Libero e tormentato pensatore, A.L.N. coi suoi Mizmor si è ritrovato spesso a scrivere dischi che erano veri e propri cespugli di rovi dei suoi più intimi sentimenti.
Un vissuto interiore per nulla disteso, quello del musicista americano, conflittuale in modo specifico sui temi della religione, al centro del suo pensiero soprattutto nel monumentale “Cairn”. Un album che lo aveva catapultato in una dimensione relativamente meno underground e aveva aperto il proprio contorto e straziante registro sonoro agli appetiti di una platea più ampia di quella solitamente dedita a un black/doom metal, intriso di drone, così greve e crudele.
Da lì, il percorso creativo e di autoanalisi del personaggio A.L.N. e di riflesso quello di Mizmor è andato accelerando il passo, tra tour abbastanza fitti di impegni, album ed EP in proprio o in collaborazione con altri. Anni intensi, questi ultimi, nemmeno granché frenati dalla pandemia, e ora quello che possiamo considerare il ‘vero’ successore di “Cairn”, ovvero “Prosaic”: un disco oltremodo impegnativo, come di consuetudine, che a quanto pare A.L.N. ha vissuto in modo più rilassato e meno problematico del solito, almeno stando a quanto ci ha raccontato nell’intervista che segue.
Il musicista statunitense, come già avevamo avuto modo di apprezzare, è interlocutore tutt’altro che banale, artista a tutto tondo e persona che vive visceralmente la propria arte.
PRESENTANDO IL NUOVO ALBUM, HAI DICHIARATO: “DESIDERAVO CREARE UN ALBUM CHE FOSSE MENO OSSESSIONATO DAI DETTAGLI E DALL’ESSERE PERFETTO, PIÙ ONESTO E REALE; MENO GRANDIOSO E PIÙ UMANO”. COME SONO RIFLESSE QUESTE INTENZIONI NELLA MUSICA CHE HAI SCRITTO?
– Queste idee sono state iniettate nel processo di scrittura e registrazione del disco in ogni fase del processo. Ho cercato di andare sempre avanti, di esercitarmi continuamente anche quando mi sentivo bloccato e rischiavo di perdere la prospettiva di quello che stavo facendo. Ho fatto pace con i difetti inerenti la mia musica, ho accettato i risultati dei miei sforzi, una volta accertato che era il meglio che fossi in grado di produrre in quel momento.
C’è sempre stato un senso di efficienza e di flusso costante nel processo creativo; posso affermare che sia stato divertente realizzare “Prosaic”. Lo penso perché alla fine la musica è venuta fuori fresca, spontanea e coinvolgente.
IL TITOLO E L’ARTWORK SUGGERISCONO L’ATTENZIONE A UNA DIMENSIONE MOLTO TERRENA, MENO CONNESSA A UNA VISIONE ALTAMENTE CONCETTUALE DELLA MUSICA, CHE SI AVVICINA PIUTTOSTO A QUALCOSA DI CONCRETO E TANGIBILE.
QUESTO APPROCCIO È LEGATO, IN QUALCHE MANIERA, ALLE RIFLESSIONI FILOSOFICHE E RELIGIOSE DI “CAIRN”?
– “Prosaic” è il primo album di Mizmor che non parla di dio o di ateismo: rappresenta la continuazione della vita, dopo la disillusione di non avere più fede.
Se c’è una connessione con “Cairn” sul piano tematico, la si può ritrovare nel fatto che il nuovo disco è più incentrato su cose che definiremmo ‘assurde’. Ma “Prosaic” è anche, come ti dicevo, totalmente liberato dall’idea di dio e dall’idea di continuare una discussione su di esso. Sto pensando e riflettendo su altri aspetti dell’esistenza adesso, ho chiuso quel capitolo e non sento la necessità di rivangare la questione.
HO TROVATO LA MUSICA CONTENUTA IN “PROSAIC” ANCHE PIÙ RUVIDA E OSTILE DI QUANTO NON FOSSERO I TUOI DISCHI PRECEDENTI: ANCHE LA PRODUZIONE CONTRIBUISCE A QUESTA IMPRESSIONE, SEMBRA ARRIVARE DA UN CONTESTO PURAMENTE E FIERAMENTE UNDERGROUND.
PERCHÉ HAI SCELTO UN SUONO COSÌ INCRESPATO, CORROSO, PER “PROSAIC”?
