Per gli amanti del metallo più fumante, la recente pubblicazione di “Church Of The Scream” degli italiani ScreaMachine è stata una sorpresa non da poco. A dire il vero già l’omonimo debutto di due anni fa aveva fatto scorgere le potenzialità della band di origini romane – che ha messo insieme una line-up esperta con musicisti ben navigato – ma i passi in avanti in termini di varietà ed equilibrio in queste nuove composizioni sono piuttosto evidenti, suonando classici ma con un tocco moderno e ottenendo un mix heavy metal che potrebbe rivelarsi letale.
Quale sia il segreto degli ScreaMachine? Lo abbiamo chiesto al loro fondatore e bassista Francesco Bucci!
CIAO RAGAZZI. SIETE TORNATI DOPO DUE ANNI DI PAUSA DAL DISCO DI DEBUTTO. COSA E’ CAMBIATO, A VOSTRO PARERE, NEL SOUND DELLA BAND CON QUESTO NUOVO “CHURCH OF THE SCREAM”?
– Ciao! In questi due anni di pausa non siamo stati certo con le mani in mano: abbiamo rodato il nostro nuovo acquisto alla chitarra, Edoardo Taddei, con qualche data dal vivo in giro per lo stivale ed abbiamo pubblicato lo scorso anno un EP digitale seguito dal video della title-track, “Borderline”. Nel frattempo abbiamo finalizzato le registrazioni del secondo disco prendendoci il giusto tempo per curare in maniera approfondita gli arrangiamenti e la produzione.
Il disco di debutto del 2021 è stato accolto in maniera straordinaria, superando ogni mia rosea aspettativa se consideriamo che, nel momento in cui eravamo impegnati nella lavorazione pensavamo solo a creare della musica che ci sarebbe piaciuto ascoltare in una sorta di gioiosa anarchia, senza avere grandi aspettative rispetto ad una eventuale pubblicazione.
In effetti eravamo convinti che il genere proposto fosse un po’ troppo di nicchia per trovare un concreto supporto discografico, invece, con nostra grande sorpresa, là fuori c’è ancora un bel po’ di gente che ha voglia di alzare il pugno e farsi esplodere i polmoni al suono del caro vecchio heavy metal.
Questo tipo di accoglienza ci ha responsabilizzato rispetto alla qualità del secondo disco, ed onestamente penso che “Church Of The Scream” rappresenti un deciso passo avanti nel sound di ScreaMachine. Dopo aver inquadrato le nostre sonorità alla luce del primo album ed averne analizzato gli aspetti più convincenti e quelli che ci soddisfacevano di meno, abbiamo preso maggiore coscienza delle possibilità come band, conoscendoci anche meglio dal punto di vista personale, e ci siamo lasciati andare all’esplorazione delle varie sfaccettature dell’heavy metal. Dire heavy metal, infatti è come dire rock: significa tutto e nulla.
Mai come questa volta non ci siamo posti confini, avventurandoci sia nelle sonorità più epiche che contraddistinguono “The Epic Of Defeat” (che tra l’altro vede il mio amico Davide ‘Damna’ Moras, cantante degli Elvenking, come guest) o “Flag Of Damnation”, sia nel versante hard rock rappresentato da “Night Asylum”, senza dimenticare qualche passaggio più duro con “Church Of The Scream” e di “Pest Case Scenario” e infine mantenendo un approccio classico come in “The Crimson Legacy” e nei brani rimanenti. Il tutto, però, facendo sempre emergere la personalità della band, senza giocare a fare gli imitatori.
SIETE TUTTI MUSICISTI NAVIGATI ALL’INTERNO DELLA SCENA ITALIANA. COME E’ NATA QUESTA BAND E CHI HA AVUTO L’IDEA INIZIALE PER IL NOME?
