POLARIZED – Il caro vecchio thrash di oggi

Pubblicato il 11/12/2015 da

Cicli e ricicli revivalistici goduti e subiti da fine Anni ’90 ad oggi sono riusciti a ridare lustro a tanta ottima musica passata un po’ di moda dopo la fase di massimo fulgore. Quello che ancora non si è riusciti ad ottenere è una resurrezione in pompa magna del thrash melodico americano, sia nella sua frangia iper-tecnica, sia in quella più controllata e affine al metal classico. Un sottobosco dorato che vive nelle nostalgie di chi quell’epoca l’ha vissuta o dei thrasher di ultima-penultima generazione. Coloro i quali, in minoranza tra i coetanei, volgono sguardo e udito a un microcosmo sonoro non testato in prima persona e che, sfortuna loro, non ha lasciato eredi. Peccato. Poi arriva un gruppo come i Polarized, di ragazzi ‘esperti’ – eufemismo per sottolineare che non sono più dei giovincelli! – con una solida reputazione di musicisti costruita fra Anni ’90 e 2000, e finalmente ci sovviene un largo sorriso. Perché finalmente risentiamo un fraseggiare thrash intelligente e articolato col quale ben pochi oggi osano cimentarsi. Guidato da Daniel Botti, cantante/chitarrista dei Node (nel periodo di massimo successo del combo capitanato da Gary D’Eramo), il quartetto ha sfornato un album che va fieramente a rivedere certi stilemi caduti nel dimenticatoio e li reinterpreta con perizia, tecnica, emotività sufficienti a classificare “Western Hypnosis”, primo full-length a firma Polarized, come il miglior disco classic thrash del 2015. Un album che meriterebbe un posto di riguardo nelle discografie di un thrasher che si rispetti. Noi abbiamo desiderato scoprire qualcosa di più sulla gestazione del lavoro e siamo andati a chiedere le informazioni del caso direttamente alla fonte primigenia, Daniel Botti in persona ovviamente!

POLARIZED - band
“WESTERN HYPNOSIS”, IL VOSTRO PRIMO ALBUM, RAPPRESENTA UNA MOSCA BIANCA NELL’ATTUALE PANORAMA THRASH: RAGIONATO, MELODICO, CON RIFF ARTICOLATI E UN PROFILO SONORO ACCOSTABILE AL THRASH AMERICANO DELLA SECONDA METÀ DEGLI ANNI ’80, ABBINATO AD ALCUNE (CONTENUTE) RUDEZZE DEGLI ANNI ’90. COME SIETE ARRIVATI A QUESTO SOUND? DI COSA ANDATE PIÙ ORGOGLIOSI DI “WESTERN HYONOSIS”?
“Ti ringrazio, Giovanni.Questo ѐ il sound che abbiamo nelle ossa. Nonostante ognuno di noi abbia la sua esperienza di ascolti dentro e fuori l’universo metal, il thrash degli anni ’80 e ’90 ѐ il terrenocomune in cui tutti e quattro affondiamo le radici. La cosa di cui andiamo più orgogliosi — al di là del contenuto del disco — ѐ quella di essere riusciti a finalizzare questo primo capitolo di Polarized in tempi relativamente contenuti, vivendo in paesi molto lontani e con risorse economiche e di tempo estremamente limitate”.

SUL VOSTRO SITO UFFICIALE CAMPEGGIA UNA SPECIE DI MANIFESTO DI CHI SONO E COSA VOGLIONO COMUNICARE CON LA LORO MUSICA I POLARIZED. DI QUESTA LUNGA PRESENTAZIONE LA PARTE PIÙ INTERESSANTE MI SEMBRA QUELLA INTITOLATA “WHAT?”, IN PARTICOLARE DOVE AFFERMATE: “THERE IS NO ROOM HERE FOR NOSTALGIA FOR THE GOOD OLD DAYS — THAT, ONE MIGHT SAY, NEVER QUITE EXISTED”.QUALE CONCETTO INTENDETE AFFERMARE CON QUESTA FRASE?
“Intendiamo affermare che non siamo interessati al revival. Il thrash di quei decenni arrivava dai tardi Anni ’70 e sintetizzava alcune delle sue componenti, ma stava nel presente, non emulava il passato. Noi arriviamo dalla fine degli Anni ’80/primi Anni ’90, certo, ma non ci interessa fare leva sulla nostalgia, sulla retorica dei ‘bei tempi andati’, quasi a voler alimentare l’impressione (distorta) che quella fu l’epoca d’oro e che non si possa fare altro che scimmiottarne gli stilemi. L’inciso di chiusura si riferisce proprio alla distorsione dell’immagine che si ottiene quando si romanticizza il passato. Chi ci ha vissuto lo romanticizza nei ricordi, chi ѐ nato successivamente a quel periodo lo fa nell’immaginazione, ma quell’immagine glorificante ѐ una costruzione del presente e non appartiene a quel tempo storico”.

