MONOLORD – La naturale evoluzione

Pubblicato il 12/11/2019 da

In un pugno d’anni i Monolord sono riusciti a ritagliarsi un proprio spazio e una propria riconoscibilità all’interno di un genere sovraffollato come il doom, e allo stesso tempo hanno reinventato il loro sound in una maniera che li ha resi riconoscibili, virando verso lidi sempre meno facili da definire ma con un marchio di fabbrica piuttosto chiaro. Come ben udibile nell’ultimo uscito, “No Comfort”, il cambiamento tra i primi e gli ultimi due dischi è netto ma armonioso, vi è una precisa distinzione ma non una forzatura, e il senso di un processo naturale delle cose traspare anche dalle parole di Esben Willems, batterista della band, che ci ha concesso una telefonata domenicale giusto un paio di settimane prima che l’album fosse disponibile nei negozi. E anche lui ci conferma come la band suoni con una consapevolezza nuova una musica che non potrebbe essere fatta diversamente. 

Artista: Monolord | Fotografo: Andrea Rossi | Evento: Desertfest Berlin 2018

 

ALLORA ESBEN COME VA? SIETE CONTENTI DI COME STANNO ANDANDO LE COSE COL NUOVO DISCO?
– Certamente! È sempre una grande emozione uscire col disco nuovo, è qualcosa per cui hai lavorato duramente, che hai costruito in una tua dimensione privata e che all’improvviso è pronta e diventa pubblica, arriva al resto del mondo, tutti possono sentirla e vederla, è un processo così strano ogni volta che pubblichiamo. Ma non vedo davvero l’ora di vedere le reazioni, cosa penserà la gente di questo nuovo disco.

COME CI SI SENTE AD AVERE UN NUOVO DISCO PRONTO MA DOVER ASPETTARE SETTIMANE PRIMA DELLA SUA PUBBLICAZIONE?
– È assolutamente, uhm… bizzarro! (ridiamo NdR). È così insolito ogni volta, quest’album è finito da praticamente sei mesi, non abbiamo più aggiunto niente da prima dell’estate, è una sensazione strana, ma allo stesso tempo ti ci abitui, in qualche modo, perché è così che va nel music business. Ci vuole tanto tempo per avere un prodotto finito, per le pubblicazioni, la distribuzione e tutto il resto. Si, è strano e allo stesso tempo diventa abitudine.

PARLIAMO DEL DISCO: COME DESCRIVERESTI “NO COMFORT”?
– Non saprei! È sempre difficile descrivere la tua musica. Ho spesso delle sensazioni particolari riguardo a come sento la mia musica, ma è difficile trasformarle in parole. Credo che quest’album suoni più ‘nostro’ di qualsiasi altra cosa abbiamo mai fatto. Però è una cosa che ho provato per ogni disco. Più suoniamo assieme, più andiamo in tour, più creiamo musica assieme, più si crea un collante e diventiamo un tutt’uno, e sentiamo questa cosa davvero molto per quest’album. Almeno io. E davvero suona molto come siamo ‘noi’, e sono curioso di vedere cosa ne penserà la gente, perché non ha necessariamente le stesse vibes del precedente. Sai ci sono sempre dei puritani che sembrano offendersi se non suoni esattamente le stesse cose che hai fatto in passato, doomy, con la stessa formula, dove tutto deve essere molto lento e molto pesante, e se no ti sei venduto e bla bla bla. Non ci si dovrebbe mai limitare, si diventa semplicemente noiosi. Io penso che con questo lavoro c’è stata come una uhm, un’espansione, nel suono e nelle sensazioni, è sicuramente più malinconico di qualsiasi cosa fatta finora. Sono curioso di vedere come va, come si tradurrà dal vivo e, sul serio, non vedo l’ora di suonarlo e vedere che effetto farà.

