MOONLIGHT HAZE – L’istinto sopra tutto

Pubblicato il 18/06/2026 da

Tra le band italiane che negli ultimi anni si sono date maggiormente da fare tra uscite discografiche, concerti, tour e incontri con i fan, i Moonlight Haze occupano sicuramente un posto di rilievo.
Attiva dal 2018, anno di pubblicazione dell’apprezzato debutto “The Rerum Natura”, la formazione guidata da Chiara Tricarico e Giulio Capone ha trovato il tempo di pubblicare ben cinque lavori in appena sette anni, arrivando oggi al nuovo EP “Interstellar Madness”; un’uscita particolare, che la band considera a tutti gli effetti un mini-album e che rappresenta una fotografia fedele dell’attuale momento creativo del gruppo.
Ne abbiamo parlato con la cantante Chiara Tricarico e il chitarrista Marco Falanga, spaziando poi su temi come il rapporto con il pubblico, l’attività all’estero e il ruolo sempre più centrale dei social nella vita di una band. Buona lettura.

CIAO CHIARA! CIAO MARCO! PRIMA DI DEDICARCI AL GUSTOSO EP CHE CI AVETE APPENA REGALATO, TI DIRO’ CHE ALCUNE VOCI DICONO CHE CI SIA COMUNQUE UN NUOVO ALBUM IN LAVORAZIONE… SE NON ADDIRITTURA PRATICAMENTE PRONTO! SE E’ COSI’, DA DOVE NASCE IL BISOGNO DI PRESENTARE INVECE QUESTO EP? SONO CANZONI CHE NON POTEVANO ESSERE USATE COME SINGOLI O CHE MERITAVANO UNA CORNICE DIVERSA? COME SIETE ARRIVATI A QUESTA SCELTA?
Chiara Tricarico: – In realtà io e Giulio – non è un segreto – siamo sempre pieni di idee che ci frullano per la testa, specialmente di notte, quando partono i nostri deliri… le nostre ‘interstellar madness’, diciamo!
La scelta di pubblicare un EP con quello che avevamo al momento è stata una scelta abbastanza di pancia diciamo, come quasi tutte quelle che facciamo a livello musicale. Avevamo questi pezzi pronti e ci sembrava che questa combinazione di sei canzoni funzionasse bene, avesse una sua completezza e soprattutto rispecchiasse la band nel momento attuale.
Riteniamo infatti che “Interstellar Madness” sia una fotografia molto accurata di quello che siamo oggi, e quindi ci siamo detti “perché no? Perchè non uscire subito con queste canzoni?”. Sicuramente non abbiamo paura di lavorare e ci siamo buttati.
Marco Falanga: – Sulle voci del nuovo album praticamente pronto… mi sembrano un po’ esagerate. Abbiamo sicuramente tante idee, lavoriamo costantemente su nuovo materiale, ma al momento però non c’è nulla di effettivo. Nulla di programmato a livello di data di uscita, comunque.

IN GENERE PERO’ GLI EP VENGONO UTILIZZATI DALLE BAND PER PROPORRE QUALCHE INEDITO ACCANTO A DEMO, COVER O ALTRI CONTENUTI EXTRA. VOI AVETE SCELTO UNA STRADA DIVERSA: TUTTI BRANI NUOVI. ALLA FINE NON POSSIAMO CONSIDERARLO A TUTTI GLI EFFETTI UN MINI-ALBUM?
Marco: – Assolutamente sì! Noi per primi lo consideriamo un mini-album a tutti gli effetti. Semplicemente è lungo quanto un EP.
Chiara:  – Però non abbiamo inserito materiale a caso o raccolto avanzi di lavorazione. C’erano delle canzoni che ci entusiasmavano particolarmente e volevamo dare loro il giusto spazio.
Siamo convinti che “Interstellar Madness”, la title-track, sia uno dei pezzi più belli che abbiamo scritto. Non è stata inserita solo per riempire un EP: meritava una sua pubblicazione dedicata.

