Il nome dei Pagan Altar non è certamente uno dei primi che viene in mente ai più, quando si pensa alla gloriosa New Wave Of British Heavy Metal. Catalogati da molti come una di quelle formazioni che sostanzialmente sono state sfortunate per non aver trovato subito il contratto discografico giusto, dopo aver pubblicato una demo in cassetta nel 1982 (diventata poi di culto assoluto), la band dei Jones non si è però mai arresa e ha sempre portato nel cuore la passione per l’heavy metal insieme a quella per il folklore del Regno Unito, sino all’insperata release discografica di “Volume 1” nel 1998.
Dalla reunion, che ha fruttato diversi dischi meritevoli, Terry Jones è riuscito finalmente a raccogliere i frutti del suo seminato, fra tour su furgoncini scassati insieme al figlio Alan, reclutando ogni volta nuovi musicisti che hanno accompagnato il progetto per molti anni. Poi, purtroppo, la vecchiaia e un tumore hanno avuto la meglio sul vecchio sacerdote di perduti riti pagani, che ha salutato questo mondo nel 2015 e a cui è seguita l’ultima release “The Room Of Shadows”, postuma, nel 2017.
Ma la fiamma dell’heavy metal non si può estinguere nemmeno di fronte alla morte: anziché appendere la chitarra al chiodo, Alan ha richiamato a raccolta gli amici Diccon Harper al basso e Andy Green alla batteria, nonché un vero fuoriclasse della voce come Brendan Radigan (più volte citato su queste pagine per la sua partecipazione in band come Sumerlands, Magic Circle e Savage Oath), e Dennis Schneider come seconda ascia.
Ne è nato così “Never Quite Dead”, il primo album senza Terry alla voce, ma pregno di tutta la malinconia che i Nostri hanno sempre portato avanti sin dai primordi della loro carriera come paladini dell’heavy doom. Ne abbiamo parlato proprio con Alan Jones, che ci ha raccontato la seconda rinascita di una band che sembra non volerne sapere di fermarsi. Buona lettura!
CIAO ALAN E BENVENUTO SU METALITALIA.COM. PER PRIMA COSA, VORREMMO CHIEDERTI COME STA ANDANDO LA PROMOZIONE DI “NEVER QUITE DEAD” E SE SIETE SODDISFATTI DEI RISULTATI FINORA.
– Grazie. Direi che sta andando abbastanza bene, visto che mi ritrovo a fare un sacco di interviste. Penso che Florian, il nostro boss della casa discografica, abbia fatto un ottimo lavoro nel pubblicizzare l’album, soprattutto considerando che al momento non ho potuto esibirmi dal vivo.
SONO PASSATI SEI ANNI DA “THE ROOM OF SHADOWS”: A PARTE LA PANDEMIA, DI COSA TI SEI OCCUPATO IN QUESTO PERIODO?
– Abbiamo cercato di trovarci il più possibile per suonare dal vivo. Non è facile, ora: con l’età è più complicato essere tutti disponibili allo stesso momento, tra impegni e responsabilità.
Inoltre, non sono stato bene per un bel po’ di tempo e questo ha compromesso buona parte dell’anno scorso e di quest’anno, perché sono stato in attesa di un intervento chirurgico. A parte i due concerti che erano già programmati da inizio dello scorso anno, non abbiamo potuto fissarne altri finché non ho saputo la data dell’operazione e mi sono ripreso. Ora ho una data fissata per giugno, quindi se tutto va bene, dovremmo riuscire a dire sì a molti più concerti!
I BRANI DI “NEVER QUITE DEAD” SONO TUTTI ORIGINALI, O ERANO TRACCE SU CUI AVEVI GIÀ LAVORATO CON TERRY?
