Fedeli all’approccio meticoloso e ponderato che ne ha sempre guidato le mosse, incuranti di quelle che potrebbero essere le tempistiche ‘regolari’ del mercato, i Monstrosity hanno impiegato altri otto anni per tornare fra noi con un nuovo album, ma il risultato finale – “Screams from Beneath the Surface”, edito da Metal Blade un paio di settimane fa – è stato ancora una volta di quelli in grado di valere l’attesa e confermare la proverbiale solidità discografica della creatura di Lee Harrison, da annoverare senza indugi tra gli esponenti meglio invecchiati della mitica scena death metal di Tampa (e non solo).
Un lavoro che si guarda ovviamente bene dall’uscire dal seminato o dallo stravolgere una formula affinatissima, ma che potendo contare su una scrittura variegata e curata, sospesa come sempre fra tecnica, potenza e melodia, rimanda l’appuntamento con la pensione centrando un bersaglio fuori dalla portata di molti altri colleghi della stessa generazione.
A questo giro, mettersi in contatto con il batterista americano è stato un po’ più difficoltoso del previsto, con un paio di tentativi andati a vuoto su Zoom, ma alla fine – raggiunto via mail – il leader del progetto non si è tirato indietro dal rispondere alle nostre domande e dal confermare di essere anzitutto una persona appassionata di ciò che fa.
Un po’ naïf? Forse, ma la cui esperienza e il cui talento continuano a difendersi in modo egregio, accompagnati da una genuinità tutta americana…
È UNA SENSAZIONE CHE CONOSCI BENE, MA CHE EFFETTO FA TORNARE DOPO COSÌ TANTI ANNI DI ASSENZA? E COSA SIGNIFICA PER TE VEDERE FINALMENTE PUBBLICATO UN NUOVO ALBUM?
– Siamo semplicemente felici di avere finalmente il disco fuori. È un lavoro che si è fatto attendere a lungo, quindi c’è una grande soddisfazione nel vederlo finalmente disponibile. In realtà l’album era già pronto dalla scorsa primavera, ma prima di pubblicarlo abbiamo dovuto sistemare una miriade di dettagli: aspetti logistici, organizzativi, burocratici… tutte quelle cose che spesso il pubblico non vede ma che richiedono tempo e pazienza. Alla fine, però, ce l’abbiamo fatta.
Per questo disco ho cercato di portarmi avanti con la scrittura: mentre stavamo ancora mixando il precedente, io avevo già iniziato a comporre nuovo materiale. Avevo quattro brani pronti prima ancora di aver concluso il lavoro sull’album precedente.
Ci sono davvero tanti fattori che incidono sui tempi così lunghi tra un’uscita e l’altra, ed è difficile attribuire la colpa a un unico elemento. Tra disponibilità degli studi, cambi di formazione e mille altre variabili, a volte tutto si dilata inevitabilmente.
QUESTO ALBUM PRESENTA UNA FORMAZIONE RINNOVATA, CON ED WEBB ALLA VOCE E IL RITORNO DI MARK VAN ERP, GIÀ PRESENTE SU “IMPERIAL DOOM”, AL BASSO. DA MEMBRO FONDATORE, CHE EFFETTO TI HA FATTO RIUNIRTI CON MARK DOPO TANTI ANNI? E IN CHE MODO QUESTA COMBINAZIONE DI VECCHIE E NUOVE ENERGIE HA INFLUENZATO LA SCRITTURA?
– In questo momento abbiamo una squadra davvero solida. Tutti stanno remando nella stessa direzione, ed è una sensazione molto positiva. Anche i membri precedenti erano musicisti straordinari, ma ora c’è una rinnovata concentrazione su dove vogliamo andare e su ciò che vogliamo fare come band. Ed ha fatto un lavoro eccellente su questo disco, e non potremmo essere più soddisfatti della sua performance.
Riavere Mark Van Erp con noi è stato altrettanto importante. Durante l’ultimo ciclo di concerti aveva già suonato con noi in alcune occasioni, ma a un certo punto è diventato evidente che fosse giusto riportarlo stabilmente nella formazione. Non c’erano problemi con il bassista precedente, ma il fatto che si fosse trasferito in Ucraina rendeva complicato coinvolgerlo, se non per eventuali tour europei. Mark è un membro originale e conosce profondamente la visione iniziale della band. Inoltre, dopo tanti anni di distanza, è tornato con un entusiasmo rinnovato che ha finito per contagiare tutti noi.
INVECE DI PARTIRE SUBITO CON IL PIEDE SULL’ACCELERATORE, AVETE SCELTO DI APRIRE L’ALBUM CON UN BRANO MIDTEMPO COME “BANISHED TO THE SKIES”. QUAL È STATA L’IDEA DIETRO QUESTA SCELTA?
