NICK OLIVERI’S MONDO GENERATOR – Il suono del deserto

Pubblicato il 30/11/2016 da

Nick Oliveri, classe 1971. Inizialmente insieme a John Garcia, Chris Cockreel, Josh Homme e Brant Bjork in un progetto chiamato Katzenjammer, che più tardi abbandonò, per poi riprenderlo. Erano i Sons Of Kyuss allora. E poco dopo, solamente Kyuss: quel nome che riecheggia come grande monolite nella storia della musica anni Novanta che proveniva dalla west coast. Non era LA, non era Seattle. Era qualcosa di diverso. Era il deserto. Il basso di Oliveri ha riecheggiato con quel suo suono sferragliante, impossibile da sdoganare da quel suo sguardo da folle, da genio, da maledetto della musica. Il suo nome viene annoverato poi nel Queens Of The Stone Age, nei Dwarves, nella band che egli stesso ha creato ed è riuscito a portare avanti per questo ventennio: i suoi Mondo Generator. E poi le collaborazioni infinite: Mark Lanegan, Winnebago Deal, Turbonegro, Motorhead, Slash, Eagles Of Death Metal, Vista Chino solo per citarne alcuni. Carcere, droga, botte, generano luci ed ombre su un personaggio assolutamente ed incredibilmente legato alla sua passione e desiderio rivolto alla musica. Un personaggio indubbiamente vero, onesto, reale, che è sempre stato attaccato all’incrociarsi di strade, alla jam, al dire sempre di si quando si trattava di suonare e alzare il volume dell’ampli, di prendere in mano una chitarra acustica e farsi chilometri in furgoncino per l’America e l’Europa, indissolubilmente legato al vivere veramente di musica. Oggi i Mondo Generator compiono vent’anni ed è tempo di fare una summa dei loro migliori momenti. Il loro best of è uscito per l’italiana Heavy Psych e questa è la chiacchierata che siamo riusciti a farci con il loro patrono Rex Everything poco prima salisse sul palco del Lo-fi di Milano.

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DATO CHE E’ UN TOUR DI UN BEST OF, MI PIACEREBBE SAPERE QUALI SONO I BEST OF MOMENTS DI NICK OLIVERI E DEI SUOI MONDO GENERATOR NEL CORSO DI TUTTI QUESTI ANNI DI MUSICA.  
“Penso che il migliore momento che abbia mai visto sia stato vedere delle band come gli Iron Maiden. Penso fosse stato l’85, credo. E’ stato favoloso. E ti direi anche quando c’è stato quel concerto rock a San Bernardino. Avevo preso i biglietti con gli unici soldi che avevo, ero undicenne. Mia madre mi disse ‘non puoi andarci. E’ troppo lontano per andarci da solo. Qualcuno ti deve accompagnare. E poi finirai con l’essere strafatto o sbronzo’. Mi mandò con un suo amico del lavoro. Guardai cose come Van Halen, Scorpions, Judas Priest e un sacco di altre cose veramente cool”.

..E POI ARRIVO’ IL DESERTO, GIUSTO?
“Si. Mia madre volle trasferirsi là. Penso che fosse stata una cosa importantissima e bellissima. Se fossi rimasto a Los Angeles avrei sicuramente fatto il musicista ma non sarei qui in queste vesti, capisci? Non avrei mai suonato nei Kyuss. Quindi non avrei dovuto essere incazzato con mia madre per quella scelta. Certamente mi portò lontano da tutti gli amici e le persone che conoscevo ma suppongo che adesso debba solo ringraziarla”.

FORSE L’HAI DETTO TU STESSO O ME LO STO SOLO INVENTANDO, NON LO SO, MA SEMBRA CHE IL DESERTO SIA STATO UNA SECONDA SEATTLE NEGLI ANNI NOVANTA…
“Ci furono un sacco di grandi band e un sacco di grandi situazioni. É una figata che oggi venga riconosciuto il suo valore nella scena. Allora tutti guardavano Seattle. Io stesso ero interamente focalizzato su Seattle. C’erano i singoli della collezione Sub Pop. Ero veramente pieno di quella roba. La Sub Pop è stata un’etichetta favolosa in quel momento, con un sacco di grandi band e grandi intenzioni. La amavo veramente. Mi manca tanto il fatto che adesso non ci sia una scena portata avanti da un posto come quello, o da un’etichetta come quella. Sai, c’era roba thrash, o stoner. C’è ancora quella scena oggi. Una cosa che invece mi entusiasmava un sacco era la scena black metal. Mi piacevano i dischi dalla copertina. Sapevo cosa mi sarebbe piaciuto solo vedendone la copertina. Con la Sub Pop era la stessa cosa. Guardavo il nome della band, vedevo da dove venivano, che erano sotto Sub Pop. Per me era una cosa fondamentale. Noi tutti sappiamo di aver fatto parte della scena del deserto ma un sacco di band se ne sono andate, non ci sono più. Cose come i Fatso Jetson sono ancora in giro ed è una cosa bellissima. Avere una cosa come Nirvana e ‘Bleach’ e dire ‘questi ci faranno diventare ricchi’, insomma, è una cosa che ha resto quel periodo cosi speciale per la diffusione di una grande scena musicale. Ho visto un sacco di volte i Nirvana nei primi tempi: una cosa veramente punk, un grande show. Chris e Dave (Novoselic e Grohl, ndr) erano presi benissimo coi Kyuss allora”.

