A otto anni di distanza da “Below the House” – album divenuto con il tempo un piccolo classico dell’underground e momento di svolta nella traiettoria artistica di Planning For Burial – Thom Wasluck torna con un disco che non cerca il colpo di teatro, ma scava ancora più a fondo.
“It’s Closeness, It’s Easy” è un lavoro che prosegue il percorso di un artista profondamente legato al concetto di intimità, tanto nella forma quanto nel contenuto. Registrato in sessioni immersive, quasi monastiche, è un altro album che rifugge l’estetica del perfezionismo per concentrarsi su quella verità emotiva che ha sempre animato il progetto: la tristezza come costante silenziosa, la nostalgia come presenza quotidiana, l’amore come lenta trasformazione.
Nell’intervista che segue, Wasluck racconta con grande disponibilità l’eredità lasciata da “Below the House”, le insicurezze affrontate nel lungo processo creativo e il significato profondo dietro un titolo che parla di familiarità, conforto, e della capacità di riconoscere i cambiamenti solo quando è troppo tardi. Ne emerge il ritratto di un musicista coerente e umano, che dopo vent’anni continua a coltivare la propria visione artistica – a cavallo tra drone, post rock e contorni metal – con una dedizione rara, rimanendo fedele a un’urgenza espressiva che non cerca consensi ma connessione.
“BELOW THE HOUSE” È STATO AMPIAMENTE ACCLAMATO ED È DIVENTATO UNA SORTA DI CLASSICO UNDERGROUND. GUARDANDO INDIETRO, PERCHÉ PENSI CHE QUELL’ALBUM ABBIA RISUONATO COSÌ PROFONDAMENTE CON GLI ASCOLTATORI?
– Per prima cosa, credo che scegliere l’artwork di un album sia importante tanto quanto la musica stessa. Penso che l’immagine delle case abbia davvero colpito le persone, le ha fatte pensare alle città in cui vivono ora, o a quelle in cui sono cresciute, o magari a bei ricordi di visite in posti che somigliano alla copertina. Questo ha sicuramente aiutato ad attirare alcune persone verso l’album.
Poi, dal punto di vista musicale, anche se non è una cosa che ti colpisce in faccia immediatamente, c’è un senso di disperazione/sconforto che tutti proviamo in certi momenti della vita. A volte è nascosto sotto una linea di basso più vivace, ma è lì. Abbina tutto questo al senso di nostalgia della copertina e hai quasi una tempesta perfetta.
COME HA INFLUENZATO IL SUCCESSO DI “BELOW THE HOUSE” IL TUO STATO MENTALE O LE TUE ASPETTATIVE MENTRE LAVORAVI AL NUOVO DISCO?
– Da appassionato di storia della musica, ho sempre letto che per il primo album non ci sono aspettative: puoi passare anni a costruirlo in studio o in sala prove, testandolo anche dal vivo. Ma poi, al secondo album, ci sono tutte queste grandi aspettative nate dal primo, e poco tempo per svilupparlo perché vuoi mantenere vivo l’entusiasmo.
Non ho mai sentito questa pressione tra i primi tre dischi: i primi due full-length avevano trovato il loro pubblico e per lo più credevo che quelle persone mi avrebbero seguito qualsiasi cosa avessi fatto. Così ho realizzato “Below the House” con quello spirito, facendo solo la musica che volevo ascoltare.
Poi però il pubblico è cresciuto, forse più di quanto avrei mai immaginato, quindi sarebbe una bugia dire che negli ultimi anni non mi sia sentito preoccupato di non riuscire a fare qualcosa all’altezza. Questo ha forse contribuito alla mia procrastinazione, al mio tergiversare nel completarlo.
Alla fine ho dovuto tornare al mio stato mentale originale: questo progetto l’ho sempre fatto principalmente per me stesso, e devo solo sperare che chi mi ha seguito finora sia ancora disposto a continuare, ed è anche normale se alcune persone si allontanano. Anch’io ho smesso di seguire certi artisti che amavo per un disco o due.
