Il cammino impervio dei Noise Trail Immersion è stato da sempre sinonimo di complessità e difficile accessibilità per molti, ma allo stesso tempo capace di mostrare dei paesaggi interiori e degli spaccati emotivi da togliere il fiato, tanta è l’intensità con cui il combo torinese si è sempre rapportato alla composizione della sua musica.
Attraverso undici anni di carriera e cinque full pubblicati nel frattempo, questa creatura ha saputo evolvere un linguaggio artistico del tutto personale, masticando elementi di death metal, black metal e post-hardcore per poi rivomitarli furiosamente in una bile informe dal sapore caustico ed apocalittico.
A seguito di un processo sempre più personale e distintivo, l’ultimissimo “Tutta La Morte In Un Solo Punto” ci ha consegnato una band che, fatte proprie le influenze e gli input esterni, ha ormai la capacità di esprimersi secondo una tavolozza di colori unica, elementi essenziali per rappresentare emozioni e stati d’animo altrettanto eterei ed impalpabili.
Abbiamo scambiato quattro chiacchere con il gruppo alla ricerca di qualche informazione in più sull’universo distopico che sta dietro ai Noise Trail Immersion, riuscendo così a dipingere un quadro più chiaro e preciso dietro alla misteriosa realtà che muove le gesta di questi cavalieri dell’Apocalisse musicale e cantori dei disagi più foschi presenti all’interno dell’animo umano.
BENTORNATI AI NOISE TRAIL IMMERSION, È UN PIACERE AVERVI NUOVAMENTE SULLE NOSTRE PAGINE! L’ULTIMA VOLTA CHE AVEVAMO AVUTO MODO DI INTERVISTARVI ERA IL 2019, BEN SEI ANNI FA, PRIMA CIOÈ DELL’USCITA DI “CURIA” E DEL RECENTE “TUTTA LA MORTE IN UN SOLO PUNTO”. COME RIUASSUMERESTE QUESTO PERIODO COSÌ INTENSO PER VOI APPENA CONCLUSO?
– Grazie mille innanzitutto per l’opportunità, per noi è sempre un piacere e un onore poter fare quattro chiacchiere con voi! Volendo riassumere questi sei anni, potremmo dire che è stato un doppio ‘parto’ travagliato ma che si è portato dietro tanti bei momenti e soddisfazioni musicali, un parto che ha dato vita a due anime per certi versi molto differenti dei Noise Trail Immersion, prima “Curia” e poi il nuovissimo “Tutta La Morte In Un Solo Punto”: consideriamo entrambi delle ‘lenti’ oscure e criptiche che scrutano il caos, con due intenzioni sicuramente diverse ma, almeno a nostro avviso, con un fil rouge comune.
Basandoci anche su quanto abbiamo appurato dalle reazioni viste online dopo l’uscita di “Curia” nel 2021, ci è sembrato di cogliere da parte di alcuni l’idea che avessimo ormai intrapreso una svolta quasi totalmente atmosferica e più vicina al post-metal che al dissonant black metal/mathcore.
Pertanto, più di qualcuno sarà rimasto probabilmente sorpreso dal taglio più aggressivo e diretto di “Tutta La Morte In Un Solo Punto”. Personalmente, non abbiamo mai ritenuto che l’anima caotica fosse così nascosta in “Curia” come apparentemente potrebbe sembrare, anche se d’altra parte la visione che un compositore ha della propria musica è certamente in parte viziata dal fatto di averla creata in prima persona.
Diciamo che forse “Curia” cerca un rapporto di conciliazione e di dialogo con il caso, “Tutta La Morte In Un Solo Punto” invece lo scava nel profondo senza alcun tipo di compromesso.
L’USCITA DEL NUOVO ALBUM RAPPRESENTA UN ARRIVO IMPORTANTE PER LA BAND, DOVE VIENE ALLO STESSO TEMPO CONFERMATO ED ESPANSO UN CONCETTO SONORO IN CONTINUA EVOLUZIONE: QUALI SENSAZIONI AVETE, A FREDDO, CIRCA IL PERIODO DI SCIRTTURA, REGISTRAZIONE E PUBBLICAZIONE DI “TUTTA LA MORTE IN UN SOLO PUNTO”?
