NE OBLIVISCARIS – La cittadella turrita

Pubblicato il 24/02/2015 da

 

I Ne Obliviscaris, australiani di Melbourne, dopo l’ottimo esordio “Portal Of I”, debut-album del 2012 targato Code666 Records, nel corso del 2014 si sono rifatti vivi con l’altrettanto convincente “Citadel”, lavoro decisamente diverso dal primo ma comunque mettente in mostra tutte le capacità della formazione. Il sestetto oceanico, accasatosi presso la prestigiosa Season Of Mist, ha limato e snellito il proprio sound, senza per questo averlo reso denutrito o spompato di tutta quella splendida magniloquenza che loro compete. Il progressive metal estremo di “Citadel” mantiene infatti intatte tutte le qualità sonore che ci avevano fatto sbavare per la precedente opera. Ci racconta vita, morte e miracoli dei Ne Obliviscaris il loro frontman e growl vocalist, Xenoyr…

Ne Obliviscaris - band - 2014

CIAO XENOYR! BENVENUTO AI NE OBLIVISCARIS SU METALITALIA.COM PER LA PRIMA VOLTA. SIETE SALTATI DI PREPOTENZA SUL ‘TRENO METAL MONDIALE’ CON IL VOSTRO ALBUM PRECEDENTE, “PORTAL OF I”, UN VERO GIOIELLO DI PROGRESSIVE-AVANTGARDE EXTREME METAL. COME LO VEDETE OGGIGIORNO, QUEL DISCO, DOPO QUALCHE ANNO TRASCORSO ED UN NUOVO FULL COMPOSTO?
“Ciao e grazie per le belle parole. Abbiamo imparato davvero tanto da ‘Portal Of I’, soprattutto a come muoverci in studio di registrazione; ma credo anche che abbiamo imparato parecchio durante la realizzazione di ‘Citadel’, in maggior parte su noi stessi, comprendendo la nostra reale dimensione come musicisti e individui. Ora abbiamo le idee più chiare su quello che potremo e vorremo fare in futuro. Il nuovo album ha avuto dei responsi entusiasmanti e in verità anche molto sorprendenti, tenendo conto di quanto esso sia diverso da ‘Portal Of I’. Non eravamo sicuri di come l’avrebbero accolto i vecchi fan, ma il consenso è stato praticamente generale”.

BENE. PRIMA DI PARLARE IN DETTAGLIO DI “CITADEL”, CHE NE DICI DI PRESENTARE UN MINIMO LA BAND AI NOSTRI LETTORI? QUANDO VI SIETE FORMATI, QUALI ERANO (E SONO) I VOSTRI OBIETTIVI, COME MAI AVETE SCELTO UNA LOCUZIONE LATINA QUALE MONICKER E COSI’ VIA…
“La band è stata fondata nel 2003, ma fino al 2005 la line-up non si è mai potuta definire solida. Abbiamo pubblicato il demo ‘The Aurora Veil’ nel 2007, il debutto ‘Portal Of I’ nel 2012 e il secondo ‘Citadel’ nel 2014. Agli inizi, il gruppo venne creato per proporre qualcosa di oscuro, pesante e melodico ma, man mano che progredivamo, lo ha fatto anche la musica, divenendo la mostruosità che è oggi… Strano come cambino le cose. Eravamo consapevoli di stare creando qualcosa di speciale, perciò abbiamo voluto provare a spingerci oltre, per vedere quanto in là potevamo andare senza compromettere l’integrità della nostra musica. Il nome Ne Obliviscaris significa ‘non dimenticare’ in latino: rappresenta il concetto collettivo di ‘ricordo, ricordare’, sia che si voglia usarlo per celebrare una persona cara defunta, sia che lo si voglia usare per non ricadere in errori già commessi. Ci piaceva l’idea che chiunque l’avesse sentito avrebbe potuto interpretarlo a suo modo, in modo da avere un forte legame con la nostra musica e con la propria idea di libertà di pensiero”.

