NADJA – Luminoso marciume

Pubblicato il 26/06/2021 da

Il progetto di Aidan Baker è una delle entità più variegate e proteiformi in ambito sperimentale. Un termine che non esprime nemmeno appieno le sonorità che Aidan, con la collaborazione della fedele sodale Leah Buckareff, mette in gioco da quasi vent’anni: drone, sludge, doom, rumorismi elettronici ed effetti sonori, tutto questo e molto altro ancora rientra nei paesaggi dipinti da questo duo di geniali terroristi. L’indefinibile Nadja, dopo una pausa di tre anni quasi inconcepibile in una carriera a dir poco prolifica, è tornata tra noi negli ultimi mesi con due album distinti e tra loro molto diversi, tuttavia entrambe perfette espressioni del mondo musicale e concettuale racchiuso nelle menti dei suoi membri. Abbiamo approfittato dell’occasione per un interessante scambio con Aidan.

PER LA PRIMA VOLTA NELLA CARRIERA DI NADJA, SONO PASSATI TRE ANNI DAL VOSTRO ULTIMO ALBUM, MA SIETE TORNATI CON DUE LAVORI IN CONTEMPORANEA: “SEEMANNSGARN” E “LUMINOUS ROT”. CI VUOI PARLARE DELLE DIFFERENZE TRA QUESTI DUE ALBUM E DI COME SONO NATI?
– “Seemannsgarn” è stato abbastanza spontaneo, l’abbiamo scritto e registrato velocemente. È stato composto appositamente in risposta a una richiesta della piattaforma audiovisiva di Berlino Salon Oblique di filmare una nostra sessione dal vivo. Poiché il loro focus è sugli artisti berlinesi, volevamo che anche la nostra canzone avesse una connessione con Berlino, da qui il tema degli spazi verdi urbani e dell’anti-gentrificazione, specificatamente connesso al quartiere in cui viviamo [Il titolo completo del disco è “Seemannsgarn Über Rummelsburg See”, e Rummelsburg è un quartiere di Berlino, ndR]. Questa sessione dal vivo è stata presentata in anteprima al Roadburn di quest’anno, ma abbiamo anche registrato una versione in studio della canzone, che abbiamo pubblicato digitalmente noi stessi sulla nostra pagina Bandcamp. Poiché il pezzo è in gran parte improvvisato e più incentrato sull’atmosfera, cattura e trasmette uno stato d’animo. Il processo di registrazione è stato rapido e intuitivo.
“Luminous Rot”, d’altra parte, è un album molto più elaborato e composto, ci abbiamo lavorato per un periodo più lungo. Le canzoni originariamente iniziavano con pattern di batteria dal vivo, a differenza della nostra solita drum machine, che definiva una struttura ritmica attorno alla quale venivano costruiti riff e progressioni. Quindi il processo di scrittura e registrazione di queste canzoni è stato abbastanza diverso da “Seemannsgarn”, risalendo da questi semplici schemi ritmici con l’obiettivo di creare una raccolta di canzoni più strutturate, invece di puntare a creare un paesaggio sonoro.

I DUE ALBUM SONO ABBASTANZA DIVERSI TRA LORO, MA ALLO STESSO TEMPO CONDIVIDONO UN’ATMOSFERA PROFONDA E INSIEME CARICA DI TENSIONE, CON UNA DIMENSIONE QUASI CINEMATOGRAFICA. SEI UN FAN, O ALMENO UN ASCOLTATORE DI COLONNE SONORE PER FILM?
– Mi piacciono le buone colonne sonore, ma devo dire che trovo che molta musica da film sia sottoutilizzata, annacquata o semplicemente fatta di cliché, noiosa. Certo, le colonne sonore sono pensate per essere un accompagnamento a un mezzo visivo, ma una colonna sonora davvero buona dovrebbe essere in grado di reggersi da sola, e penso che sia piuttosto raro. Ma, detto questo, alcune delle mie colonne sonore preferite, che ascolto abbastanza spesso, sono: “The Proposition” di Nick Cave e Warren Ellis, “Paris, Texas” di Ry Cooder, “Drowning By Numbers” di Michael Nyman e “Arancia meccanica” di Wendy Carlos.