– Mentre stavamo registrando “Room of Shadows”, abbiamo iniziato a scrivere e registrare delle demo. Mio padre aveva registrato una voce guida su “Liston Church”, “Madame M’Rachael”, “Well of Despair” e io le ho trasferite su Logic Pro, sincronizzate con il click track e le ho ri-registrate intorno a quelle demo. Inizialmente volevo pubblicare quelle insieme a “Kismet”, con la voce di mio padre, sotto forma di EP, ma avevo anche altro materiale e alla fine mi hanno convinto a fare un album, anche perché volevo davvero che ci fosse un disco con Brendan alla voce.
IL TITOLO DELL’ALBUM HA UN TONO UN PO’ IRONICO — COM’È NATA L’IDEA?
– All’inizio era una specie di scherzo tra me e mio padre: amavamo dirci che proprio quando tutti pensavano che la band fosse morta e sepolta, noi saremmo ricomparsi con un altro album.
Mia sorella aveva delle statuine bellissime di scheletri che suonavano strumenti e volevamo costruire un piccolo palco da fotografare per la copertina, ma in qualche modo sono andate perse quando si è trasferita.
Volevamo usare quel titolo già per l’album precedente, ma quando mio padre si è ammalato ho voluto cambiarlo, perché mi sembrava di cattivo gusto vista la situazione.
CI HA COLPITO IL FATTO CHE “MADAME M’RACHEL” E “MADAME M’RACHEL’S GRAVE” SIANO DUE TRACCE SEPARATE — PERCHÉ HAI SCELTO DI DIVIDERE LA STORIA IN DUE PEZZI?
– In origine era un’unica canzone e sì, quella era l’introduzione. C’era un’altra canzone che doveva andare sull’album, si chiamava “I Can’t Find My Way Back Home”, che scrissi quando eravamo in Romania: Brandon uscì dopo il concerto visitando diversi locali e si ubriacò così tanto da tornare in hotel circa un’ora prima di dover andare all’aeroporto. Una volta arrivati all’aeroporto, lo abbiamo lasciato cinque minuti per consegnare le chitarre al bagaglio ingombrante e quando siamo tornati lui era sparito!
Il testo è piuttosto divertente, ma gli altri temevano che non fosse abbastanza ‘rock n’ roll’, quindi alla fine ho ceduto e l’ho tolta, ma questo lasciava l’album troppo corto, quindi ho allungato la parte finale dell’intro di “Madame M’Rachael” e l’ho trasformata in un altro pezzo per recuperare tempo. Puoi trovarla sul CD se la cerchi!
L’ELEMENTO NUOVO PIÙ EVIDENTE È OVVIAMENTE LA PRESENZA DI BRENDAN RADIGAN ALLA VOCE — COME VI SIETE CONOSCIUTI E COM’È NATA QUESTA COLLABORAZIONE?
– Ci siamo conosciuti grazie alla nostra amica e all’epoca discografica Annick Giroux. Dopo l’uscita di “Room of Shadows”, le accennai che mi sarebbe piaciuto fare un tributo a mio padre e stavo pensando dove farlo. A lei l’idea piacque molto e si occupò di tutto il resto.
Propose Brendan, che cantava nei Magic Circle, e Andres, che era nella sua band Cauchemar, e prenotò il Katacombs di Montreal. Facemmo la prima prova qualche giorno prima del concerto e credo che tutti capimmo subito che avrebbe funzionato. Dopo quel concerto ci siamo divertiti molto e volevamo tutti rifarlo.
UN ALTRO CAMBIAMENTO RILEVANTE È LA PRODUZIONE DELL’ALBUM CHE, RISPETTO AL GIÀ OTTIMO “THE ROOM OF SHADOWS”, RISULTA ANCORA PIÙ CURATA. COME AVETE AFFRONTATO QUESTO ASPETTO?
– Per noi questo disco non è stato un album facile da registrare. Veniamo tutti da parti diverse del mondo, quindi è stato fatto in quattro paesi. Siamo andati a Berlino a registrare la batteria. Dennis ha registrato le sue parti a Essen, Brendan si è occupato delle voci negli Stati Uniti e io e Diccon abbiamo registrato a Londra – un modo piuttosto caotico di lavorare.