– A dire il vero, penso che “Prosaic” abbia la qualità sonora migliore, più ‘hi-fi’, dell’intera storia di Mizmor. Questa impressione lo-fi/underground nel tipo di suono prescelto penso sia conseguenza di una mia precisa scelta stilistica, ovvero quella di spingere molto sulle tonalità medie e alte del suono. Quando sono ben bilanciate, queste frequenze possono essere immensamente piacevoli.
Molte produzioni doom moderne sono carenti proprio in questa fascia di suoni, si cerca spesso un suono che conceda spazio soprattutto alle tonalità basse, un elemento cruciale per il genere, mentre frequenze medie e alte sono fondamentali nel black metal. Mizmor fonde black e doom metal, per questo è importante che i connotati essenziali dei due generi siano entrambi presenti.
Spingendo su certe tonalità, si ha anche questa sensazione di vocalità più ‘sputata’, le chitarre più ‘calde’, così da ottenere quell’idea di ferocia che ci tenevo avesse l’album. L’estetica complessiva di “Prosaic” va in sintesi più verso la componente black metal del suono di Mizmor, grazie al mix del nostro ingegnere del suono Sonny DiPerri ci sono nel disco quelle increspature che gli danno un’intensità extra e catturano l’attenzione durante l’ascolto.
PENSO CHE “PROSAIC” SIA PIÙ ORIENTATO AL BLACK METAL RISPETTO AI DISCHI PRECEDENTI, CON I MOMENTI DOOM CHE RESTANO IMPORTANTI, MA NON SONO COSÌ CENTRALI COME LE PARTI BLACK METAL. È QUALCOSA LEGATO AI TUOI ASCOLTI PIÙ RECENTI, ALLA TUA ATTUALE VISIONE MUSICALE OPPURE UNA ‘SEMPLICE’ FASE ATTRAVERSATA A LIVELLO DI ISPIRAZIONE?
– La direzione verso il black metal e i suoi toni diretti conseguono dal tipo di feeling che volevo immettere nella musica. Trattando di tematiche connesse alla vita quotidiana e al lavoro, e con un artwork che dipinge la vita contadina, un tipo di esperienza sonora vicina al black metal sembrava più adatta. C’è qualcosa di più semplice e irreverente, anche divertente, riguardo al black metal, che mi ha guidato in questa identità più concreta e pratica.
LA TRACCIA FINALE DI “PROSAIC” SI INTITOLA “ACCEPTANCE”: COSA ‘ACCETTI’, IN DEFINITIVA? POTREMMO INTERPRETARE UN TITOLO SIMILE COME LA SOLUZIONE DI QUALCHE TUO CONFLITTO INTERIORE?
– “Acceptance” è una canzone sulla depressione: ho ricavato dei benefici nell’accettare la realtà del ciclo della depressione nella mia vita, invece di essere devastato o dispiaciuto per la ricorrenza di questo problema. Trovo che questa attitudine all’accettazione sia utile anche in altre aree della mia vita. Non affermo che non si dovrebbe cercare di migliorare se stessi e ciò che ci circonda, ma una volta che hai fatto tutto quanto era nelle tue possibilità per stare meglio, dovresti accettare come stanno le cose e non darti maggior pena per quello che non va.
Mi sento meno critico verso me stesso di recente e, quando sono depresso, cerco di non farmi condizionare troppo da questa situazione.
HAI REALIZZATO UN VIDEO PER LA TRACCIA “NO PLACE TO ARRIVE”, DOVE HAI COLLABORATO CON EMMA RUTH RUNDLE PER IL CONCEPT VISIVO. PERCHÉ HAI SCELTO DI DARE UNA RAPPRESENTAZIONE VISIVA ALLA TUA MUSICA E QUAL L’IDEA PRINCIPALE DIETRO UN VIDEO SIMILE, CHE MISCHIA IMMAGINI RURALI E ANIMAZIONE?
– Penso che le rappresentazioni visuali della musica possano avere un impatto formidabile. Quando fatto con gusto e competenza, un video musicale ti porta in un mondo costruito per rappresentare la musica in una maniera unica, che l’artwork e la musica da soli non riescono a produrre. Può essere qualcosa di memorabile, altrimenti irraggiungibile.