LA COPERTINA RAPPRESENTA IL CERVELLO UMANO VISTO DAL SUO INTERNO. SECONDO VOI, COSA C’È NELLA TESTA DI UN INDIVIDUO MEDIO? CHE TIPO DI CORTOCIRCUITI SI CREANO NELL’UOMO OCCIDENTALE, COSÌ DA PROVOCARNE LA “WESTERN HYPNOSIS” TITOLO DEL DISCO?
“Interessante prospettiva, la tua, sulla copertina. Non so cosa ci sia nella testa di un ‘individuo medio’. Da un certo punto di vista, non so cosa sia l’individuo medio. Quando si usa l’aggettivo ‘medio’ si hanno in mente caratteristiche che immaginiamo, o diamo per scontato, tutti attribuiscano alla ‘medietà’ di una certa specie: ad esempio, quando parliamo dell’italiano ‘medio’, dell’americano ‘medio’, del francese ‘medio’, ma anche dell’impiegato pubblico ‘medio’, del poliziotto ‘medio’, eccetera. Di solito l’accostamento funziona — nel senso che produce l’effetto desiderato da chi lo pronuncia — su tipologie o categorie già fortemente stereotipate in precedenza nella mente a livello collettivo. Sarebbe meno ovvio parlare di benzinaio ‘medio’ o cuoco ‘medio’ o autista ‘medio’ — a meno che non si parli tra cuochi, benzinai, o autisti che sanno di condividere certe opinioni, o pregiudizi, su tali categorie. Bisognerebbe chiarire cosa si intende, proprio perché non esistono forti stereotipizzazioni di queste tipologie a livello generale. Quando usiamo questo aggettivo con riferimento all’uomo occidentale, forse pensiamo alla mente, o alla psicologia delle menti associate, in questa fase della storia di quella che viene comunemente chiamata ‘civiltà occidentale’. L’Europa vive una fase molto interessante: con la mente siamo ancora immersi in un certo modo di pensare ai gruppi umani — lo stato che coincide con la nazione, col ceppo etnico, col sangue, con la lingua — ma con la carne siamo già ben dentro a una fase post-nazionale che pare irreversibile non tanto in relazione alle dinamiche interne al vecchio continente, ma in relazione a mutamenti su scala mondiale. La paura di perdere le radici, il passato, la cosiddetta identità, da un lato, e il mutamento necessario, imposto dai tempi storici, insieme al bisogno di liberarsi dal fardello della tradizione e di certi valori che sembrano ingabbiarci in scatole chiuse, dall’altro lato. Il porto sicuro delle identità, la mitizzazione di micro-identità talvolta inventate, la glorificazione delle tradizioni, del già conosciuto che si teme di perdere o dimenticare, risorgono in questo tempo nella mente della vecchia Europa, spaventata dalla mescolanza, non abituata al meticciato, in quanto per secoli venditrice e non acquirente di carne umana. Allo stesso tempo, la spinta globalizzante del capitalismo mondiale — che schiaccia il particolare, lo standardizza, lo omologa, lo annienta — porta molti ad auspicare chiusure autarchiche, rifugi identitari. L’ipnosi ѐ una metafora, naturalmente. Siamo ipnotizzati da forze dicotomiche che operano non solo e non tanto nella cosiddetta ‘società’, ma nella mente di uno stesso individuo: comunità contro individuo, prudente isolazionismo contro tentazioni universaliste, attaccamento alla tradizione contro necessità di cambiamento, senso di appartenenza a un gruppo contro bisogno di emancipazione dal gruppo, senso di lealtà contro senso di giustizia. L’ipnosi, come dicevo, ѐ metaforica: nel frattempo si vive in maniera più o meno conscia e si fanno scelte che hanno conseguenze. Non so se sia ‘medio’ o ‘alto’ questo modo di pensare l’ipnosi dell’occidente odierno. Questa ѐ comunque la nozione di ipnosi che credo emerga nel disco”.