“INTERSTELLAR MADNESS” INFATTI È UN BRANO PIUTTOSTO PARTICOLARE PER I MOONLIGHT HAZE. SI DISTACCA DALLA DIMENSIONE PIÙ IMMEDIATA ED ENERGICA DI MOLTI VOSTRI PEZZI E SI MUOVE SU TERRITORI PIÙ DRAMMATICI E TEATRALI. NON È SOLO UNA QUESTIONE DEL GROWLING O DEGLI ARRANGIAMENTI: È PROPRIO LA COSTRUZIONE DEL BRANO A ESSERE DIVERSA. SI TRATTA DI UN CASO ISOLATO O PUÒ RAPPRESENTARE UN INDIZIO DI UNA POSSIBILE EVOLUZIONE DEL VOSTRO SOUND?
Chiara:
– Come ti dicevo prima, io e Giulio quando scriviamo siamo veramente molto istintivi. Ci scambiamo continuamente idee, messaggi a tarda notte, anche su temi generici, come articoli sulla più recente scoperta della NASA o spunti legati all’attualità… ed è da lì nascono le canzoni. Come band sappiamo sempre da dove partiamo, ma non sappiamo quasi mai dove andremo a finire, perché seguiamo moltissimo quanto che ci suggerisce l’ispirazione.
Non ci interessa scrivere musica seguendo formule prestabilite, e non ci interessa compiacere qualcuno. Fin dal primo disco ci siamo sempre detti che dovevamo fare musica che piacesse innanzitutto a noi, ed è ancora quello che stiamo facendo.
Marco: – In realtà anche nei primi due album erano presenti brani più lunghi e articolati. Penso ad esempio a “Enigma”, che aveva una struttura particolare, oppure ad altri episodi più elaborati rispetto ai pezzi più immediati. Quindi non credo si tratti di una rottura netta con il passato: è semplicemente una delle tante sfaccettature che fanno parte della nostra identità, portata più all’estremo.

L’APPROCCIO SINFONICO DEGLI ARRANGIAMENTI SEMBRA SEMPRE PIÙ ORIENTATO VERSO UNA DIMENSIONE ORCHESTRALE. POTREBBE ARRIVARE IN FUTURO L’OCCASIONE DI VEDERVI SUONARE CON UNA VERA ORCHESTRA, COME HANNO FATTO AD ESEMPIO GLI EPICA?
Chiara: – Certo che ci piacerebbe!.
Marco: – Ovviamente ci piacerebbe. Se si presentasse l’occasione giusta, sarebbe fantastico. Non è una cosa semplice da organizzare e credo che tutti sappiamo quale sia il vero elefante nella stanza in questi casi… (fa segno con la mano dei soldi, ndr). Mettere in piedi una produzione di quel livello richiede risorse importanti e bisogna trovare qualcuno disposto a sostenerla.
Gli strumenti e le idee per farlo ci sarebbero tutti. Vedremo se arriverà il momento giusto e l’occasione giusta. Certo, se fosse anche domani non ci tireremmo certo indietro!

IL VIDEO DI “INTERSTELLAR MADNESS” SEMBRA RISPECCHIARE LA COMPLESSITÀ DEL BRANO. DÀ ANCHE L’IMPRESSIONE DI ESSERE STATO REALIZZATO CON UN INVESTIMENTO PIUTTOSTO IMPORTANTE. LA SCELTA DI PUNTARE COSÌ TANTO SU QUESTO VIDEO È STATA IMMEDIATA O CI AVETE RAGIONATO A LUNGO?
Chiara: – È stata una decisione immediata. Quando si è trattato di questa canzone siamo letteralmente impazziti. Mi ricordo ancora quando Giulio mi ha mandato la demo: non ho capito più niente, e la stessa cosa è successa al resto della band quando ha ascoltato le prime versioni del brano.
Eravamo tutti d’accordo sul fatto che fosse probabilmente una delle canzoni migliori che abbiamo mai scritto. Per questo non abbiamo fatto grandi ragionamenti strategici. Già proporre un singolo di sei minuti e mezzo nel 2026 è una scelta piuttosto coraggiosa, ma volevamo fare qualcosa che ci appagasse completamente. Volevamo poter riguardare questo video tra vent’anni e pensare: “Cavolo, l’abbiamo fatto davvero”.
È stato un ragionamento molto semplice: amiamo questa canzone e volevamo darle il miglior video possibile con i mezzi che avevamo a disposizione. Ci siamo letteralmente tolti uno sfizio.

SCENDENDO SU UN LIVELLO UN PO’ MENO SERIOSO, È STATO DIVERTENTE GIRARE IL VIDEO? LA FIGURA DELLA VILLAIN, I COSTUMI, IL TRUCCO E L’ESTETICA GENERALE MOSTRANO UN’IMMAGINE PIUTTOSTO INEDITA DEI MOONLIGHT HAZE.
Chiara: – Sì, assolutamente – a parte le quattro ore di messa in piega e le due ore di trucco che ho dovuto affrontare, quindi praticamente una giornata lavorativa intera.
Però devo assolutamente spendere una parola per Davide Massoli, che si è occupato del make-up e ha fatto un lavoro incredibile. Anche Beatrice Demori ha avuto un ruolo fondamentale. Oltre a essere la nostra fotografa e la persona che realizza tutte le copertine dei Moonlight Haze, ha curato la sceneggiatura del video e tutto lo styling. Insieme abbiamo ideato i due look che indosso nel videoclip. C’è davvero tantissimo del lavoro di Beatrice dentro questo progetto e il risultato finale è stato qualcosa di cui siamo molto orgogliosi.

