOOM TEDESCO.
– La prima edizione del Doom In Bloom risale effettivamente al 1996, fu organizzata da Uwe Groebel dei Naevus. Il primo Doom Shall Rise invece è datato 2003. È incredibile che tutte le band presenti nel 1996 siano tutt’ora attive e condivideranno nuovamente il medesimo palco! Ai tempi, c’erano quasi più membri delle band presenti che non pubblico vero e proprio. Ma è stato un inizio, la prima riunione di questa tribù del doom.
Quando abbiamo avuto l’occasione, io e il mio amico Frank Hellweg dei Well Of Souls abbiamo rielaborato l’idea del Doom In Bloom e gli abbiamo dato un’altra possibilità, questa volta sotto il nome di Doom Shall Rise e il resto è storia. Siamo orgogliosi di quello che poi è avvenuto nel corso degli anni successivi. Da allora si sono tenuti molti festival doom e ancora adesso ce ne sono molti sparsi per tutto il mondo, con gruppi che si sono formati per ispirazione da quelli che erano presenti al Doom Shall Rise. Uno dei casi più importanti riguarda i King Heavy, con membri dal Belgio e dal Cile.
Gli Ahab sono divenuti un nome di rilievo e hanno suonato il loro primo concerto proprio al Doom Shall Rise. Si sono formate amicizie durate nel tempo, sono scaturiti addirittura die matrimoni e tante altre belle conseguenze positive sono scaturite da questi festival.
COME ULTIMA DOMANDA, VOLEVO SAPERE SE NELLA SECONDA METÀ AVETE IN PROGRAMMA ALTRI CONCERTI, ANCHE FUORI DALLA GERMANIA.
– Lo speriamo e siamo aperti a delle offerte in merito! La realtà è che siamo tutti molti impegnati con i nostri rispettivi lavori e le famiglie, quindi non vi potete aspettare molti concerti da parte nostra. Detto questo, ci piace visitare posti nuovi, valuteremo attentamente ogni offerta e faremo di tutto perché qualche altro concerto si possa tenere!

