Che ve lo ricordiate intento a suonare un solo al fulmicotone con i Mr. Big utilizzando un trapano, oppure vestito da astronauta alle prese con la sua iconica “Scarified”, oppure ancora con in mano una chitarra rosa e un sombrero mentre suonava “Down To Mexico”, Paul Gilbert rimarrà sempre nell’immaginario complessivo di noi tutti come un emblema del guitar hero tanto famoso negli anni Novanta.
Le cose sono cambiate tuttavia e Gilbert ha messo in pausa il metronomo per concentrarsi su un album che definiremmo più classico, composto e cantato da lui stesso. Non fatevi ingannare però, lo stile musicale potrà essere cambiato, ma la creatività e la voglia di mettersi in gioco insieme al suo carattere istrionico sono rimasti esattamente gli stessi.
A pochi giorni dall’uscita di “WROC”, abbiamo avuto modo di ospitare una delle personalità più influenti del mondo della chitarra elettrica e di spendere una bella mezz’ora insieme a lui – e al suo gatto – parlando di qualcosa che ci accomuna da sempre: la passione ardente per del sano rock.
IL TUO PROSSIMO ALBUM, “WROC”, È BASATO SU UN CONCETTO MOLTO INSOLITO: TRASFORMARE LE “REGOLE DI CIVILTÀ E DI COMPORTAMENTO DECOROSO” DI GEORGE WASHINGTON IN BRANI ROCK. A CHE PUNTO HAI CAPITO CHE QUESTA IDEA ERA PIÙ DI UN SEMPLICE ESERCIZIO CREATIVO, E CHE POTEVA DIVENTARE UN ALBUM COMPLETO CON UNA FORTE IDENTITÀ PROPRIA?
– L’idea originale mi è venuta mentre ero in volo dopo l’ultimo show dei Mr. Big fatto a Tokyo. Dovendo passare molto tempo in aereo ho iniziato a pensare a cosa fare per tirar fuori un album solista, una volta chiuso questo capitolo.
Ora, il volo era lungo e di tempo ne avevo, quindi mi sono tornate in testa le “Regola Di Civiltà” scritte da Washington e mi sono messo a giocare con l’intelligenza artificiale per trasformarle nel testo di una canzone. Non so perché questa opera mi sia tornata in mente, voglio dire, l’avrò letta una ventina di anni fa, non mi aspettavo riapparisse su un volo intercontinentale (ride, ndr).
Ovviamente il bello dell’AI è che fa quello che chiedi, quindi ho iniziato a chiacchierarci e a dare suggerimenti sulla lunghezza delle sezioni della canzone o le ripetizioni delle frasi. Dopo un paio d’ore mi sono detto: “Hey, non ho più bisogno dell’AI. Posso continuare da solo adesso!”.
Una volta arrivato a casa mi sono messo a giocare con l’idea che mi era venuta durante il volo e ho buttato giù un po’ di riff e melodie, ho cantato un paio di strofe e registrato gli strumenti. Riascoltando la canzone mi sono accorto che non era affatto male, l’idea era insolita ma ben strutturata, quindi sono andato avanti.
Il passo successivo è stato quello di contattare il bassista Timmer Blakely e il chitarrista Doug Rappoport per parlar loro del progetto e chiedere un riscontro. Mi ricordo di averli invitati a casa e di aver prestato attenzione alla loro risposta, volevo vedere le loro facce mentre suonavamo, volevo capire se l’idea li stava convincendo. Quando li ho visti sorridere e divertirsi ho capito che avevamo fatto centro, quindi abbiamo continuato su questa strada e in poco tempo ci siamo ritrovati tra le mani il nostro piccolo album.
MOLTI DEI TESTI SONO TRATTI, QUASI PAROLA PER PAROLA, DA REGOLE SCRITTE OLTRE QUATTRO SECOLI FA. TI HA SORPRESO VEDERE QUANTO QUESTE IDEE SIANO ANCORA ATTUALI, SPECIALMENTE IN UN’EPOCA DOMINATA DAI SOCIAL MEDIA E DALLA COMUNICAZIONE ISTANTANEA?
