Superato abbondantemente il trentacinquesimo anno di carriera, i Paradise Lost tornano con il nuovo album “Ascension”, riaffermando ancora una volta la capacità di reinventarsi (almeno in parte), senza tradire la propria essenza.
La storica band di Halifax, pioniera del gothic metal e protagonista di alcune delle più audaci metamorfosi sonore del genere, si ripresenta con un disco che porta la firma artistica e produttiva di Greg Mackintosh, chitarrista e da sempre principale motore creativo del gruppo, configurandosi come l’ennesima opera del gruppo britannico che riflette un percorso personale, fatto di introspezione e ricerca di autenticità.
In questa conversazione, Greg Mackintosh racconta non solo i dettagli tecnici della produzione, ma anche le motivazioni intime dietro certe scelte: dalla volontà di recuperare alcuni spunti da un album considerato un po’ sottovalutato alla decisione di gestire il grosso delle registrazioni in prima persona, emerge infatti il ritratto di un musicista che, dopo decenni, non ha smarrito né la curiosità né la sete di sapere e di rinnovamento.
Un dialogo che getta luce su un album concepito come fotografia di un momento preciso, capace di essere insieme potente e malinconico: un equilibrio che da sempre costituisce uno dei maggiori marchi di fabbrica dei Paradise Lost.
ARRIVATE DALLA RI-REGISTRAZIONE DI “ICON”, DENOMINATA “ICON 30”. PROBABILMENTE QUALCUNO POTREBBE PENSARE CHE QUEL DISCO E QUELLE SONORITÀ ABBIANO DIRETTAMENTE INFLUENZATO IL NUOVO “ASCENSION”: È EFFETTIVAMENTE COSÌ?
– Credo che qualcosa di “Icon” ci sarà sempre nella musica dei Paradise Lost, soprattutto quando andiamo su registri più solenni, ma non credo che questi due album siano effettivamente simili.
Se c’è una cosa per cui devo essere grato a “Icon 30” è il fatto di avermi dato la sveglia e portato a suonare e comporre la chitarra dopo qualche tempo in cui avevo deciso di non impegnarmi più di tanto. Mi sentivo un po’ stanco. Lavorare a quella nuova versione dell’album mi ha fatto venire nuove idee, ha ridestato la mia ispirazione, anche se poi la musica si è assestata su uno stile un po’ diverso.
A QUALI ALBUM DELLA VOSTRA DISCOGRAFIA PARAGONERESTI “ASCENSION”?
– Io lo trovo vicino a “Shades of God”, soprattutto per lo stile della chitarra ritmica e per i suoni in generale. Molti riff mi ricordano quel disco, che secondo me è il più sottovalutato della nostra discografia.
L’ho detto altre volte in passato: “Shades of God” ha il suono di chitarra migliore della nostra prima fase di carriera. In un certo senso ho voluto ripartire da lì, per poi mischiare quel tono con spunti derivanti da altre parti del nostro percorso artistico.
Credo che nel complesso sia vicino anche a un lavoro come “The Plague Within”, anche se la produzione è un po’ diversa questa volta, quasi un mix tra tradizione e modernità.
“ASCENSION” È STATO SOSTANZIALMENTE PRODOTTO DA TE. COSA VOLEVI OTTENERE COME PRODUTTORE CHE FORSE QUALCUN ALTRO NON AVREBBE COLTO RIGUARDO ALLA BAND?
– Negli ultimi anni mi sono spesso ritrovato a dire al produttore o all’ingegnere del suono che cosa volevo che facesse. E quando hai un’idea chiara di come vuoi che una cosa venga fatta, non vuoi passare il tempo a ripetere a qualcun altro: “prova a fare così” o “faresti meglio a farlo in questo modo”. Siccome penso di sapere quello che sto facendo, ho pensato che non avevo più bisogno di una sorta di intermediario, perlomeno per il grosso del lavoro.
Certo, se lavori da solo c’è un po’ più di pressione, perché quando consegni il disco, se non piace alla gente, sei tu quello che viene incolpato. Ma avevo una visione molto chiara di ciò che volevo, anche dettagli come i suoni di chitarra, i toni della ritmica e della solista, il suono del basso, della batteria, come volevo registrarla, l’atmosfera dell’album. Sapevo esattamente come doveva suonare, quindi non aveva senso coinvolgere qualcun altro, non trovi?