– L’idea di ScreaMachine nasce nel novembre del 2017 dalla volontà di confrontarmi con le sonorità che porto nel cuore sin quando ero un teenager: quelle della musica heavy metal che così tanto mi ha dato sino ai giorni odierni. Ho avuto la fortuna di concretizzare questa esperienza coinvolgendo vecchi amici e musicisti da tempo attivi nella scena romana in band come Kaledon, Lunarsea, Airlines Of Terror, che da subito si sono dimostrati sulla mia stessa lunghezza d’onda ed hanno contribuito a trasformare ScreaMachine da progetto dai contorni fumosi a vera e propria band pronta a salire sul palco col volume sparato ad mille.
Per quanto riguarda il monicker, è farina del mio sacco: amo pensare a questa band come ad un distributore automatico di volume. Una macchina per le urla insomma, perché nulla è più liberatorio di un urlo; che sia di rabbia, che sia gioia, che sia semplicemente catartico. L’urlo non è forse una metafora del rock? Quanto erano preoccupate le nostre nonne quando nella musica italiana si presentarono i primi ‘urlatori’, capeggiati da icone come Adriano Celentano o Gianni Morandi?
Finché c’è un grido, c’è voglia di sentirsi liberi. E la macchina, mi chiederai? Beh, la macchina è fatta di metallo, come la nostra musica!
NON AVETE MAI NASCOSTO LE VOSTRE INFLUENZE PER IL METAL CLASSICO DEGLI ANNI OTTANTA E PER BAND STORICHE COME JUDAS PRIEST, ACCEPT, SAVATAGE… COME SI PUO’ SUONARE QUESTA MUSICA AI GIORNI NOSTRI SENZA RICADERE TROPPO SULLE TANTE COSE GIA’ SCRITTE IN PASSATO?
– La tua domanda mi consente di approfondire un argomento che mi sta particolarmente a cuore. Nonostante la proposta musicale sia indubbiamente legata a sonorità classic metal che affondano le radici negli anni ‘80, ci tengo a ribadire che ScreaMachine non è una tribute band che vuole limitarsi ad una semplice riproposizione di un sound vintage.
Al contrario, il progetto è orientato a filtrare queste influenze in una chiave moderna e, soprattutto, contraddistinta da una personalità ben definita. Siamo intenzionati a sfruttare ogni vantaggio concesso dalla moderna tecnologia per dare vita ad un sound classico e fresco al tempo stesso, prendendo il meglio dei due mondi.
D’altronde di bei dischi registrati negli anni ’80 ce ne sono a bizzeffe, quindi ritengo che non abbia senso, per noi, scimmiottare quel tipo di approccio per perseguire un risultato artificialmente antico: se oggi è possibile far suonare le chitarre più grosse e rumorose che mai, perché non farlo?
Lo stesso vale per il songwriting: se le linee guida sono chiare e piuttosto tradizionali, non è detto che le influenze non possano oscillare da uno stile all’altro, attingendo costantemente dall’esperienza musicale che ci portiamo dietro.
PENSO CHE IL PUNTO FORTE DI “CHURCH OF THE SCREAM” SIA LA VARIETA’ PRESENTE ALL’INTERNO DELLA TRACKLIST. TROVIAMO PEZZI POTENTISSIMI E DIRETTI COME “MET(A)ALDONE”, CI SONO BRANI PIU’ DINAMICI E COMPLESSI COME LA TITLE-TRACK MA TROVIAMO ANCHE QUALCHE PASSAGGIO DALL’IMPATTO PIU’ MELODICO VEDI “NIGHT ASYLUM”. COME NASCONO LE VOSTRE COMPOSIZIONI E COME CERCATE DI TROVARE IL GIUSTO EQUILIBRIO TRA POTENZA E MELODIA?