– Si ci ho pensato perché ricordo bene come erano gli anni Ottanta e Novanta, senza smartphone e senza essere costantemente bombardati da notizie. Ricordo che da adolescente odiavo leggere il giornale, quindi non avevo idea di cosa stesse succedendo nel mondo. Adesso tutto è cambiato però e con un paio di clic si può sapere quello che è accaduto dieci minuti prima dall’altra parte del globo.
L’opera di Washington parla di civiltà e di buone maniere, e penso che sia importante imparare a vivere in mezzo agli altri in modo dignitoso e rispettoso della persona altrui. Diciamocelo chiaramente, essere civili ed evitare litigi è – di solito – l’approccio giusto quando si interagisce col prossimo. Questa è la cosa che adoro di più di questo libro perché si focalizza sulle piccole cose del vivere quotidiano, e perfezionarsi passo dopo passo è l’unica cosa da fare per raggiungere una situazione migliore.
Il contenuto di quest’opera è assolutamente attuale: prendi ad esempio una delle prime regole che ci insegna a non gioire della sfortuna altrui, questo è un insegnamento estremamente attuale che dovrebbe risuonare in una società egoista come la nostra. Viviamo in un mondo in cui l’empatia è merce rara, sembra quasi che dopo quattro secoli questo insegnamento non sia ancora stato appreso.
HAI DETTO CHE IN QUESTO ALBUM “MOLTO POCO È VENUTO DALLE TUE DITA E MOLTO DI PIÙ DALLA MELODIA”. È STATO DIFFICILE PER UN CHITARRISTA, NOTO PER IL SUO VIRTUOSISMO, FARE DELIBERATAMENTE UN PASSO INDIETRO E LASCIARE CHE FOSSE LA SCRITTURA VOCALE A GUIDARE IL PERCORSO?
– Beh, essere un autore di canzoni è molto più facile perché in una canzone la melodia ricopre un ruolo centrale e questo per me è molto importante. Ti faccio un esempio: quando vado in tour e devo preparare una scaletta sbircio su Spotify i brani che vengono più ascoltati dai miei fan e la costruisco in base a questi. Alcune volte mi capita di vedere dei titoli di cui non ricordo nulla e mi rendo conto che i brani che mi restano meglio in mente sono quelli che hanno una melodia più accattivante e in grado di rimanermi impressa.
Quando si scrive una canzone la melodia è il primissimo blocco della costruzione, e mi piace scrivere musica in questo modo. Dover supportare la melodia con la mia chitarra mi trasforma quasi in un turnista e mi forza a sviluppare soluzioni creative che in un brano strumentale non sarei chiamato a produrre; questi aspetti per me sono molto stimolanti.
Quando inizio dal testo sento l’impulso di crescere e di espandere il mio vocabolario musicale al di fuori del semplice lick velocissimo di chitarra, e questa sfida mi motiva molto.
CANZONI COME “SPEAK NOT EVIL OF THE ABSENT” E “CONSCIENCE IS THE MOST CERTAIN JUDGE” PRESENTANO STRUTTURE IRREGOLARI E CAMBIAMENTI RITMICI INASPETTATI. QUANTO È STATO IMPORTANTE PER TE ACCETTARE CHE LA MUSICA DOVESSE ADATTARSI ALLE PAROLE, PIUTTOSTO CHE IL CONTRARIO?
– A volte mi capita di avere un testo che non si adatta perfettamente al ritmo che ho creato. Quindi, come avete notato nel ritornello di “Conscience Is The Most Certain Judge”, c’è questo piccolo salto che ho dovuto fare sulla ritmica. Quando l’ho scritto per la prima volta l’ho sentito funzionare bene e mi è piaciuto ma non avrei mai pensato ad una soluzione del genere; il cambio di ritmo arriva all’improvviso e inaspettatamente.