IL DISCO È STATO REGISTRATO TRA IL TUO STUDIO NELLO YORKSHIRE E UNO STUDIO IN SVEZIA CON L’AIUTO DI LAWRENCE MACKRORY, EX FRONTMAN DEI DARKANE E ULTIMAMENTE PRODUTTORE DI BAND COME BLOODBATH E VOMITORY. IN CHE MODO QUESTA DUALITÀ DI LUOGHI HA INFLUENZATO IL RISULTATO FINALE?
– Mi è piaciuto molto lavorare in questa maniera, anche perché amo la Scandinavia. Ci sono molti posti che apprezzo lì, e mi piace visitare nuove località in quella regione.
Inoltre è fantastico avere uno studio tutto mio, separato dalla casa, dove posso andare, avere una sorta di regime regolare e disciplinato, e creare: è stata una combinazione ottima.
Abbiamo registrato la batteria in Svezia, in una vecchia chiesa luterana, dove la sala di ripresa è la navata della chiesa. È lo stesso posto dove hanno registrato band come Mayhem e Watain. Era pieno inverno, con neve spessa; un ambiente bellissimo e con un’acustica incredibile. Il riverbero che si sente sulla batteria nel disco è proprio quella della chiesa, non artificiale. Tutto ciò che senti dipende dal volume dei microfoni ambientali, che salivano e scendevano.
Dopo aver registrato la batteria nel nord della Svezia, sono tornato a casa e ho lavorato a tutto dal mio studio. Questo mi ha dato molto tempo, ma non troppo, perché poi siamo tornati in Svezia per registrare le voci e occuparci del mixaggio. Quindi è stato un buon equilibrio: viaggiare, conoscere posti diversi, sperimentare ambienti differenti e allo stesso tempo avere il tempo da solo per assemblare tutto, cercando di dare al disco un carattere tutto suo.
Come dicevo riguardo ai suoni di chitarra, molti di quelli che abbiamo usato hanno un carattere piuttosto rétro per noi. Cercavo di ottenere qualcosa nello stile di “Shades of God”, ma anche una via di mezzo tra i suoni dei Trouble e quelli dei Mercyful Fate… non so se quello che sto dicendo ha senso!
Comunque credo che ci siamo riusciti. È stato un processo di tentativi ed errori, ma alla fine il risultato è arrivato. Sì, direi che è davvero un disco dal suono riuscito.

Paradise Lost – Alcatraz – 16 giugno 2025 – foto Benedetta Gaiani
È APPUNTO UN ALBUM MOLTO VARIO, RICCO DI SFUMATURE. E POI, DA QUANDO AVETE RIPRESO A USARE LE PARTI IN GROWL, SI SONO AGGIUNTE NUOVE DINAMICHE: NICK È IN GRADO DI PASSARE DAI VOCALIZZI PULITI A QUELLI GUTTURALI E A TUTTE LE VIE DI MEZZO.
SUCCEDONO SEMPRE MOLTE COSE NEI BRANI, PER QUESTO MI PIACE ASCOLTARLI IN CUFFIA E COGLIERE I DETTAGLI PIÙ PICCOLI. “SALVATION”, PER ESEMPIO, È UN OTTIMO ESEMPIO DELLE NUOVE DINAMICHE DENTRO I PARADISE LOST. DOPO DICIASSETTE ALBUM E UNA CARRIERA COSÌ LUNGA, TI CHIEDI MAI SE CI SIA ANCORA UN TERRITORIO INESPLORATO CHE VORRESTI AFFRONTARE?
– Sì, alcune cose ci sarebbero. Però bisogna avere la sensazione di poter aggiungere qualcosa, di essere ispirati in quella direzione, altrimenti non riesci a produrre musica che ti emozioni davvero. E solo se l’idea che hai in mente ti emoziona puoi effettivamente crearla.
Per esempio, i Dead Can Dance sono sempre stati una grande influenza per me: non è evidente in tanti dei nostri dischi, ma l’album “Within the Realm of a Dying Sun”, quello più liturgico, è stato importantissimo. Mi piacerebbe fare qualcosa di più etereo, spazioso, con strumenti particolari – non direi ‘world music’, ma qualcosa che vada in quella direzione – e magari coinvolgere diversi musicisti ospiti. Non l’ho mai fatto, e se avessi una lista dei desideri, sarebbe in cima.
Non so se succederà mai, ma è un’idea che prima o poi mi piacerebbe esplorare, se tutti nella band fossero d’accordo e convinti di poterci portare qualcosa di personale.