“No Place To Arrive” parla del conflitto tra focalizzazione e distrazione, tra il vivere il momento presente e scappare da esso oppure rimanere persi nei proprio pensieri. La vita rurale è piena di compiti e lavoro, è qualcosa che immagino essere abbastanza semplice, meditativa, e anche profonda.
Le animazioni rappresentano le distrazioni in ogni loro forma, portandoti lontano dalla realtà, in un mondo di identificazione con il pensiero e senza sofferenze inutili. Rimanere nel tempo presente è una lotta quasi continua, ma è possibile ricentrarsi e ritornare alla realtà, un po’ come se ci si allontanasse da un sogno, e ciò un valore immenso.
CONFRONTANDO LA REALIZZAZIONE DI “PROSAIC” CON LE TUE PRECEDENTI USCITE, QUANTO È STATO FATICOSO E DIFFICILE REALIZZARE QUEST’ULTIMO ALBUM?
– “Prosaic” è sicuramente il disco che mi ha causato meno fatica e meno stress di tutti che ho scritto. La sua realizzazione è stata un’esperienza positiva e spero che lo sia anche per l’ascoltatore. Nonostante le tematiche dei testi e le sonorità vadano sempre nella direzione di tratteggiare l’angoscia, fondamentalmente, non è un album triste. È intenso emotivamente, non c’è dubbio, ma è anche libero e infonde energia. Io penso che la sua attitudine sia in fondo positiva e di conforto per chi lo ascolta.
NEGLI ULTIMI ANNI, COME ACCADUTO DEL RESTO ANCHE IN UN PASSATO MENO RECENTE, COME MIZMOR HAI FATTO USCIRE MOLTO MATERIALE E DI TIPOLOGIA ABBASTANZA DIFFERENTE: “DIALETHEIA” ASSIEME AD ANDREW BLACK, L’EP “WIT’S END”, LA COLLABORAZIONE CON I THOU PER “MYOPIA”.
CON QUEST’ULTIMO, TU E I THOU AVETE SCRITTO PROBABILMENTE L’ALBUM PIÙ DIRETTO DELLE VOSTRE RISPETTIVE PRODUZIONI, DINAMICO E DAL FORTE ACCENTO DEATH METAL, RICORDANDO ANCHE IL DEATH-DOOM NOVANTIANO. PUOI RACCONTARCI QUALCOSA IN PIÙ SU QUESTA COLLABORAZIONE COSÌ BEN RIUSCITA?
– Io e i ragazzi degli Thou siamo amici da molti anni. Abbiamo iniziato a parlare di una possibile collaborazione tra di noi un po’ casualmente, inizialmente si parlava di uno split. I Thou hanno però insistito perché collaborassimo direttamente e interagissimo sulla stessa musica, invece di un semplice split, lo trovavano più interessante.
Ora sono totalmente d’accordo con loro e sono felice che abbiamo scritto e suonato musica assieme nella stessa stanza. È stato divertente e sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto. Penso di averli forzati a un ritorno a un suono più old-school, che ricordasse le loro radici il periodo del loro disco “Peasant”; hanno e abbiamo sfruttato quel tipo di energia, abbiamo scritto una specie di tesi su quello specifico tipo di doom metal, così da non sentire il bisogno di doverlo rivisitarlo ulteriormente.
IN SEGUITO A “CAIRN” SEI STATO ESPOSTO A UN PUBBLICO PIÙ AMPIO, RAGGIUNGENDO FETTE DI AUDIENCE CHE IN PRECEDENZA NON TI CONOSCEVANO: COME PENSI SIA PERCEPITA ATTUALMENTE LA TUA MUSICA?
– Ad ogni mio album, mi rendo conto che sempre più persone si interessano a Mizmor. È accaduto per “Yodh”, è successo per “Cairn”, e suppongo avverrà la stessa cosa per “Prosaic”. È una lenta evoluzione, non tanto dal punto di vista numerico di quanti mi ascoltano, ma di differenziazione del mio pubblico.
Nonostante Mizmor sia interpretabile come un viaggio personale che utilizzo come forma di terapia, è anche più significativo per me se altre persone trovano valore e significato in quello che faccio. Ultimamente voglio essere parti di qualcosa che sia più grande della mia persona, poter influenzare gli altri positivamente mi sta a cuore. In questo senso, spero che il progetto prosegua nella sua crescita.