Dopo aver suonato e risuonato quel brano però, me ne sono innamorato e quella è diventata la mia parte preferita proprio a causa di quello scalino ritmico che la rende originale. Questo è l’aspetto che più amo di quel brano, quando lo ascolti ti viene proprio da dire: “questa è una cosa che solo Paul Gilbert potrebbe fare!”. (ride, ndr)
IN “WROC” CONVIVONO NATURALMENTE METAL CLASSICO, HARD ROCK, BLUES, ELEMENTI ISPIRATI AI BEATLES, E PERSINO RIFERIMENTI A RAY CHARLES. I GENERI MUSICALI HANNO ANCORA SENSO PER TE OGGI O LA LIBERTÀ STILISTICA È DIVENTATA ESSENZIALE PER RIMANERE CREATIVO?
– Diciamocelo onestamente, se scegliessi un unico stile su cui concentrarmi, avrei indubbiamente dei vantaggi come artista dal punto di vista del marketing; sarebbe sicuramente una decisione commerciale migliore. Focalizzandomi su un singolo genere, i fan che comprano la mia musica avrebbero la certezza di trovare esattamente le sonorità che si aspettano; quindi, chiaramente, non sto facendo la scelta migliore per il mio business. Però, come musicista, io adoro queste cose e adoro entrare in contatto con diversi generi musicali sperimentando con essi, non posso farci nulla.
Avevo lo stesso problema con i Mr. Big, portavo delle canzoni e me le bocciavano perché non avevano uno stile adatto a quello della band. Io lo capisco bene ma a me piace la musica e quando inizio a seguire una melodia non riesco a resistere dall’inserire altre contaminazioni.
QUESTO È IL TUO PRIMO ALBUM VOCALE DAL 2016. COSA TI PERMETTE DI ESPRIMERE IL CANTO IN QUESTA FASE DELLA TUA CARRIERA CHE LA CHITARRA DA SOLA NON RIESCE PIÙ A FORNIRE PIENAMENTE?
– Beh, c’è sicuramente un’energia caratteristica, data dall’unicità del suono della nostra voce; le corde vocali sono uno strumento estremamente personale. Ho acquisito molta sicurezza nel cantato grazie agli ultimi tour con i Mr. Big perché spesso mi trovavo a cantare delle parti vocali durante i soundcheck, in modo da far riposare la voce di Eric Martin. Quindi un soundcheck dopo l’altro ho iniziato a capire che la mia voce non suonava poi così male e potevo adattare i brani al mio registro, cosa che mi ha dato ancora più sicurezza e versatilità.
Io sono un chitarrista, se mi danno un pezzo di Malmsteen o di Van Halen riesco a suonarlo senza troppi problemi, ma non potrei mai cantare una canzone di Dio o dei Queen, non sono adatto per queste cose. Però, ecco, sui miei brani non me la cavo male, perché li creo io e sono vicini allo stile con cui mi sento a mio agio. Questo mi piace perché, oltre a suonare bene, ha il mio marchio di fabbrica.
L’ALBUM È STATO REGISTRATO QUASI INTERAMENTE DAL VIVO, IN STUDIO, IN POCHI GIORNI. QUANTO È IMPORTANTE PER TE CATTURARE L’ISTINTO E LA GENUINITÀ DELL’INTERAZIONE UMANA, AL CONTRARIO DELLA PERFEZIONE TECNICA CHE LA TECNOLOGIA MODERNA RENDE POSSIBILE?
– A me piace suonare dal vivo perché puoi capire subito se hai ottenuto un buon take; il feedback è diretto e immediato, in sala prove. Se investi molto tempo nella produzione potresti buttare un mese di lavoro solo per renderti conto che, alla fine, la registrazione non ti convince. A quel punto, è troppo tardi per cambiare le carte in tavola perché solitamente non si ha voglia di ricominciare da capo e ri-registrare interamente un pezzo dopo tutto quel tempo investito.