TORNANDO A “SALVATION”, UNA COMPOSIZIONE PIUTTOSTO LUNGA, MI HA RICORDATO ANCHE QUALCOSA DI “MEDUSA”, FORSE PER IL SUO CARATTERE PIÙ DOOM. INOLTRE, CORREGGIMI SE SBAGLIO, MA MI SEMBRA QUASI DI SENTIRE ALAN AVERILL DEI PRIMORDIAL IN UNA STROFA. OPPURE È NICK CHE SI CIMENTA IN UNA PARTE PARTICOLARMENTE SQUILLANTE?
– No, hai ragione, sei il primo ad averlo notato! Quello è proprio Alan! Quando abbiamo registrato le linee vocali di quel brano, Nick non era convinto di una strofa, continuava a dire che secondo lui andava interpretata con un tono diverso, con una spinta in più che lui non pensava di potere mettere su nastro.
Così ci siamo messi a pensare a possibili ospiti, a cantanti effettivamente in grado di donare quella sfumatura in più per far funzionare il brano. Non siamo mai stati un gruppo che invita cosiddetti special guest e che fa collaborazioni, ma c’è sempre una prima volta. Alan è un nostro amico da tempo: quando lo abbiamo chiamato lo abbiamo colto di sorpresa perché pensava che il suo contributo ci servisse da lì a qualche settimana… non aveva capito che eravamo già in studio e che il tutto ci serviva in giornata!
Nel tempo libero allena una squadra di calcio giovanile: è tornato a casa dagli allenamenti e ha registrato al volo qualche versione della sua parte. Tutto un po’ improvvisato, ma alla fine ha funzionato!
BRANI COME “TYRANT’S SERENADE” O “LAY A WREATH UPON THE WORLD” SVELANO POI UN CARATTERE PIÙ INTIMISTA, ANCHE GRAZIE ALLA VOCE PULITA DI NICK E ALL’UTILIZZO DI CHITARRE ACUSTICHE…
– Brani come quelli che hai citato di solito nascono dopo avere completato episodi come appunto “Salvation”. Finiamo un brano che risulta pesante, epico ed esteso e magari ci viene naturale poi scrivere qualcosa di più atmosferico.
Aiuta anche il flusso dell’album: se hai una specie di suite e subito dopo un pezzo più compatto e semplice, ottieni più dinamica e il disco scorre meglio. Mantieni l’ascoltatore incuriosito.
Penso che sia importante in qualsiasi album, ameno che tu non sia gli Slayer e realizzi un disco di ventotto minuti in cui tutto è veloce e tagliente. Ma se fai un album di tre quarti d’ora o più, ti servono luci e ombre: momenti intimi, passaggi solenni, spunti heavy e altri più delicati.
Se tutto è pesante, in realtà nulla lo è; finisce tutto per suonare uguale. Per questo i contrasti sono fondamentali, e a noi vengono spontanei durante la composizione.
QUAL È STATA LA PRIMA CANZONE CHE AVETE SCRITTO PER QUESTO DISCO? CE N’È UNA CHE HA DETTATO IL TONO DELLE ALTRE?
– Io e Nick ce lo siamo chiesti più volte e finiamo sempre a discutere, perché nessuno dei due ricorda con certezza quale sia stata. Nick pensa a parti di “Lay a Wreath Upon the World”, io invece credo fosse “Serpent on the Cross”, in particolare la melodia principale di chitarra, nata direttamente mentre lavoravamo alla riedizione di “Icon”. Quindi la risposta breve è: non lo sappiamo (ride, ndr).
TI RICORDI INVECE ULTIMA CHE AVETE COMPLETATO?
– Una delle due bonus track, “This Stark Town”, mi pare si chiami. Non riuscivamo mai a decidere se fosse finita davvero: la ritoccavamo di continuo, aggiungendo o togliendo passaggi. È diventata quindi, di fatto, quella su cui abbiamo lavorato più a lungo. Pensavamo dovesse finire sull’album fino all’ultimo, ma alla fine non si amalgamava con il resto. Noi non scriviamo ‘B-side’: componiamo come se ogni brano fosse destinato al disco, e solo dopo, se qualcosa non rientra nel quadro complessivo, lo lasciamo fuori.