– Le tre fasi che hai menzionato sono tutte e tre critiche e pregne di difficoltà, le ultime due probabilmente in modo particolare, dato che la prima, ovvero la scrittura, di fatto rappresenta il momento più intimo in cui si cerca nel modo più genuino possibile di esprimere musicalmente un’idea, ed è sicuramente il momento più bello per chiunque si dedichi alla creazione di una qualsivoglia forma d’Arte (sebbene anche questa fase possa portare senza dubbio momenti di sconforto, incertezze, ripensamenti e via dicendo).
Le altre due, invece, le abbiamo sempre vissute con particolare apprensione, dato che sentiamo di non avere il pieno controllo su ciò che accadrà e riconosciamo che queste presuppongono una comunicazione lineare ed efficace con chi le gestirà in prima persona. Questo ovviamente non per screditare chi se ne occupa o riporre dei dubbi nei loro confronti, anzi, il pensiero scaturisce dal fatto che siamo consapevoli di essere una band un po’ particolare, con esigenze strane e un pubblico abbastanza indefinibile: dopo anni non abbiamo ancora capito se il nostro principale ascoltatore medio sia più il blackster nerd o una sorta di hipster, o magari nessuno dei due.
Dobbiamo dire, però, che col senno di poi siamo interamente soddisfatti del risultato di tutte le fasi: la composizione riflette l’idea dei Noise Trail Immersion che volevamo per il 2025, Andrea Fusini come produttore è riuscito egregiamente come sempre a dare ordine al nostro caos e Luciano di I, Voidhanger Records ha fatto anche lui un ottimo lavoro nell’incuriosire verso la nostra musica tutta una nicchia di persone, per noi preziosissime, appassionate di musica estrema non ortodossa.
RISPETTO AL PRECEDENTE “CURIA”, AVETE CERCATO DI COLPIRE L’ASCOLTATORE IN MANIERA PIÙ ISTINTIVA, MENO SPIRITUALE PER COSÌ DIRE: COME SI È TRADOTTA QUESTA VOLONTÀ IN TERMINI DI SONGWRITING? COSA È MUTATO NELLA SCRITTURA DEI PEZZI?
– Pensandoci oggi a posteriori, ci verrebbe da dire che il songwriting è sicuramente mutato, ma non in senso fondamentale, nel senso che, se da ascoltatori provate a farci caso, le idee singole delle varie canzoni rimandano a ‘idiomi’ già facenti parte in misura più o meno accentuata del nostro linguaggio musicale.
Un cambiamento che ci viene però da menzionare è il fatto che forse i riff e le parti memorabili sono più concentrati in pochi momenti topici, tipicamente un paio per ogni canzone, che fungono da climax e gancio per l’architrave delle canzoni, mentre il resto delle tracce sono volutamente un marasma di intrecci sonori spesso meno facilmente decifrabili e tendenzialmente più astratti.
Oltre a ciò, sicuramente vi è stato un mutamento in termini di ‘intenzione’, e abbiamo cercato di esplicitarlo con un cambio di estetica e di attitudine, aspetto sul quale hanno svolto un ruolo centrale l’ampliamento del range vocale (a livello timbrico/stilistico) da parte di Fabio, l’artwork e il cambio di logo.
IL CARATTERE LIBERO, NATURALE DELLE COMPISIZIONI E DEGLI ARRANGIAMENTI LASCEREBBE PRESUPORRE UN PRECISO LAVORO DI SQUADRA, PIUTTOSTO CHE UNA SCRITTURA DEI BRANI ‘IN SOLITARIA’: È COSI? COME SI SONO SVILUPPATI I MOMENTI MUSICALI CHE HANNO POI COMPOSTO L’ALBUM PER INTERO?
– In realtà la scrittura del disco in senso stretto si è svolto abbastanza ‘in solitaria’, nel senso che la composizione delle canzoni vere e proprie è curata da Daniele, sia a livello di riff delle chitarre, sia per quanto riguarda gli arrangiamenti e in generale la struttura e le idee musicali delle singole tracce. Tuttavia, c’è da dire che questo lavoro svolto in solitaria è comunque l’output di una serie di scelte artistiche condivise e concordate con tutti, attraverso una sorta di brainstorming collettivo che talvolta avviene ancora prima di iniziare a buttar giù concretamente qualunque riff.
