NAAT – Lasciate volare l’immaginazione

Pubblicato il 26/05/2020 da

Andando a riprendere concetti esposti dalla band nell’intervista che segue, il post-metal è un sottogenere in cui è molto è già stato detto. E a volte questo molto sembra un tutto, una totalità che non giustificherebbe la possibilità di scrivere altra musica di questo tipo, perché si correrebbe soltanto il rischio di ripetere quanto fatto da altri o perfino da se stessi in precedenza. Però, e rimaniamo nel solco di una delle risposte fornita dai Naat ai nostri quesiti, quando si ha la capacità di trasmettere emozioni, indurre riflessioni e stuzzicare l’immaginazione dell’ascoltatore, qualcosa di buono lo si è fatto. È proprio il caso di “Fallen Oracles”, secondo album della formazione ligure, un bell’assemblato di ardori post-metal e larghe riflessioni post-rock, nel quale le singole tracce possono vivere di luce propria, rispondendo infine a un discorso comune che rende l’ascolto un continuum sensoriale dalla prima all’ultima nota. Un disco avvincente, che cresce di spessore con gli ascolti, limpido nei suoni e di relativo facile ascolto anche al di fuori degli affezionati alle pubblicazioni di settore. Ne abbiamo allora ampiamente discusso con i suoi autori, ben contenti di illustrarci i pensieri che stanno alla base del progetto.


“FALLEN ORACLES” ARRIVA A CIRCA TRE ANNI E MEZZO DI DISTANZA DAL VOSTRO ESORDIO OMONIMO, DAL QUALE LO SEPARA, STILISTICAMENTE, UN RICORSO A SUONI PIÙ LEVIGATI E UN PROLUNGATO RICORSO A MOVIMENTI TIPICAMENTE POST-ROCK . A COSA SI DEVE QUESTO CAMBIAMENTO? VOI QUALI PENSATE SIANO LE DIFFERENZE PIÙ EVIDENTI FRA I DUE DISCHI?
– “Fallen Oracles” è un’evoluzione fisiologica del nostro percorso. Dopo il primo album, per i Naat c’è stato una sorta di ‘blocco’, causato dal fatto che ci eravamo concentrati sul perfezionamento della nostra scaletta per i live, finendo per mettere un po’ in secondo piano la produzione di nuovo materiale. Per fortuna siamo soliti registrare le nostre prove e, nel tempo, ci siamo resi conto che in realtà il materiale accumulato era parecchio: riascoltandolo, la scrittura di nuova musica è venuta da sé. Perciò, direi che il cambiamento che hai notato tra i nostri due album non è stata una decisione troppo ragionata ‘a tavolino’, ma deriva fondamentalmente da una maggiore empatia che abbiamo maturato a livello di band in tutti questi anni di lavoro assieme, anche dal punto di vista della sonorità. Dici bene, ci siamo sgrezzati un po’!

CHI SONO GLI ‘ORACOLI CADUTI’ CITATI NEL TITOLO? SI RIFERISCONO QUALCUNO/QUALCOSA DI BEN DEFINITO?
– Gli ‘oracoli caduti’ rappresentano per noi una figura retorica che vuole evocare un futuro libero da ogni dogma; è ciò che ci piacerebbe trasmettere, nel senso che chi ascolta la nostra musica possa decidere liberamente in che realtà calarsi e farla propria, senza preconcetti od imposizioni. In senso ampio, ci piacerebbe che ognuno si senta libero di creare il proprio viaggio, senza che sia predefinito in partenza.

TITOLI COME “LIQUOR” E “THE HIGHEST TOWER” COSA EVOCANO?
– Per quanto riguarda “Liquor”, come ha spiegato Francesco Calzona, nostro chitarrista e regista dell’omonimo video, si fa riferimento al liquido cefalorachidiano, che si trova e che agisce come una sorta di ‘cuscinetto’ tra il cervello e le ossa. Tutto nasce dalla curiosità e la fascinazione verso la chimica del cervello e dalla sua capacità di alterare la percezione della realtà, causando suggestione, gioia e dolore. “The Highest Tower” vuole invece rappresentare il climax di Fallen Oracles: la vetta, il punto più alto della torre, raggiunto dall’ascoltatore alla fine del suo viaggio. Da qui può guardarsi indietro e realizzare metaforicamente “quanta strada ha fatto per arrivarci”.