QUANDO HO RICEVUTO IL PROMO DA NUCLEAR BLAST, MI HANNO MANDATO ANCHE LE DUE TRACCE EXTRA. ALL’INIZIO NON SAPEVO SE LA TRACKLIST UFFICIALE FOSSE DI DIECI O DODICI PEZZI. ALLA FINE MI SONO ACCORTO CHE LA MIA PREFERITA ERA PROPRIO L’ULTIMA DELLA TRACKLIST ’TRADIZIONALE’, “THE PRECIPICE”.
MI PIACE MOLTO COME CHIUDE L’ALBUM, CI SONO TANTI PARTICOLARI INTERESSANTI: LE CHITARRE, CERTO, MA ANCHE UNA BATTERIA DAVVERO NOTEVOLE. E A PROPOSITO DI BATTERIA, JEFF SINGER È TORNATO. SIETE AMICI DA SEMPRE: COSA È SUCCESSO INVECE CON GUIDO?
– Questione di differenze: opinioni, visione, obiettivi, ma soprattutto di temperamento. Guido è un grandissimo batterista e può essere una persona splendida, ma si scontrava spesso, non tanto con me, quanto con altri membri del gruppo o con il nostro staff. Quando Walteri ci lasciò per unirsi agli Opeth, poco prima del tour di “Obsidian”, io chiesi a Guido se potesse imparare rapidamente la scaletta e lui accettò. Fece un ottimo lavoro. Ma già in quel tour ebbe frizioni con il nostro tecnico della batteria, che alla fine lasciò per andare a lavorare con gli stessi Opeth. E la cosa si ripeté in seguito. Dopo altre situazioni simili, sia in studio che in tour, abbiamo deciso che non si potesse più continuare insieme. Gli auguro ogni bene, ma la convivenza non funzionava.
Jeff invece è diverso: è un nostro amico di lunga data, ci conosciamo da sempre, e portarlo di nuovo nella band ha avuto senso. Tuttavia abbiamo deciso che d’ora in poi il nucleo resterà sempre noi quattro e che la figura del batterista sarà un extra, non comparirà più nelle foto promozionali. Detto questo, speriamo che Jeff resti con noi a lungo. Ha anche un’altra carriera al di fuori della musica, ma la sua azienda gli concede libertà per suonare, e oggi i suoi figli sono cresciuti, così ha più tempo. È entusiasta di essere tornato, e noi di averlo nella band.
RIGUARDO ALLA VOSTRA DISCOGRAFIA, IMPRESSIONA PENSARE CHE QUESTO SIA IL DICIASSETTESIMO ALBUM. NON SENTI PRESSIONE RISPETTO A UN’EREDITÀ COSÌ PESANTE?
– Personalmente, no. Cerco di approcciare ogni disco come se stessi fondando una band nuova: cosa mi eccita adesso? Cosa vorrei ascoltare? Naturalmente ci sono elementi che restano, il nostro stile, il nostro modo di suonare: sono cose che ci definiscono e che danno un’identità al suono. Ed è un bene, significa avere una voce propria. Ma a livello creativo cerco di liberarmi dal passato.
È la parte che amo: partire da un’idea vaga e vederla diventare un brano compiuto. Non mi stanca mai. La dimensione dal vivo non è ciò che mi appassiona di più: per altri nella band è il contrario, ma per me la vera soddisfazione è la scrittura.
Detto questo, è vero che stavolta tra un disco e l’altro è passato più tempo, anche per via della pandemia e del progetto “Icon 30”. E ho avuto un forte blocco creativo: a un certo punto avevo scritto cinque o sei pezzi, ma non mi convincevano, non mi davano la sensazione giusta. Mi sono sentito così frustrato che ho cancellato tutto e smesso di scrivere per quasi un anno.
È stato il lavoro su “Icon 30” a riaccendere la scintilla e a permettermi di ricominciare, anche se appunto non credo vi siano così tante similitudini tra il materiale del nuovo album e quello di “Icon”.
SU “OBSIDIAN” C’ERANO UN PAIO DI PEZZI PIÙ ORIENTATI A UN CLASSICO GOTH ROCK, COME “GHOSTS” O “HOPE DIES YOUNG”. QUESTA VOLTA NO: È STATA SEMPLICEMENTE UNA QUESTIONE DI ISPIRAZIONE?
– Dire di sì. A volte esplori uno stile e poi senti di non avere altro da dire in quella direzione. Forzarlo sarebbe sbagliato. Per “Obsidian” arrivavamo da un periodo in cui avevano spinto molto sul lato più metal e doom, quindi mi era tornata voglia di sperimentare con sonorità maggiormente darkwave, perlomeno su qualche brano.