VENENDO ORA A “CITADEL”, DEVO DIRE CHE, PUR RESTANDO CHIARAMENTE UN DISCO DI PROGRESSIVE METAL ESTREMO, E’ TOTALMENTE DIVERSO DA “PORTAL OF I”, PARTENDO DAI DATI PURAMENTE STRUTTURALI: QUASI VENTICINQUE MINUTI IN MENO DI DURATA RISPETTO AL SUO PREDECESSORE E DIVISO IN MOVIMENTI E TRACCE CHE RICORDANO LE PARTITURE CLASSICHE. COSA CI PUOI DIRE A RIGUARDO? QUANDO AVETE DECISO QUESTO ‘ORGANIGRAMMA’ DELL’ALBUM, NEL MENTRE DELLA COMPOSIZIONE O PRIMA?
“Sì, concordo con te quando dici che ‘Citadel’ è molto diverso da ‘Portal Of I’, ma credo fermamente che suoni assolutamente Ne Obliviscaris. Siamo ancora noi. Abbiamo avuto molto meno tempo per scrivere ‘Citadel’ e ciò ci ha reso più focalizzati ed efficienti su quello che stavamo facendo e, come collettivo, la scrittura è stata molto più fluida e coesa che in passato. La direzione che poi ha preso l’album è comparsa piuttosto presto, ma è stato solo verso metà processo che è sorta in noi la certezza che sarebbe stato meglio dividere tutto in movimenti e sezioni, per avere poi alla fine, effettivamente, solo tre canzoni. La nostra mira è stata ‘più qualità, meno quantità’, altrimenti avremmo creato solo un caos involuto”.

E QUINDI, IN DEFINITIVA, QUAL E’ IL VOSTRO METODO DI SCRITTURA SOLITO? LE VOSTRE CANZONI SONO MULTI-SFACCETTATE E COMPLESSE, C’E’ UN SONGWRITER PRINCIPALE OPPURE COMPONETE IN MODO COLLETTIVO? E IN QUANTO TEMPO?
“Generalmente scriviamo tutti insieme: uno di noi arriva in sala prove con qualche riff (oppure spedisce un’idea via web), ci jammiamo sopra e vediamo dove la cosa porta, oppure semplicemente scomponiamo la musica e ci sperimentiamo su. Siamo piuttosto open-minded, quindi la maggior parte delle idee ha una possibilità di evoluzione. Per noi comporre una canzone è un processo abbastanza lungo, in quanto non ci piace fare le corse…preferiamo un approccio sicuro ma calmo. Detto ciò, scrivendo in media brani di cospicua durata non è ovviamente possibile fare molto in fretta! Ogni parte deve essere ponderata e considerata prima di passare allo stadio successivo”.

INFATTI IN “CITADEL” CI SONO SOLO SEI TRACCE, DELLE QUALI TRE SONO STRUMENTALI BASATE SU PARTITURE DI VIOLINO E LE ALTRE TRE MAESTOSE ED ENFATICHE COSTRUZIONI PROGRESSIVE. TUTTO CIO’ SI RISOLVE ARRIVANDO ALL’ASCOLTATORE IN MODO PIU’ ‘CONTROLLATO E COSTRUITO’ RISPETTO A QUANTO ACCADEVA IN PASSATO, QUASI COME SE LA VOSTRA GRANDEUR VENISSE INCANALATA PER RENDERVI UN PO’ PIU’ ACCESSIBILI ALLE MASSE, PUR MANTENENDO, I PEZZI, LA VOSTRA IMPRONTA UNICA E RICONOSCIBILE. COSA NE PENSI DELLA MIA RIFLESSIONE?
“Innanzitutto, ti dico che noi creiamo musica per noi stessi, non scriviamo per venire incontro alle esigenze di altre persone. Speriamo semplicemente che queste persone apprezzino la musica che proponiamo. In tutta onestà, sembra che ogni giorno i fan che ci seguono aumentino sempre più, ma non saprei dirti quanto in realtà ‘Citadel’ sia più accessibile di ‘Portal Of I’. Forse è più focalizzato, questo sì. Oppure il fatto che sia più impostato sulle chitarre si traduce in una maggior presa sulle masse metallare. Ma non ne sono sicuro…e anche i responsi in merito, sull’accessibilità quindi, sono molto contrastanti”.