FREQUENTATE UN GENERE, QUELLO DEL POST-METAL STRUMENTALE, MOLTO INFLAZIONATO NEGLI ANNI RECENTI. VI CHIEDO ALLORA COSA PENSATE DI POTER AGGIUNGERE CON LA VOSTRA MUSICA E QUALI SIANO I MOTIVI PER APPROCCIARVI A UNA PROPOSTA COME LA VOSTRA, DOVENDO GIUDICARVI, PER QUANTO POSSIBILE, DALLA PROSPETTIVA DI UN FAN DI QUESTE SONORITÀ.
– Sappiamo che il post-metal è un genere dove molto è già stato detto. Tuttavia continua ad affascinarci la libertà totale che lascia all’immaginario dell’ascoltatore, la maniera in cui riesca ad essere così descrittivo e personale nonostante, paradossalmente, possa essere (come nel nostro caso, appunto) strumentale. Non abbiamo la presunzione di voler aggiungere nulla di nuovo, sinceramente; ci accontentiamo di provare a trasmettere sensazioni, per chi vuole provare a farcisi trasportare.

UNO DEI PUNTI FORTI DI “FALLEN ORACLES” CREDO SIA L’AVERE UN FILO NARRATIVO FORTE, UNA SEMPLICITÀ DI FONDO CHE GLI CONSENTE DI ESSERE DI FACILE LETTURA ANCHE PER CHI QUESTE SONORITÀ LE MASTICHI POCO. VOLEVO SAPERE SE ABBIATE PORTATO PARTICOLARE ATTENZIONE A QUESTO ASPETTO, SE FOSSE NEI VOSTRI OBIETTIVI, PIÙ O MENO DEFINITI, QUELLO DI CREARE UN ALBUM COSÌ SCORREVOLE E DI RELATIVA IMMEDIATEZZA.
– Credo tu abbia azzeccato il punto! Come forse abbiamo già un po’ anticipato nella risposta precedente, il nostro desiderio è sempre quello di evitare sovrastrutture forzate dettate spesso dai cliché che i generi impongono. Per noi è fondamentale essere il più ‘trasversali’ possibile e ci fa piacere che tu ci abbia fatto questa domanda, perché il fatto stesso che tu ce l’abbia posta ci fa capire che forse questo obiettivo è stato centrato!

NELLA RECENSIONE, PARAGONANDOVI AD ALTRI GRUPPI E ALBUM, HO CITATO “IN THE ABSENCE OF TRUTH” DEGLI ISIS, “CITY OF ECHOES” DEI PELICAN E “SOMEWHERE ALONG THE HIGHWAY” DEI CULT OF LUNA. ANDATE A COLLOCARVI, DAL MIO PUNTO DI VISTA, IN UNA CORNICE TEMPORALE BEN DEFINITA A IN UN MOMENTO DI PASSAGGIO, PER LE BAND CITATE, CHE NON MI PARE CASUALE. SONO PARAGONI CREDIBILI, C’È DELL’ALTRO, SONO CONFRONTI FUORVIANTI? COME LA VEDETE?
– Tutte quelle che hai citato sono band che ognuno di noi ascolta sempre volentieri e quindi, sicuramente, in maniera inconscia è un background di sonorità che ci portiamo dietro anche in sala prove. Ciò detto, sono paragoni che ci fanno sì piacere, ma onestamente non è un nostro chiodo fisso essere definiti ‘for fans of’, perché si sa che essere ‘associati a’ può essere un’arma a doppio taglio. Voglio dire: mettere (per esempio) i Pelican ed i Naat nello stesso bicchiere potrebbe, per molti, essere un sacrilegio!