“MOONLIGHT LEGIONS” SEMBRA ESSERE UN BRANO PARTICOLARMENTE LEGATO AL RAPPORTO CON IL PUBBLICO. DA DOVE NASCE L’IDEA DI SCRIVERE UNA CANZONE DI QUESTO TIPO? È DEDICATA PIÙ AI FAN ITALIANI O A QUELLI STRANIERI?
Marco: – In realtà chiarirei subito un piccolo equivoco: non è una canzone dedicata ai fan. È una canzone dedicata a tutti noi. Anche noi siamo dentro quel racconto. Parla di unità. Non è un esercizio di fan service e non riguarda soltanto il pubblico che abbiamo davanti al palco. Riguarda una comunità più ampia, di cui fanno parte la band, le persone che ci seguono e tutto quello che si crea intorno alla musica. È questo il vero significato del brano. Siamo noi, le legioni ‘Moonlight’.

INTERESSANTE, ME NE PARLI MEGLIO?
Marco: – Quando parliamo di “Moonlight Legions” parliamo di una comunità. Ci sono i fan, certo, ma ci sono anche tutte le persone che lavorano insieme a noi. Come dicevamo prima parlando di Beatrice, o di Davide, ci sono tantissime persone che contribuiscono a rendere possibile tutto questo.
Nel videoclip del brano compaiono infatti anche alcuni dei tecnici che ci seguono, proprio perché volevamo raccontare quell’insieme di persone che rappresenta per noi un’espressione di energia positiva.
Chiara: – C’è poi un aspetto di cui andiamo molto fieri: abbiamo mantenuto la stessa line-up dal primo disco. Dopo cinque uscite discografiche siamo ancora gli stessi e questo ci porta inevitabilmente a sentirci sempre più uniti. Siamo una squadra. Ci supportiamo a vicenda.
Ovviamente c’è anche un ringraziamento verso chi ha sempre creduto nella band, chi si è fatto chilometri per venirci a vedere e tutte le persone che lavorano insieme a noi. Ma il concetto centrale è proprio quello dell’unità.

IN QUEL VIDEO AVETE INSERITO MOLTO MATERIALE GIRATO DURANTE I CONCERTI E NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI. È STATA UNA SCELTA PENSATA FIN DALL’INIZIO?
Chiara: – Sì, è stata un’altra scelta molto spontanea. Non c’era alcuna pianificazione particolare. Nel videoclip ci sono immagini tratte dai concerti dell’ultimo anno, un periodo in cui abbiamo intensificato parecchio l’attività live. Ci sono riprese realizzate in Italia, ma anche materiale proveniente dal recente tour europeo con i Brothers Of Metal e dagli ultimi concerti con i Gloryhammer. Accanto alle immagini dal vivo abbiamo inserito anche tanti momenti di backstage e di vita quotidiana, perché volevamo condividere con chi ci segue anche quel lato dell’esperienza.
Marco: – Molte persone non se ne rendono conto, ma la vita di una band è al novantanove per cento fuori dal palco. Magari suoni un’ora, ma le altre ventitré le passi insieme alle stesse persone. Anche questo fa parte della storia che volevamo raccontare.

A PROPOSITO DI ESTERO: UNA BAND A VOI CONTEMPORANEA COME I FROZEN CROWN HA COSTRUITO NEGLI ULTIMI ANNI UNA FANBASE MOLTO IMPORTANTE FUORI DALL’ITALIA. PER VOI L’ESTERO È ANCORA UN MERCATO DA CONQUISTARE O È GIÀ UNA REALTÀ CONSOLIDATA?
Chiara: – Eh, in realtà abbiamo suonato più all’estero che in Italia. Detto questo, non ci consideriamo una band particolarmente legata a un mercato specifico. Un po’ come non ci piace rinchiuderci in un genere preciso, allo stesso modo non ragioniamo per territori. Noi suoniamo perché vogliamo suonare e andiamo dove esiste l’opportunità di farlo.
Marco: – Una delle cose che a me più piace è ritrovarmi a suonare nel nord della Germania e incontrare persone arrivate da Boston per assistere al concerto. È una prospettiva che ti fa capire come, alla fine, siamo tutti esseri umani. Possiamo parlare lingue diverse, ma la musica crea un linguaggio comune.
Dal punto di vista del mercato è ovvio che esistano Paesi più sviluppati dell’Italia per questo genere musicale. È un dato di fatto. Ma questo non significa che siano migliori o peggiori: semplicemente hanno un mercato diverso e più strutturato.

