Con “Visions Of A Dismal Fate” i cileni Rotten Tomb hanno confezionato uno dei migliori debut album death metal degli ultimi tempi, rivelando un’abilità compositiva decisamente lodevole e una visione di insieme certamente definita e coerente. Partendo dal death metal più cavernoso, con i soliti Incantation e Immolation a regnare fra la vasta gamma di influenze, il quartetto sa come mescolare le carte, mostrandosi particolarmente sensibile alla ricezione del lato ‘maledetto’ dell’armonia. Il risultato è un disco che sa anche vivere di atmosfera e che non rinuncia a qualche strizzata d’occhio a certa vecchia scuola europa. Ne parliamo con il disponibile batterista A. Prophaner, portavoce della band sudamericana.
LA CARRIERA DEI ROTTEN TOMB INIZIA NEL 2016. COSA RICORDI DEI PRIMI GIORNI DELLA VOSTRA AVVENTURA? COSA AVEVATE IN MENTE A LIVELLO DI SOUND DA PROPORRE?
A.: – Devo dire che sin dall’inizio abbiamo avuto le idee chiare su che genere di musica suonare. Volevamo proporre del death metal sulla scia di Immolation e Incantation, interpretandolo con una nostra personalità. Poi, durante il processo di composizione dei primi pezzi, hanno iniziato a farsi largo influenze di band come Paradise Lost, Amorphis e Dismember. Da allora abbiamo mantenuto quella direzione e, potendo contare su una line-up solida, siamo riusciti a concretizzare la nostra visione nel nuovo album “Visions Of A Dismal Fate”.
“VISIONS…” È APPUNTO IL VOSTRO PRIMO FULL-LENGTH. UN DISCO RADICATO NEL DEATH METAL DEGLI ANNI NOVANTA, MA DOTATO TUTTO SOMMATO DI UNA SUA VERSATILITÀ, ANCHE GRAZIE AGLI INFLUSSI DI PARADISE LOST E AMORPHIS CHE HAI CITATO…
A.: – Esatto. Come dicevo, sin dai demo abbiamo cercato quasi subito di fondere il death metal di stampo americano che ci piace con dei momenti più lenti e melodici mutuati da certa scena europea. Questo mix si deve soprattutto ai gusti di C. e Deathbringer, i nostri due chitarristi. Tuttavia, devo dire che tutta la band lavora ai pezzi, cercando di renderli più scorrevoli e personali, andando oltre la semplice fusione di due correnti death metal.
C. e Deathbringer sono comunque i principali compositori e tendono ad occuparsi anche dei testi. Solitamente partiamo da un riff per poi costruirci attorno una canzone. La struttura di base viene incisa come demo, quindi ci ritroviamo per suonare assieme il brano e per fare le dovute modifiche, come accennavo. Questo è stato il nostro processo per il debut album, che è stato in lavorazione dal 2019.
QUANTO AVETE IMPIEGATO A COMPLETARE IL DISCO? SIETE STATI RALLENTATI DALLA PANDEMIA?
A.: – Purtroppo la pandemia e la profonda crisi che ha coinvolto il nostro paese hanno rallentato i lavori sul disco. Direi che abbiamo perso circa due anni, soprattutto perché i voli per Santiago continuavano a venire cancellati: avevamo in mente da tempo di registrare l’album nei DM6 Studios, nella capitale, quindi abbiamo dovuto attendere che la situazione tornasse a un minimo di normalità. Fortunatamente, lo scorso agosto siamo riusciti a viaggiare e a trascorrere un’intera settimana in studio per registrare. È stato un processo molto intenso, una lotta contro il tempo, ma tutto sommato siamo riusciti a fare tutto quello che avevamo in mente.
COME VORRESTI CHE IL DISCO VENISSE ASCOLTATO E ASSIMILATO?