ALL’ASCOLTO DI “WESTERN HYPNOSIS”, IL PRIMO PARAGONE CHE VIENE NATURALE FARE È QUELLO COI MEGADETH DELL’EPOCA DI “RUST IN PEACE”. COS’AVEVA DI SPECIALE QUEL DISCO PER DARE UNA COSÌ FORTE IMPRONTA AL VOSTRO SUONO?
“Quel disco ha avuto un impatto su di me — e penso anche sui miei compagni in Polarized — come ‘Presence’ dei Led Zeppelin lo ebbe su Dave Mustaine. È una questione anagrafica, innanzitutto. Quel disco costituisce uno dei pilastri del thrash (insieme ad altri, naturalmente). ‘Rust In Peace’ ha posto le basi per un certo modo di suonare metal negli anni ‘90. È naturale che in ‘Western Hypnosis’ si trovino momenti di affinità con quel disco — forse, aggiungerei, più dal punto di vista chitarristico. Non saprei dire se ‘Rust In Peace’ abbia dato l’impronta dominante a ‘Western Hypnosis’. Ci sono molti elementi di discontinuità dovuti ad altre influenze musicalmente un poco più ‘oltranziste’, ma ci sono anche passaggi che, se interpretati in un certo modo, ci portano davvero più vicini ai Led Zeppelin che ai Megadeth!”.

IN UNA TUA INTERVISTA DEL PERIODO DI “DAS KAPITAL” DEI NODE, DANIEL, AFFERMASTI CHE PER TE I TESTI SONO IMPORTANTI QUANTO LA MUSICA E CHE QUANDO TROVI GRUPPI CHE ABBINANO CON EGUALE MAESTRIA L’ASPETTO SONORO E TESTUALE COSTORO PASSANO DAVANTI A CHI È INTERESSANTE SOLO PER L’ASPETTO MUSICALE. RIGUARDO AL DISCO DEI POLARIZED, SEI SODDISFATTO NELLA STESSA MISURA E DEI TESTI E DELLA MUSICA? AVETE DOVUTO SPENDERE PIÙ TEMPO COI PRIMI O CON LA SECONDA?
“I testi, per me, sono fondamentali. Non devo necessariamente ritrovarmi nelle opinioni espresse dal testo perché mi piaccia. È il modo, non tanto il contenuto, che mi interessa. Una canzone non ѐ un saggio, o una poesia. Non mi interessa la coerenza logica, mi interessa avvertire l’immagine, l’illuminazione, l’ordine (o il caos) interiore. Nel caso di Polarized, il tempo speso per la musica ѐ stato molto maggiore di quello speso per i testi. Di solito scrivo i testi da solo, in maniera disordinata, tornando sullo stesso testo in giorni o mesi diversi. Difficile quantificare, ma posso dire con certezza che la stesura dei brani ha richiesto più ore rispetto ai testi”.

IL VOSTRO BAGAGLIO DI ESPERIENZE È ABBASTANZA VASTO E VI CONSENTE DI PESCARE IN UN BACINO DI INFLUENZE PIUTTOSTO AMPIO E MULTIFORME. QUALI SONO I GRUPPI CHE PIÙ HANNO SEGNATO QUESTA PRIMA FASE ARTISTICA DEI POLARIZED?
“Beh, se prendiamo le esperienze di tutti e quattro i membri dei Polarized, andiamo veramente a spaziare tra i generi. Fino ai 10/11 anni credo di avere ascoltato, per via dei miei genitori, solo The Beatles, Battisti, Springsteen e Dalla. Se vogliamo rimanere nel metal, includendo le influenze di tutti, faccio prima a parlare di scene anni ’80 e ‘90: NWOBHM, San Francisco Bay, Tampa Bay, NewYork/NewJersey, Teutonia”.

