Nati nel 2014 nel New Jersey, i Replicant si sono distinti fin dagli esordi per la peculiarità della loro proposta, caratterizzata da un suono disturbante e battezzato con l’etichetta ‘dissonant death metal’. Se il debutto “Negative Life” del 2018 ha rappresentato una sorpresa e ci ha permesso di conoscerli, la consacrazione è arrivata con il successivo “Malignant Reality”, pubblicato tre anni fa, e la definitiva conferma con il recente “Infinite Mortality”, uscito solo qualche mese fa. La loro musica, per quanto intricata e complessa, non si riduce ad un groviglio di riff, in quanto la mancanza di melodia viene compensata da un impatto devastante e da una buona dose di groove, rendendo l’ascolto impegnativo quanto appagante.
Alle nostre domande hanno risposto Michael Gonçalves e Peter Lloyd, rispettivamente cantante e chitarrista della band statunitense.
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E’ LA PRIMA VOLTA CHE SIETE OSPITI SUL NOSTRO SITO: CI POTETE RACCONTARE LA VOSTRA STORIA? DA DOVE SIETE PARTITI E COME SIETE ARRIVATI A QUESTO PUNTO?
– Pete: Grazie, siamo entusiasti di essere qui!
L’idea dei Replicant è nata nel 2012, quando la vecchia band mia e di Mike si è sciolta. Volendo fondare una altro gruppo, basato su un suono death metal peculiare e discordante, abbiamo deciso di formare una nuova entità, che in seguito è diventata Replicant. Abbiamo scritto le canzoni che sarebbero diventate l’EP “Worthless Desires” e abbiamo reclutato il nostro amico Matt Thompson alla batteria (che ha suonato con me nei Dystrophy) e Tom Murphy al basso. Tom se ne è andato poco dopo, e siamo rimasti un trio per sette anni, pubblicando due full-length e tre EP, finché Itay Keren non si è unito a noi nel 2021 come secondo chitarrista. Ora siamo al decimo anno come band e abbiamo appena pubblicato il nostro terzo album, “Infinite Mortality”.
“MALIGNANT REALITY” E’ STATO PUBBLICATO ORMAI TRE ANNI FA. COS’E’ CAMBIATO DALLA SUA USCITA? COSA AVETE FATTO NEL FRATTEMPO?
– Pete: Molte cose sono cambiate dall’uscita di “Malignant Reality”. Ci siamo separati dal nostro secondo batterista, James Applegate (che ha suonato sia in “Malignant Reality” sia in “Infinite Mortality”), siamo tornati da un tour europeo di successo con la band svizzera Anachronism, e abbiamo dato il benvenuto al nuovo batterista Justin Spaeth (Tombs, Putrascension).
– Mike: “Malignant Reality” era un disco realizzato durante la pandemia di Covid-19. Mentalmente è stato un momento difficile. C’era molta ansia nel poter fare le cose. Quel sentimento si è riversato anche in questo nuovo disco. Con la pandemia (speriamo) alle spalle, vogliamo essere più attivi, suonare di più.
IN “MALIGNANT REALITY” ERAVATE UN TRIO, FORMAZIONE PIUTTOSTO INUSUALE PER UN GRUPPO DEATH METAL CHE BASA LA PROPRIA MUSICA SU UN RIFFING INTRICATO, MENTRE CON “INFINITE MORTALITY” SIETE DIVENTATI UN QUARTETTO, GRAZIE ALL’AGGIUNTA DI UN SECONDO CHITARRISTA. VI SENTITE PIU’ COMPLETI IN QUATTRO?
– Pete: Avere un secondo chitarrista ci permette di trasporre anche negli show dal vivo, in modo autentico, le idee che creiamo per il disco. In alcuni passaggi su “Infinite Mortality” le chitarre suonano in modo divergente ed è possibile apportare molta più sperimentazione, creare armonia e disarmonia tra i canali sinistro e destro.
– Mike: Come trio, le canzoni di allora erano state scritte per una chitarra sola quando proposte dal vivo. Il suono si basava sull’interazione tra una sola chitarra, il basso e la batteria. Ora, con due chitarre, c’è più libertà di prendere la tangente, pur mantenendo la nostra tipica pesantezza. Siamo anche in grado di costruire un muro sonoro più consistente. Come bassista e cantante, è bello essere sostenuto dalla doppia chitarra quando siamo in concerto.