Allo stesso modo, dopo che Daniele presenta al resto della band delle bozze già in un certo senso complete, si aggiungono talvolta delle idee che arricchiscono o modificano in parte alcune specificità della composizione.
Per darti un esempio concreto, a livello batteristico Simone sicuramente ci mette molto di suo, anche perché le idee di batteria grezze realizzate da Daniele hanno dei limiti intrinseci, in quanto non sono frutto di una mente batteristica, ma servono unicamente a dare un’idea dell’impronta sonora che lui vorrebbe dare alla componente ritmica. Allo stesso tempo, spesso Fabio (che da sempre oltre che cantante è un po’ il nostro ‘direttore artistico’) nota dei riff o delle idee che dal suo punto di vista potrebbero sfociare verso altri territori non ancora identificati: in questi casi, talvolta suggerisce quindi di evolvere ulteriormente le tracce in una certa direzione. Oppure, capita che altri componenti notino dei momenti o dei climax particolarmente apprezzati e suggeriscono dunque di ripeterli più volte nel corso delle canzoni.
Ecco, questi sono alcuni esempi per farti capire come da un punto di vista ‘esecutivo’ e di iniziale creazione e sviluppo effettivo delle idee abbiamo una mente principale, coadiuvata però in varie fasi dall’apporto di tutti gli altri.
Le metriche della voce sono invece composte da Fabio, che tipicamente scrive solo una volta che tutta la componente strumentale è stata ultimata, proprio per far sì che le parti vocali vadano il più possibile in una direzione concorde e parallela a quella che, nel momento del completamento del comparto strumentale, è già stata da noi chiaramente delineata.
A LIVELLO DI SONORITÀ, COME AVETE CERCATO DI DIFFERENZIARVI DAL PASSATO PER RIMARCARE L’APPROCCIO PIÙ DIRETTO CHE VOLEVATE INTRAPRENDERE QUESTA VOLTA?
– Abbiamo sicuramente volutamente ridotto le parti atmosferiche (pur comunque presenti), non perché non volessimo di per sé inserirne, ma perché non ci sembravano appartenere alla scelta artistica che abbiamo voluto fare di puntare molto su emozioni primordiali come un’aggressività spontanea e diretta.
Inoltre, abbiamo accentuato ancora di più degli elementi musicali più vicini al mathcore e in generale abbiamo fatto delle scelte ancora più ‘sfacciate’ ed estreme a livello di caoticità e di cacofonia. Questo, però, ci teniamo a specificarlo, non è stato un esercizio di stile fine a se stesso, ma abbiamo sempre cercato di convogliare anche i momenti apparentemente più sregolati in un quadro compositivo chiaro e con una direzione ben precisa.
“TUTTA LA MORTE IN UN SOLO PUNTO” VIVE DI UNA PULSIONE DINAMICA, ESPLOSIVA, CHE DIROMPE ATTRAVERSO IL DENSO TESSUTO MUSICALE DELLE CANZONI E COLPISCE NEL PROFONDO: QUALI SONO, A LIVELLO UMANO, LE EMOZIONI E I DISSIDI CHE AVETE TRASPOSTO IN NOTE IN QUESTO DISCO?
– Sinceramente ci riesce molto difficile dare un nome alle emozioni che evoca questo disco, nel senso che la nostra musica non vuole dare alcun messaggio e non ha la volontà di esprimere consciamente un qualcosa di ben oggettivabile.
Spesso, il tessuto emotivo che emerge è in parte una sorpresa anche per noi, e le scelte successive più consapevoli che facciamo (come l’artwork, le parti vocali ecc.) spesso sono di fatto un tentativo di evidenziare e rimarcare ulteriormente delle emozioni che la musica che abbiamo scritto ci trasmette con un’intensità molto forte, ma che non sapremmo descrivere con precisione.
Quello che possiamo dirti è che la nostra musica si è sempre soffermata sull’elemento umano. Ci viene spontaneo dire che probabilmente ogni persona, nel momento in cui va a dormire la sera e si rifugia nel suo mondo interiore, anche se la sua giornata è stata perfetta e risolutiva, avverte in qualche modo un senso di caducità e incompletezza.