– Io amo molto i dischi composti da brani eterogenei, in cui ogni canzone ha una propria personalità ben definita pur mantenendo una chiara appartenenza ad un corpo artistico ben definito, e mi auguro che “Church Of The Scream” dia proprio questa impressione all’ascoltatore. Questo per confermarti che hai centrato la natura del disco: si tratta di un viaggio che dagli anni ’80 arriva ai giorni nostri lambendo vari territori e mostrando volti diversi a seconda della fermata. “Met(h)Aldone”, “The Crimson Legacy”, “Pest Case Scenario” e la title-track rappresentano certamente l’aspetto più sanguigno del nostro sound e, ne sono certo, troveranno la loro dimensione ideale dal vivo.
Al contrario, brani come “Flag Of Damnation”, la lunga “The Epic Of Defeat” ed “Occam’s Failure” mostrano un approccio più strutturato ed avranno bisogno di qualche ascolto supplementare per essere sviscerate. Ma fidatevi, ne varrà la pena perché, accanto agli ovvi richiami a Judas Priest, primi Metallica o Accept, troverete anche echi di Bathory, Summoning o Falkenbach, passando per gli Iron Maiden più crepuscolari e persino qualche reminiscenza dell’hair metal dei gloriosi tempi del Sunset Strip.
Per quanto riguarda il songwriting, posso parlare per me stesso: spesso i pezzi nascono da un riff portante che quasi sempre scrivo sulla chitarra, pur suonando il basso, e questo influenza l’intera stesura della canzone. Altre volte si tratta di un refrain melodico che mi gira in testa per giorni, o semplicemente della voglia di buttare giù un paio di note più violente del solito, che portano magari agli episodi dalle venature più estreme. Mi faccio prendere dal momento e ciò che butto giù traccia la via per ciò che verrà. Poi, solitamente, preparo un demo che, una volta finito, condivido con gli altri, in particolare con Paolo e con Valerio, i quali mi danno il loro parere o dei suggerimenti per le modifiche.
Il mix fra potenza e melodia viene naturale poiché sono un ascoltatore old school che ancora ama alla follia godere dei dischi nella loro interezza, rispettando la tracklist originale. Riverso quindi questa esperienza anche negli album di cui sono parte, dei quali spesso curo anche il posizionamento dei brani in scaletta, miscelando momenti intensi ed episodi più spensierati, come “Night Asylum” da te citata, che ritengo uno degli episodi più riusciti dell’intero lavoro, in modo da cercare di non annoiare né l’ascoltatore né, soprattutto, me stesso.
RISPETTO ALL’ESORDIO AVETE INSERITO IL NUOVO CHITARRISTA EDOARDO TADDEI, IL QUALE SEMBRA ESSERSI SUBITO INTEGRATO ALLA GRANDE MOSTRANDO UNA TECNICA NON INDIFFERENTE. QUANTO E’ STATO IMPORTANTE IL SUO APPORTO PER LA BUONA RIUSCITA DI QUESTO LAVORO?
– Non c’è dubbio sul fatto che Edoardo stia vivendo un momento d’oro, venendo riconosciuto velocemente come uno dei guitar hero più giovani ed interessanti non solo a livello italiano, ma internazionale. Per intenderci, nel suo ultimo disco solista Edoardo duetta in scioltezza con Jeff Loomis, mentre da poco è tornato da un tour europeo di successo con i Master Boot Records, inframezzato da numerose clinic che tiene per la Ibanez in qualità di endorser.
Noi conoscevamo lo stile di Edoardo già da tempo, anche perché un chitarrista così talentuoso che inizia a frequentare i palchi della tua città fa un bel rumore. Inoltre Paolo Campitelli (chitarrista) aveva collaborato ad una sua release solista in qualità di tastierista, mentre a me era capitato di assistere ad una sua esibizione in qualche locale romano, lasciandomi colpito per la tecnica e la presenza scenica. Alla luce di ciò, quando Alex Mele ha comunicato che avrebbe dovuto fare un passo indietro per focalizzarsi sui suoi Kaledon, quello di Edoardo è stato il primo nome a venirci in mente. Ci siamo trovati subito in sintonia dato che, dopo poche prove, attesa non solo la sua bravura ma anche la serietà nel preparare ed eseguire perfettamente i nostri pezzi, abbiamo deciso di formalizzare la collaborazione senza alcuna riserva. Credo che il suo straordinario apporto tecnico, focalizzato principalmente sulla parte solista, abbia arricchito parecchio il songwriting che, al contrario, continua a rimanere appannaggio mio, di Paolo e di Valerio, dando una marcia in più alle canzoni del nuovo disco.