SONO D’ACCORDO CON TE, IN PARTICOLARE PER QUANTO RIGUARDA QUEL LATO MALINCONICO CHE EMERGE NELL’ASCOLTO. LA COSA MI COLPÌ ANCHE DOPO “RUST”, COME SE A PARTIRE DA QUEL DISCO AVESTE VOLUTO CREARE UN SUONO PIÙ RICONOSCIBILE. ALLA LUCE DI QUESTO, CON QUALE APPROCCIO VI SIETE MESSI A SCRIVERE “NO COMFORT”? CHE DESCRIZIONE DARESTI DELLA VOSTRA MUSICA DI OGGI?
– Di sicuro non una veloce! Dico sempre che non ce la faccio a dare un’idea immediata della musica che suono, perché sembra sempre non essere totalmente rappresentativa. C’è tutto un lavoro nel quale ognuno ha un ruolo. Thomas (Jäger, voce e chitarra della band, NdR) scrive le parti musicali, che poi finiamo e arrangiamo insieme, tutto quello che facciamo noi tre deve piacere a tutti e tre, tutto quello che è stato pubblicato ha l’approvazione totale della band al completo. Credo che questa maggiore malinconia derivi semplicemente dal fatto che a Thomas stia venendo spontaneo creare musica più malinconica, e a noi piace moltissimo, ci piace questa direzione, quello che scrive, ci fa sentire qualcosa e ci chiede “non sarà troppo triste?” e a noi non pare proprio, anzi, più che altro sembra sempre più diventare qualcosa di ‘nostro’, come dicevi tu. Ecco, non saprei come descrivere la nostra musica, ma questo è quello che sento, direi che l’unica cosa che mi sentirei di dire è che, almeno spero, la nostra musica è qualcosa che si crea nelle orecchie dell’ascoltatore. Dove puoi avere una tua interpretazione personale; credo davvero che le etichette siano limitanti, in ogni caso, e appena ne crei una si crea di conseguenza qualche idea settoriale. Lo chiami doom e per troppa gente deve suonare esattamente in una maniera specifica, o sludge, e allora deve suonare così, e se non lo fa non è ‘true‘, non è buono. Onestamente non ho voglia di stare dietro a queste cose, a questo tipo di discorsi, va benissimo che altre persone usino etichette per descriverci, dall’esterno, ma non lo voglio fare io. È una cosa che pensiamo tutti e tre, ogni volta che discutiamo e che dobbiamo prendere una decisione, che sia musicale o di artwork o design, quello che è, cerchiamo di fare qualcosa che non sia specifico, che stupisca noi in primis, per questa precisa ragione.

AD OGNI MODO È CHIARO COME CON QUESTI ULTIMI DUE DISCHI SI SIA CREATA UNA SPECIE DI LINEA INVISIBILE CHE DIVIDE LA PRIMA METÀ DELLA VOSTRA DISCOGRAFIA RISPETTO ALLA SECONDA, NON CREDI?
– Molta gente lo pensa, anche se più che una netta divisione per me è più una progressione da parte della band, una cosa che è andata avanti dritta sin dall’inizio, perché per noi non è mai stato il primo disco e poi il secondo e poi “Rust” e ora questo, tutta l’evoluzione è venuta da sé, naturalmente, ovviamente ogni momento aveva una sua caratteristica; non saprei nominare una linea specifica, ma capisco assolutamente cosa intendi e perché si veda questa ‘linea’ di cui parli, ma credo che ogni album suoni esattamente ‘noi’ quanto l’ultimo, ogni nostro album è sempre stato un’onesta riflessione di chi siamo o di chi eravamo all’epoca. Ad ogni modo, non è una cosa che ci disturba, il fatto che si senta questo stacco. Alla fine non è mai stata una cosa che abbiamo deciso coscientemente, è successo, molta roba è venuta fuori in sala prove, jammando. Le cose succedono e va bene così. Quando uscì “Rust” la gente pensò che fosse davvero molto diverso dai lavori precedenti, ma per noi non lo era, a dire il vero molte erano idee partorite molto tempo prima, non era così ‘diverso’ per noi, quello era il sound dei Monolord come era sempre stato anche prima.

MAGARI AVEVATE ISPIRAZIONI DIVERSE AL TEMPO, VITE DIVERSE, INTERESSI DIVERSI.
– Credo proprio di si, anche perché diversamente sarebbe davvero noioso no? Gli interessi, la vita, devono cambiare, variare, penso proprio che sia così. Ma, alla fine, quello che è sempre stato il nucleo vitale per i Monolord, quando abbiamo deciso di fare musica assieme, beh quello è ancora allo stesso posto, uguale. Siamo sempre ambiziosi nel fare della musica che sia più pesante possibile, e groovy, senza perdere dinamica, e così è come vogliamo che resti. Questo è il caso di una canzone come “Alone Together”, che esemplifica bene cosa facciamo quando ci rendiamo conto che il brano non è particolarmente doomy o hard o heavy, ma allo stesso tempo ci guardiamo e ci diciamo “questo suona come Monolord”, è qualcosa che suona come la nostra band, e quindi abbiamo deciso di tenerla nel bel mezzo dell’album; inoltre mettere una canzone del genere nel mix crea un contrasto ancora maggiore per le canzoni attorno a lei. Credo, almeno. Se tutto fosse sempre pesante, allo stesso livello, non sentiresti la differenza.