QUALI SONO I VANTAGGI E GLI SVANTAGGI DI LAVORARE A DISTANZA COME SIETE COSTRETTI A FARE VOI QUATTRO, CON DUE MEMBRI ABITANTI IN SVEZIA, UNO NEGLI STATI UNITI E UN ALTRO IN ITALIA?
“Comporre a distanza non ѐ semplice. Bisogna essere bravi a coordinarsi, senza demoralizzarsi se i tempi si allungano un po’. Le strutture dei pezzi sono partite da me, ma non ho voluto mettere becco negli arrangiamenti di batteria, basso e chitarra solista. Ho lasciato che gli altri, con le sole tracce di chitarra ritmica, si divertissero su quelle strutture. Per me, il gran divertimento ѐ stato veder pezzi che immaginavo in un certo modo cambiare faccia ad ogni scambio. Il gioco di rimbalzi al di quà e al di là dell’Atlantico, in fase compositiva, ѐ stato spassoso. Finita la pre-produzione a distanza, ho comunque dovuto prendere un aereo per andare a Stoccolma a registrare le voci e seguire le registrazioni di basso e chitarra solista presso il Radionika Studio di Dino (Medanhodzic, chitarrista solista dei Polarized, ndR). Le chitarre ritmiche sono state registrate a New Haven, ma riamplificate ai Radionika. Marco (Di Salvia, il drummer, ndR) ha registrato le batterie allo Shelter Studio di Milano, sotto la supervisione di Marco Sivo”.

QUAL È LA VOSTRA OPINIONE SULLA SCENA THRASH METAL ATTUALE? CHI SONO I GRUPPI DI VOSTRO MAGGIORE GRADIMENTO?
“Grazie al vostro Luca Pessina, ho scoperto di recente i Black Breath. Magnifici. Devo ancora procurarmi l’ultimo disco. Sì, quando posso, acquisto ancora copie fisiche!”.

VISTA DALL’ALTRA PARTE DELL’OCEANO, COME VEDI OGGI LA SCENA METAL ITALIANA? QUALI DIFFERENZE VEDI CON QUELLA AMERICANA?
“Io penso che il metal in Italia sia vitale come in altri paesi. Ci sono molti gruppi da nord a sud, un buon numero di questi sono molto conosciuti fuori dai confini nazionali e si trovano spesso in tour mondiali di rilievo. Il metal in Italia si esprime bene o male in tutti i sottogeneri. Parlare di ‘scena’ ѐ difficile un po’ dappertutto. Quando sentivo parlare di ‘scena’ — 25 anni fa — la gente non intendeva indicare la mera somma dei vari gruppi in un certo territorio: ‘scena’ era il fanzinaro, il tipo che stampava cassette, il tipo che organizzava date, festival, i gestori di questo o quel locale. ‘Scena’ significava movimento, tessuto sociale, non solo somma di gruppi in questa o quella area urbana. Di ‘scena’ americana non si può parlare. Posso dirvi qualcosa sul Connecticut e sul New England. Questa zona ѐ conosciuta a livello internazionale per l’hardcore. Gli Hatebreed sono di New Haven, Converge ed Unearth sono nel vicino Massachussetts, eccetera, eccetera. Meno conosciuti, sempre più o meno nello stesso filone, Dead By Wednesday, Cyperna, Kali Ma. Poi ci sono tanti altri gruppi interessanti non legati a quel filone. Penso agli Earthside, ai Curse The Son, ai Vestal Claret, agli Heavy Breath, tutti di New Haven e/o dintorni. Qui, come in Italia, c’ѐ gente che si sbatte, che organizza eventi, compilation, programmi radio. Non mi sento di dire che le cose qui funzionino meglio o peggio che in Italia. Forse nel modo, nell’attitudine con cui si fanno certe cose si possono riscontrare differenze — spesso culturali in senso generale e non specifiche della comunità metallica locale — ma dipende sempre dalle persone con cui si ha a che fare”.

CI SONO PIANI PER PROPORRE “WESTERN HYPNOSIS” DAL VIVO? AVETE IN MENTE UN TOUR O ALMENO QUALCHE DATA SELEZIONATA IN QUALCHE FESTIVAL?
“Ci piacerebbe molto. Al contrario di quello che si potrebbe pensare (legittimamente, date le nostre collocazioni geografiche disparate), questo ѐ un gruppo pronto a saltare su un tour bus domani mattina per portare in giro ‘Western Hypnosis’. Non ѐ un progetto personale che inizia e finisce in studio. Abbiamo registrato con un approccio ‘live’, siamo tutti musicisti che danno molta importanza a questo aspetto. Quello che non possiamo fare, però, ѐ saltare su un furgone e suonare in situazioni medio-piccole nel raggio di un tot chilometri dalla base. Semplicemente perché la base non c’ѐ! Stati Uniti, Svezia e Italia sono le basi: non esattamente l’ideale per organizzare un weekend fuori porta. Una soluzione ѐ imbarcarsi in un tour per ottimizzare tempi e denaro. Ci stiamo lavorando. È di sicuro la parte più complicata al momento”.

