PERFECT BEINGS – Los Angeles progressive

Pubblicato il 11/03/2018 da

Los Angeles non è sicuramente il territorio per eccellenza per un genere come il progressive rock. Ma è anche vero che la qualità delle sue proposte musicali di certo si situa in una notevole scala qualitativa. Sembra difatti il caso perfetto dell’ingranaggio messo in moto dai Perfect Beings, che con “Vier” inaugurano una nuova forma per il progetto, inserendo Sean Reinert dei Cynic alla batteria, sistemando la line-up e tirando fuori un disco eccellente per gusto e perizia. Un disco strutturato fino al suo punto più intimo e focale, ricco di forme e contenuti che vanno ben oltre le storture dispari e le poliritmie. Johannes Luley prova a spiegarci come il quarto lavoro della sua band possa essere considerato uno spartiacque importante e cosa ci cela dietro al lavoro certosino di composizione di uno degli album progressive rock dell’anno.

PRIMA DI TUTTO, CONGRATULAZIONI PER IL BEL LAVORO CHE AVETE APPENA TIRATO FUORI. “VIER” NON È SOLO UN ‘PERFECT BEINGS NUMERO III’, VERO? INIZIAMO INFATTI COL NOME. VOLEVATE CON QUESTO SETTARE UNA NUOVA STRADA PER IL PROGETTO? ANCHE DOVUTO AL CAMBIO DI LINE-UP..
– Ciao Metalitalia.com! Grazie per il vostro interesse nei nostri confronti e del nostro album “Vier”. Si, hai ragione, volevamo iniziare con un tono nuovo il nostro terzo album. Dopo l’uscita del nostro ‘II’ abbiamo perso sia il nostro batterista che il nostro bassista. Piuttosto che deprimerci però, abbiamo deciso di stare a testa alta e fare il terzo lavoro come un trio: Jesse Nason (tastiere), Ryan Hurtgen (voci) ed io alla chitarra e al basso. Volevamo naturalmente un batterista e un buon amico mi ha consigliato Ben Levin, trapiantato da Minneapolis. Ben ha fatto un lavoro eccellente sul disco, ma non è finito ad essere un membro effettivo della band a lungo termine. Il nostro bassista originale Chris Tristram ci ha consigliato Sean Reinert, dei Cynic, che invece è diventato membro permanente. La nostra line-up ora ha Jason Lobell al basso e Brett McDonald al sax e flauto.

UNA COSA CHE HO PENSATO FOSSE VERAMENTE INTERESSANTE, OLTRE LA MUSICA, È STATA LA STRUTTURA DELL’INTERO LAVORO. LA DIVISIONE IN QUATTRO MACRO-SEZIONI DÀ ALL’ALBUM UNA SENSAZIONE LABIRINTICA CHE SEMBRA VERAMENTE INTRIGANTE, BEN GESTITA E PROGRAMMATA. COME È AVVENUTO TUTTO CIÒ? SPONTANEAMENTE O RICERCA FERREA?
– Si, è stato pianificato dall’inizio. Volevamo fare un doppio vinile con una canzone di durata molto lunga per ciascun lato. Queste quattro suite spiegano infatti il significato della parola Vier, che in tedesco indica il numero quattro.

POTETE DIRCI QUALCOSA SUL CONCEPT DELL’ALBUM? IN PARTICOLARE SULLA VENA SHAKESPEARIANA CHE SEMBRA AFFIORARE TRA LE LIRICHE…
– La musica e i concept si sono sviluppati in parallelo, l’aspetto tematico e lirico in “Vier” sono basati sul nostro struggersi e trionfare nella vita, quella del mondo moderno. Le quattro suite hanno storie individuali, ma sono anche riferite e connesse le une alle altre. Ognuna ha una tesi sul trovare un ‘segreto’ o una ‘chiave’ per sbloccare nuova conoscenza o risposte alla vita. L’album riguarda la consapevolezza degli esseri umani di fondersi con le macchine e la tecnologia. Non più vivere in un ritmo circadiano (intorno alle 24 ore, ndr) ma in un permanente flusso di informazioni e di come esse soddisfano i nostri desideri. Sesso robotico, comunicazione globale e accesso istantaneo alla rete in ogni momento. Anche la cover stessa parla di questo.

QUALI SONO STATE LE INFLUENZE E LE FONTI MAGGIORI? MI SEMBRA CI SIA UN SACCO DI STRAVINSKY E PETER GABRIEL QUI.
– Abbiamo iniziato a lavorare a “Vier” quando morì Bowie. Che grave perdita per il mondo della musica. Abbiamo adorato “Black Star” con tutte le sue intricate progressioni e il suo concept. Abbiamo sicuramente sentito la sua presenza in tutto l’album. Puoi sentirne l’eco qui e là nel disco.

QUALE È LA SENSAZIONE RIGUARDO ALLA MUSICA PROGRESSIVE, SU COME ESSA SI POSSA RAPPORTARE ALL’AUDIENCE OGGI? VOGLIO DIRE, CI SI DEVE AD ESEMPIO CONCENTRARE SULLE POLIRITMIE, LA TECNICA O POTREBBE ESSA DEDICARSI INVECE AD ESSERE CONTAMINATA IN NUOVI STILI, INFLUENZE.. TROVANDO SEMPRE INNOVAZIONE E NUOVE SOLUZIONI..
– La musica dovrebbe sempre essere aperta a nuove influenze ed idee. La musica prog deve assolutamente andare oltre i confini tradizionali e le sue barriere. Questo è quello che attrae persone come me al genere, il non tenerti prigioniero in niente. Bisogna ricordare cosa significa progressione. I Perfect Beings non si intimidiscono, e non si intimidiranno dal rompere nuovi schemi laddove penseremo sarà appropriato alla nostra musica. L’amalgama di vari stili musicali è ciò che ci permette di progredire.

PENSATE CHE LA VISIONE E LA PASSIONE CHE POSSONO ESSERE ASCRITTE A “VIER” POSSANO ESSERE UNA VIA POSITIVA PER USCIRE DA QUEL MONDO SOLISPSISTICO, RABBIA DA SOCIAL NETWORK, FREDDO E DISTANTE? PENSATE CHE LA MUSICA POSSA ESSERE ANCORA UN BUON MODO PER COMUNICARE QUALCOSA DI BUONO ALLE PERSONE?
– Si. Si. E si! “Vier” è fatto di quelle sensazione di disconnessione come ho detto prima, l’invasione della tecnologia nelle nostre vite private. “Vier” rappresenta il dissenso. Chi altri, se non gli artisti, possono comunicare speranza e amore in quest’era di social media, controllo delle masse e insabbiamento governativo?

CHE SUCCEDE ALLA SCENA PROGRESSIVA DI LÁ?
– Ci stai praticamente parlando. Non c’è un granchè che gira, ma speriamo di poterlo cambiare. Penso che anche gli Spocks Beard stiano a Los Angeles.

POSSIBILITÀ DI VEDERVI NEL NOSTRO PAESE?
– Ci piacerebbe sicuramente venire in Europa. Stiamo momentaneamente mettendoci d’accordo con le nostre agenzie di booking per fare diventare questo sogno realtà. Nel frattempo se ci voleste aiutare, condividete le notizie sul nostro album, consigliatelo agli amici e passate dal nostro sito dove potete trovare nello store anche copie del disco autografate. Segnatevi anche sulla mailing list, ci teniamo a sentirvi tutti.

 

 

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