IN GENERALE SEMBRA ESSERCI UN RITORNO ALLE SONORITA’ PIU’ CLASSICHE, NON A CASO SONO MOLTE LE BAND COME VOI DEDITE A QUESTO SOUND CHE SPOPOLANO NEGLI ULTIMI TEMPI. COME VEDETE LA SCENA?
– In realtà non sono molto d’accordo. Mi spiego meglio, sicuramente c’è un buon ritorno di sonorità vintage legate sia alla NWOBHM che all’epic metal più atmosferico, figlio dei Manilla Road, e questo ha contribuito alla crescita di una comunità, particolarmente numerosa in Germania e Grecia, che affolla i festival dedicati e divora avidamente le pubblicazioni, rigorosamente commercializzate in vinile. Si tratta però di un approccio che tende a clonare quel tipo di suoni, cercando quasi di dare un colpo di spugna agli ultimi trent’anni di musica. Ci sono poi eccezioni come gli Enforcer oppure i Night Demon, che una personalità rilevante, un livello di scrittura altissimo ed una buona duttilità sonora, e per questo mi convincono più di altre che sembrano suonare come se la loro ragione di vita fosse creare la perfetta replica dei Soundhouse Tapes nel 2023.
Se invece mi chiedi di descrivere ad una scena che prende ispirazione dal passato per proporre un sound più attuale, non sono molti i nomi che mi vengono in mente a parte i Primal Fear, però più spostati sul power, oppure i nostri compagni di etichetta Rising Steel ed i già citati Night Demon. E’ come se suonare heavy metal nel 2023 portasse con sé una sorta di stigma sociale: o ti getti anima e corpo in una riproduzione quasi pedissequa dei classici del genere, rischiando però l’effetto cosplay, oppure non puoi seriamente pensare di attualizzare quella roba che ormai ha quarant’anni, perché, come dicono i giovani, risulti ‘cringe‘. Beh, noi vogliamo provarci e, vista l’ottima accoglienza che hanno ricevuto anche i nostri singoli, speriamo di riuscirci in minima parte (o di cadere combattendo).
POTETE VANTARE IL SUPPORTO DI UNA LABEL IMPORTANTE A LIVELLO INTERNAZIONALE ANCHE SE PIU’ DEDITA A SONORITA’ HARD ROCK E MELODIC ROCK. COME E’ NATA LA COLLABORAZIONE CON LA FRONTIERS RECORDS E COME CI SI TROVA ALL’INTERNO DI UN ROSTER CHE PUO’ VANTARE NOMI COME JOURNEY, WHITESNAKE, BLUE OYSTER CULT ETC ETC…
– E’ meraviglioso, seguo l’etichetta sin dall’inizio, e per inizio intendo che comprai in uno storico negozio di dischi romano il live dei Ten, che rappresentava la loro prima uscita discografica, ed apprezzo molto le sonorità di cui oramai Frontiers è il più importante simbolo a livello mondiale. Ti dirò, dopo aver registrato il disco di debutto seguendo esclusivamente i nostri gusti e consci di proporre un genere che definir fuori moda sarebbe un eufemismo, avevo poche speranze riguardo ad un concreto interessamento da parte delle etichette musicali. Questo anche in considerazione del periodo di magra del mercato discografico che, giustamente, ha reso le label ancora più attente all’aspetto economico e alle possibili perdite che anche il flop di un disco di una band esordiente può causare.