Torben ha mixato l’album a Stoccolma tenendosi in contatto con noi tramite FaceTime, quando riuscivamo a trovare un momento. Questa è una versione molto sintetica dei fatti, ma alla fine siamo riusciti a sistemare tutto!
COME HANNO REAGITO I FAN ALLA TUA DECISIONE DI CONTINUARE A FARE MUSICA E SUONARE CON IL NOME PAGAN ALTAR?
– Nel complesso molto bene. Abbiamo i nostri fan più fedeli che hanno davvero apprezzato Brendan e, a dire il vero, sono gli unici di cui mi importa l’opinione. Credo di aver letto solo un commento negativo su Brendan, che non è male considerando che, quando mio padre era in vita, riceveva anche commenti davvero meschini sul suo canto. Dimostra solo che non puoi vincere se non quando muori, allora ti amano tutti!
PER MOLTI FAN DELL’HEAVY CLASSICO, PAGAN ALTAR È UN NOME DI CULTO — COME TI SENTI NEL PORTARE AVANTI L’EREDITÀ DI TERRY?
– Per me è bello semplicemente tenere vivo il nome di mio padre, e sapere che la gente parla ancora di lui dieci anni dopo la sua morte. Credo che gli sarebbe piaciuto molto. Sono anche sicuro che gli sarebbe piaciuto vedere come Brendan ha portato avanti le canzoni nello stesso modo in cui lo faceva lui, e sono certo che gli avrebbe dato consigli su come cantarle, volenti o nolenti.
COSA PENSI DELL’ATTUALE ONDATA DI BAND CHE RIPORTANO IN VITA I SUONI DELL’HEAVY METAL DELLE ORIGINI PUBBLICANDO NUOVO MATERIALE? CE NE SONO ALCUNE CHE ASCOLTI, O PREFERISCI RESTARE LEGATO AI CLASSICI?
– La mia collezione di CD parte circa dal 1967 e arriva al massimo al 1985, e dopo è piuttosto scarna. Non seguo molto le nuove band, anche se quando suoniamo mi è capitato di sentire gruppi che mi sono piaciuti. Non è che penso che non siano validi, è solo che sono bloccato in una bolla temporale: ho dischi di amici in band che mi piacciono davvero, come Tanith, Blood Ceremony, Mountain Throne, Cauchemar e Smoulder, ma finisce lì.
TI PIACE DI PIÙ ESIBIRTI SU UN GRANDE PALCO DI UN FESTIVAL METAL PIÙ MAINSTREAM, O PREFERISCI PORTARE I PAGAN ALTAR DAVANTI A PUBBLICI PIÙ RIDOTTI MA APPASSIONATI?
– Mi piace fare entrambe le cose. Mi è piaciuto suonare in grandi eventi in passato e penso che ogni musicista lo desideri, ma nei locali grandi a volte ti senti un po’ distaccato, mentre nei club sei praticamente faccia a faccia col pubblico e può essere più emozionante!
SEI UNO DI QUEI MUSICISTI CHE FA PARTE DELLA SCENA FIN DAGLI INIZI — PENSI CHE IL METAL SIA DESTINATO A DIVENTARE UN GENERE SOLO PER NOSTALGICI DEGLI ANNI ‘80, O PENSI CHE POSSA ANCORA OFFRIRE QUALCOSA DI NUOVO E PARLARE ALLE NUOVE GENERAZIONI?
– Penso che ci sarà sempre qualche forma di musica rock, finché ci saranno ragazzi che imparano a suonare la chitarra. Ho una giovane nipote e un nipote che stanno iniziando e si stanno appassionando al rock, quindi credo che sia ancora vivo e vegeto, almeno per ora, anche se non so in che forma sarà in futuro!