COME PRENDE FORMA UN PEZZO DEI REPLICANT? PARTE DA UN RIFF, UN TESTO O DA QUALCOS’ALTRO?
LA VOSTRA MUSICA SUONA DISSONANTE MA E’ ANCHE PIENA DI GROOVE. COME COMBINATE QUESTI DUE ASPETTI?
– Mike: Le canzoni in un certo senso si scrivono da sole. Iniziamo collezionando riff e cerchiamo di lasciare che la sensazione del riff stesso ci porti all’idea successiva. La maggior parte delle volte, componiamo una demo a casa e la inviamo al resto dei ragazzi per un feedback. A volte ci scambiamo riff da inserire nelle nostre rispettive composizioni. Altre volte, ci sediamo insieme e analizziamo alcune parti e transizioni. Quando scrivo, mi piace anche creare titoli provvisori che descrivano ciò che provo durante il processo di composizione; a volte rimangono davvero impressi e il testo fluisce da lì.
È difficile dire come combiniamo i diversi aspetti, si tratta davvero di sentirli dall’esterno. A volte è semplice, basta regolare la parte di batteria su un riff per cambiarlo completamente; altre volte è un processo più lungo. Quando mi trovo in difficoltà provo a perdermi in altra musica e poi rivisitare quello che ho composto.
COSA MI DITE DEI VOSTRI TESTI? CHI LI SCRIVE? DI COSA PARLANO?
– Mike: Scrivo io la maggior parte dei testi. Itay, però, ha scritto il testo di “Reciprocal Abandonment”. I testi iniziano come astrazioni in una ‘zuppa’ di immagini verbali. I temi generali nella musica dei Replicant sono la depressione, l’isolamento, la depravazione e la negatività. Cerchiamo di curare un senso di caotica disperazione con una scelta concreta. Per me, i testi significano qualcosa e quando li registriamo hanno un effetto catartico, ma l’ascoltatore può interpretarli come preferisce.
In “Infinite Mortality” ci concentriamo sul lutto della nascita. Si nasce in un mondo ostile per poi morire. Questo concetto è nato leggendo della setta gnostica dei Sethiani, i quali piangevano la nascita dei loro figli quando venivano accolti nel regno della sofferenza. In tutto l’album ci sono riferimenti all’antica saggezza perduta, ad un sentimento antireligioso e al risentimento verso questo mondo.
QUALI CANTANTI HANNO AVUTO INFLUENZA SULLO STILE VOCALE DI MICHAEL?
– Mike: Ce ne sono così tanti da menzionare! Uno dei primi cantanti death metal che ha influenzato il mio approccio alla voce è Tomas Lindberg degli At the Gates. “The Red In The Sky Is Ours” mi ha lasciato una grande impressione da adolescente ed è il disco che mi ha fatto iniziare con questa musica. Tomas ha uno stile davvero folle e viscerale, soprattutto in quell’album.
Un’altra grande influenza è il compianto, grandioso Steve Hurdle e il suo lavoro vocale su “Obscura” dei Gorguts e con la sua band Negativa, insieme a Luc Lemay. Anche John Tardy degli Obituary e Sauron dei Decapitated sono stati fonti di ispirazione.
TUTTI VOI SIETE COINVOLTI IN ALTRE BAND. CI FATE UNA BREVE LISTA?
– Mike: Per quanto mi riguarda Windfaerer, Putrascension e Voidscape, mentre Itay è impegnato con Windfaerer e Afar e Justin con Tombs, Putrascension, Voidscape, Kalopsia, Abacinate e Hammer Fight.
QUANTO E’ IMPORTANTE LA TECNICA STRUMENTALE NELLA VOSTRA MUSICA?
– Mike: La tecnica non è la priorità quando si compone. Ci focalizziamo principalmente sul riff e sul suo impatto nel contesto di una canzone. Personalmente non sono un musicista molto tecnico, quindi non penso di rendere le cose troppo complicate. Alcuni riff possono essere impegnativi, ma l’importante è che siano suonabili e che rimangano impressi. Il processo ha lo scopo di creare qualcosa di intricato, ma abbastanza semplice da digerire e da seguire. Non utilizziamo la tecnica solo per il gusto della tecnica in sé.