Le due canzoni che hai citato sono venute molto bene, ma, quando si è trattato di comporre il nuovo album, la mia mente era altrove… era nel metal, nei riff che puoi sentire sul disco. Ho sentito di non avere molto altro da aggiungere su quel fronte più arioso e ammiccante. Del resto, si tratta di un genere estremamente codificato: è ormai difficile scovare melodie interessanti e riuscire a comporre un pezzo che lasci davvero il segno.

Paradise Lost – Alcatraz – 16 giugno 2025 – foto Benedetta Gaiani
PARLANDO DI BLOCCO DELLO SCRITTORE E RICERCA DI DIVERSIVI, NEGLI ULTIMI ANNI VI SIETE ANCHE APERTI A PROGETTI PARALLELI: STRIGOI, HOST, E NICK CON I BLOODBATH. C’È ALTRO IN ARRIVO?
– No, nulla di pianificato. Con Strigoi ho detto quello che volevo dire con “Viscera”, e per ora non ho altro da aggiungere.
Lo stesso vale per Host: ci siamo divertiti molto a mettere in piedi quel progetto, ma ora la mia mente sta da un’altra parte. Non escludo nulla per il futuro, magari l’ispirazione tornerà e ci sarà qualcosa di nuovo, ma non ha senso forzare le cose.
PARLIAMO ORA DELLE VOSTRE PROSSIME MOSSE: PRESTO SARETE IN TOUR CON I ‘NOSTRI’ MESSA, CHE SONO UNA SCELTA MOLTO INTERESSANTE.
– Li ha scoperti mio figlio, che ora lavora come booking agent. Mi ha mandato un link e ho apprezzato subito il logo del gruppo: ho pensato che fosse fantastico e che avrei volentieri indossato una maglietta con quel logo.
Poi ho ascoltato la musica e l’ho trovata davvero intrigante, un insieme di idee che non dovrebbero funzionare, e invece funzionano benissimo. Li abbiamo incontrati a un concerto di King Diamond e ci siamo trovati bene.
Sara (Bianchin, cantante dei Messa, ndr) indossava anche una maglietta degli English Dogs, uno dei miei gruppi hardcore punk preferiti, e mi pare di capire che abbiamo altri gusti musicali in comune. Sarà bello portare questo pacchetto in tour.
PARLANDO DI SETLIST, DOPO IL TOUR DEDICATO A “ICON” E I CONCERTI CON KING DIAMOND, COME VI SIETE ORGANIZZATI?
– Il ritorno di Jeff ha portato una prospettiva diversa. Nella prima parte del tour europeo porteremo quattro, cinque, forse sei brani che non suonavamo da molto, oltre naturalmente a pezzi del nuovo disco.
Sarà una scaletta piuttosto diversa dalle ultime: ci sono così tanti dischi da riscoprire, ma il tempo è sempre quello che è.
UN’ULTIMA CURIOSITÀ: USCIRANNO ALTRI VIDEO ATTORNO ALLA PUBBLICAZIONE DELL’ALBUM?
– Ho perso il conto di tutte le richieste dell’etichetta. Credo che un altro video potrebbe uscire.
Poi sento parlare di ‘focus track’, termine che onestamente mi lascia spiazzato: non so bene cosa significhi in pratica, è come se mi stessero venendo a dire che un determinato brano abbia più importanza sul resto del disco, come se si stesse invitando un ascoltatore con poca capacità di attenzione a skippare il resto e ad andare subito a un cosiddetto ‘sodo’. Forse sono concetti più facili da capire se si è ascoltatori giovani, votati allo streaming e alle playlist sulle varie piattaforme.
Noi non scriviamo singoli, componiamo album. Tutte le canzoni che inseriamo nella tracklist hanno il loro valore e pensiamo attentamente alla loro sequenza. Detto questo, cerco di non perderci il sonno: di solito noi consegniamo l’album e i ragazzi dell’etichetta decidono come promuoverlo. Cerco di non intromettermi, del resto è pur sempre il loro mestiere.
L’ho detto in varie occasioni: l’unica volta che ci è stato chiesto di scegliere un singolo fu per “Draconian Times”… scegliemmo “Forever Failure” e, per qualche motivo, nessuno lo comprò. A quel tempo i singoli venivano ancora stampati in edizione fisica: deve esserci da qualche parte un magazzino con svariate migliaia di CD invenduti. Da allora non ci hanno più lasciato scegliere, e forse è meglio così.