– È stato uno dei primi pezzi scritti per il disco. Anche se si muove su un tempo medio, è un brano ricco di sfumature e dettagli, con molte stratificazioni che emergono poco alla volta. Lo considero quasi un ‘cugino’ di “The Angels Venom” da “In Dark Purity”: non per i riff in sé, ma per l’atmosfera che riesce a evocare.
In realtà non avevo nemmeno notato questa somiglianza finché non ho iniziato a leggere le prime recensioni. Per me è semplicemente un altro brano potente nel solco della nostra tradizione.
Forse proprio questa scelta contribuisce a rendere l’album meno prevedibile. Non mancano comunque pezzi velocissimi e devastanti, con blast-beat furiosi: non c’è alcun ammorbidimento del suono. Se sei un fan dei Monstrosity, amerai anche questo disco.
Certo, c’è chi rimarrà sempre legato solo a “Imperial Doom”, ma in quel caso non possiamo farci molto: noi seguiamo ciò che riteniamo giusto artisticamente. E sono convinto che questo album sia solido quanto qualsiasi altro della nostra discografia.
GLI ASSOLI DI CHITARRA HANNO UN RUOLO MOLTO MARCATO ED ESPRESSIVO NEL DISCO. CHE FUNZIONE ATTRIBUISCI LORO NEL SOUND DEI MONSTROSITY? ATMOSFERA, TECNICA, TENSIONE NARRATIVA?
– Matt Barnes ha fatto un lavoro straordinario, ma non è stato l’unico: anche Justin Walker ha contribuito con diversi assoli. Justin suona in altre band e non può impegnarsi a tempo pieno con noi, per cui abbiamo deciso di concentrare la formazione su un quartetto stabile. Sia lui che Matt hanno realizzato interventi davvero notevoli.
I soli incisivi fanno parte del nostro DNA fin dagli inizi. Sul primo album erano più diretti, ma a partire da “Millennium” abbiamo iniziato a integrarli in modo più marcato e articolato. Siamo stati fortunati: nel tempo musicisti di grande talento si sono sempre avvicinati alla band, e questo ha sicuramente elevato il nostro livello.
ASCOLTANDO IL DISCO, HO PERCEPITO UN RITORNO ALLE ATMOSFERE DELL’ERA “MILLENNIUM”/“IN DARK PURITY”. È STATA UNA SCELTA CONSAPEVOLE O UN ESITO NATURALE DEL PROCESSO CREATIVO?
– Direi che è stato del tutto involontario. Non c’era un piano preciso in quella direzione. Probabilmente è emerso in modo spontaneo, anche perché in questo album ho scritto personalmente una parte più consistente del materiale. Ovviamente Matt mi ha affiancato moltissimo: è stato una sorta di braccio destro, migliorando molte delle mie idee e suonando spesso le parti meglio di quanto avrei fatto io stesso. Lo fa già dai tempi di “The Passage of Existence”, prendendo le mie canzoni e portandole a un livello superiore.
Alcuni brani, come “Banished To The Skies”, li sentivo perfetti così com’erano e non volevo modificarli. Altri, invece, come “Colossal Rage” e “Vapors”, hanno beneficiato enormemente del contributo di Matt.
AVETE SOTTOLINEATO CHE LA COPERTINA NON È STATA REALIZZATA CON L’AI. COME VEDI L’AVVENTO DI QUESTA TECNOLOGIA NEL MONDO MUSICALE?
– Non sono contrario all’AI quanto altri. Non la userei per le nostre copertine, ma può essere utile per generare spunti da sviluppare poi in modo tradizionale. È incredibile pensare a cosa sia possibile fare oggi, e chissà dove saremo tra dieci anni.
È stato fantastico che Timbul Cahyono abbia realizzato un video in time-lapse mentre dipingeva la copertina: c’erano già persone pronte ad accusarci di aver usato l’intelligenza artificiale, quindi poter dimostrare il contrario è stato importante. L’arte generata dall’AI, per quanto interessante, non sostituisce il valore di un vero artista.
Ho sempre amato le copertine dipinte a mano, come quelle dei primi Iron Maiden — penso a “Live After Death” o “Killers” — o anche ai classici dei Metallica come “Ride the Lightning” e “Master of Puppets”. È sempre stata quella l’estetica che ci ha ispirato. In passato abbiamo usato anche grafiche generate al computer, ma sempre create da un artista in carne e ossa. Oggi siamo fortunati ad avere un talento come Timbul Cahyono, che ci ha permesso di realizzare lavori davvero solidi.