AVRESTI DOVUTO SCRIVERE UN LIBRO, DA ALLEGARE MAGARI COL BEST OF.
“É che veramente quello che facevamo noi a quelle parti era diverso dalle cose di Los Angeles. C’era qualcosa di speciale.  E noi c’eravamo proprio in mezzo, tra gli show e le risse, sai.. c’erano i Mentors e i Dickies. Abbiamo aperto un sacco di show ai Dickies, avevamo la stessa agenzia di booking. Abbiamo preso un sacco da loro: i Kyuss poi son diventati grossi. E anche quando sono andati avanti coi Kyuss Lives. Alla fine la loro musica appartiene ai fans, nemmeno a Josh, a John (Homme e Garcia, ndr) e secondo me è una buona cosa che venga portata avanti”.

TI SENTI ANCORA DI PORTARE AVANTI QUEL SUONO DEL DESERTO CHE TI HA CONTRADDISTINTO? ANCHE NEGLI SHOW ACUSTICI, O COI MONDO GENERATOR?
“Sai, non vivo da quelle parti da un po’ ormai. Senza dubbio non sarei qui se non mi fossi trasferito là nel deserto con mia madre ai tempi ma immagino che ognuno di quelli che vivevano lì abbiano iniziato ad avere il loro proprio stile. Cioè, c’è un ‘desert sound’ ma non c’è una ‘desert formula’. Era come una sorta di atmosfera. Chiudi gli occhi e ti sembra di essere nel deserto: una cosa del genere. Ci sono molte cose che anche se non sono stoner penso che mi colleghino con la mente verso la sabbia ed il deserto. Sono molti i suoni, ma non c’è una formula. Credo che la gente voglia voler bene al deserto. E’ un posto affascinante, indubbiamente, ma anche molto difficile per il clima. Terribilmente caldo. A differenza di Los Angeles, nel deserto si jammava. Tutti jammavano. Non è che intendevano solo mettere in piedi una formula canzone rock’n’roll”.

ECCO PERCHÉ FORSE NON ABBIAMO LE “L.A. SESSIONS” MA SOLO QUELLE DEL DESERTO.
“Forse (ride, ndr). Josh ha uno studio a LA, ora. Penso che ora stia continuando a suo modo di fare ancora qualcosa del genere. Ma allora era una sorta di magia tra l’essere circondato di canzoni da ri-editare, jammare, registrare, materiale infinito. Fare una cosa del tipo ‘Bella ragazzi, siamo in studio a jammare’. E tutti arrivano e si crea qualcosa. Una delle cose più belle, una cosa tipo il miglior sesso mai avuto, è stato con persone come Brant (Bjork, ndr): una chimica naturale, ci spostavamo sugli stessi pattern in maniera quasi naturale. Era una cosa eccezionale”.

ANCORA OGGI SI CERCA DI METTERE IL BASSO ACCORDATO IN BASSO COME IN “GREEN MACHINE”. MOLTI RAGAZZI SU YOUTUBE SI DIVERTONO AD EMULARE UN TIPO DI SUONO DI CUI SEI DIVENTATO UN PO’ L’EMBLEMA.
“Inizialmente era accordato addirittura in Si. ‘Wretch’ era tutto suonato con questa accordatura, credo. In ‘Blues For The Red Sun’ credo già si trattasse di un Do, come in ‘Green Machine’. Prima era veramente in basso, una cosa veramente grave. Sferragliante. Divertente. In “Wretch” non sapevamo neanche cosa volesse dire registrare. L’album ce lo fece un tipo che faceva gli spot della Coca Cola. Pensa te. Questo tipo praticamente ha fatto jingle per la Coca Cola e ‘Wretch’. Poi con Chris (Goss, ndr) è stato diverso. Non permettevamo naturalmente a nessuno di dirci come dovevamo suonare, anche se forse nemmeno noi lo sapevamo bene. Però lui è riuscito a donare uno spirito al sound che probabilmente noi stessi stavamo già producendo, ma non lo sapevamo. Per noi era tutto un ‘tadatada’, un unico riff, poche storie, venivamo veramente dal punk. Chris fu veramente una svolta, e infatti ‘Wretch’ è quasi misconosciuto come album dei Kyuss”.