Al tempo stesso, crediamo che la tensione con l’Ignoto, l’inconoscibilità dell’Abisso e la ricerca di una completezza spirituale (non in senso prettamente religioso) siano cose che in qualche modo riguardano tutti, a prescindere dalla nostra cultura e dalle nostre credenze. In un certo tutti questi elementi saltano fuori, a vario titolo, in ciò che cerchiamo di creare, ma ci piace contemplare il mistero senza cercare di comprenderlo.
LA MUSICA VIENE ACCOMPAGNATA DA UN COMPARTO LIRICO A METÀ STRADA TRA POESIA E DISILLUSIONE, QUASI A SVELARE UNA DESOLANTE VERITÀ CHE SOTTENDE ALL’ESISTENZA STESSA. CHI SI È OCCUPATO DI SCRIVERE LE LIRICHE? QUALE CREDETE SIA LA LENTE MIGLIORE PER INTERPRETARE I TESTI EVOCATIVI CHE AVETE CREATO?
– I testi sono scritti dal nostro cantante, si tratta di vortici di pensieri e parole che lui trova si sposino bene con ciò che il comparto strumentale comunica. Le dissonanze e le storture musicali prendono forma nell’espressione testuale, dove l’intera realtà cerca di essere intesa come caos e insensatezza: non esiste una chiave di lettura ben definibile, solo fiumi di parole che si prestano a qualsivoglia interpretazione.
LA LINE-UP DEGLI ULTIMI DUE ALBUM, COSÌ COME IL LAVORO IN SEDE DI REGIA DI ANDREA FUSINI, È RIMASTA INALTERATA NEL TEMPO, QUASI A CONFERMARE UNA SOLIDITÀ COSTANTE DA VOI TROVATA NEGLI ULTIMI ANNI: QUALI VANTAGGI AVETE TROVATO IN QUESTA CONTINUITÀ ARTISTICA, E COME LI AVETE SFRUTTATI NELL’ELABORAZIONE DEI NUOVI BRANI?
– Diciamo che siamo sempre stati una band in cui il legame personale e ‘geografico’ tra tutti i membri della band ha costituito un fattore importante: i pochi cambi di line-up che abbiamo avuto nel corso degli anni sono stati pacifici e dovuti a scelte di vita incompatibili con la dedizione alla band e abbiamo comunque sempre cercato di trovare nuove persone che volessero investire nei Noise Trail Immersion in senso non solamente musicale, ma anche umano.
Ciò influenza positivamente il modo in cui ci approcciamo all’elaborazione dei nuovi brani, perché come dicevamo prima c’è un dialogo costante tra i vari membri nel momento in cui si tratta di fornire un feedback e costruire un pensiero collettivo su quanto, in prima battuta, è stato creato da Daniele ‘in solitaria’.
IMPOSSIBILE NON MENZIONARE L’ARTWORK CHE ACCOMPAGNA “TUTTA LA MORTE IN UN SOLO PUNTO”, UN IMMAGINE SUGGESTIVA CHE IMPRESSIONA ED AMMALIA SIN DAL PRIMO SGUARDO: COME SIETE ARRIVATI A QUESTA COPERTINA, QUALI IDEE NE HANNO MOSSO LA GENESI E LO SVILUPPO?
– La storia della copertina è più casuale di quanto ci si potrebbe in prima battuta immaginare: non l’abbiamo concettualizzata né immaginata, né tantomeno è stata commissionata da noi all’artista. Semplicemente il nostro cantante Fabio conosce Matteo (in arte Bodyhaters) e casualmente sul suo profilo Instagram ha visto l’immagine del bambino, rimanendone particolarmente colpito.
Successivamente, l’immagine è stata mostrata a tutti gli altri membri della band e in quel momento abbiamo avuto una sorta di epifania collettiva e abbiamo capito che quella sarebbe stata la copertina di “Tutta La Morte In Un Solo Punto”: il legame e il rimando concettuale tra l’impatto visivo dell’immagine e l’idea di aggressività/spontaneità che c’è dietro alla musica del nostro nuovo lavoro era semplicemente troppo forte per essere ignorato.