HO LETTO SULLA TUA PAGINA FACEBOOK CHE HAI PARTECIPATO A UN DOCUMENTARIO RIGUARDANTE LA CASA DISCOGRAFICA GILEAD MEDIA, ASSIEME AD ALTRE BAND DI QUESTA LABEL AMERICANA. MI PARE DI CAPIRE, LEGGENDO QUANTO HAI SCRITTO SUL TEMA, CHE LE BAND DELL’ETICHETTA SI CONSIDERINO UNA SPECIE DI FAMIGLIA, LEGATE DA IDEE E APPROCCI ARTISTICI COMUNI.
QUANTO È IMPORTANTE PER TE QUESTO ASPETTO, OSSIA APPARTENERE A UNA SORTA DI COMUNITÀ ARTISTICA, CON ALTRE PERSONE CHE CONDIVIDONO UN’INTERPRETAZIONE SIMILE DELL’ARTE?
– Penso che la cosa in comune tra noi band della Giliead Media sia quella di utilizzare l’arte come una forma di terapia: esprimiamo emozioni negative derivate da esperienze traumatiche per guadagnare catarsi, liberazione e guarigione.
È rinfrancante scoprire che non sei solo in questo percorso, che altri hanno una storia simile alle spalle e puoi confrontarti con loro. Si ottengono molta empatia e affetto nel trovare persone che ti capiscono, è qualcosa di speciale.
IL PERIODO DEL COVID E QUELLO APPENA SUCCESSIVO SONO STATI TREMENDI PER LA MUSICA DAL VIVO, E PER LE BAND UNDERGROUND È DIVENTATO SEMPRE PIÙ COMPLICATO ORGANIZZARE I PROPRI TOUR.
COME HAI VISSUTO E STAI VIVENDO ADESSO LA SITUAZIONE? QUALI SONO STATE LE TUE SENSAZIONI NEL TORNARE SUL PALCO E SUONARE NUOVAMENTE DI FRONTE A UN PUBBLICO?
– L’assenza di live show è stata indubbiamente difficile da affrontare. È stata dura emozionalmente, socialmente e finanziariamente. Come performer, la nostra può dirsi pienamente realizzata quando andiamo di fronte a un pubblico e condividiamo con esso la nostra musica, che poi è la nostra stessa esperienza di vita.
Suonare dal vivo è estremamente catartico; sei pieno di adrenalina prima di andare in scena, ed esausto (a volte anche euforico) dopo che l’hai fatto. Ti connetti con i tuoi fan e per me questo aspetto è fondamentale. Inoltre, i musicisti che suonano con me sono i miei migliori amici. È stato duro non vederli almeno una volta a settimana per provare, oppure non essere assieme a loro per alcune settimane durante i tour.
La maggior parte della mia vita sociale passa attraverso la musica dal vivo, in un modo o nell’altro. Anche se suonare dal vivo richiede molto e a volte è estenuante, non ne potrei fare a meno. Sono contento di essere tornato alla mia normale attività dal vivo, è stato fantastico tornare sul palco.
RESTANDO AI CONCERTI, SONO STATI PARTICOLARMENTE SIGNIFICATIVI QUELLI TENUTI DI RECENTE AL ROADBURN FESTIVAL, QUANDO NELL’EDIZIONE 2022 HAI SUONATO ASSIEME AI THOU PER PRESENTARE “MYOPIA” E SOLAMENTE COME MIZMOR PER SUONARE INTEGRALMENTE “CAIRN”.
PUOI RACCONTARCI QUALCOSA DI QUESTE DUE ESIBIZIONI? CI SONO POSSIBILITÀ DI VEDERTI IN TEMPI BREVI NUOVAMENTE ALL’OPERA SUI PALCHI EUROPEI?
– Suonare al Roadburn è sempre un’esperienza speciale. È molto curato e i fan sono molto generosi nei confronti di chi vi suona.
È stato un po’ sfibrante preparare e suonare il materiale tratto da “Myopia” perché era la prima volta che suonavamo quella musica dal vivo e si trattava anche di annunciare la nostra collaborazione, che non era nota a nessuno.
Suonare il set di “Cairn” è stato motivo di grande sollievo, perché quel concerto sarebbe inizialmente dovuto avvenire nel 2020. Ci sono voluti due anni perché si concretizzasse e quindi puoi immaginare la mia soddisfazione nel poter finalmente suonare tutto “Cairn” al festival. Spero anche di poter portare Mizmor in Europa nel 2024, al momento non ci sono piani precisi a riguardo.