NEL CORSO DEGLI ANNI SIETE STATI SPESSO DEFINITI UNA ‘CULT BAND’ DEL DEATH METAL. VI RICONOSCETE IN QUESTA ETICHETTA?
– I cosiddetti ‘Big Four’ del death metal — Morbid Angel, Obituary, Death e Deicide — erano una generazione avanti rispetto a noi. Pubblicavano già album quando noi muovevamo i primi passi. Hanno tracciato il sentiero su cui poi abbiamo camminato anche noi, ed è giusto riconoscerlo.
Detto questo, ho sempre pensato che avessimo una nostra identità ben definita e che meritassimo più riconoscimento. Oggi siamo semplicemente felici di poter pubblicare dischi di cui siamo orgogliosi e di vedere che il pubblico li apprezza. Certo, con il numero enorme di band attuali non è facile emergere, ma credo che finalmente molte persone stiano iniziando a guardarci sotto una luce diversa.
GUARDANDO ALLA SCENA DI TAMPA DEI PRIMI ANNI ’90, PENSI CHE SIA STATA IN PARTE MITIZZATA? NON TANTO DA UN PUNTO DI VISTA QUALITATIVO – QUELLO NON PUÒ ESSERE MESSO IN DISCUSSIONE – QUANTO DI ATTENZIONI REALI DA PARTE DEL PUBBLICO IN QUEL PERIODO…
– Il periodo d’oro iniziale va dal 1989 al 1993. Noi siamo arrivati proprio sul finire, con il primo album nel 1992. Già allora c’era una certa saturazione: troppe band nello stesso calderone. Non riesco nemmeno a immaginare quanto sia difficile oggi emergere da zero.
A metà anni ’90 la scena di Tampa ha trovato un equilibrio, mantenendo una continuità fino a oggi. Molti dei protagonisti di allora sono ancora attivi. Recentemente c’è stato il Tampa Bay Museum of Metal, grazie a Dave Allison e al fotografo Tim Hubbard: un evento che ha celebrato la storia del metal in Florida con una partecipazione straordinaria. È stato come una rimpatriata scolastica.
Inoltre, i Morrisound Recording sono stati ufficialmente riconosciuto dalla contea di Hillsborough con una targa commemorativa nel luogo originale: un tributo importante a ciò che quello studio ha rappresentato per il metal estremo.
Band come Cannibal Corpse e Obituary oggi suonano in arene come supporto a Amon Amarth e Meshuggah. Questo dimostra che il genere continua a crescere. Ricordo un’intervista del 1990 in cui Trevor degli Obituary sperava che la scena durasse fino al 1994 — e oggi siamo nel 2026, con gli Obituary più forti che mai. Direi che il death metal ha superato brillantemente la prova del tempo.
C’È UNA BAND DELLA SCENA DI TAMPA DEI PRIMI ’90 CHE AVREBBE MERITATO MAGGIORE SUCCESSO?
– Direi senza dubbio gli Eulogy. Agli inizi erano letteralmente ‘on fire’, pronti a esplodere. Poi forse hanno cambiato direzione sonora e, complice anche un momento in cui le etichette si stavano spostando verso il black metal, le cose non sono andate come avrebbero meritato. Avevano tutti gli ingredienti per farcela.
“IMPERIAL DOOM” È FUORI CATALOGO DA TEMPO IMMEMORE. ESISTE UNA RAGIONE PRECISA?
– La risposta breve è che non vogliamo che sia in circolazione. Non siamo mai stati soddisfatti di quell’album, soprattutto del mix e della produzione. Amiamo le canzoni, ma non il risultato finale, e in parte ci imbarazza. Sappiamo che molti fan lo adorano per ragioni nostalgiche, ma ora la nostra priorità è il nuovo disco. In futuro potremmo tornare su quel materiale, ma non è il momento.
TRA I VETERANI DEL DEATH METAL, CHI PENSI ABBIA RETTO MEGLIO LA PROVA DEL TEMPO A LIVELLO DISCOGRAFICO?
– Molte band dei primi ’90 stanno ancora pubblicando ottimi lavori e suonano davanti a pubblici sempre più grandi. Non è una sola in particolare: la maggior parte continua a fare grandi cose. Tanto di cappello a tutti.
DOPO TANTI ANNI, COSA TI SPINGE ANCORA A CREARE MUSICA E A METTERTI ALLA PROVA DA UN PUNTO DI VISTA ARTISTICO?
– Faccio musica dal 1977, da quando avevo sette anni. Già allora sapevo che sarebbe stata la mia vita. Non ho mai smesso, e non credo che smetterò mai del tutto, anche quando non potrò più suonare. Forse produrrò, o troverò altri modi per restare nel mondo musicale. L’entusiasmo è ancora lì, intatto. Non sto rallentando affatto.