COSA CI PUOI DIRE RIGUARDO I TESTI, L’ARTWORK, IL TITOLO DELL’ALBUM E QUELLO DELLE CANZONI? E’ TUTTO COLLEGATO COME SEMBRA?
“Tutto è collegato in ‘Citadel’, sì. Fare altrimenti sarebbe completamente inutile, in quanto ci piace dare alla gente la visione completa di tutto il quadro. Personalmente amo risvegliare e nutrire l’immaginazione e i pensieri di chi ci ascolta, per far pensare e andare oltre i consueti limiti della vita di tutti i giorni…per far evadere, in definitiva. Osservando con attenzione ogni differente aspetto di ‘Citadel’ potrebbe stimolare qualche intuizione per comprendere il concept che sta sopra tutto: in parole povere, gli individui rappresentati come fortezze, cittadelle difensive”.

E’ MOLTO DIFFICILE IDENTIFICARE INFLUENZE E BACKGROUND MUSICALI NEL CASO DI UNA BAND CREATIVA QUALE LA VOSTRA. AD ESEMPIO, DOPO AVER ASSIMILATO “PORTAL OF I”, MI SONO SPESSO TROVATO AD ASSOCIARLO A “SKYDANCER” DEI DARK TRANQUILLITY…E RESTO TUTTORA DEL PARERE. MA, IN VERITA’, COME SIETE CRESCIUTI ARTISTICAMENTE E MUSICALMENTE PARLANDO?
“Ad essere onesto, non credo ci fosse nessuna influenza Dark Tranquillity in ‘Portal Of I’; e non ti so dire se qualcuno di noi abbia ascoltato di recente la band svedese. Ovviamente, quello che scrivo non vuol dire che considero ‘Skydancer’ un album di scarso valore, anzi! Tutti noi proveniamo dai più svariati contesti musicali e background artistici: Tim (Charles, violino e voce pulita, ndR) ha studiato violino classico fin da piccolo, per poi entrare nel giro della musica alternativa prima e metal poi; Brendan (Brown, basso, ndR) è probabilmente nato ascoltando death metal e disegnando graffiti nel grembo di sua madre; Benji (Benjamin Baret, prima chitarra, ndR) porta tutto il suo feedback europeo nel suonare, lui è forse il più preparato di noi nello scibile metal; di Dan (Daniel Presland, batteria, ndR) non sono sicuro: ha iniziato a suonare la batteria relativamente tardi ma, nonostante ciò, è decisamente più avanti rispetto ad altri suoi colleghi…forse la passione per i videogame si trasferisce nel suo drumming, l’aggressione si sfoga sui tamburi e sui tom; Matt (Klavins, seconda chitarra, ndR) è stato sempre molto aperto di mente, suona ancora bello tranquillo nella sua coverband. Per quanto riguarda me, sono cresciuto con attorno moltissimi libri e un sacco di arte: ero il classico ragazzino nell’angolo che, invece di fumarsela di nascosto a scuola, stava sempre a leggere; il black metal mi affascinò fin da giovane e quella passione risiede ancora dentro me…e ancora mi spaventa. Considerati i nostri ultimi ascolti, non posso proprio dirti quali influenze ci plasmino: diciamo che la nostra musica è frutto dello spargersi di varie contaminazioni”.