 COME PRENDE VITA, DI SOLITO, UNA CANZONE DI NADJA? QUAL È IL CONTRIBUTO DI LEAH E COME È CAMBIATO IL TUO APPROCCIO DA QUANDO È ENTRATA A FAR PARTE DELLA BAND?
– Onestamente, sono passati quindici anni da quando Leah si è unita alla band, quindi non ricordo davvero come fosse il processo prima! Normalmente, le nostre canzoni iniziano come semplici progressioni di accordi o riff con pattern di drum machine di accompagnamento, che poi mettiamo insieme e arricchiamo con ulteriori livelli di suono. La stratificazione delle parti più atmosferiche è normalmente improvvisata in risposta alla spina dorsale esistente della canzone, ma anche se questo elemento ha lo scopo di accompagnare quella struttura, può cambiare o ri-orientare la forma finale della canzone. Questo è vero, quantomeno, per “Luminous Rot”, mentre, come ho detto in precedenza, “Seemannsgarn” è più rappresentativo di un secondo metodo, più legato all’improvvisazione. Quindi, ovviamente, la metodologia che usiamo dipende dal nostro obiettivo finale: creare qualcosa di più strutturato o qualcosa di più suggestivo.

CONCENTRIAMOCI SU “LUMINOUS ROT”. IL SUONO DEL DISCO È ABBASTANZA RAREFATTO, MA ALLO STESSO TEMPO COMPLESSO, CON MOLTE STRATIFICAZIONI; COME DI CONSUETO, LA TUA MUSICA PASSA DAL RUMORISMO AL DRONE, CON ANCHE ELEMENTI DOOM. COME DESCRIVERESTI LA MUSICA DI NADJA, OGGI? TI PIACE ANCORA L’ETICHETTA “DREAMSLUDGE”?
– Penso che ‘dreamsludge’ sia ancora appropriato, sì. Implica pesantezza, ma anche fantasia e introspezione. Anche se spesso veniamo etichettati come una band ‘metal’, penso che sia una descrizione limitante. Usiamo gli ornamenti o gli elementi stilistici del metal, ma questi sono combinati con lo shoegaze e/o la musica elettronica per creare qualcosa che sia qualcosa di più o non esattamente metal. Abbracciare questa giustapposizione o vaghezza, questa non specificità, è intrinseco al modo in cui vogliamo suonare.

DIRESTI CHE IL TUO SOUND SI ESPRIME AL MEGLIO IN TRACCE PIÙ DIRETTE O NEI LUNGHI PAESAGGI MUSICALE CHE SPESSO OFFRI AGLI ASCOLTATORI? PENSO A “CUTS ON YOUR HANDS” IN QUESTO ALBUM, AD ESEMPIO, O ANCHE ALLA TRACCIA MONOLITICA DI “SEEMANNSGARN”.
– Ancora una volta, si ritorna alla giustapposizione: penso che si possa dire che entrambe le forme rappresentino al meglio il nostro suono. Di nuovo, è quella vaghezza e non specificità che fa parte di ciò che ci definisce.

VIENI SPESSO ACCOSTATO A BAND COME SUNN O))) O BORIS, ANCHE SE IL TUO SOUND È MOLTO DIVERSO E HAI SCELTO UN APPROCCIO PIÙ DIRETTO, OSEREI QUASI DIRE ‘ANONIMO’ NELLE TUE ESIBIZIONI DAL VIVO. È UNA SCELTA PRECISA QUELLA DI LASCIARE CHE SIA LA MUSICA A PARLARE PER TE?
– Sì, questa è una scelta consapevole: vogliamo che i nostri concerti siano meno uno spettacolo e più incentrati sulla creazione di un paesaggio atmosferico, un’esperienza sonora condivisa. A tal fine, non pensiamo davvero che sia così importante vederci o guardarci mentre suoniamo, quindi cerchiamo di rimuoverci, in qualche modo, o almeno di ridurci come punto focale, in modo tale che il pubblico si concentri più sul suono e meno su di noi.

ALLO STESSO TEMPO VEDENDOVI SUONARE DAL VIVO, SI NOTA COME I VOSTRI CONCERTI DI SOLITO LASCINO SPAZIO A MOLTA IMPROVVISAZIONE. È ANCHE QUESTO VOLUTO? UNA SORTA DI CATARSI MUSICALE?
– L’improvvisazione consente la spontaneità, che pensiamo renda un’espressione uditiva più ‘autentica’ – mantiene certamente le esecuzioni più interessanti per noi, espressioni meno meccaniche, il che penso a sua volta renda il concerto più interessante per il pubblico. Anche se, a livello più pratico o tecnico, non tutte le nostre canzoni sono riproducibili dal vivo come lo sono sui nostri dischi, quindi l’improvvisazione ci permette di compensare ciò che potrebbe mancare nella versione live rispetto alla versione in studio.