C’È QUALCHE BAND DI ULTIMA GENERAZIONE CHE VEDI VICINA AI POLARIZED NELL’APPROCCIO MUSICALE?
“Non saprei. Mi pare, ma potrei sbagliare per mancanza di conoscenza, che la rivitalizzazione del thrash negli ultimi anni sia stata alimentata da quello spirito di revival di cui parlavo prima. Sembra quasi di sentire dei tributi. Anche la ricerca dei suoni ‘old-school’ mi pare fine a se stessa, talvolta artificiosa. Non che mi piacciano i dischi di plastica in cui i musicisti hanno lo stesso tocco, lo stesso passo, ossia, in cui l’unicità del musicista ѐ appiattita da una stupida griglia su uno schermo. Al contrario! Ma la realtà ѐ che negli anni ’80 e ’90 si cercavano suoni nuovi e nella maggior parte dei casi erano i mezzi economici ad imporre lo standard. Non si voleva riprodurre lo stesso suono dei Led Zeppelin o dei Black Sabbath. Si voleva guardare avanti, non indietro. Si credeva nella possibilità di evolvere, non di celebrare il culto del passato in quanto passato. Non voglio avere la presunzione di dire che i Polarized facciano quel che nessun altro fa. Questo non sono io a doverlo dire. Chiederei a te se ci sono gruppi di ultima generazione che vedi vicini ai Polarized nell’approccio musicale. Io non saprei rispondere”.

PARLANDO INVECE DELLA TUA PRECEDENTE BAND, I NODE, VOLEVO SAPERE COSA TI ASPETTI DAL LORO PROSSIMO ALBUM E COME GIUDICHI LA LORO RECENTE EVOLUZIONE SONORA.
“Conosco Gary da molto tempo. Ci ho suonato insieme dal 1999 al 2009. Lui era l’anima dark dei vecchi Node, quello dei riff ciccioni e degli accordi aperti e armonizzati. Io ero quello dei riff più snelli e taglienti. Marco aveva un modo di comporre (sì, perché il buon Di Salvia ha composto molti pezzi di chitarra nei Node) forse più vicino al mio. Dai Node, oggi, mi aspetto che il riffing legnoso, cadenzato,e le doppiature dissonanti di Gary pervadano di testardaggine e agonia tutto il prossimo album. Sono curioso di sentire che forma prenderà il tutto con il nuovo vocalist. Mi aspetto sicuramente qualcosa di più cupo rispetto ai tempi in cui c’ero io. Ho sentito qualcosa della pre-produzione in una mia recente visita in Italia, ma non posso dire niente in proposito. Non c’erano le voci, i livelli erano tutti sballati, erano solo tracce di batteria e chitarre nemmeno pre-mixate. Per quanto riguarda la loro recente evoluzione sonora, ѐ naturale che le cose siano cambiate molto negli ultimi 5 anni. Quando vengono rimpiazzate tre persone su quarto, il cambio di sound ѐ nella natura delle cose. Non sono interessato a esprimere giudizi. Spero che abbiano trovato un assetto stabile, e spero soprattutto che si stiano divertendo”.

COSA TI EMOZIONA, OGGIGIORNO, DA MUSICISTA E ASCOLTATORE, ALL’INTERNO DELL’UNIVERSO MUSICALE, NON SOLO METAL?
“La fase compositiva ѐ sempre stata la parte più emozionante per me. Tutte le volte, quando assisti all’effetto che una tua bozza di pezzo produce prima di tutto nelle persone che suonano con te, si apre un orizzonte che non potevi immaginare. Quello che hai concepito viene filtrato da altre teste, da altre sensibilità, esperienze, e scopri aspetti della tua bozza di cui non conoscevi l’esistenza, che non realizzavi fossero contenuti in potenza nella tua bozza. Alcune persone tendono a chiudersi, a irrigidirsi e recalcitrare a questo processo, ad essere refrattari nel vedere la propria ‘creatura’ rimaneggiata e ‘snaturata’ da altri… ‘Perché non ѐ come la intendo io!’, questo pensano in molti. Per me ѐ la cosa più affascinante. Credo fermamente nella policentricità in fase compositiva. Imporre il tuo verticismo monologico significa rinunciare a un viaggio pazzesco. Bisogna scegliere bene le persone con cui suonare, naturalmente. Bisogna essere pignoli all’inizio, non alla fine. Su questo, mi pare di aver fatto un buon lavoro.Per il momento, il viaggio ѐ inebriante”.

2 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.