OGGI LA MUSICA È MOLTO PIÙ FACILE DA RAGGIUNGERE RISPETTO A VENT’ANNI FA. DA UN LATO QUESTO PERMETTE DI ARRIVARE A PIÙ PERSONE, DALL’ALTRO L’OFFERTA È TALMENTE AMPIA CHE EMERGERE SEMBRA SEMPRE PIÙ DIFFICILE. COME VIVETE QUESTA SITUAZIONE, SIA DA MUSICISTI CHE DA ASCOLTATORI?
Chiara: – Onestamente non ci facciamo troppe paranoie su queste cose. Viviamo in un momento storico in cui il settore funziona così e basta. Noi vogliamo scrivere e pubblicare la nostra musica. Non passiamo le notti a chiederci se un singolo debba durare due minuti e trentatré secondi per funzionare meglio su una piattaforma. Passiamo le notti a scrivere, registrare e lavorare sulle canzoni. Tutto il resto viene dopo.
Marco: – Certo, se poi la domanda riguarda il fatto che oggi ai musicisti venga richiesto di trasformarsi quasi in influencer, allora la risposta è molto semplice: no, non ci piace. È bello stare sul palco, è bello incontrare le persone, girare il mondo e condividere la musica.
Dover pensare continuamente a strategie social e dinamiche da influencer — e lo dice una persona che all’interno della band si occupa anche di questi aspetti — non è sicuramente la parte che preferiamo.
Chiara: – La facciamo perché oggi è necessaria e perché può aiutare nuove persone a scoprire la nostra musica. Ma il centro di tutto resta sempre il messaggio. Quello che conta davvero è che le canzoni arrivino alle persone.

Moonlight Haze – Metalitalia Festival – Live Club – 28 settembre 2025 – foto Pamela Mastrototaro

 

PRIMA DI CHIUDERE, UNA CURIOSITÀ. NEGLI ULTIMI DISCHI C’È QUASI SEMPRE STATO UN BRANO CON PARTI IN ITALIANO. È UNA SCELTA CHE CERCATE CONSAPEVOLMENTE O È QUALCOSA CHE NASCE IN MODO DEL TUTTO SPONTANEO?
Chiara: – Anche in questo caso direi che nasce in modo molto spontaneo. Prendendo ad esempio “Enigma”, il testo mi è semplicemente venuto in italiano. A un certo punto mi sono resa conto che funzionava bene così. Avevo anche delle idee per delle parti in inglese e da lì è nata la struttura che poi ha portato alle due versioni del brano.
Per quanto riguarda “L’Eco Del Silenzio”, invece, la scelta è stata legata al tema della canzone. Quel brano parla del fatto che spesso ci sono emozioni e sentimenti che riescono ad arrivare molto più in profondità rispetto alle parole stesse. Ricordo di aver scritto quel testo nel nord della Germania, pochi giorni prima di registrarlo nello studio di Sascha Paeth. Anche in quel caso mi sono lasciata guidare completamente dall’ispirazione. Mi sono chiesta: se sto parlando proprio del fatto che certe emozioni arrivano prima delle parole, perché dovrei impormi una sola lingua? Alla fine anche la lingua è uno strumento artistico, esattamente come una melodia o un arrangiamento.

QUINDI NON ESISTE UNA REGOLA PRECISA?
Chiara: – No, assolutamente. Ci sono momenti in cui una parte funziona meglio in inglese e altri in cui funziona meglio in italiano. Per esempio, la sezione in italiano di “Interstellar Madness” non riesco nemmeno a immaginarla in inglese. Per come è nata, per come arriva emotivamente, doveva essere in italiano. A
nche quando ho ascoltato le linee vocali che Giulio aveva in mente per quel passaggio, ho pensato immediatamente che quella parte dovesse essere scritta nella nostra lingua. Non mi è mai venuta in mente un’alternativa. In fondo abbiamo la fortuna di parlare una delle lingue più equilibrate al mondo dal punto di vista fonetico. È la lingua dell’opera lirica, ha una musicalità incredibile. Se una canzone richiede l’italiano, allora ben venga. Se invece non serve, non c’è alcun motivo per forzarlo.

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