Ho contattato quindi la Frontiers, che, come ti accennavo, avevo già avuto modo di conoscere e stimare nel corso degli anni, più per chiedere un indirizzo su una qualche realtà minore che potesse essere interessata al prodotto. Con mia grande sorpresa, Frontiers stessa, probabilmente forte di una spiccata sensibilità per le sonorità più tradizionali, si è offerta di produrre il disco e di darci così una chance in un catalogo che definire prestigioso è sarebbe riduttivo. Avendo ricevuto la conferma per un secondo disco, possiamo dire che si è trattato di una scommessa vinta, almeno per il momento, e siamo felici di aver ripagato il loro coraggio nel puntare su una giovane band. Speriamo, quindi, che “Church of the Scream” faccia ancora meglio del precedente! Detto ciò, se da piccolo mi avessero detto che avrei condiviso il catalogo con Whitesnake e Blue Oyster Cult, probabilmente mi sarei fatto una risata ed avrei pensato ad una presa in giro.
LA MUSICA LIVE E’ IN FERMENTO; DA UN LATO TANTISSIMI EVENTI SPESSO BEN SUPPORTATI DAI FAN, DALL’ALTRO UNA SITUAZIONE NON FACILE DA GESTIRE PER GRUPPI, AGENZIE E LOCALI, COLPA DI COSTI BALZATI ALLE STELLE. COME VEDETE LA SITUAZIONE E CHE PIANI AVETE PER PORTARE LA VOSTRA MUSICA DAL VIVO?
– La situazione non è semplicissima. Come hai evidenziato viviamo in un momento duro per la musica live, sia per i costi che dal punto di vista organizzativo. L’offerta di gruppi è enorme, anche a causa della fine del periodo segnato dalla pandemia ed i promoter sono costantemente spaventati dal perdere i soldi dell’investimento, anche perché il pubblico non sempre risponde in maniera costante e prevedibile. Questo danneggia i gruppi più giovani, che spesso sono costretti a mettere i soldi di tasca loro per suonare in qualche pub sperduto o, peggio, di spalla ad un gruppo di fascia media poco dopo l’apertura porte (se non prima). Eppure anche i mostri sacri non sembrano passarsela bene, dato che sono all’ordine del giorno le notizie di tour annullati a ripetizione.
Se la cavano meglio le scene musicali più particolari, che da sempre fanno un universo a sé come il punk, il death ed il black metal, ma anche in quel campo dipende più dall’abilità organizzativa e promozionale dei singoli che dalla generica salute del sistema concerti.
Per quanto ci riguarda, fra un paio di settimane terremo la prima data del nuovo corso a Roma, mentre per il futuro stiamo già lavorando con un’agenzia per procurarci delle date a partire da settembre. Rimaniamo ovviamente aperti alle proposte ed, anzi, vi invitiamo a scriverci sui nostri social nel caso voleste invitare ScreaMachine a suonare nel vostro giardino. In tal caso promettiamo di chiedere giusto un po’ di benzina ed un frigorifero ben fornito di birre (risate, ndr).
E ALLORA, PIU’ IN GENERALE, QUALI SONO I PIANI FUTURI DEGLI SCREAMACHINE?
– Non suoni questa musica se il tuo obiettivo finale non è quello di rendere sorda più gente possibile con le tue esibizioni dal vivo, quindi nel futuro prossimo siamo focalizzati su questo. Poi inizieremo a buttare giù qualche idea per la prossima release, dato che vorrei arrivare al traguardo del terzo disco continuando a battere il ferro finché è caldo, dato che la vita è breve ed il metallo da portare alle luce è ancora tanto.
Concludo ringraziandoti per lo spazio concesso: apprezzo la volontà di Metalitalia.com di approfondire anche le band emerse da poco, oltre ai grandi nomi che sicuramente garantiscono più interesse, perché è così che ci si assicura un ricambio e la continuità della scena.
Speriamo che i vostri lettori decidano cogliere la palla al balzo dando una chance alla musica di ScreaMachine (magari venendo a vederci sul palco), che potranno trovare, insieme a tutte le necessarie informazioni ed al merchandising, nelle nostre pagine social.