TRA LE CANZONI DELL’ALBUM, “PLANET OF SKIN” E’ LA PIU’ LUNGA, ADDIRITTURA IN TUTTA LA VOSTRA DISCOGRAFIA. COME E’ NATA E DI COSA PARLA?
– Mike: “Planet Of Skin” continua la tradizione dei Replicant di chiudere i dischi con un pezzo molto lungo. In realtà l’intento non è mai quello di creare un brano con una durata precisa: finisce sempre in questo modo e basta. Tutto ha avuto inizio quando io e Itay stavamo cercando di capire come suonare a orecchio un’altra canzone dei Replicant, e con le note sbagliate ci siamo ritrovati tra le mani un nuovo riff che ha aperto lo scenario adatto a “Planet Of Skin”.
All’inizio avevamo solo tre riff molto affilati, ma col tempo ho rivisitato la canzone e ho continuato ad aggiungere materiale, sviluppando idee differenti.
Il testo tratta, tra le altre cose, temi di religione antica, divinità abbandonate, isolamento umano e origini primordiali. In pratica portiamo al loro culmine i temi dell’intero disco. Il carburante per la composizione viene dal disprezzo per il fondamentalismo religioso. Gli dei sono venuti e se ne sono andati, alcuni più antichi di quelli di oggi, ma nel tempo sono stati trasformati in esseri più ‘efficienti’ da adorare, e la loro forma originale è stata oscurata. Questo argomento è stato trasposto sulla condizione della miseria umana e dell’isolamento: alla fine moriamo soli e dimenticati.
COSA VI HA PORTATO A SUONARE DEATH METAL? COSA TROVATE DI PARTICOLARE IN QUESTO GENERE TANTO DA FARVELO PREFERIRE AGLI ALTRI? PERCHE’ PENSATE LA GENTE ASCOLTI ANCORA UN GENERE NATO PIU’ DI TRENT’ANNI FA? QUAL E’ IL FUTURO DI QUESTA MUSICA?
– Mike: Il death metal è duro e abrasivo. È uno sbocco eccellente per le emozioni oscure. Finché ci sarà sete di estremo, il genere prospererà. Inoltre, se riproduci alcuni brani del death metal dei primi anni ’90, come “Eaten Back to Life”, questi suonano ancora freschi e viziosi oggi! Se fatto bene, non sembra mai datato. Adoro tornare indietro e scoprire gemme mai sentite prima: non sono mai morte e sono in agguato per influenzare la generazione successiva. Insomma, sembra che ci sia sempre qualcosa di nuovo da scoprire anche dopo trent’anni!
– Pete: Quando ho ascoltato per la prima volta death metal, sono stato immediatamente attratto dalla complessità e dall’intricatezza della musica. Non avevo mai sentito nulla portato così agli estremi e ne sono rimasto subito affascinato. Col tempo, mi sono innamorato delle emozioni crude che evocava e l’ho trovato un modo produttivo per incanalare la mia aggressività. Il genere spinge sempre oltre i limiti e innova, motivo per cui le persone continuano ad ascoltare, e si spera, ascolteranno sempre death metal. Penso che il futuro sarà roseo per il genere e sono entusiasta di farne parte.
QUALE EVOLUZIONE POTREBBE SUBIRE LA VOSTRA MUSICA IN FUTURO? C’E’ UN ASPETTO DEL VOSTRO SUONO SUL QUALE VI PIACEREBBE FOCALIZZARVI?
– Mike: Siamo molto aperti nel nostro approccio, quindi qualsiasi cosa facciamo può essere modellata all’interno del nostro suono. Sarebbe divertente sperimentare canzoni più brevi e veloci. Tutto sommato, però, vorremmo che le cose continuino ad andare nella stessa direzione: contorte e pesanti.
AVETE GIA’ DEI PIANI PER IL FUTURO?
– Mike: Stiamo lavorando per registrare alcune canzoni per una pubblicazione breve. È ciò che ci piace fare: scrivere. Stiamo anche progettando di organizzare altri tour. Vogliamo continuare a diffondere il contagio…