I TEMI DEL LUTTO, DELL’INVECCHIAMENTO E DELLA RICONNESSIONE CON LE PROPRIE RADICI IN “IT’S CLOSENESS, IT’S EASY” SONO MOLTO TOCCANTI. C’È STATO UN MOMENTO O UN’ESPERIENZA PARTICOLARE CHE TI HA PORTATO A ESPLORARLI?
– Credo siano semplicemente le esperienze quotidiane che si accumulano con il passare del tempo, osservando il mio ambiente e i miei rapporti – sia con gli altri che con me stesso – e come questi si siano modificati con il tempo.
HAI DICHIARATO CHE HAI REGISTRATO L’ALBUM IN SESSIONI IMMERSIVE, ANZICHÉ A PEZZI. IN CHE MODO QUESTO APPROCCIO HA INFLUENZATO IL SUONO E L’ENERGIA DEL DISCO?
– Volevo fare qualcosa di diverso stavolta e registrare tutte le canzoni insieme. Pensavo che avrebbe aiutato a rendere il lavoro ancora più coeso a livello sonoro, anche con qualche cambio di genere qua e là. Stabilire ogni giorno dei piani su cosa dovevo fare mi ha aiutato a procedere più velocemente e a non bloccarmi in periodi di stagnazione aspettando che arrivasse un’idea.
IL TITOLO STESSO SUGGERISCE UNA SORTA DI CONFORTO O ACCETTAZIONE. COSA SIGNIFICA PER TE PERSONALMENTE “IT’S CLOSENESS, IT’S EASY”?
– Non è facile da spiegare a parole, spesso è tante cose insieme. Alcuni esempi: non notare i cambiamenti nelle persone care perché avvengono lentamente e sembra che siano sempre state così. Oppure quella sensazione di entrare subito in sintonia con un vecchio amico che non vedi da anni, come se non fosse passato nemmeno un giorno.
GESTISCI OGNI ASPETTO DI PLANNING FOR BURIAL DA SOLO, DALLA REGISTRAZIONE AL TOUR. IN CHE MODO QUESTA ETICA DIY INFLUENZA IL TUO MODO DI ESPRIMERTI MUSICALMENTE?
– C’è una famosa citazione di Kurt Cobain sull’idea che il punk rock significhi libertà. Anche se sono un fan dei Nirvana fin da piccolo, non avevo mai sentito quella frase fino all’adolescenza, quando venne usata nei primi secondi dell’album “Document #8” dei Pageninetynine. È rimasta con me come una sorta di principio base.
Mi ha permesso di fare tutto ciò che voglio sotto il nome di Planning For Burial: posso fare musica rumorosa e abrasiva, oppure ambient orchestrale delicato, o mescolare le due cose. Posso farlo a modo mio, quando ne ho il tempo, il bisogno o la voglia, e questo lo rende sempre fresco per me.
COM’È CAMBIATO IL TUO APPROCCIO ALLA CREAZIONE MUSICALE NEI VENT’ANNI DI PLANNING FOR BURIAL?
– Forse non molto, tranne per la velocità con cui ora porto a termine le cose. All’inizio potevo scrivere un pezzo in poche ore, dall’idea alla registrazione completa, ma non mi soffermavo a pensare a come si inserisse nel resto o nemmeno ricordavo come suonarlo dopo pochi giorni.
Ora lascio decantare un po’ di più le idee prima di svilupparle: penso a come potrei eseguirle dal vivo, e a come potrebbero differire dalla versione registrata. A volte suono in casa pezzi con la chitarra acustica per mesi senza mai registrarli, e poi semplicemente smetto di suonarli e svaniscono nell’etere.
QUANDO COMPONI, PARTI DA UN CONCEPT, DA UN RIFF O DA ALTRO?
– Direi un po’ da tutto questo. A volte inizio semplicemente suonando in loop, poi corro alla batteria per accompagnarmi. Altre volte ho un’idea specifica in testa che, mentre cerco di svilupparla, si trasforma completamente in qualcos’altro, magari perché non ho ancora la tecnica per renderla come l’avevo immaginata.
ULTIMAMENTE, DA ASCOLTATORE, VERSO QUALI PERIODI O STILI MUSICALI TI SENTI PIÙ ATTRATTO? MUSICA SIMILE ALLA TUA O DIVERSA?