PARLANDO DI CONCERTI, QUANTO TI MANCA QUEL LATO DELLA TUA ATTIVITÀ IN QUESTO PERIODO? STAI PENSANDO A QUALCOSA DI SPECIALE PER IL MOMENTO IN CUI TORNERAI SUL PALCO?
– Mi manca vedere e suonare musica dal vivo, ma allo stesso tempo siamo stati felici di prenderci una pausa dal tour. Per quanto ci piaccia esibirci e condividere la nostra musica, stare in tour può essere estenuante e abbiamo viaggiato e girato molto nell’ultimo decennio. Naturalmente, l’incertezza della situazione attuale e il non sapere quando potremmo essere in grado di tornare sulla strada, quando potremmo essere in grado di ‘scegliere’ di nuovo di andare in tournée, attenua il senso di ‘tregua’, la rende meno identificabile con una pausa rilassante, o una possibilità di ricaricarsi. Inoltre, il fatto che i live abbiano sempre costituito il peso maggiore delle nostre entrate, aggiunge un altro strato di ansia alla pausa forzata!
È un po’ difficile immaginare come riprenderanno i concerti, e in quali condizioni… abbiamo suonato alcuni concerti a metà pandemia nel 2020 in condizioni molto rigide – e sono state buone esperienze – ma se questa diventerà la nuova norma, è difficile dire come ciò influenzerà l’esperienza della musica dal vivo.

ABBIAMO ACCENNATO ALLE DIFFERENZE TRA QUESTI E IL PRECEDENTE ALBUM, MA UNA SICURA CONFERMA È CHE SEI UN MUSICISTA MOLTO PROLIFICO. QUAL È IL TUO TIPICO PROCESSO COMPOSITIVO E COME PIANIFICHI LE TUE USCITE DISCOGRAFICHE?
– Ho perennemente una canzone o un suono o un frammento melodico o qualcosa che mi passa per la testa, che normalmente mi sento obbligato a provare a catturare… quindi, lavoro sempre su qualcosa di musicale, in qualche modo. Non so se ho davvero un piano per le mie uscite – di certo, se c’è un invito specifico da parte di un’etichetta o di qualcuno che vuole la mia musica per un progetto, allora lavorerò con quello come obiettivo. Ma più spesso, lavoro su qualcosa solo perché voglio lavorarci. Anche se finisce per essere solo qualcosa fatto solo per me e che non verrà mai distribuito, il processo di lavoro su di esso può essere soddisfacente o in qualche modo utile.

CI VUOI PARLARE DEGLI ALTRI TUOI PROGETTI? C’È QUALCHE NOVITÀ IN ARRIVO?
– Ho intrapreso una serie di progetti collaborativi nel periodo della pandemia, condividendo file con diversi musicisti in tutto il mondo. Ad oggi, l’unico che ha visto la luce è la mia collaborazione con Ekin Fil, “The Dark Well”, che è uscito su A Red Thread/Torn Light Records alla fine dello scorso anno. Il clarinettista Gareth Davis e io stiamo lavorando a una terza iterazione dei nostri album “Invisible Cities”, che dovrebbe uscire entro la fine dell’anno su Karlrecords. Infine, Leah e io abbiamo  anche in corso delle sessioni live in studio—con ospite Ángela Muñoz Martínez, con la quale suono anche nell’Hypnodrone Ensemble, alla batteria—che uscirà con Midira Records quest’anno o all’inizio del prossimo. Tutti gli altri miei progetti sono ancora troppo in divenire per essere annunciati in questo momento.

ULTIMA DOMANDA: DATO CHE MISCHI ELEMENTI MUSICALI MOLTO DIVERSI, QUALI SONO LE TUE PRINCIPALI INFLUENZE E LE BAND O GLI ARTISTI CONTEMPORANEI CHE APPREZZI DI PIÙ?
– Ecco alcune delle mie influenze di lunga data e dei miei artisti preferiti: Swans, Godflesh, PJ Harvey, Stina Nordenstam, Bill Frisell, Red House Painters, Codeine, James Plotkin, Neurosis, Caspar Brötzmann Massaker. E tra i più recenti citerei Gnod, MoE, Sweet Williams.

 

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