..COME UNA SORTA DI “BLEACH” PER I NIRVANA.
“Esatto. Era una cosa tipo sludge-punk-desert. C’erano due tracce registrate live, degli errori. E’ una figata, però, io lo adoro. E’ veramente una cosa tipo Misfits. Nel deserto nessuno lo apprezzò, è stato strano. Con ‘Blues For The Red Sun’ era diverso. Se ci penso ora è davvero divertente ricordarsi di alcune cose: non c’erano, nello spettro delle frequenze, i toni medi. Era tutto alto o basso. Con il basso, per esempio, si sentono i cambi di nota ma non sapresti dire esattamente definire cosa si sta suonando effettivamente. Questo è quello che avveniva in quegli anni. L’unica cosa che mi dispiace è che si senta poco la chitarra. Poi in ‘Welcome To The Sky Valley’ è diventato ancora diverso. In ogni caso Chris e Joe (Goss e Barresi, ndr) hanno fatto un lavoro incredibile. Pensare che poi uno come Barresi ora è un sound engineer super famoso. Mi sembra sia stato coi Tool ultimamente. Allora erano tutti alle prime armi. Lo chiamavano ‘Evil Joe’ per via di quando suonava black metal. Guarda, ne avrei veramente a milioni di storie come questa”.

DATO CHE SIAMO IN TEMA DI BEST OF, QUALE É LA TUA CANZONE PREFERITA DEI MONDO GENERATOR?
“Direi ‘Four Corners’. Mark canta in quella (Lanegan, ndr). É come il Buddha per me in quella canzone. Lui è magnifico. E poi direi ’13th Floor’. E ‘Purple Haze’. Ah no, quella no. Mi piacerebbe, ma credo sia una cosa diversa. E… no, dai. Andrei avanti all’infinito. Stasera infatti cerchiamo di fare qualcosa di nuovo, ma anche qualcosa di vecchio. Una cosa tipo: due nuove, due vecchie, due cover, per fare prendere bene tutti. Bisogna dare alla gente quello che vuole. É il responso della gente che ti deve far fare la setlist del tuo best of e decidere quindi quali siano i tuoi brani migliori”.

E INVECE LA TRACCIA CHE HAI REGISTRATO IN GENERALE, LA TUA PREFERITA. CON CHIUNQUE TU ABBIA SUONATO?
“Difficile, diamine. Direi ‘Song For The Dead’. Anzi, direi ‘Better Living Through Chemistry’ o ‘Auto Pilot’. Sono speciali perché ne abbiamo avuto diverse versioni. Con diversi batteristi, diversi pattern ritmici. Josh disse una notte – erano tipo le 3 di notte – ‘dai, registriamola di nuovo’. Abbiamo ribaltato la cassa e suonata come un rullante. É venuta fuori una roba incredibile. Era tutto strano. Il batterista suonò le percussioni, Josh la batteria, io la chitarra, Chris il basso. Non ci sarebbe stata nel disco come era prima. Ma con il vibe che gli abbiamo messo, nel modo più semplice, senza nulla di complicato, nessun uptempo. Ve la suonerei veramente. Ne sareste felici, adesso. Abbiamo anche una versione di ‘Better Living Through Chemistry’ con un testo diverso, diverse vocals, parti di chitarre diverse. Abbiamo un sacco di brani ancora li, mai usciti. Erano una cosa del momento, ma io ho tenuto tutto. Lui credo di no, ma c’è una marea di materiale. E io ce l’ho tutto. Recupero sempre tutto dei miei show dalla gente che li registra; penso sia una cosa positiva il fatto che uno che voglia registrare un’esibizione lo possa fare in tranquillità. Sono assolutamente d’accordo con questa cosa. Ho recuperato un sacco di materiale interessante in questo modo”.

UN’ULTIMA COSA: TRA LE VARIE INFLUENZE VORREI NOMINARE LEMMY.
“Mi dispiace che se ne sia andato. Non vorrei dire niente di banale. Ma veramente ha suonato fino alla fine, ha fatto tour fino a quando è morto, era veramente una persona speciale. Adoro i Motorhead. Non riuscirei mai a resistere fino a quell’età facendo quello che ha fatto lui: bere e suonare fino alla fine. Voglio ricordare che ho riscoperto album suoi come ‘Kiss Of Death’, tra le ultime cose, e sono sempre grandi album. Non lo sapevo. Ero colpevole di essermeli persi. Ad ogni modo Lemmy è uno dei miei idoli. I Motorhead. Eddie Clark. Insuperabili… Andiamo a farci una sigaretta per loro, va’”.

 

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