– Ultimamente tendo ad ascoltare musica abbastanza calma o rilassata, che mescola elementi elettronici e strumenti tradizionali. Tendo a non ascoltare musica simile a quella che faccio, perché credo che la mia sia una somma di tutte le influenze raccolte nel tempo – preferisco ascoltarle singolarmente. Ho gusti molto variabili: cambiano da un giorno all’altro o di settimana in settimana. E, anche dopo tutto questo tempo, sono ancora un collezionista alla ricerca costante di musica nuova per me, che sia appena uscita o provenga da una scena o un’epoca che mi ero perso per qualche motivo.
LA TUA MUSICA È SPESSO DESCRITTA COME “UNICA E INCONFONDIBILE“. SENTI LA RESPONSABILITÀ DI PRESERVARE QUESTA INDIVIDUALITÀ O TI VIENE NATURALE?
– Come sempre, cerco semplicemente di creare qualcosa che voglio sentire io, prima di tutto.
HAI SUONATO AL MELTDOWN FESTIVAL DI LONDRA, CURATO DA ROBERT SMITH DEI THE CURE. COSA HA SIGNIFICATO PER TE, A LIVELLO PERSONALE E ARTISTICO?
– È uno di quei momenti che definiscono tutta una vita. Probabilmente annoierò la gente a furia di parlarne, ma lo farò finché sarò in vita, e spero che anche dopo qualcuno lo ricorderà.
Avevo circa dieci o undici anni quando mia sorella tornò dal centro commerciale con un CD di “Staring At The Sea” e subito me ne fece una copia su cassetta. Ho avuto tanti artisti importanti nella mia vita, ma pochi hanno avuto l’impatto dei The Cure.
Quando è arrivata la mail con l’invito a suonare, quasi non ci credevo. E la prima persona a cui l’ho detto è stata mia sorella. È stato un momento in cui ho pensato: “ok, forse ho davvero creato qualcosa di speciale”.
TROVI DIFFICILE CONDIVIDERE MATERIALE COSÌ PERSONALE DAL VIVO, OPPURE IL LIVE TI AIUTA A ELABORARLO E TRASFORMARLO?
– Il live spesso mi aiuta ad affrontare il peso emotivo del materiale. Per la maggior parte del tempo sono nella mia zona mentale, quindi non penso a quanto personale sia quello che sto portando sul palco. A volte ritorno all’idea originale dietro una canzone, altre volte essa si trasforma in qualcosa di nuovo. Raramente succede, ma ci sono brani che a volte mi sembrano solo una routine, come se dovessi solo finirli. Quando succede, li tolgo dalla scaletta per un po’ e magari un giorno riscoprirò l’emozione in essi.
PROBABILMENTE NON SARÀ FACILE, MA POTRESTI SCEGLIERE LE TUE TRE CANZONI PREFERITE DI PLANNING FOR BURIAL? E PERCHÉ SONO COSÌ SPECIALI PER TE?
Questo cambia in base all’ora e all’umore, ma direi:
“Wearing Sadness and Regret Upon Our Faces” – È una delle canzoni più vecchie del catalogo PFB, ma quando la registrai, fu il momento in cui capii che dovevo portare il progetto in una certa direzione. È stata la base, il blueprint.
“Glowing Windows / Walk Alone” – Una delle più scarne del mio catalogo. Avevo scritto qualche verso, ma è quasi tutta improvvisata dal vivo. Registrata in una sola take nel salotto della casa in cui vivevo a Matawan, New Jersey, direttamente su un registratore a cassette a quattro tracce: un microfono per l’ampli, uno per la voce, forse uno nell’ambiente.
“You Think” – Perché al momento in cui l’ho scritta sembrava così diversa da tutto il resto e mi ha forse spinto verso una nuova direzione, a cambiare un po’ il ritmo, a uscire dalla mia comfort zone.
INFINE, COSA C’È NEL FUTURO DI PLANNING FOR BURIAL? HAI NUOVE DIREZIONI O IDEE CHE SEI ENTUSIASTA DI ESPLORARE?
– Cerco di vivere giorno per giorno e spero semplicemente di arrivare alla fine della giornata. Per ora, nessuna grande idea, solo il desiderio di portare a termine il lungo tour negli Stati Uniti che mi aspetta.