CI SARANNO POSSIBILITÀ DI VEDERVI PORTARE DAL VIVO LA VOSTRA MUSICA NEI PROSSIMI MESI?
– Assolutamente sì, purtroppo non abbiamo avuto occasione di suonare tantissimo con l’uscita di “Curia”, dato che è stato rilasciato nel novembre 2021 (dunque nel pieno della seconda ondata del Covid), per cui a un certo punto, quando la possibilità di esibirsi live con relativa facilità è ripresa, era già passato un po’ di tempo dall’uscita e abbiamo realizzato che per noi potesse essere più sensato concentrarsi sulla scrittura di un nuovo disco.
Ora è sicuramente arrivato il momento per noi di riprendere l’attività live, motivo per cui abbiamo avviato una collaborazione con Tito Vespasiani (già agente degli Hideous Divinity, Patristic e altre fantastiche band), che sta svolgendo sia un ruolo manageriale e promozionale, sia quello appunto di live booking. C’è da dire che ormai quasi nessuno dei componenti della band ha più vent’anni, ci troviamo a dover conciliare la musica con delle realtà lavorative spesso un po’ stringenti per alcuni dei membri, ma l’idea è fare il possibile per suonare questo nuovo disco sia in Italia che all’estero tra la fine del 2025 e tutto il 2026, perché ne andiamo molto fieri e ci dispiacerebbe molto non dare a chi ci segue l’occasione di sentirlo dal vivo.
ADESSO CHE AVETE APPENA PUBBLICATO “TUTTA LA MORTE IN UN SOLO PUNTO” PENSATE DI PRENDERVI UN PERIODO DI PAUSA, COMPOSITIVAMENTE PARLANDO, OPPURE INTENDETE PROCEDERE DA SUBITO CON LA SCRITTURA DI NUOVO MATERIALE?
– Sicuramente non partiremo a razzo con la scrittura di un nuovo lavoro, per il semplice fatto che ormai abbiamo quattro LP all’attivo e con il passare del tempo stiamo cercando di scrivere la nostra musica sempre meno di getto, perché vorremmo evitare di ripeterci troppo e di rilasciare dischi che si assomiglino troppo tra di loro. Crediamo che per ora ogni nostro disco abbia avuto una sua anima ben definita, sia dal punto di vista sonico che concettuale, che da una parte lo distingue dagli altri, e dall’altra lo lega ad essi tramite un fil rouge sempre presente.
Ci teniamo al fatto che questi aspetti continuino ad essere presenti anche nei nostri dischi futuri, e al tempo stesso ci rendiamo conto che questo obiettivo è sempre più difficile (ma non impossibile) da raggiungere man mano che si hanno più dischi all’attivo. Dunque, questo significa che può volerci un po’ più di tempo per portare dei nuovi lavori a compimento.
D’altra parte, però, facciamo sempre in modo per quanto possibile di non far passare più di tre/quattro anni tra un disco e l’altro, più che altro per evitare che quei pochi matti che ci seguono con relativa assiduità si dimentichino di noi.
Quello che possiamo dire è che abbiamo già in mente di dar vita ad una versione ancora più “decostruita” dei Noise Trail Immersion, ma tutto è ancora da vedere e non escludiamo che la composizione vera e propria possa poi portare a strade differenti dall’idea che abbiamo in questo momento.
C’È QUALCHE MESSAGGIO PARTICOLARMENTE IMPORTANTE CHE DESIDERATE CONDIVIDERE CON I LETTORI DI METALITALIA.COM?
– Ci teniamo a ringraziare voi per la generosissima recensione (come al solito), che abbiamo particolarmente apprezzato, e chiunque l’abbia letto e abbia rivolto a noi parole di stima (o critiche costruttive). Grazie chiaramente di nuovo anche per la possibilità di questa intervista e per le belle domande, è un onore per noi poter descrivere nel dettaglio aspetti legati alla composizione e alle dinamiche della band!
Saremo sempre disponibili per qualsiasi tipo di confronto o collaborazione con Metalitalia: avete avuto un ruolo centrale nella diffusione della nostra musica, data l’attenzione che ci avete rivolto e le numerose recensioni che ci avete dedicato nel corso degli anni, sin dal rilascio di “Womb” avvenuto ormai quasi un decennio fa!