QUESTO E’ IL PRIMO DISCO CON RELAPSE, COME VI SIETE TROVATI CON LORO?
– Va tutto benissimo, è comunque una sensazione abbastanza nuova, con tutta una serie di momenti, ad esempio stiamo attendendo molto più di quanto eravamo abituati per pubblicare un album la cui musica è completata da tempo, siamo in quella fase iniziale in cui ci stiamo conoscendo a vicenda, ma finora è fantastico, i ragazzi sono davvero incredibili. Una cosa che mi piace di questa etichetta è che, e questo può suonare strano, sono davvero guidati dalla musica nelle loro scelte, e non è una cosa comune a tutte le etichette. Sono un’etichetta importante eppure continuano a mettere la musica in primo piano, la amano davvero, ne sono appassionati, e questa fa una grande differenza quando si tratta di fare scelte in ambito creativo, comunichiamo, c’è intesa. Quindi, si, è un’esperienza molto buona. Non vedo l’ora di avere il disco tra le mani e vedere dove ci porta nella nostra avventura con Relapse.

C’È UNA CANZONE CHE TI PIACE PARTICOLARMENTE NEL NUOVO ALBUM?
– È una domanda molto usuale ma davvero non so mai cosa dire. Dipende dal giorno e dal contesto, sempre. Per me, ancora una volta, la miglior risposta è che tutto quello che facciamo ha noi tre dietro, ed è qualcosa in cui crediamo veramente, e quindi non c’è nemmeno una canzone che non mi piaccia davvero tantissimo, o che mi piace più questa o di quella. Scartiamo tantissima musica quando è ora di registrare un album, quindi siamo davvero sicuri che le canzoni pubblicate siano perfette e del tutto per tutti e tre. Questo è il mio sentimento verso il disco, credo sia un album forte, mi piacciono tutte le canzoni in maniere differenti, non ho una preferita. E a dire il vero, ora che ci penso, a volte forse questo è un bene, perché se ne ho delle preferite può voler dire che non mi piacciono tanto le altre (risate NdR). Quindi si, forse suona male e un po’ sfigato, ma mi sento di dire che sono tutte le mie preferite, è così.

HAI MENZIONATO CHE VI CAPITANO FAN CHE VI VORREBBERO SENTIRE SUONARE ‘COME UNA VOLTA’ INVECE CHE CON SONORITÀ NUOVE, COME VI SENTITE QUANDO DOPO UN CONCERTO FATE DUE PAROLE COL PUBBLICO E VI TROVATE AD AFFRONTARE QUESTO TIPO DI DISCORSI? QUANTA GENTE VI DICE CHE DOVRESTE TORNARE A SUONARE COME NEL PRIMO DISCO?
– Finora nessuno ci ha detto qualcosa del genere… In faccia! Ce lo dicono solamente online, dietro una tastiera. Per fortuna quando qualcuno ci dice qualcosa dopo un live i feedback sono sempre positivi. Sentiamo spesso complimenti, ci dicono “grazie per essere venuti a suonare qui, è stato fantastico”, ed è qualcosa che adoro. E’ una gran parte del senso di quello che facciamo, per me, essere sul palco e parlare coi ragazzi, queste due cose sono gli elementi chiave che ci mandano avanti. Per quanto riguarda la gente che lascia commenti negativi online, invece, purtroppo è uno degli aspetti dell’esistenza di una comunità online, qualsiasi sia l’oggetto della discussione intendo. Gente che inizia a dire “questo fa schifo, questo pure, dovrebbe essere così e bla bla bla”… beh onestamente non me ne frega un cazzo. A volte, se sono davvero stanco, può anche capitarmi di lasciare una risposta un po’ acida (ride NdR), ma non mi ci impegno, insomma. E’ più qualcosa tipo “ok se la pensi così non ascoltarlo” e basta. Siamo fortunati da avere l’assoluta maggioranza di gente che ci scrive commenti positivi, a cui piacciamo. Quindi se una minoranza vuole essere negativa, ok, fate pure. Va bene. Non è importante.

RESTA UN’IMMAGINE UN PO’ SCONFORTANTE.
-Si, è un po’ triste, però davvero, se qualcuno venisse dal vivo e facesse un discorso tipo “apprezzo quello che fate ma mi piacevate davvero molto di più agli inizi”, con rispetto, non avrei problemi, anzi mi piacerebbe discuterne, domanderei come mai, ci sarebbe un confronto interessante, tra adulti. Ma non ho davvero intenzione di stare dietro a gente che mi manda commenti online dicendo che Mika (Häkki, bassista, NdR) sbaglia i suoni perché il basso non è doom o che cazzo ne so, pace, non mi ci metto, è la loro vita, contenti loro.