SIETE PASSATI DALLA CODE666 RECORDS – UNA DELLE LABEL ITALIANE PIU’ LUNGIMIRANTI IN ASSOLUTO – ALLA POTENTE SEASON OF MIST FRANCESE. SOTTO QUALI ASPETTI STATE SPERIMENTANDO I BENEFICI DI QUESTO CAMBIO? E VI ASPETTATE QUALCOSA DI SPECIALE DAI RAGAZZI DELLA SOM?
“La Code666 era la miglior label possibile per noi all’epoca della release del primo disco: non esitammo nel firmare il contratto, in quanto ci sentivamo vicini alle loro scelte artistiche e alla loro integrità, una fiducia nata fin da subito. La Code666 però ci poteva portare fino ad un certo punto, quindi il passo successivo per far crescere la nostra musica è stato quello di accasarci alla Season Of Mist: loro hanno una promozione più allargata e ideale per i nostri scopi. La loro integrità e la loro apertura mentale combacia alla perfezione con la nostra, in modo da permetterci di spiegare le ali il più possibile. Non ci aspettiamo niente di più di quello che ci possono offrire e di quello che rappresentano come etichetta: qualità, onestà e musica che fa la differenza”.

IN PASSATO AVETE USATO IL CROWDFUNDING PER ANDARE IN TOUR ANCHE FUORI DALL’AUSTRALIA, SE NON SBAGLIO. PENSI CHE QUESTO SISTEMA SIA CORRETTO PER FAR OTTENERE ALLE BAND METAL I PROPRI TRAGUARDI? E, INOLTRE, PUOI ILLUSTRARCI LE MOLTE DIFFICOLTA’ CHE I GRUPPI AUSTRALIANI E NEO-ZELANDESI DEVONO AFFRONTARE PER VENIRE A SUONARE IN EUROPA? SI TRATTA SOLO DI DIFFICOLTA’ ECONOMICHE O ANCHE ALTRO?
“No, non abbiamo ancora usato il crowdfunding per suonare fuori dall’Australia, abbiamo fatto con le nostre risorse. Penso che il crowdfunding sia un grande mezzo per aiutare le band a fare un passo in avanti verso i propri obiettivi: suonare metal, infatti, non ti fa guadagnare soldi, ma solo ispirazione e pace dei sensi…ti fa venire voglia di vivere. Suppongo non ci sia un modo sbagliato per raggiungere gli obiettivi, non ci sono formule che ti dicono ‘stai sbagliando’ o ‘ok, così va bene’, è tutto un susseguirsi di tentativi ed errori; qualcosa che funziona per una band può benissimo non funzionare per un’altra. La chiave sta nel ‘vendere bene’ i propri punti di forza e nel mentre cercare di migliorare quelli deboli. Il crowdfunding per noi è stato essenzialmente avere uno store online limitato: se la gente voleva qualche articolo e aiutarci nel supportare i Ne Obliviscaris, si guadagnava un premio, una semplice transazione per nulla differente da quelle di ogni altro store. Passando all’altra domanda: la ragione principale per cui le band hanno difficoltà a lasciare Australia e Nuova Zelanda sono i soldi. Non è economico girare il mondo e la maggior parte dei membri dei gruppi hanno lavori giornalieri che devono abbandonare; il rischio finanziario è molto elevato, soprattutto se non hai idea di dove stai andando a buttarti. Se ti aspetti di fare denaro con il metal, resterai deluso di certo. Qui da noi, siamo limitati dai posti in cui possiamo suonare e dal numero di gente che può venirti a vedere. La gente non segue la scena metal crescente…mentre se giri l’Europa ti trovi inevitabilmente a contatto con un sacco di gente ogni sera. C’è decisamente più potenziale!”.

BENE, XENOYR, E’ PROPRIO TUTTO. TI RINGRAZIO PER LA CORTESIA E TI INVITO A CHIUDERE L’INTERVISTA A TUO PIACIMENTO…
“Grazie mille per l’opportunità concessaci e spero ci si possa vedere in tour presto da qualche parte!”.

 

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