MUSHROOMHEAD – Su la maschera

Pubblicato il 08/08/2020 da

Si può dibattere all’infinito, e di fatto ancora lo si fa, su chi ha messo la maschera per primo: Slipknot o Mushroomhead? E’ però assolutamente noto come i primi abbiano schiacciato la band di Cleveland in un ruolo marginale della scena, tanto da rendere le loro scappate nel Vecchio Continente una rara occasione. Il gruppo di Steve ‘Skinny’ Felton è però assolutamente duro a morire, e dopo infiniti cambi di formazione è arrivato comunque all’ottavo album in studio, sorretto da fan affezionati e dall’immortale comunità Juggalo. Parliamo di questo traguardo proprio con la mente del gruppo, che ci spiega com’è avere la propria compagna come membro ufficiale del gruppo, degli ostacoli che si pongono costantemente davanti al percorso della band, dell’importanza del lato estetico e dei piani futuri. Di questi tempi poi, in tutta onestà, è anche bello pretendere di parlare di maschere esclusivamente come contributo artistico.

 

QUANTO TEMPO VI È SERVITO PER SCRIVERE IL DISCO?
– Questo disco è stato composto abbastanza velocemente. Dal dicembre 2018 al gennaio 2020. Abbiamo registrato e arrangiato moltissime idee on the road, quando eravamo ancora in tour.

COME SI FA A COMPORRE CON TRE VOCALIST?
– Avere tre vocalist lascia le cose molto aperte. C’è moltissimo spazio per la sperimentazione, cosa che io, da produttore, adoro letteralmente. Il modo in cui siamo riusciti a scrivere le parti vocali, sovrapporle ed armonizzarle… non siamo mai riusciti a fare una cosa del genere in passato. Non c’era onestamente l’abilità per farlo.

AVETE REGISTRATO ALCUNE PARTI VOCALI NEI LEGGENDARI ABBEY ROAD STUDIOS. CHE SENSAZIONI AVETE PROVATO?
– Registrare agli Abbey Road Studios è stata un’esperienza fantastica. Lì abbiamo registrato una delle mia tracce preferite del disco, “The Heresy”. Ogni volta che sento le parole di apertura della canzone la memoria mi riporta al momento in cui ero seduto nella control room dove è stata registrata “The Dark Side Of The Moon”. Semplicemente leggendario!

C’È QUALCUNO CHE HA COMPOSTO PIÙ DEGLI ALTRI PER IL DISCO?
– Non necessariamente. Abbiamo contribuito tutti, chi più chi meno. A volte utilizziamo l’approccio Frankenstein: partiamo dal corpo, qualcuno ci cuce una testa, e in men che non si dica abbiamo un bel mostro. Detto questo devo ammettere che questa volta Dr. F, il nostro bassista e tastierista, ha contribuito in maniera particolarmente rilevante.

UNA COSA CHE SALTA ALL’OCCHIO E’ L’ARTWORK DI COPERTINA, ABBASTANZA INUSUALE, FIRMATO GUS FINK. QUAL È’ IL CONCEPT E PERCHÉ AVETE SCELTO GUS?
– Gus è un artista incredibile e sono davvero felice che le nostre agende ci abbiano consentito di lavorare insieme. Penso che lo stile del suo artwork e il nostro sound vadano davvero a braccetto. Vorrei che l’interpretazione del significato della copertina, invece, rimanesse aperta.

AVETE SEMPRE SPESO MOLTA ENERGIA PER I VOSTRI VIDEO, LE MASCHERE E LA PRESENZA SCENICA: QUANTO SIETE COINVOLTI PERSONALMENTE? PENSI CHE AVERE UN BUDGET RISTRETTO POSSA FORZARE IL LATO CREATIVO?
– È proprio come dici: un budget limitato ti costringe a dare il meglio, talvolta porta anche a grandi risultati. Sono coinvolto personalmente in tutta la produzione video, nella produzione del palco, nel design delle maschere fino alla scelta della lente da usare per quella particolare ripresa. Adoro l’intero processo, dallo stadio del montaggio fino al prodotto finale.

CHI HA AVUTO L’IDEA DELLE ‘WATER DRUMS’?
– L’idea è nata da me e uno dei miei designer di produzione, Dave Brooks. All’inizio era riservata a me, per una sorta di assolo di batteria. Una volta costruito un set-up primordiale l’abbiamo ripreso in video, e mi sono accorto che era una cosa troppo bella per essere utilizzata una sola volta durante il concerto. Così abbiamo deciso di mettere un set di water drums ad ogni lato del palco… il resto è storia.

COM’È’ AVERE LA TUA COMPAGNA JACKIE NEL GRUPPO?
– Fantastico. E’ una risorsa incredibile per l’intera produzione. E’ anche più tosta di gran parte dei ragazzi!

AVETE PRESO IN CONSIDERAZIONE L’IDEA DI RIMANDARE L’USCITA DEL DISCO VISTA L’IMPOSSIBILITÀ AD ANDARE IN TOUR PER LA PANDEMIA?
– C’è stata una breve discussione a riguardo, ma alla fine abbiamo deciso di attenerci al piano.

COME FATE A MANTENERE IL VOSTRO SOUND CARATTERISTICO CON TUTTI QUESTI CAMBI DI FORMAZIONE?
– Guarda, penso che parte del nostro sound caratteristico sia proprio frutto dei cambi di formazione. Sperimentiamo sempre, non siamo mai chiusi nella nostra zona di comfort. Come produttore però ho una regola: deve rimanere tutto dark e raccapricciante.

HAI MAI PENSATO DI NON SOSTITUIRE QUALCHE MEMBRO E CONTINUARE CON UN NUCLEO RISTRETTO?
– In verità è già successo, tra “13” e “Savior Sorrow”. Prima avevamo due chitarristi, ora uno solo.

PENSI CHE I CAMBI DI FORMAZIONE VI ABBIANO RALLENTATO IN QUALCHE MODO?
– Più che altro hanno creato una maggiore urgenza, inoltre hanno tenuto motivato l’intero gruppo.

PUOI RACCONTARCI DELLA TRASFORMAZIONE CHE AVVIENE QUANDO TI METTI LA MASCHERA?
– È un rituale pre-partita. Una volta indossata la maschera questa ti pompa mentalmente e tutte le stronzate della vita quotidiana si dissolvono. Pronti alla battaglia, come ci piace dire.

SAPPIAMO TUTTI CHE NON GIRATE SPESSO PER L’ITALIA O PER L’EUROPA. POSSIAMO SPERARE DI VEDERVI UNA VOLTA FINITA LA MINACCIA COVID-19?
– L’idea è quella. In passato la logistica dei nostri equipaggiamenti, come le water drums, era uno dei problemi principali. Oggi abbiamo un magazzino ad Essen, in Germania, quindi possiamo portare in giro per l’Europa il miglior show possibile.

I MUSHROOMHEAD SONO UNA REALTÀ DA PIÙ DI VENTICINQUE ANNI: COSA VI SPINGE A CONTINUARE?
– È l’essere dipendenti dal mestiere in generale. Essere in grado di combinare musica e arte, traendo vantaggio dalle moderne tecnologie. Sono molto fortunato a poter avere queste belle cose come fonte di sostentamento!

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