A.: – Sarebbe bello se l’ascoltatore si concentrasse prima sulla copertina, per poi leggere i testi mentre la musica scorre in sottofondo. È tuttavia un metodo sempre meno comune, purtroppo. Altrimenti, non credo che vi sia nulla di specifico su cui concentrarsi, mi auguro solo che l’album possa essere considerato meritevole di attenzione dall’inizio alla fine.
LA VOCE DI DEATHBRINGER È DAVVERO POTENTE ED È SICURAMENTE UNO DEGLI ELEMENTI SALIENTI DELL’ALBUM. QUALI SONO LE SUE INFLUENZE?
A.: – Deathbringer tra ispirazione dalle stesse fonti a lui care per comporre la musica, quindi Incantation, Immolation e magari realtà un po’ più recenti, come i Dead Congregation. Tuttavia i paragoni con i primi Paradise Lost si stanno facendo piuttosto insistenti e anche quelli sono per noi un complimento.
ULTIMAMENTE IL CILE SEMBRA ESSERE LA CAPITALE DEL METAL IN SUDAMERICA. SOLO NEGLI ULTIMI MESI ABBIAMO MOLTO APPREZZATO I DISCHI DI MORTIFY, INANNA E SUPPRESSION. E LA LISTA POTREBBE ESSERE PIÙ LUNGA. QUAL È IL VOSTRO SEGRETO? PAESI BEN PIÙ AMPI, COME ARGENTINA O BRASILE, NON POSSONO VANTARE UNA SCENA TANTO FERTILE…
A.: – Purtroppo non lo so spiegare con esattezza. Devo dire che in Cile vi è una scena decisamente attiva e fanatica, che prova sempre a prendere l’iniziativa, cercando di migliorare le cose. Pur con le dovute eccezioni, le band hanno sempre bene in mente di guardare avanti e di fare meglio di quelle che le hanno precedute, stando quindi attente alla qualità e restando attive il più possibile. Siamo consapevoli del fatto che il nostro panorama stia vivendo un ottimo momento e speriamo di continuare su questa strada. Ultimamente anche il Perù si sta muovendo nella direzione giusta e consiglio a tutti di tenere d’occhio cosa sta succedendo da quelle parti.
COME ROTTEN TOMB DOVE PENSATE DI DIRIGERVI?
A.: – Con questo gruppo non stiamo cercando di rivoluzionare il genere: siamo appassionati di metal vecchia scuola, quindi non è stato difficile trovare una nicchia confortevole e suonare quello che ci viene spontaneo. Tuttavia, cerchiamo sempre di restare aggiornati e di seguire le gesta di band contemporanee come Dead Congregation, Venenum o Cruciamentum, tra i tanti. Negli ultimi tempi, mentre stiamo componendo nuova musica, più volte ci viene da dire “Questo suona Rotten Tomb”, quindi forse stiamo inconsciamente trovando un nostro stile ancora più personale. Siamo una band giovane e pensiamo di avere molto da offrire. Questo è solo l’inizio. Il prossimo album – che è stato per lo più composto nel corso della pandemia e che è praticamente pronto in forma di demo – segue le coordinate di “Visions Of A Dismal Fate”, ma siamo certi che risulterà comunque fresco. Non vediamo l’ora di registrarlo e di farlo ascoltare al nostro pubblico.
SOLITAMENTE PER UN GRUPPO CILENO È PIUTTOSTO DIFFICILE ORGANIZZARE UN TOUR, PER RAGIONI STRETTAMENTE GEOGRAFICHE. VOI AVETE QUALCHE PROGRAMMA IN QUEL SENSO?
A.: – Sì, purtroppo è complicato organizzare un tour anche nello steso Cile, vista l’estensione del nostro paese. Ovviamente ci interessa suonare il più possibile, quindi idealmente non escludiamo alcuna possibilità. Se ci arrivassero proposte dagli USA, dall’Europa o dalla Corea del Nord, Cuba e Iraq, le prenderemmo in considerazione!