AVETE SUONATO IN DIVERSI FESTIVAL QUEST’ANNO, QUALCHE FEEDBACK SUI NUOVI BRANI SE NE AVETE SUONATI, O QUALCOSA DA MENZIONARE?
– Abbiamo suonato solo “The Bastard Son”, ai festival, e i feedback sono stati ottimi, già le prime due tre volte che abbiamo suonato è apparsa subito su Youtube, la gente era tipo “wow un nuovo brano dei Monolord”, è stata una sensazione eccezionale, davvero bello, intenso. Fare nuova musica e registrarla e poi fare il passo di farla ascoltare al mondo là fuori, come dicevo prima, è… un cazzo di dolore ogni volta, è una cosa orribile e stupenda allo stesso tempo, è emozionante, non è facile pubblicare qualcosa e poi magari avere commenti negativi, è davvero dura. L’idea di fare ascoltare alla gente nuova musica, dicendo di amarla, di esserne orgogliosi e sentirsi dire “bah questa roba fa schifo” è una cosa che fa male. È un processo da affrontare ogni volta che si pubblica musica nuova, ed è assolutamente un ancora più diretto quando vai sul palco a proporre i brani nuovi. Distrugge i nervi, per dirne poco! Ma per fortuna è andato tutto bene.

OLTRE A SUONARCI, AI FESTIVAL E AI CONCERTI, ANDATE ANCHE COME SPETTATORI? SIETE STATI IN QUALCHE POSTO DA CONSIGLIARCI DI RECENTE?
– No, purtroppo no, non ne ho più il tempo ad essere onesto. La band richiede davvero tanto tempo, e quindi tutti i momenti liberi li dedico alla mia famiglia, ho un figlio e la migliore delle compagne, e quando non sono con la band voglio essere con loro. La maggior parte dei concerti che riesco a vedere sono quelli che vedo in tour, le altre band. Quindi in realtà si, ne ho visti di milioni di concerti (ride NdR), ma sempre in tour!

E PER QUANTO RIGUARDA LA MUSICA NUOVA CHE GIRA? RIESCI AD ASCOLTARE QUALCOSA?
– Oh si, questo si, continuamente! So che molta gente odia Spotify, io lo amo, o meglio odio l’idea che ci sia qualcuno in alto che ci fa milioni sopra, e questo fa davvero schifo, ma adoro le libraries, adoro i suggerimenti sulla base dei miei gusti, adoro potermi immergere in qualcosa che non avrei mai trovato altrimenti. Adoro ogni genere di musica e ne ascolto continuamente. Buona e non buona. Credo che sia una possibilità stupenda.

COM’È CAMBIATA LA TUA VITA PERSONALE DA QUANDO SONO NATI I MONOLORD, I TUOI IMPEGNI, LA TUA ROUTINE?
– Questa è davvero una buona domanda. Mi verrebbe da dire che tutto si è capovolto. Sia in maniera positiva ma anche negativa. Avere una famiglia e una vita personale assieme ad una vera carriera musicale, al livello in cui siamo, è una bella sfida, molto più di quanto avrei potuto credere (ride, un po’ imbarazzato NdR), ma allo stesso tempo tutti e tre facciamo e volevamo fare questo sin da ragazzini. Non siamo più adolescenti, e quando abbiamo avuto questa possibilità ci siamo detti che dovevamo prenderla assolutamente, che dovevamo farlo. Sappiamo sulla nostra pelle quanto è dura arrivare a questo punto, abbiamo suonato praticamente per tutta la vita, in ogni tipo di band nel corso degli anni, e questa è il progetto con cui abbiamo raggiunto qualcosa. Lavorare nel music business è davvero una cosa dura e faticosa, ma quando si è presentata l’occasione ci siamo detti che dovevamo e potevamo farlo, e abbiamo dovuto necessariamente trovare un modo perché funzionasse. Per me personalmente, però, la mia priorità è la mia famiglia, su tutto. Questo significa che il lavoro deve essere… (ci pensa un attimo NdR), questo significa che la mia famiglia viene prima. Senza discussioni. La mia vita ruota attorno a loro, alla band e gli amici, la mia vita sociale. Sono le cose più importanti. Devo solo bilanciare il tutto, in qualche modo. E’ strano e metodico. E come una lunga Ted Talk! E’ come vivere in un workshop (ridiamo NdR)! Essere in una band e fare questo lavoro è davvero pieno di emozioni e ti insegna a fare tante cose tutte assieme.

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