Quando si è tutti in sala registrazione è facile capire se il brano gira o se c’è bisogno di registrarlo di nuovo, è come una scintilla che si accende e ti fa capire che hai raggiunto il livello a cui puntavi; è difficile da spiegare ma è una sensazione che ho provato spesso dal vivo.
Ah, quasi dimenticavo, registrando in studio abbiamo anche prodotto moltissimo materiale video che farò uscire nei prossimi giorni. Ci siamo divertiti molto a girare queste clip, non perdetevele!
METALITALIA SI È SEMPRE CONCENTRATA SULLA SCENA HEAVY E HARD ROCK ITALIANA, CHE NEGLI ULTIMI ANNI HA REGISTRATO UNA CRESCITA SIGNIFICATIVA E UN RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE. QUAL È LA TUA PERCEZIONE DEL PUBBLICO E DEI MUSICISTI ITALIANI, E COME SI DIFFERENZIA SUONARE IN ITALIA RISPETTO AD ALTRI PAESI IN TERMINI DI ENERGIA E ATMOSFERA?
– Non so se riesco a notare una differenza in base alla nazione in cui suono, a dire il vero. Quando noto che un pubblico si comporta in maniera differente da un concerto all’altro è di solito a causa del locale in cui la performance avviene.
Ad esempio, se suoni in un locale dove sono tutti seduti, tipo in un casinò con dei divanetti comodi, è molto difficile trasmettere una grande energia. Discorso diverso se sono tutti in piedi, magari con qualche birra in mano (ride, ndr); in questo caso quello che ottieni è un pubblico più attivo, più rock diciamo. Quindi, almeno per me, la location è molto più importante della nazione.
Poi se parliamo di Italia io sono fortunato perché ho un promoter molto bravo chiamato Riccardo, che mi fa arrivare anche nei paesini più sperduti per fare concerti in piccoli club o clinic di chitarra. Questo mi permette di entrare a contatto con realtà molto più piccole che non vedrei mai suonando esclusivamente a Roma e Milano. Questa cosa è fantastica e mi ha dato modo di visitare il vostro paese come turista oltre che come musicista. Alcune volte mi porto dietro mia moglie e ci facciamo un bel giro assaporando tutte le vostre delizie culinarie e godendoci questa bella nazione; lei è così entusiasta che ha anche iniziato a studiare un po’ di italiano!
GUARDANDO “WROC” NEL CONTESTO PIÙ AMPIO DELLA TUA CARRIERA – DAI RACER X AI MR. BIG E AL TUO LAVORO DA SOLISTA – VEDI QUESTO ALBUM PIÙ COME UN PUNTO DI ARRIVO O COME L’INIZIO DI UNA NUOVA FASE CREATIVA?
– Lo vedo assolutamente come un nuovo inizio, soprattutto per quanto riguarda la facilità con cui ora riesco a scrivere le canzoni. Un tempo facevo davvero fatica e mi ci voleva un mese per scrivere un solo pezzo, ora invece riesco a tirare fuori qualcosa in un giorno o due e questo mi motiva a continuare.
Adesso ho un metodo di scrittura migliore e so come trovare quello di cui ho bisogno molto più velocemente. Essere un cantante e scrivere canzoni mi ha anche aiutato come chitarrista: il mio modo di suonare gli slide è migliorato e la mia capacità di trovare melodie sulla chitarra e suonare quello che sento nella mia testa è progredita molto.
In passato ero più focalizzato sulla produzione, adoravo suoni particolari che andavano di moda quando ero più giovane, tipo i rullanti corposi con tanto riverbero. Ora quell’aspetto mi interessa meno, sono più concentrato sulle canzoni, sulla melodia, sui testi e sulla performance complessiva del pezzo.