IL CONCETTO DI ‘POST-METAL’ VIENE AFFIBBIATO SPESSO E MAGARI, OGNI TANTO, IN MODO FRETTOLOSO, PER INDICARE QUALCOSA CHE ABBIA UNA VENA SPERIMENTALE, POCO AFFERRABILE, E NON SI SAPPIA BENE COME CHIAMARE ALTRIMENTI! PER VOI, È UN’ETICHETTA CHE HA ANCORA SENSO, SOPRATTUTTO IN RELAZIONE ALLA VOSTRA MUSICA? VOI CHE TERMINI USERESTE PER DESCRIVERVI?
– Fosse per noi, non ci definiremmo! La domanda più difficile di questa intervista è proprio questa. Un’etichetta ‘di genere’ crediamo sia utile principalmente a localizzarti in un certo insieme, che è forse necessario data la mole di band e proposte esistenti. Se dovessi dirti quale termine utilizzerei per definire i Naat, comunque, confermerei ‘post-metal strumentale’ (la accendiamo?)… Poi però per un paio di ore ci penserei, arrovellato dai dubbi!

ARRIVATE DA GENOVA, CITTÀ DI MARE. PENSATE CHE LA PROVENIENZA GEOGRAFICA ABBIA INCISO FORTEMENTE NEL PLASMARE LA VOSTRA IDENTITÀ SONORA, OPPURE È UNA CIRCOSTANZA CHE INCIDE SOLO IN MANIERA MARGINALE SU QUELLO CHE FATE COME ARTISTI?
– La nostra identità geografica viene fuori per lo più nel modo in cui viviamo il nostro bisogno di suonare. Genova è una città viva sotto l’aspetto di band attive. Gli spazi sono pochi e, tra i vari componenti delle varie band, siamo fondamentalmente tutti amici da mezza vita e primi supporter reciproci. Riuscire a portare la nostra musica fuori dalla nostra città, rappresenta per noi genovesi motivo di orgoglio e consapevolezza di esserselo guadagnati, partendo da una città difficile e ‘fuori dal giro’.

NON AVERE UN CANTANTE È STATO UN CASO, UNA SCELTA PRECISA, OPPURE UNA NECESSITÀ VENUTASI A CREARE IN CORSO D’OPERA? SENTITE A VOLTE L’ESIGENZA DI AVERE L’ARRICCHIMENTO DI LINEE VOCALI, OPPURE VI È SEMPRE SEMBRATO TUTTO COMPIUTO E COMPLETO COSÌ?
– L’assenza di un cantante è stata una scelta ben precisa: secondo noi, questa condizione lascia più libertà all’immaginario di chi ci ascolta. Siamo però felici di aver avuto occasione di collaborare, ad esempio, con Lili Refrain, artista che apprezziamo moltissimo, e non escludiamo possa ripetersi in futuro. Uno strappo alla regola, diciamo, per noi molto stimolante!

SUL FRONTE LIVE FINORA COME VI SIETE MOSSI? C’È QUALCHE DATA CHE VI È RIMASTA NEL CUORE?
– Sul fronte live purtroppo la situazione Covid-19 ha messo tutto in standby. La sfiga di essere usciti col nuovo album alla vigilia di una pandemia raggiunge livelli altissimi, ma faremo di necessità virtù e ci dedicheremo a questo nel momento opportuno! Moltissime date ci sono rimaste nel cuore per milioni di motivi, ma se dovessi ricordarne una in particolare, così su due piedi, ti direi quella con i canadesi Comet Control al Lo-Fi di Milano.

NEL VOSTRO SOTTOGENERE, QUELLO DEL POST-METAL/ROCK STRUMENTALE, RIUSCIRESTE A INDICARMI TRE USCITE RECENTI MERITEVOLI DI ESSERE SCOPERTE E CHE FINORA SONO PASSATE ABBASTANZA SOTTOTRACCIA?
– Collars, The Haunting Green (non totalmente strumentali, a dire il vero), Juggernaut. Tutti italiani!

DOMANDA FORSE SENZA SENSO, MA VE LA FACCIO UGUALMENTE: IN FONDO ALLA PAGINA BANDCAMP DI “FALLEN ORACLES”, TRA I SUGGERIMENTI DI ASCOLTO, VI SONO GRUPPI COME AT THE GRAVES, SEA OF BONES, WELTESSER, LYCUS, CONJURER E PJIN. SEMPLICE, INCOMPRENSIBILE, ACCOSTAMENTO DA ALGORITMO, OPPURE, PER QUEL CHE NE SAPETE, ACCOSTAMENTI CHE POSSONO AVERE UN SENSO?
– (risate, ndR) Ti direi che è una casualità generata dall’algoritmo, nient’altro!

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